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lavoro pubblicato lunedì 26 dicembre 2016
ultima lettura mercoledì 22 febbraio 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Figlia del passato (parte prima)

di shadesofsunset. Letto 289 volte. Dallo scaffale Storia

Nessuno sapeva perché l'avessero chiamata “Aurora”, un nome del genere doveva portare sicuramente speranza, gioia, ma la sua vita non era quel limpido colore roseo che si può scorgere al mattino. In realtà molte volt.......

Nessuno sapeva perché l'avessero chiamata “Aurora”, un nome del genere doveva portare sicuramente speranza, gioia, ma la sua vita non era quel limpido colore roseo che si può scorgere al mattino. In realtà molte volte l'aveva osservata, chiedendosi se anche le sue gote fossero così rosee, ma in realtà si sentiva pallida come un fantasma e fredda come un giorno di neve a gennaio. Spesso si poneva di fronte lo specchio e guardava i suoi occhi neri, scuri come la notte. Invidiava molto la sua compagna di stanza, Sara, con i suoi occhi azzurri e le lentiggini sul naso. Per non parlare del suo sorriso, di cui spesso le diceva di essersi innamorata, mentre Sara continuava a ridere chiamandola “scema”. Non sapeva proprio come facesse a ridere in quel posto così tetro e rigoroso, un collegio di fine '800. Era il 1945, la guerra stava per terminare e la speranza di non dover più rivedere quelle stanze barocche e apatiche le dava la carica per affrontare le giornate. I suoi genitori l'avevano lasciata in custodia del celeberrimo collegio della signora Ugoletti circa due anni prima - richiamati da un ordine superiore - aveva detto il padre per motivare la dura scelta di quello che Aurora vedeva come un abbandono. La voce di sua madre Benedetta, con una dolcezza tale da far sciogliere un blocco di ghiaccio, era ciò che ricordava di più vivido di quella mattina di settembre in cui l'accompagnarono di fronte quell'imponente edificio. Le lacrime che le rigarono il viso non furono poche, ma non bastarono a fermare i genitori dal non partire. “Torneremo presto” più volte le aveva ripetuto sua madre, mentre il padre continuava a fumare il sigaro, con uno sguardo verso sua figlia pieno di indifferenza, fermo sul suo voto dal giorno in cui era nata. Nessuno le aveva mai rivelato del perchè suo padre tanto la respingesse, nè sua madre, nè la vecchia domestica Marcella, che di cose ne sapeva molte. Mentre la madre la stava abbracciando un'ultima volta, quel giorno Aurora continuò a guardare suo padre, parlandogli con gli occhi in un evidente "Abbracciami!", ma nulla lo smosse. Pochi minuti dopo se ne erano andati via e per Aurora da quel momento erano cominciati due anni infernali. La guerra si era fatta sentire a Roma, ma Aurora e le sue compagne erano in una gabbia d'oro, nella campagna dove i rumori degli arei che sorvolavano il cielo arrivavano con una bassa intensità. Non per questo la paura non si era notata sul viso degli insegnanti, delle cuoche, le cui espressioni tradivano quell'atmosfera di tranquillità che si voleva mantenere. Aurora durante quei due anni aveva pensato spesso alla guerra, al concetto del perché gli essere umani avessero questo bisogno di uccidersi a vicenda. Non se lo spiegava e non capiva quando suo padre le diceva "La guerra serve". L'unica cosa a cui riusciva a pensare era al fatto che la guerra le aveva portato via tutto, forse anche quel sorriso che ora trovava solo sul viso di Sara. L'aveva spaventata durante gli ultimi cinque anni della sua vita, le aveva portato via la casa che affacciava su Campo de' Fiori, con il suo gatto nero accovacciato sempre sul suo letto rosso, che saltava via ogni volta che la fruttarola sotto la finestra urlava. Le aveva portato via la libertà, le scappatelle a Piazza Navona con i suoi vicini di casa, a giocare a nascondino o a lanciare le trottole su i san pietrini. La sua infanzia e ora le stava rubando la sua adolescenza. Nonostante nella sua casa fosse stata istruita con valori fascisti in segreto spesso aveva maledetto Mussolini. Non capiva, non capiva questa inutile guerra e non capiva suo padre. Cosa trovava di affascinante suo padre in quel piccolo omino che di sera spesso lei e sua madre prendevano in giro? Quell'omino causa di tante brutte notizie.

