ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 7.820 ewriters e abbiamo pubblicato 69.816 lavori, che sono stati letti 43.225.871 volte e commentati 53.806 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato giovedì 22 dicembre 2016
ultima lettura giovedì 18 maggio 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

INSOMNIA

di Matthew91. Letto 123 volte. Dallo scaffale Horror

Cosa spinge una madre ad abbandonare suo figlio, a compromettere la vita di costui? La sindrome di Münchhausen per procura, forse? Perché un uomo uccide un altro uomo? I miei racconti, seppur scabrosi, intendono illustrare e spiegare tali dinamiche.

" Ti prego Gesù, fa stare meglio la mamma. Falla dormire di più. Lei ha tanto sonno. Solo che non riesce a riposare come me. E questa cosa la fa piangere. Io non voglio che mamma pianga. Cantale una ninna nanna, come fa lei per farmi addormentare. Ti prego Gesù, io ti voglio bene. Ma perdonami se ti dico che ne voglio di più alla mamma. È tanto stanca. Ed è tanto triste. Ti prometto che se la farai stare meglio dirò un' Ave Maria e un Padre Nostro tutti i giorni e tutte le domeniche verrò in chiesa a trovarti. Però tu, per favore, fa felice mamma. Ne ha tanto bisogno. Amen"

Josh era ancora in ginocchio sul pavimento della sua stanza, con le mani congiunte e i gomiti appoggiati sul letto, quando sentì uno strano rumore giù in cucina. Rumori di passi. Passi veloci. E pesanti. Su quei mattoni freddi e così dannatamente lisci sui quali Josh scivolava quasi ogni giorno quando si svegliava tardi per la scuola e correva in fretta e furia verso il tavolo per fare colazione.

TUM! TUM!

Josh si tirò su e si rassettò il pigiama sgualcito. Aveva paura. Forse erano entrati dei ladri? O il mostro cattivo che non faceva dormire sua mamma? Beh, forse era giunto il momento di dare una bella lezione a quel mostro cattivo. Di dargliene di sante ragioni una volta per tutte. Si avvicinò alla porta della stanza. Era chiusa. Sua madre la chiudeva sempre. Vizio di famiglia. Poggiò la pallida manina sulla maniglia.

TUM! TUM!

"Dannato mostro! Se continua a fare tutto questo chiasso finirà per far svegliare la mamma!"

Josh abbassò la maniglia, con cautela. Cercando di non far sfrigolare i meccanismi. Di certo non voleva correre il rischio di far svegliare lui sua madre. Aprì la porta. La scala a chiocciola che conduceva al piano di sotto era immersa nell'oscurità. Nessuna fonte di luce veniva accesa durante la notte. Tutti gli elettrodomestici erano spenti. Anche il frigo. Qualsiasi suono o fascio di luce avrebbe potuto interrompere il fragile sonno di Elisabeth. Ciò significava che avrebbe dovuto ingerire altri ansiolitici e sonniferi per riuscire a riaddormentarsi. Josh allungò un piede in avanti in cerca del primo scalino. Il cuore iniziò a palpitargli nel petto. Lo stomaco si chiuse. Deglutì. Sentì un sapore metallico scorrergli lungo la trachea.

TUM! TUM!

"Ora o mai più"

Josh si fece coraggio. Strinse i pugni. La resa dei conti era arrivata. Avrebbe salvato per sempre sua madre da quel mostro terribile e cattivo. Aveva imparato un sacco di mosse speciali guardando in TV lo show di Wrestling. Era più che certo del successo della sua impresa cavalleresca. Primo un pugno, poi un calcio, strizzata di capezzoli ed infine l'incredibile calcio rotante del suo atleta preferito Lo Spacca Ossa che avrebbe steso una volta per tutte quello stronzo.

"Ed ecco a voi, Ladies and Gentleman, il terribile, il crudele, il più forte, il più temibile... Lo Spaaaaaacca Ossa! "

Josh si precipitò giù per le scale. Due, tre gradini alla volta! Come se stesse correndo verso il ring, con la folla che esultava, che applaudeva, che gridava il suo nome!

