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lavoro pubblicato martedì 27 dicembre 2016
ultima lettura sabato 14 gennaio 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Figlia del passato (parte seconda)

di shadesofsunset. Letto 87 volte. Dallo scaffale Storia

La macchina lentamente entrò nel cortile interno di una grande e antica villa, le cui pareti esterne mostravano i segni evidenti del passare degli anni, ma non certo la rendevano meno affascinante. Per un attimo tutti i pensieri scomparvero .....

La macchina lentamente entrò nel cortile interno di una grande e antica villa, le cui pareti esterne mostravano i segni evidenti del passare degli anni, ma non certo la rendevano meno affascinante. Per un attimo tutti i pensieri scomparvero dalla mente di Aurora, che inibita riusciva solo ad osservare i raggi di luce che si scagliavano sulla parete grigiastra della villa, attraversando il riquadro delle finestre. Alcune erano aperte, ma non si riusciva a vedere molto dell'interno, se non qualche viso che con fare timido stava osservando la macchina entrare. Arrivati davanti all'entrata le fu aperta la portiera e tra lei e l'uomo continuò un concerto di muti silenzi, interrotti da qualche gesto. Nella macchina poteva essere stata all'incirca un'oretta, eppure le sembrava di essere stata catapultata in un'altra dimensione. Le pareti affrescate, i mobili d'epoca, l'odore di gelsomino ovunque, tutto la stordiva. L'uomo, dopo aver attraversato varie stanze, presentando ad Aurora la sua nuova casa, prese ed uscì verso la parte opposta da dove erano entrati, la parte che dava verso il giardino.
- Seguimi, sarai affamata - le disse facendole strada in quell'immenso giardino, pieno di colori e di profumi.
Al centro era stato allestito il pranzo sotto un grazioso gazebo. Si sedettero ad un tavolo di legno, di taglio quadrato, una tovaglia color crema e un vaso di gelsomini al centro. Dopo qualche attimo furono servite le prime portate. Tra un boccone e l'altro Aurora continuava ad osservare l'uomo, cercando di ricordare se avesse mai visto il suo volto da bambina.
- È maleducazione fissare una persona - disse l'uomo continuando a mangiare con gli occhi rivolti verso il piatto.
Aurora rimase per un attimo bloccata e poi cercò di smorzare la situazione.
- Mi scusi non volevo, ma cercavo di capire se ci fossimo mai incontrati prima...- ed intimidita aggiunse - Mi sembra strano che lei sia il fratello di mio padre.
- Io e tuo padre non andavamo d'accordo, per questo non mi hai mai visto in casa vostra, Aurora.
- Vorrei sapere anche io il suo nome.
- Antonio.
- Bene.
La conversazione si bloccò, ma almeno era già qualcosa di più dell'ora passata in macchina, pensò Aurora. Il pranzo continuò tra sguardi e sorrisi, ma dentro di lei temeva il peggio.