Ogni mattina veniva recapitato il giornale che circolava tra i dipendenti del collegio, per poi essere buttato sempre nello stesso cassonetto poco fuori dall'edificio dalle donne delle pulizie. A turno la combriccola di Aurora prendeva il giornale e lo portava nel bagno del quinto piano, il piano per i forestieri, nel caso qualche genitore volesse venire a trovare la propria figlia. In pratica un intero piano in disuso. Durante quegli anni le notizie non avevano fatto altro che rabbrividire le ragazze, che si stringevano le mani o piangevano, sperando nella fine del conflitto. Come quando durante il suo primo anno la sua amica Alessandra lesse che il quartiere viterbese dove si trovava la sua famiglia era stato raso al suolo. Nemmeno due giorni dopo la vennero a prendere degli zii che abitavano a Roma, che avevano deciso di non rinnovarle il contratto con il collegio. La fecero sedere e cercarono di dosare le parole, ma lei sapeva già tutto, aveva pianto quanto doveva piangere già due giorni prima in quel bagno così bianco che le lacrime si erano confuse con le piastrelle. Quel giorno pioveva davvero molto, come se le nuvole fossero lì a piangere insieme a lei. La sera il cibo fu quello di sempre, ma il posto vuoto di Alessandra aveva portato una tristezza maggiore per il gruppo di quelle cinque ragazze legate come sorelle. Aurora, Sara, Francesca, Ginevra, Maria. Quel sesto posto vuoto di fronte a Ginevra non era colmabile. Nei giorni seguenti mangiarono in silenzio, ma ognuno di loro pensava “Cosa succede se domani perdo anche i miei genitori?”, tutte tranne Aurora, che dalla vicina sconfitta di Mussolini poteva ben immaginare la morte dei suoi genitori, dopotutto sapeva da che parte stavano. Chissà cosa avrebbe detto il padre del rituale che teneva quasi ogni notte. Eh già, ogni sera, dopo che la loro tutrice era passata a spegnere la luce, Aurora tirava fuori da sotto il materasso quella foto di Mussolini ritagliata da un vecchio giornale e, come ogni sera, ci sputava sopra. Poi si infilava le ciabatte e lentamente si dirigeva verso la finestra, cercando di non disturbare nessuno. Con la mano sul vetro, osservando la luna alta nel cielo, canticchiava sottovoce la canzone che la madre le cantava fin da piccola, concludendo spesso con un sorriso che voleva nascondere le lacrime che celava durante il giorno.

Roma era stata liberata il 5 giungo 1944, e in effetti quell'anno il collegio conteneva meno persone, se non bambini e ragazzi di porzioni di Italia ancora sotto il controllo tedesco. Per Aurora era sempre più vivida la paura della dipartita dei suoi genitori. Roma era stata liberata, avrebbe potuto tornare a casa! Ma era l'aprile del 1945 e Aurora si trovava ancora lì.
Quel 29 aprile, durante la lezione di educazione fisica, straordinariamente all'aperto dopo settimane di pioggia, fu interrotta dall'arrivo della direttrice accompagnata da un uomo, in giacca e cravatta, sulla quarantina. Un cappello scuro faceva ombra sul suo viso, da cui si riusciva solo a scorgere un sorriso tirato. La direttrice avanzò verso l'insegnante, che dopo vari gesti con il capo si girò verso le ragazze e le fermò, puntando il dito contro Aurora e chiamandola a sé. Quell'uomo era lì per lei, per portarla via. Le altre cercarono di cogliere le parole che fuoriuscivano dalla bocca della direttrice mentre l'uomo e Aurora si stringevano la mano, ma non riuscirono nell'intento, potendo solamente guardare la loro amica andare via mentre l'insegnante riprendeva la lezione. Non furono date molte spiegazioni, semplicemente le fu recata l'informazione che quell'uomo fosse il fratello del padre di Aurora, uno zio mai conosciuto e nominato dal padre pochissime volte, sempre in modo crudele. In poche ore dovette fare le valigie e lasciare il collegio. Chiese gentilmente a quell'estraneo, o strano parente, di poter salutare le sue amiche. Non ebbero molto tempo, stava succedendo tutto così velocemente, eppure stava salutando quelle ragazze che l'avevano rallegrata in quegli anni, dalla paura iniziale, ai momenti di tristezza, agli scherzi agli insegnanti, ai libri rubati alla biblioteca della direttrice per leggerli di notte sotto le coperte. Si strinsero in un forte abbraccio e si guardarono alzando e scuotendo la mano prima che Aurora salisse in macchina e fosse chiusa la portiera. La macchina cominciò ad avviarsi, le lacrime di Aurora iniziare a scendere a goccioloni sul viso, mentre le ragazze cominciarono a rincorrere la macchina urlando “a presto”. Qualche tempo dopo la macchina si fermò di fronte all'enorme cancello. Aurora si avvicinò verso il centro dell'auto per scorgere quello che le si trovava davanti. Non aveva scambiato una parola con l'uomo da quando erano partiti e l'unica cosa che le disse fu - Bentornata a casa.


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