" Forza Josh! Forza Josh! Forza Josh! "

All'ultimo gradino, Josh si fermò. Le sue fantasie da undicenne vennero frantumate dalla cruda e tetra realtà che ora doveva affrontare.
Da solo. Al buio.
C'era silenzio. Non si udivano più suoni di passi. L'aria che Josh respirava era pesante. Satura di ansia e paura. A causa del buio, riusciva a distinguere solo i profili e gli spigoli della mobilia della cucina, e dell'orologio rotondo appeso al muro, al quale erano state tolte le batterie per il fastidioso ticchettio della lancetta che scandiva i secondi. Anche il più fievole dei sospiri, la brezza invernale che scuoteva le foglie, il picchiare della pioggia contro le finestre o lo scroscio dello scarico del cesso rappresentavano, per la mamma di Josh, fonti di disturbo acustico.
Il ciclo di sonno di Elisabeth durava pressappoco solo due ore. E ciò accadeva da quasi sette mesi. Non riusciva a stare troppo tempo sdraiata sul letto. Avvertiva una sorta di formicolio ai piedi. Scalciava, si dimenava. Come un neonato che aveva passato troppo tempo all'interno della sua culla e cominciava a fare i capricci per uscirne e sgranchirsi le gambe. Elisabeth restava sveglia fino alla mattina. Gli occhi gonfi, rossi e cerchiati. Cercava in tutti modi di chiudere gli occhi e riposarsi, ma qualcosa dentro di lei glielo impediva. Lei credeva di essere posseduta da un entità malefica che perseguitava la sua famiglia da generazioni. Sua madre era morta otto mesi dopo la manifestazione degli stessi sintomi. Stessa sorte capitò ad Agatha, sua sorella minore. Anche lei non riusciva a trovare ristoro con il sonno e morì in mezzo alla strada, investita da un tir. Elisabeth era consapevole che sarebbe morta da un momento all'altro. Un cadavere. Un cadavere che ancora riusciva a camminare. Seppur con fatica. La mancanza di sonno le offuscava la mente, come la nebbia sulla parabrezza di un' auto. Accusava di vuoti di memoria. Non ricordava cosa aveva fatto cinque minuti dopo aver compiuto una determinata azione. La pancia era gonfia e dolorante perché aveva difficoltà a svuotare vescica e reni. La sua libido, il suo desiderio sessuale si era spento. Annullato. Scomparso nel nulla. Così com'era scomparso quel porco di suo marito. Partito per il Brasile con una prostituta, indifferente di avere una moglie malata, a metà strada tra la sanità mentale e la pazzia.

"Beth, non ti riconosco più. La mia pazienza è al limite. Sei diventata una zombie, Cristo! Non ne vali la pena. Neanche per una scopata ne vali la pena. Dato che non riesci a fare neanche quello. E dannazione! Adesso ti pisci anche sopra, e pretendi che io continui a dormire con te dentro lo stesso letto? Fanculo a te, e a quel ritardato di tuo figlio. Io me ne vado. Sono un avvocato degno di rispetto. E merito di meglio.
Arrivederci. Ritardata."

La sua vita era rinchiusa all'interno di una campana di vetro. La sua percezione della realtà era alterata e confusa. I suoni, i rumori, la stessa voce di suo figlio, le sembravano provenire da lontano, da un altro luogo, sperduto nei profondi recessi della sua mente. Elisabeth voleva solo dormire. Ne aveva bisogno. Non aveva più il controllo del suo corpo. Agiva solo per inerzia. Non cucinava, non puliva più la casa, a volte si scordava perfino di pregare il pranzo a Josh.
A volte, si dimenticava anche di avere un figlio.
E a questo, Josh, si era abituato già da tempo. Faceva finta di nulla. Faceva finta quando sua madre si addormentava mentre mangiava, per poi svegliarsi senza ricordarsi di essersi assopita per pochi secondi. Faceva finta di niente quando la ascoltava parlare con personaggi onirici che vedeva solo lei durante i momenti di sonnambulismo. Faceva finta di avere una mamma identica a tutte le altre mamme. Solo un po' più stanca. E... strana. Molto bizzarra. Josh non dimenticherà mai l'ultimo giorno in cui lui e sua madre uscirono di casa per dirigersi al supermercato. Andarono a piedi, perché di guidare una macchina in uno stato costante di semi-coscienza era abbastanza rischioso.
"Mamma, mi compri i datteri?" aveva chiesto Josh, spalancando al massimo i suoi grandi occhi marroni e sporgendo il labbro inferiore. Era una tecnica infallibile. Lui lo chiamava "il musetto succhia soldi di mamma". Per qualche strana ragione, Elizabeth gli fece un sorriso. Per la prima volta. Un evento che non accadeva forse da sei mesi. E quant'era bella, pensò subito Josh. La mamma di sempre. La mamma com'era una volta. Prima dell'arrivo del mostro.

