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lavoro pubblicato venerdì 23 dicembre 2016
ultima lettura giovedì 12 ottobre 2017

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

POSSESSIONE

di Matthew91. Letto 194 volte. Dallo scaffale Horror

Cosa spinge una madre ad abbandonare suo figlio, a compromettere la vita di costui? La sindrome di Münchhausen per procura, forse? Perché un uomo uccide un altro uomo? I miei racconti, seppur scabrosi, intendono illustrare e spiegare tali dinamiche.




Londra, 1825


Una voce roca, gutturale e gracchiante echeggiò dentro la sontuosa camera da letto della signorina Lily Charter.

"Infilati quelle luride dita nella fica, stupida cagna!"

Lily trasse un profondo respiro, come se fosse stata colta da un attacco di asfissia. Lanciò un grido, fievole. Spalancò gli occhi. Alzò la schiena di scatto, rigida come una stecca di biliardo. Digrignò i denti. Si abbandonò sui cuscini di piuma, con la testa poggiata sulla parete fredda.

"Vi ho forse arrecato disturbo, stupida puttana? Sono stato scortese? Poco galante? Perdonate la mia insolenza, Miss Charter".

Lily si mise le mani sulle orecchie, premendole con forza. Tremava. In preda a violenti singulti. Gli spasmi muscolari sconvolsero anche il suo viso gioviale e rubicondo, che ora sussultava, vibrava, travolto da violenti tic nervosi. Le palpebre sbattevano in ritardo l'una rispetto all'altra. La bocca si apriva e si chiudeva senza che alcuna parola fosse stata ancora pronunciata. Respirava con fatica. Con affanno.

"Povera, la mia piccola, dolce Lily. Così gracile. Così... sola! Con la sua folta chioma rossa. Come le fiamme dell'inferno. Come la carne straziata e il sangue secco rappreso intorno alla tua vagina. Hai goduto, stupida cagna? Dopo che quel baldo e goliardico contadino ti ha deflorato con cotanta vigorosità? Si, che hai goduto. I tuoi ansimi di piacere erano udibili fin dentro i profondi antri della mia dimora."

Seduta sul suo morbido materasso matrimoniale, coperta fino alle gambe da calde coperte di lana e lenzuola di seta, Lily la intravide. Lì, nell'oscurità. In fondo alla camera. Proprio di fronte a lei. L'Ombra. Il Diavolo. Lucifero. Si stagliava fin sopra il soffitto. Nera. Informe. Si riuscivano a distinguere solo i lineamenti antropomorfi di braccia e gambe. Parevano dei tentacoli oscuri, sottili. Il volto era impossibile da delineare. Era avvolto anch'esso nel nero. Come gli squallidi sobborghi di Whitechaple.

<<Questa è casa mia. VATTENE VIA! ABOMINIO!>>
L'Ombra emise una sorta di macabra risata. Perversa. Fredda. Simile al lamento perpetuo di anime dannate. Maciullate e scorticate dal lento e imperituro turbinio di peccati e rimorsi.

"Andarmene? Lily, non oserei mai abbandonarti. E poi, mi risulterebbe alquanto impossibile adempiere alla tua richiesta. Io sono dentro di te, stupida cagna. Il tuo corpo, il tuo spirito. Mi appartengono. Essi sono la mia dimora. La mia casa. La mia fonte di piacere e di lussuria".

Lily avvertì un brivido lungo la spina dorsale. Avvertiva una presenza alle sue spalle. Dietro il suo collo. L'alito e il respiro roco di un' entità invisibile. Percepiva i suoi artigli. Sfrigolarle la pelle. Dilaniarla. Lacerando carne, ossa. Fino a scorticale l'anima.

<<Tu... Tu sei solo ombra! Ombra e fumo!>>

D'un tratto la camera tremò. Come scossa da un violento terremoto. L'armadio avanzò di qualche centimetro in avanti, traballando. Le ante si aprirono. I pregiati vestiti di Lily si riversarono sul pavimento. Il candelabro appeso al soffitto oscillava, con un sinistro cigolio della catena corrosa dalla ruggine. Il crocifisso appeso alla parete si capovolse. Si infiammò. Il legno preso subito fuoco. La statuina di plastica che raffigurava il Cristo si sciolse tra quelle che sembravano le fiamme dell'Ade. E poi, la voce dell'Ombra tuonò la sua ira. La sua furia: "IO DIMORO NELLA TUA ANIMA. E NELLA TUA ANIMA IO MARCIRÒ!"

