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lavoro pubblicato giovedì 22 dicembre 2016
ultima lettura lunedì 17 luglio 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

SCHIZOFRENIA

di Matthew91. Letto 176 volte. Dallo scaffale Horror

Cosa spinge una madre ad abbandonare suo figlio, a compromettere la vita di costui? La sindrome di Münchhausen per procura, forse? Perché un uomo uccide un altro uomo? I miei racconti, seppur scabrosi, intendono illustrare e spiegare tali dinamiche.....

Sophie era nella sua stanza da letto, seduta dietro una scrivania. Con una matita stretta in una mano, scribacchiava parole senza senso su un quaderno. Un ciuffo di capelli rossi le pendeva ostinato sul viso. La spalla curva delineava la lunga linea di vertebre della spina dorsale. Nonostante fossero le prime ore del mattino e fuori nevicasse, Sophie non aveva ritenuto indispensabile indossare un pigiama. Era nuda, con le natiche che sporgevano da una fredda sedia di plastica. La punta della mina che grattava sul foglio era il solo rumore che si sentiva. Il traffico delle auto, le voci cristalline e concitate degli studenti che si avviavano verso le rispettive scuole, erano rumori che appartenevano a un ricordo ormai ovattato e remoto. Non godeva più di quei normali e quotidiani privilegi che ogni essere umano avrebbe il diritto di esercitare per non sprofondare negli oscuri recessi della solitudine e della disperazione. Da circa due mesi la sua famiglia le aveva vietato di fumarsi una sigaretta sul balcone, di uscire di casa per una passeggiata, di svegliarsi con i primi raggi del sole che rischiaravano le pareti. La corda che alzava la persiana della finestra era stata tagliata per impedire a Sophie di buttarsi di nuovo sul vialetto ricoperto di ghiaccio. Anche il lampadario era stato smontato, nel caso in cui la donna avesse deciso di impiccarsi. Il suo letto era un materasso logoro steso sul parquet. Non c’erano mobili, quadri , chiodi o qualunque altro oggetto che avesse concesso a Sophie la possibilità di suicidarsi. La matita che impugnava con così tanta forza, l’aveva trafugata dall’astuccio scolastico di sua figlia, all’insaputa del marito. Se Tom se ne fosse accorto, si sarebbe arrabbiato. Dio, come si sarebbe arrabbiato!
Un filo di saliva colò dalla sua bocca, impregnando la pagina su cui stava continuando a trascrivere i suoi pensieri. Anche se, in realtà, erano loro a dettarle quelle frasi folli e privi di logica. Sophie non era altro che una marionetta, una bambola di pezza manovrata da quelle strane creature. E lei doveva assecondare le loro azioni, obbedire con fedeltà e parsimonia ai loro ordini. Altrimenti, le avrebbero fatto male. Tanto male. Il dolore che provava quando veniva punita per le sue continue distrazioni e incompetenze era a dir poco atroce. Il solo ricordo la fece rabbrividire. Storse le sottili labbra screpolate. Respirava con affanno. Il volto era contorto in una smorfia di sofferenza. Un tempo era stata una bella ragazza. Gli uomini l’avevano corteggiata con lettere, mazzi di fiori e inviti a cena. Al college era una delle più brave nuotatrici della sua squadra, e grazie a lei avevano conquistato trofei e medaglie nelle gare provinciali organizzate dal suo paese.
Ma quelli erano giorni che ormai non rammentava nemmeno. Sophie, da ragazza sensuale, snella e avvenente, ora si era ridotta ad essere una donna di trent’anni pelle e ossa, scarna, emaciata e denutrita. Gli psicofarmaci che ingollava da quando i medici le avevano diagnosticato una grave forma di schizofrenia, avevano consumato il suo corpo e alterato la sua percezione della realtà. Per Sophie, era come vivere in una di quelle sfere di vetro che si acquistano nel periodo Natalizio. A volte si dimenticava anche di bere e nutrirsi. E per ovvie ragioni, diamine!
Aveva faccende più importanti da sbrigare. Doveva scrivere. Prima che le voci delle creature diventassero troppo fievoli da poterle udire. Non voleva correre il rischio di essere martorizzata a causa delle loro terribili torture.
Sophie spostò il ciuffo di capelli dietro ad un orecchio.
Il tempo a sua disposizione stava per terminare.
Doveva fare presto.
Loro sarebbero venuti a controllare, a vedere.
Muoveva la mano frenetica, mugolando.
Non ce l’avrebbe fatta….
Troppe, troppe parole!
Troppi pensieri!
Ma non doveva arrendersi, non doveva!
Avrebbe continuato finché le loro voci non avrebbero cessato di riecheggiare nella sua testa.
Udì uno scricchiolio.
Sophie smise di scrivere. Spalancò gli occhi. Neri di paura. Le assi di legno del parquet tremavano.
Mosse il collo di qualche centimetro. Non osò voltarsi. Cercò di capire cosa stesse accadendo attraverso il suo udito. Da quando viveva rinchiusa nelle sua stanza, al buio, i suoi recettori sensoriali si erano affinati.
I peli sulle braccia si rizzarono, come tanti girasoli che si voltano perso la luce del sole.
Erano loro.
Sophie ne era certa.
Erano arrivati.
Per controllare se lei stesse svolgendo il proprio lavoro con dedizione .
Il suo cuore voleva uscire dalla cassa toracica e scappare via. Gli intestini si annodarono. I fluidi gastrici gli bruciarono le pareti interne dello stomaco.
Poi una mano cominciò ad accarezzargli i capelli, con dolcezza.
Sophie alzò lo sguardo verso una delle creature. Una grande maschera bianca da cartone animato ricambiò il suo sguardo, mentre continuava ad accarezzarle la testa. Sophie strinse gli occhi e produsse uno stridio, come una bestia impaurita. Voltò la testa e dall’oscurità della sua stanza vide la seconda creatura avvicinarsi, con la stessa maschera gioviale e sorridente, sproporzionata rispetto all’esile corpo e a quelle gambe sottili che procedevano in avanti.
La creatura che la stava accarezzando le si avvicinò a un orecchio, e con una voce sottile, penetrante come il sibilo di una serpe, sussurrò: <<Finisci.>>
Sophie abbassò il capo e, con gli occhi umidi di pianto, finì di riscrivere la stessa frase che aveva più volte riscritto su quasi tre pagine:

“Sventra tua figlia. Uccidi quella puttana.”



Commenti

pubblicato il giovedì 22 dicembre 2016
Emanuelle, ha scritto: Se oltre a quello pedagogico l'intento era colpire e inquietare, il racconto ha centrato l'obbiettivo. emanuelle
pubblicato il giovedì 22 dicembre 2016
Matthew91, ha scritto: In effetti sì, il mio intento era anche quello di inquietare!
pubblicato il venerdì 23 dicembre 2016
abisciott1, ha scritto: Un racconto "pericoloso". Ma allora gli psicofarmaci non funzionano?
pubblicato il venerdì 23 dicembre 2016
Matthew91, ha scritto: A volte gli psicofarmaci peggiornao la situazione se non sono davvero necessari! Purtroppo i loro effetti inibiscono particolari centri neurologici o li attivano con troppa intensità, e gli effetti potrebbero risolutare a dir poco devastanti. Ahimè!

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