"Per quanto io cerchi di sforzarmi, non riuscirò mai a dirti di no se continuerai a fare quel muso e quegli occhioni da cucciolo impaurito."

"Neanche quando saremo stanchi e vecchi, mamma?"

L'espressione di Elisabeth si indurì. Quel fragile sorriso si spense in un istante. Come la fiamma di una candela travolta da una violenta corrente ascensionale. Stanchi e vecchi... La madre di Josh si sentiva già stanca e vecchia. E non avrebbe di certo vissuto così tanto a lungo. Il mostro la stava mangiando dall'interno. Quell'orribile creatura infernale che tormentava la sua famiglia senza aver compreso ancora il motivo. Era dentro di lei. Lo sentiva. Lo sentiva mentre si divertiva a raschiare la sua carne. A rosicchiare la sua anima come un sudicio e lercio ratto di fogna. La stava consumando dall'interno.
Josh aveva notato l'improvviso cambio d'umore di sua madre, così ritornò tra i suoi pensieri. Ritornò a ignorarla. Ma avrebbe comunque continuato a starle accanto. A proteggerla. Soprattutto ora che era diventato lui l'uomo di casa. Quello stronzo di suo padre era andato via. Per sempre, a quanto aveva capito dalle urla dei suoi genitori nel giorno in cui decisero di lasciarsi.

"Mamma, sto andando a prendere i datteri" .

Josh aveva lasciato sua madre sola per qualche istante. Giusto il tempo per trovare lo scaffale in cui erano posti i datteri. Ma Elisabeth, in quel momento, si sentiva cadere a pezzi. Aveva l'impressione che, da un momento all'altro, tutto il suo corpo si sarebbe frantumato, distrutto. Le sue palpebre si erano appesantite. Stavano per chiudersi. Finalmente il suo corpo si stava per addormentare. Dopo così tanto tempo. Ed Elisabeth, non stava aspettando altro che questo: dormire.
Dopo parecchi giri di perlustrazione, Josh l'aveva ritrovata in posizione fetale dentro il banco del pesce surgelato. Si era addormentata. Accanto a salmoni, tonni e anguille.
Da quel giorno, la nonna di Josh, nonché la madre del suo ex papà, proibì a entrambi di uscire di casa finché la situazione familiare non fosse migliorata.

"Non vi lascerò morire di fame come ha fatto quel bastardo, codardo e fallito di mio figlio. Se mio marito fosse ancora in vita, gli avrebbe infilato su per il culo quel dottorato di cui ne va così fiero. Ci pensa nonna Annabelle ad occuparsi della spesa, nipote mio. Tu pensa a prenderti cura di mamma".

"Lo faccio sempre, nonna. Tutti i giorni".


2



Ma ora Josh avrebbe tanto voluto non essere solo. Il mostro era vicino. Lo sentiva. Percepiva il fetore rancido del suo sudore. L'olezzo pungente di urina e feci. Il respiro roco. Profondo. Era pronto a balzare fuori dall'oscurità. A mordere. Uccidere. Stava per flettere le gambe. Digrignare i suoi denti affilati. Josh si alzò le maniche del pigiama. Pronto a sferrare il più temibile dei sui pugni.

"Avanti, stupido mostro! Cosa aspetti? ATTACCAMI!"

TUM! TUM!

Passi veloci. Rapidi. Scattanti. E Josh lo vide. Emerse dalle tenebre. Di fronte a lui. Una figura lunga e alta. Magra. I lunghi capelli corvini coprivano il suo viso deturpato. La creatura lanciò un urlo. Uno strillo acuto. Feroce. Corse verso di lui. La veste bianca e trasparente che sfiorava le caviglie ossute. Josh fece qualche passo indietro. Inciampò su un gradino. Di spalle. La creatura allungò le braccia. Stese gli artigli nodosi come i rami di una quercia.