La porta della camera si spalancò. Apparve una signora con indosso una vestaglia da notte. I capelli raccolti sul capo con un fermaglio. Cacciò un urlo. La scena che vide la sconvolse. Sua figlia, la sua amatissima figlia, se ne stava in piedi, sul letto. Il collo piegato di lato. La bocca aperta, quasi come fosse sul punto di lanciare uno strillo. Gli occhi sbarrati e neri. Dilatati. Le pupille oscuravano del tutto il bianco della sclera. Il viso pallido, scarno. Con movimenti meccanici, aracnidi e incerti si sfilò la vestaglia. Rimase nuda. Si palpò un seno. Con la lingua si inumidì il labbro superiore, ammiccando sguardi sensuali. Con la mano scese fino all'ombelico, per poi sfiorare il clitoride.
<<Donna, guarda cosa hai fatto a quella stupida cagna di tua figlia!>>





2


Tre mesi fa, Londra.

Matthew McConaughey batteva i denti a causa del vento gelido che sferzava sulla sua pelle. Si riscaldava le braccia scoperte sfregandole con le mani. Avanzava per il quartiere di Whitechaple con circospezione. Guardandosi intorno. Intimorito. Era appena riuscito a svignarsela da un luogo in cui era stato rinchiuso per quindici anni. Quindici. Un' intera vita. Ma c'è l'aveva fatta. Molti dei suoi amici che prima di lui avevano tentato di compiere la sua stessa impresa, erano stati catturati all'istante. Per poi essere sottoposti a punizioni... terribili. Scalfiti su quasi tutto il corpo di Matthew, erano visibili ancora i segni provocati da tali torture. Frustate. Percosse. Persino violenze sessuali.

"Lurida carogna. Verme. Pagherai. Oh, si. La pagherai molto cara, dottore."

Matthew sapeva di essere ricercato dalla polizia. Così come era consapevole del fatto che sarebbe stato catturato. E ucciso. Ma non gli importava. Doveva farlo. A tutti costi. Anche a costo di essere appeso alla forca. Ormai non aveva più nulla da perdere. Era solo. Senza amici, senza genitori, senza più una famiglia. Solo. Preferiva passare a miglior vita che trascorrere un'intera esistenza a mendicare sotto il ponte del Tamigi, cercando di raccogliere qualche spicciolo per potersi permettere un tozzo di pane. Ma prima, doveva trovare quella casa. Entrarci dentro. E sfogare alla sua ira. Alla sua rabbia. Ogni emozione, o pulsione che era stato costretto a reprimere dentro quella dannata cella senza finestre. Aveva ucciso un uomo per poter scappare da quel posto maledetto. Con la sola forza delle sue mani. Soffocandolo. Mordendo il suo collo. Strappandogli la carne. D'altronde era un pazzo criminale. Un uomo pericoloso. O, come aveva detto sua madre prima di abbandonarlo:

"È un degenerato, signore. Un mentecatto. Ho perso la pazienza. Sono una donna sola, il mio povero marito è morto in mare. Non riesco più a tenerlo a bada. Dice di sentire voci che solo lui sente. Di vedere persone che solo lui vede. È posseduto, signor dottore. Il demonio è dentro di lui. Dentro la mia casa non ce lo voglio più. È vostro. Fate di lui ciò che volete. Per me non è più mio figlio. Anzi. Io non ho mai avuto un figlio. Ma una bestia."

Matthew voleva ancora bene a sua madre. Gli mancava. La amava. Era una donna ignorante. Senza istruzione. Molto superstiziosa e fedele alla Chiesa Cattolica Romana. E ai precetti proferiti da quei preti. Uomini subdoli, stupidi. Lussuriosi e perversi. Non colpevolizzava sua madre per lo strazio e le sofferenza che era stato costretto a subire per quindici anni. Ma il dottore a cui sua madre si era rivolta. James King. Era suo compito capire che non era un malato di mente. Che non era un pazzo criminale. Che era sano. Un ragazzo normale. Senza visitarlo, senza proferire alcuna parola, senza porgli nemmeno una domanda, lo aveva sbattuto in gabbia come un animale. Una bestia. Matthew venne a conoscenza della propria diagnosi solo qualche giorno dopo. Il dottor King aveva aperto la cella con una chiave appesa alla sua cintura. Aveva un aspetto curato. Ordinato. Con i suoi capelli pettinati con una precisione quasi maniacale. Aveva addosso abiti costosi. E un profumo pungente. Odioso.