Rientrati in casa Antonio la accompagnò nella sua stanza.
- Ho una piccola sorpresa per te.
Aperta la porta la prima cosa che notò non fu l'armoniosa stanza, ma la sua vecchia balia, seduta su una poltroncina rosa vicino alla finestra.
- Marcella! - urlò di gioia Aurora, correndo ad abbracciare l'anziana signora. - Non sapevo che tu fossi qui.
- Dopo che i tuoi genitori sono... andati via...son tornata a lavorare nella vecchia casa di tuo padre, dove risiede ora tuo zio - disse indicando Antonio, rimasto fermo all'entrata.
- Tecnicamente la casa era di tuo nonno Aurora, è dove io e tuo padre siamo cresciuti.
Mostrò un sorriso e facendo un leggero inchino si dileguò. Aurora perplessa continuò a stringere Marcella, che le stava accarezzando dolcemente i capelli.
- Vieni, siediti sul letto, voglio che mi racconti di questi due anni, non tralasciare dettagli! Aurora rise e schiarendosi la voce iniziò a raccontare delle sue amiche, delle piccole marachelle e di quanto spesso avesse sentito la mancanza di sua madre tra quelle fredde mura.
- Non tornerà vero?
- Non lo so tesoro, nessuno ha avuto più notizie da quando se ne sono andati.
- Ma dove sono andati?
Marcella tirò un sospiro e le prese la mano.
- È una lunga storia e in questa casa non è permesso parlare di lui.
- Lui? - chiese Aurora incuriosita.
- Mussolini.
Aurora balzò giù dal letto e si avvicinò alla finestra, che dava sul giardino. Rimase qualche momento in silenzio e poi si diede coraggio a fare la domanda che gironzolava nella sua testa da troppo.
- Sono andati a Salò, vero?
- E tu cosa ne sai di Salò! - esclamò Marcella.
- Ti ho detto che leggevamo i giornali... Allora rispondimi.
- Non posso.
- Marcella per l'amor di Dio rispondimi!
L'anziana signora si mise le mani sul volto, singhiozzando. Aurora si girò verso di lei e con aria dispiaciuta le si avvicinò.
- Non volevo farti agitare, scusa... Ma ho bisogno di sapere.
Marcella si asciugò alcune lacrime e si ricompose.
- Partirono così, in quattro e quattr'otto. Venne tuo padre e mi comunicò che lui e tua madre sarebbero partiti l'indomani, per seguire il duce. Marcella singhiozzò di nuovo, ma dopo che Aurora le si sedette accanto continuò a raccontare. - Sai, tua madre non voleva andare, litigarono a lungo... Ma lui era l'uomo e lei doveva seguirlo. Tuo padre era entusiasta, nonostante sapesse che quel colpo tentato da Mussolini era l'ultima possibilità rimasta, ma lui era fiera di essere un fascista. Mi ricordo le lacrime di tua madre la notte prima della partenza, povera donna. Così decisero di metterti in collegio e il resto della storia la conosci.
Aurora si strinse forte con Marcella e sussurrò – mi mancano, anche papà mi manca, ma è tutta colpa sua.

Dopo una doccia calda e rigenerante Aurora iniziò a curiosare in giro, con ancora i capelli stretti nell'asciugamano messo a forma di turbante. Si mise una vestaglia di cotone trovata nel nuovo armadio e scese le scale lentamente, cercando di non dare nell'occhio. La casa era davvero maestosa, piena di rifiniture dorate, con quadri e fotografie appese alle pareti. Una era posata su un mobiletto di legno, la cornice argentata conteneva una foto in bianco e nero. Aurora si avvicinò ad osservarla. C'erano due ragazzini e un signore baffuto alle loro spalle. Guardando attentamente le sembrò di riconoscere una certa somiglianza. - Papà...
- Bei tempi passati.
La voce di suo zio la prese di sorpresa, facendola sobbalzare.
- Antonio... zio... mi avete spaventata.
- Non intendevo, perdonami. - facendo un passo indietro – continua pure il tuo giro, ma stai attenta a non prenderti un raffreddore. - le disse indicando i capelli avvolti nell'asciugamano.
Se ne era completamente dimentica. Rise e si allontanò verso il bagno, ma per un attimo si fermò, lui saprà, si disse.
- Zio!
Antonio si girò verso di lei sorpreso.
- Sì?
Ma no, non ce la fece.
- Nulla, nulla. Vado ad asciugarmi i capelli. - disse scappando via.
Lo zio le fece un gesto di saluto con la mano e si avviò verso uno stanzino in fondo al corridoio. Chiuse la porta a chiave e si sedette a quella vecchia scrivania dove suo padre aveva firmato importanti affari e documenti. Picchiettando le dita sul bracciolo della sedia girò lentamente il capo verso il camino di marmo sullaa sua destra. Osservò le foto poggiate sulla trave. Dove sarà ora, si chiese rivolto ad una delle tante foto che ritraevano suo fratello e la moglie Benedetta. Una lacrima inaspettata scivolò sul suo viso, ma nessuno avrebbe potuto immaginare la causa di quella lacrima, nessuno avrebbe potuto immaginare quanto sotto quella scorza dura, rafforzata dalla presenza attiva nella Resistenza, fosse presente un cuore che batteva ancora forte, forte come quello di uomo che si sta per buttare da una scogliera, pronto a perdere tutto, o forse che ha già perso tutto.


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