<<VATTENE VIA! AAAAAAARGH!>>

Il mostro si avventò sul gracile corpo di Josh. Strinse le mani intorno al suo collo. Con forza. Josh strabuzzò gli occhi. Annaspò. Diventò paonazzo. Avrebbe voluto gridare, ma non aveva più fiato nei polmoni. Le ciocche unte e grasse del mostro gli solleticavano il viso. Un filo di bava colò dalle sue fauci aperte, allungandosi fin dentro la bocca di Josh. L'alito della creatura era pesante, stantio. Nauseabondo. Josh tentava in tutti i modi di reagire, di sottrarsi alla morsa letale di quell'essere infernale. Possedeva una forza inaudita. Josh si rese conto che il calcio rotante di Spacca Ossa non sarebbe bastato a mettere KO il suo avversario. Non riusciva più a inspirare ossigeno. La vista cominciava ad annebbiarsi. I battiti del cuore rallentarono. Le palpitazioni erano deboli.
Josh stava morendo.

"Non puoi vincere tu. Non ti lascerò solo con la mamma."

E poi la udì. La sua voce. Sottile e fragile come la fresca brezza in una calda giornata di agosto. La voce di sua madre. Così distante da lui...
Josh stava andando via.
Volava! Lontano... Librandosi nel cielo, volteggiando tra le nuvole bianche.
Quanta pace che c'era lassù.
E non aveva alcuna voglia di lasciare quel luogo. Così tranquillo.
In cui avebbe ritrovato la sua agognata serenità.
Magari avrebbe portato con se sua mamma.
E non avrebbero mai smesso di ridere.
Neanche quando sarebbero diventati vecchi e stanchi.

<<JOSH! OH, DIO! JOSH! SANTO CIELO! APRI GLI OCCHI! TI PREGO, JOSH! TI PREGO!>>

Josh spalancò le palpebre. Tossì. Sputò saliva succhi gastrici. E la vide. Sua mamma. In ginocchio. Di fronte a lui. Lo stava scuotendo per le spalle. Nella stessa posizione con cui qualche secondo prima la creatura lo stava soffocando.
<<Mamma! Ce l'hai fatta! Hai ucciso il mostro! Lo hai ucciso! Finalmente se ne è andato via!>> esultò Josh.
Ma Elisabeth non aveva la stessa espressione felice come quella scolpita sul viso di Josh. Elisabeth era sconvolta. Gli occhi gonfi di lacrime e disperazione. E di sonno, ovviamente. Di quasi sette mesi di sonno arretrato.
<<Mamma, perché piangi? Hai sconfitto il mostro! Non starai più male! Adesso starai bene! Domani potremo andare a fare la spesa insieme, e poi...>>
<<STA ZITTO!>>

CIAF!

Elisabeth tirò uno schiaffo sul volto di Josh.
<<Non c'era nessun mostro, Josh! Ero io! Ti stavo per uccidere, hai capito? Tua... tua madre... ti stava... >>
Josh osservò sua madre coprirsi la faccia con le mani e scoppiare a piangere. Non provava compassione. Né pietà. Era solo deluso. Non esisteva nessun mostro. Nessuna creatura con gli artigli affilati e le zanne spaventose. Sua madre avrebbe continuato a stare male. E per di più, aveva anche cercato di ammazzarlo. E c' era andata vicina. Molto vicina.