"Signor McConaughey, voi siete rinchiuso nel Bedlam Royal Hospital. Resterete qui finché la malattia mentale da cui siete afflitto non sarà del tutto scomparsa."

"Io non sono afflitto da alcuna malattia, idiota di un dottore."

"È comprensibile la sua affermazione. I pazzi non sanno di essere pazzi. Altrimenti voi non sareste qui. E io mi ritroverei senza un lavoro."

"Io sono posseduto. Lucifero è dentro di me."

"Dentro di voi c'è solo sangue, carne ed ossa, signor McConaughey. Lucifero è troppo impegnato a spargere pestilenze ed epidemie. Non credo che abbia tempo da perdere con un malato di mente."

"Ma mia madre ha detto che..."

"Vostra madre è un medico, signor McConaughey? È una psichiatra? Io non credo affatto. Voi soffrite di un disturbo comportamentale noto come schizofrenia paranoidea. Essa si manifesta con allucinazioni visive e uditive, dissociazione dalla realtà, personalità bipolare. La sintomatologia corrisponde perfettamente con il suo quadro clinico. Voi non siete posseduto. In questo ospedale rispettiamo e seguiamo le dimostrazioni empiriche dettate dalla scienza. Non prestiamo attenzione a stupide credenze religiose. Qui non c'è Dio, signor McConaughey. Ci siamo solo noi. E la nostra esperienza in campo psichiatrico. E ciò dovrebbe rassicurarvi parecchio. Lasciate perdere Dio, gli Angeli o i Demoni. Sarò io il vostro Dio. E il vostro demone."

Mentre posava i piedi scoperti e lerci sull'asfalto umido, Matthew non riuscì a trattenersi dallo sghignazzare. Il dottor King avrebbe dovuto prestare ascolto alle parole di quella donna così esausta e triste. Avrebbe dovuto farlo. Perché ora sconterà le conseguenze dei suoi peccati.
Non ci volle molto per trovare la lussuosa villa del dottor King in mezzo a tutte quelle squallide catapecchie poste a schiera all'interno del quartiere più malfamato di Londra. Si stagliava sgargiante e impetuosa sotto le nuvole grigie e temporalesche di quella gelida notte di ottobre.
Era giunto il suo momento. La sua vendetta sarebbe stata esemplare. Matthew raggiunse la finestra della villa. La frantumò con un colpo di gomito. I pezzi di vetro gli si conficcarono nella carne. Ma l'euforia spense i suoi centri del dolore. Nulla lo avrebbe fermato. Nulla. Quello era il suo momento. Suo soltanto. Chiunque si fosse frapposto tra lui e il suo obiettivo sarebbe morto all'istante. Con un salto scavalcò l'inferriata ed entrò in casa. Il soggiorno maestoso addobbato con tappeti, mobili antichi e arazzi appesi alla parete era privo di illuminazione. Il candelabro era spento. Le finestre, tranne quella che aveva appena rotto, erano coperte da lunghe tende rosse. Si mosse con cautela. Cercando di non fare alcun rumore. Nonostante ci fosse solo buio, i suoi occhi riuscirono a distinguere i gradini di una scala che conduceva al piano di sopra. Si avvicinò ad essa. Con passi cauti. E silenziosi. Il dottore doveva trovarsi nella sua camera da letto. Abbracciato a sua moglie. Magari stavano facendo l'amore. Poco gli importava. Poteva anche stare sveglio. Sarebbe stato più gradevole ed eccitante. Salì le scale, facendo attenzione a non far scricchiolare il legno degli scalini sotto i suoi piedi. Quando arrivò in cima, un lungo corridoio si estendeva su due lati. C'erano due porte. Una a destra e una sinistra. Matthew decise di dirigersi in quella posta sulla destra. Abbassò la maniglia. Ed entrò. La stanza era piccola rispetto al soggiorno spazioso. Sul pavimento erano sparsi giochi per bimbi, bambole e una pallina da golf. C'era anche un letto. Su di esso una ragazzina. Di dieci anni, forse. Dormiva supina, con la testa poggiata su due cuscini. E così, il caro dottor King aveva anche una figlia. Così graziosa. Così ingenua. Senza colpe. Peccato. Un vero peccato. Ma Matthew la strangolò senza pensarci troppo. Strinse le lunghe dite sul gracile collo della sua vittima. Per un momento la ragazzina sgranò gli occhi. Guardò il viso del suo assassino. Orrendo. Deforme. Pallido. Sembrava un cadavere. Tentò di gridare, di urlare. Ma la stretta di Matthew glielo impedì. Perse i sensi nel giro di pochi minuti. Matthew non si ritenne soddisfatto. Così le tolse le coperte. La spogliò. Gettò il pigiama in mezzo alle cianfrusaglie sparse per la stanza. Le tolse le mutandine. Salì sul suo corpo. Le accarezzò il viso. Così soffice. E freddo. Il rossore delle sue guance stava svanendo. Poi la violentò. Come un animale. Una creatura infima e reietta. E gli piacque. Il letto cigolava. Il frastuono avrebbe potuto svegliare il dottore. Ma Matthew non voleva smettere. Spingeva le sue anche e i suoi glutei con una violenza selvaggia. E perversa. Il corpicino della bambina rimbalzava sul materasso come una bambola di pezza. Stava per morire. Forse era ancora in vita. Poteva essere salvata. Ma Matthew la tempestò di pugni. Ovunque. Sulla testa. Sul petto. In faccia. Ai fianchi. Godeva nel farlo. Raggiunse anche l'orgasmo. Finché non sentì un urlo alle sue spalle. Un grido straziante.
Si voltò. Era una donna. Avvolta tra le coperte. Matthew scese dal letto e si scagliò su di lei. Con un morso le azzannò il collo. Squartò pelle e carne. Le tirò un pugno nello stomaco. La donna si piegò. Cadde in ginocchio. Il sangue schizzava dall'aorta. Matthew le afferrò i capelli. Le tirò su la testa. Poi le addentò la giugulare. Strappò lembi di pelle e cartilagine. Li masticò. Mangiandoli.

La donna si accasciò a terra. Sui mattoni si creò una pozzanghera di sangue. Con un piede, Matthew le sfondò il cranio. Ce l'aveva fatta. Il suo compito era concluso. Adesso era felice. Soddisfatto della sua opera. Della sua maestria. Della sua forza. Il suo intento era quello di uccidere il dottor King. Ma decise di lasciarlo vivere. La sua famiglia era morta. Avrebbe sofferto. Per tutta la vita. Da solo.

"Lucifero, mio signore. Sono degno di partecipare alla tua mensa. Dì soltanto una parola. Ed io sarò dannato".


3

Il dottor King fumava un sigaro seduto sul divano del suo soggiorno. Aveva fatto riparare la finestra distrutta tre mesi fa da un pazzo scappato da un ospedale psichiatrico. Gettò una boccata di fumo. Ricordare quell'episodio gli provocava una serie di emozioni contrastanti. Rabbia e tristezza. Disperazione e ansia. Sua moglie e sua figlia giacevano sepolte sotto terra. Le bare vicine. Le lapidi ancora fresche. E lui ora dormiva da solo su quel letto troppo grande, in quella casa troppo spaziosa. Pensava in continuazione a come sarebbero andate le cose se quella notte lui non fosse rimasto a lavoro. Se lui fosse rientrato all'ora di cena. Forse avrebbe potuto uccidere quel pazzo degenerato prima di mettere le sue disgustose mani su quelle di sua moglie e di sua figlia. Forse lo avrebbe trucidato, massacrato. Quanto avrebbe voluto farlo. Ma purtroppo, Matthew McConaughey si era suicidato poco dopo aver commesso il duplice omicidio. Si era sgozzato con una mannaia trovata nello scaffale della cucina. Posta vicino al soggiorno. Proprio dove ora il dottor King creava cerchi di fumo con il suo sigaro. Matthew fu un suo paziente. Al direttore del Bedlam spiegò che accusava di schizofrenia paranoidea, che non era di certo un criminale pericoloso. Si era sbagliato. Uno sbaglio che gli era costato molto. Se avesse esaminato più a fondo la mente di quel pervertito, avrebbe trovato il marcio che si annidava tra i recessi del suo inconscio.
Gli avrebbe somministrato più morfina, lo avrebbe incatenato al muro. E la sua bambina starebbe ancora giocando con le sue bambole di porcellana e sua moglie starebbe in cucina a preparare il caffè.
La prima pagina del Times che trattava dell'omicidio avvenuto in casa sua, era ancora posato sulla scrivania. Il dottor King non aveva mai letto così tante fandonie in tutta la sua carriera da medico:

"Matthew McConaughey è stato per circa quindici anni rinchiuso in una cella del Bedlam Royal Hospital. La sera del 24 ottobre è evaso dalla sua cella, strangolando il custode. Poi, si è diretto verso l'abitazione del Dottor King, psichiatra presso lo stesso istituto in cui era detenuto l'assassino. Una volta forzata la finestra, si è introdotto nell'abitazione. La prima vittima è stata la giovane Stasy King. McConaughey l'ha prima strangolata e poi stuprata. Segni di cannibalizzazione sono stati invece ritrovati sul corpo della seconda vittima, Margareth Scott. Gli agenti di polizia hanno riferito che la donna presentava segni di denti umani sulla carotide e in prossimità dell'orecchio destro. La scabrosità di questo crimine ha sconcertato molti medici e psichiatri i quali hanno riferito che nessun malato di mente ha mai manifestato comportamenti così truculenti, malsani e perversi. Padre Jacobs ha così riferito durante un'intervista: <<Matthew McConaughey non era un malato di mente. Non aveva perso il senno o il lume della ragione. Eseguiva gli ordini del Maligno. Altro non era che un marionetta gestita dalle mani malvagie di Lucifero. Se si accetta questa realtà, comprendere le azioni che hanno spinto quell'uomo a commettere una simile atrocità non risulterà affatto complicato. Il suo intento era quello di affliggere dolore. E ci è riuscito. Inutile andare alla ricerca di altri moventi. Il Diavolo non ha bisogno di moventi. O scuse. Agisce e basta. Se mi permettete di esprimere un mio personale giudizio, questo efferato omicidio ha clamorosamente declassato questa nuova scienza chiamata psichiatria. Solo Dio può scrutare dentro il cuore degli uomini. Questi pseudo stregoni, questi... psichiatri, che affermano di poter interpretare i sogni, di saper curare la mente con l'utilizzo di medicinali oppiacei, dovrebbero pregare di più Nostro Signore il Cristo. Chi uccide un altro essere vivente è solo una bestia. E le bestie non si curano. Si abbattono.>>"

Qualcuno suonò il campanello. James sussultò. Si destò dai suoi pensieri. Il sigaro si era consumato quasi del tutto, la cenere stava per cedere alla forza di gravità. Il dottore si piegò verso la scrivania e spense il mozzicone in un posacenere di marmo. Si alzò dal divano e si diresse verso l'entrata. Non aspettava nessuno. Dopo la morte della sua famiglia, non gradiva ricevere visite di alcun genere, nemmeno dai parenti. La solitudine era la sua cura. Avrebbe rielaborato il lutto a modo suo e non come suggerivano i voluminosi compendi di psicoanalisi.
Aprì la porta. E tra tutte le persone che si aspettava di vedere, non avrebbe mai creduto che fuori l'uscio della sua villa ci fosse ad attenderlo il direttore del Bedlam.

<<Buon pomeriggio, James. Spero di non avervi distratto da qualsiasi attività che stavate svolgendo.>>

<<Affatto, dottor Monroe. Prego, accomodatevi.>>

James si scostò per far entrare il suo inaspettato ospite. Era un uomo alto e smilzo. Con un paio di lenti rotonde posate sul suo naso adunco, dal quale si allungavano dei lunghi baffi neri. Nonostante il dottor Thomas Monroe avesse solo trent'anni, era uno degli scienziati più ricchi di Londra. Tanto ricco da potersi permettere abiti costosi e raffinati. Con un orologio d'oro da taschino che sembrava emanasse luce propria. Thomas si fermò a osservare il vasto soggiorno. Del fumo usciva dalle braci di un camino spento. I mobili erano velati da un sottile strato di polvere. Sul pavimento notò anche qualche minuscolo frammento di vetro.
<<In questa casa si avverte molto l'assenza di una donna, non siete d'accordo con me James?>>
Il dottor King fissò i freddi occhi di ghiaccio del suo datore di lavoro. Impenetrabili. Sotto i suoi baffi a ricciolo si allargò un sorriso infido, ironico.
<<L'assenza di una donna non si avverte solo in questa casa, dottor Monroe. Ma anche dentro di me. Prego, sedetevi.>>
Il direttore del Bedlam, si sedette su una poltrona posta dietro la scrivania. Thomas prese posto sul suo divano.

<<È la prima volta che non sostengo una conversazione nel mio studio. Vedervi seduto a gambe incrociate, quasi foste un direttore o un ricco signorotto, mi delizia dottor King.>>
<<Voi siete ospite nella mia casa, Monroe. Questo non è il vostro manicomio.>>
Thomas piegò il capo sullo schienale della poltrona, ridendo.
<< Suvvia, James! Manicomio? È un elegante residence per malati di mente. O preferite che i nostri pazienti vagabondino per le strade del Regno nudi, affamati e con il pericolo che possano aggredire qualche contadino o una prostituta di Whitechaple? Abbiamo già avuto un assassino che ha quasi sterminato tutte le puttane di Londra.>>
<<I vostri metodi terapeutici, dottor Monroe, se mi permettete, sono alquanto scabrosi e degenerati tanto quanto i vostri detenuti.>>
Monroe non proferì parola. Si azzittì. La sua espressione subdola e sorniona divenne irascibile.
Quel patetico ometto osava criticare il suo lavoro. Il suo metodo. James si accorse di aver offeso il direttore, così domandò: << Cosa volete da me, Monroe.>>

<<Che voi torniate a lavoro. Mi servite.>>

<< Non sono indispensabile. Avete un buon numero di infermieri che può occuparsi dei pazienti nel modo più adeguato e... civile.>>

<<Il vostro sarcasmo è così pungente, dottor King. Eppure, ho bisogno di voi. Una donna stamattina si è scaraventata con una certa maleducazione nel mio studio. Afferma che sua figlia è scappata di casa. Afferma anche di essere.... Indovinate un po', dottor King! Muoio dalla voglia di vedere la vostra espressione!>>

<<Cosa, Monroe. Cosa afferma?>>

<<Di essere posseduta.>>

Il viso di James si impallidì.

<< Ho pensato che dopo il vostro ultimo.... ecco, inconveniente, aveste desiderio di esaminare voi stesso quelli che sembrano essere gli stessi sintomi manifestati dal nostro beneamato ex paziente. Il signor Matthew McConaughey. Vi ricordate del signor McConaughey, dottor King?>>

<<Ovviamente.>>

<<Cosa aspettate allora? Venite con me a visitarla, santo cielo! È da tre mesi che non uscite da questa stanza. Avete bisogno di cambiare aria, dottore. Di distrarvi. Siete uno psichiatra, dovreste saperlo, dannazione!>>
James sbatté un pugno sulla scrivania. Poi, furioso, esclamò: << Io sono un uomo che ha perso una moglie e una figlia! A causa di un detenuto rinchiuso nel vostro maledetto ospedale! Come osate chiedermi di ritornare in quel luogo dannato? Ad occuparmi di un paziente che manifesta gli stessi sintomi di quel figlio di puttana che ha messo le sue sudice mani sulla mia famiglia?>>

Il dottor Monroe si tolse gli occhiali dal naso aquilino, per pulirli con un fazzoletto di stoffa estratto dalla tasca del suo panciotto. Non sembrava affatto turbato dall'attacco d'ira di James. Anzi, mostrava tranquillità. D'altronde, udiva schiamazzi, strida e lamenti tutti i giorni. I suoi pazienti erano parecchio fastidiosi. E insopportabili. Se questi non rappresentassero la sua fonte di guadagno, li avrebbe già cacciati via.

<<Dottor King... James. Voi siete il miglior psichiatra di tutta Londra. L'unico a cui posso chiedere una consulenza. Sono venuto da voi perché la madre della ragazza era disperata. Perché ha chiesto, ha.... supplicato il mio aiuto. Solo che non riesco a comprendere di quale malattia ella sia affetta. I sintomi mi appaiono sconosciuti. Parla lingue morte, come l'aramaico e il latino. Eppure il soggetto in questione non ha ricevuto un'istruzione che prevedesse la conoscenza di tali idiomi.>>

<<La ragazza è cattolica?>> intervenne James, spazientito.

<<Si chiama Lily Charter. Quindici anni. E sì, è molto cattolica.>>

<<Perfetto. Avrà sentito il prete recitare qualche passo della Bibbia in latino e in aramaico, memorizzando le parole nel suo inconscio per poi espletarle durante l'attacco isterico.>>

<<E la forza sovrumana? I chiodi e i peli che ha espulso dalla bocca?>>

<< La mania scatena la produzione di adrenalina che a sua volta causa una forza maggiore di quella di cui si dispone. I chiodi erano un antico rimedio usato dalle donne barbare per uccidere il feto indesiderato. È probabile che la signorina Klein nutrisse qualche sospetto sul fatto di essere incinta. Forse avrà un padre violento che non accetta la sua precoce deflorazione.>>

<<E se invece la ragazza fosse posseduta?>>

<<Sciocchezze. Voi siete un medico, Monroe. Dovreste lasciar perdere queste ridicole supposizioni. Nel medioevo sono state bruciate decine e decine di donne malate di isteria e disturbi comportamentali che la Chiesa è il popolo ignorante spacciavano per influssi demoniaci. Non esiste alcun demonio. Esiste la scienza. Ciò che è tangibile.>>

<<Lei crede in Dio, dottor King?>>

<< Io sono un accademico. Seguo il metodo scientifico, osservo la realtà, in maniera empirica e dimostrabile. Dio non è un concetto dimostrabile. È puro astrattismo. Come la magia e la stregoneria. Superstizioni. Credenze pagane. No, dottor Monroe. Dio non fa per me.>>

<<Quindi nemmeno questo caso fa per voi, dottor King.>>

<< Esattamente, dottor Monroe. Avete sprecato il vostro tempo. Se credete a certi ridicoli riti medioevali come gli esorcismi, si rivolga a un prete. Non a me. Se volete guarire la vostra paziente, provate con l'ipnosi. Non ho nient'altro da dirvi. >>

<<La signorina Lily Klain, dopo essersi disarticolata un braccio, strappato un dito a morsi e liberatasi i polsi dalle cinghie di cuoio, si è sollevata dalla branda. Supina. Di quasi un metro. Stava levitando, dottore. Quale spiegazione scientifica mi elargirete, ora?>>

4



James era in piedi davanti le lapidi di sua moglie e di sua figlia. Il vento alzava polvere, terra e foglie secche. Il cimitero era deserto. A quanto pare c'era solo lui. E i morti. Schiere di bare disseminate a vista d'occhio.
Non era stato in grado di rispondere all'ultima domanda posta da Thomas Monroe. Questo perché non esisteva alcuna risposta. Nessun tipo di spiegazione. Ciò che era successo a quella ragazza era inspiegabile. Anormale. Fuori da qualsiasi concezione scientifica. James accettò quella realtà. Non era ancora del tutto convinto che la paziente fosse posseduta da una entità demoniaca. Ma non avendo ulteriori spiegazioni in merito, si convinse che qualcosa di sovrannaturale agisse e controllasse la mente di quella ragazza. La medicina aveva fallito di nuovo. Forse anche Matthew McConaughey era posseduto. L'assassino della sua famiglia. L'uomo che gli aveva devastato la vita. Per sempre. Gli aveva portato via le uniche sue gioie. Che aveva amato e che amava. La sua bambina. Morta senza aver ricevuto il primo bacio. Senza aver scoperto le meraviglie che aveva da offrire il mondo. E Margaret. La sua donna. Il suo unico amore. James si piegò e poggiò una rosa in mezzo alle due lapidi.

"Se esiste davvero qualcosa, se voi siete in un posto migliore, se potete davvero ascoltare le mie parole, sappiate che mi mancate. La vostra voce a prima mattina, i vostri baci, il vostro profumo. Vi amo. Per tutta la vita."

Prima che James voltasse le spalle, un petalo si staccò dalla rosa. Si librò nell'aria, per poi poggiarsi sul suo petto. Restò lì. Attaccata. La forza di gravità avrebbe dovuto agire in maniera istantanea, avrebbe dovuto far cadere quel petalo. La scienza! Era incontrovertibile. Ma James, non ci fece caso. Prese il petalo e lo mise nella tasca del suo soprabito. Poi guardò il cielo. Limpido. Bellissimo. E allora capì. Capì tutto.



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