3



Elisabeth non aveva intenzione di uccidere suo figlio. Lei era sonnambula. Si era alzata dal letto. Aveva cominciato a correre lungo tutta la cucina, sognando di essere inseguita dal demone che perseguitava la sua famiglia. Finché non decise di affrontarlo. Solo che le immagini oniriche si confusero con quelle reali. Aveva scambiato Josh per il demone. Attaccandolo. Stritolando la sua carotide con tutta la forza che le rimaneva nelle braccia. La sua malattia, per quanto terrificante fosse, le aveva concesso un momento di lucidità. Furono le urla strazianti e di Josh a svegliarla. Lo aveva quasi asfissiato con le sue sporche e luride mani. Suo figlio aveva ancora i segni rossi delle sue dita impresse sul collo. Come un macabro tatuaggio. Ed Elisabeth, in quel preciso istante, capì che era giunto il momento di annientare per sempre quel demone che dimorava dentro la sua anima. E per farlo, c'era una sola alternativa. Una sola possibilità.
Elisabeth era sdraiata sul letto matrimoniale che un tempo condivideva con suo marito. Era ferma. Immobile. Dentro la sua vestaglia bianca da notte. Il viso pallido, cereo. Scarno. Tutto il suo corpo si stava consumando. Non aveva più le forme che ogni donna desidererebbe avere. Il seno si era appiattito, i glutei si erano rinsecchiti. Era diventata una foglia marcia. Calpestata più volte da un gruppo di turisti cinesi.
Vicino a lei, raggomitolato su una sedia, Josh se ne stava in silenzio. Aveva una siringa vuota in mano. La stringeva con tenacia. Quasi a volerla spezzare, distruggerla.
<<Josh...tesoro. Fallo, ti prego.>>
<<Mamma possiamo dirlo a nonna. Lei ci può aiutare. Ti possiamo portare dal dottore.>>
<<Sono stata visitata da tantissimi dottori, Josh. E nessuno...nessuno...ha idea di quale malattia mi stia uccidendo.>>
<<E allora andremo da altri tantissimi dottori.>>
<<No, Josh. Non c'è più niente da fare. Io...lo sento. Sto per andarmene via. Josh... ho tanto sonno. Tanto... E io non voglio più rischiare che per causa mia ti possa capitare qualcosa di orribile. Sei mio figlio, Josh... E ti amo.>>
<<Ma tu non volevi uccidermi, mamma. Io so che tu non volevi... >>
<<Josh... >>
Elisabeth allungò un braccio. Lo stese sul lenzuolo. Guardava suo figlio con lo stesso colore degli occhi con cui lui le ricambiava lo sguardo. Una lacrima solcò i loro visi.
Ma Josh si accorse che stava succedendo qualcosa di inaspettato. Sua mamma... sembrava felice. Irradiava luce. Come un angelo.
<<Dopo che farò questa cosa... dormirai di nuovo?>>
<<Si, Josh. Ma sarà un sonno diverso da quello a cui sei abituato. Mamma non si sveglierà più accanto a te. Ma in posto diverso. Pieno di luce. E con vaste distese di fiori di campo. E io resterò lì. Ad aspettarti.>>
<<E quando potremo rivederci di nuovo, mamma?>>
<<Quando anche tu dormirai in modo diverso, Josh.>>
Elisabeth sorrise. E Josh capì che era arrivato il momento di distruggere il mostro che abitava dentro di lei. Si avvicinò al braccio di sua madre. Conficcò la punta dell'ago in una vena.
<<Nonna si prenderà cura di te Josh. Magari meglio di me.>>
<<Quando staremo in quel luogo rideremo per sempre?>>
Elisabeth annuì.
<<Anche quando saremo vecchi e stanchi?>>
<<Vecchi, stanchi e insieme.>>
Josh spinse lo stantuffo pieno di aria nel flusso sanguigno di sua madre.
Non ci volle molto.
Elisabeth chiuse gli occhi. E si addormentò.

4

"Grazie Gesù. Grazie per aver ascoltato le mie preghiere. Come promesso andrò tutti i giorni in chiesa e reciterò un' Ave Maria e un Padre Nostro prima di andare a letto. La mamma ora è felice. E' con te adesso. Puoi dirle di venirmi a trovare qualche volta? Lei sa come fare. 'È la mia mamma. Lo sa per forza. La nonna mi dice di stare tranquillo. Mi vuole bene, sì. Ma la mamma mi manca. Tutti i giorni. Mi sono preso cura di lei. L'ho protetta. E ora farei di tutto per avere un suo bacio. Dille che la amo. Stanchi, vecchi e insieme. Amen".



NOTA DELL'AUTORE: Elisabeth soffriva di una malattia neuro degenerativa nota come Insonnia familiare fatale (IFF). È caratterizzata da insonnia progressiva, alterazioni del ritmo sonno-veglia, ipertensione, tachicardia, tachipnea, andatura atassica, disturbi comportamentali. Quando la malattia è in stadio avanzato, si presentano anche allucinazioni, demenza e paranoia.
La prognosi è sempre sfavorevole. Il decorso dura in media dai 7 ai 18 mesi prima del decesso.

(Wikipedia)



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: