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lavoro pubblicato giovedì 22 dicembre 2016
ultima lettura domenica 10 dicembre 2017

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

INTERVISTA BORDERLINE

di Matthew91. Letto 135 volte. Dallo scaffale Horror

Cosa spinge una madre ad abbandonare suo figlio, a compromettere la vita di costui? La sindrome di Münchhausen per procura, forse? Perché un uomo uccide un altro uomo? I miei racconti, seppur scabrosi, intendono illustrare e spiegare tali dinamiche...

Lunedì 16 Ottobre.
Sto registrando quanto segue per un documentario dedicato ai trattamenti terapeutici negli ex-manicomi, che verrà trasmesso tra otto giorni su History Channel. Mi dirigo verso l'abitazione di Meredith Kenton. Piove. La strada è poco affollata. A parte per qualche carro trainato da muli e contadini ubriachi. Questo posto è il buco del culo dell'Inferno. Sto svoltando per Small Street. L'auto comincia a singhiozzare, porca puttana. Avrei dovuto ascoltare mia moglie e andare a cambiare il pezzo. E chi la sente adesso. Vanessa, amore, se stai ascoltando queste parole, sappi che stavolta, e solo stavolta, hai avuto ragione. Ma la soddisfazione di dirtelo in faccia, non l'avrai mai. Ti amo, tesoro.
Bene! Sono appena arrivato a casa della paziente. Davvero una gran bella MERDA. Una catapecchia, fatiscente e usurata dalle intemperie. Qui piove sempre. Ci sono… maiali? Si, sono maiali. Sparsi per il giardino. E poi galline, cani e… cristo, quanti gatti. Cos'è? Una fattoria questa? Ia, ia, oh!
Parcheggio vicino un badile che sembra pieno di…letame. Ma che schifo, dannazione. Chris, sei un maledetto stronzo e figlio di una buona donna ad avermi spedito in questo posto dimenticato da Dio. Quando diventerò il tuo vice direttore (perché sta certo che quel posto sarà esclusivamente mio) dovrai venire nel mio ufficio tutti i giorni a pulirmi il culo. Razza di uno yankee bastardo.
Scendo dall'auto. Oh… Cristo!
I miei piedi sprofondano nel fango. E le zanzare mi… stanno… divorando! Andate via! Bestiacce.
Chris giuro che ti ammazzo. Tu e quel tuo programma del cazzo. Ma perché non vai a ricoverarti in qualche ospedale psichiatrico? Così unisci l'utile al dilettevole. Spero che ti imbottiscano di farmaci e ti facciano indossare la camicia di forza, degenerato. E deficiente.
Sono davanti alla porta d'ingresso. Suono il campanel… Ma porca puttana! Un ragno! Sta calmo, Jonathan. Resta tranquillo. Non ti incazzare. Sempre se questa vecchia si sbriga ad apri… Oh, ma buon pomeriggio, Signora Kenton!

"Signorina Kenton, prego. Buon pomeriggio, signor... ?"

"Jonathan Archer, molto lieto!"

" Le dispiace se non le stringo la mano, signor Archer? Puzzano di pipì di gatto."

"Ma si figuri, signora! Anzi, apprezzo la sua sincerità! Sono un giornalista del…"

"Si. Di quel programma che parla di matti. Lo vedo tutti i giorni in televisione. Mi vuole intervistare?"

"Sempre se lei lo desidera, signora Kenton."

"Si accomodi. E si pulisca le scarpe. La casa mi piace pulita."

"Li strofinerò con cura, signora. Stia tranquilla."

"Ammiro molto il suo sarcasmo, signor Archer. Si segga pure sulla poltrona. Io mi accontenterò di questa vecchia sedia cigolante."

"La ringrazio, signora. La sua casa è davvero molto… accogliente!"

" Ammiro il sarcasmo, Archer. Non le prese per il culo. La mia casa è ridotta a uno schifo. Sono sola. E vecchia. Non ho più le forze necessarie per piegare la schiena e sgobbare. Lei mi capisce, vero? Mmh. No, non può capire. Certo che non può. Lei è ancora un bel giovanotto. È sposato, vero? Ma non porta la fede. Tradisce sua moglie, per caso?

"Come… come ha fatto a… ?"

"Ha il segno dell'anello sull'anulare. La camicia perfettamente stirata e la faccia… felice."

"Beh, felice! Anch'io non sto passando un bel periodo, signorina Kenton. Sa, le bollette, l'affitto…"

"Stronzate. Lei è felice. Non usi la compassione con me, giornalista. Non funziona. So perfettamente di essere una vecchia decrepita. Infelice della mia vita. Senza più speranze. Senza amore. Pff! L'amore! Nel posto in cui stavo, l'amore non esisteva.'

"Il Bethlem Royal Hospital?"

"Esatto, Archer. Sono stata rinchiusa per diciotto anni in una cella per animali. Un merdoso buco nero. Diciotto anni. Le dà fastidio se fumo?"

"No, no, faccia pure. Come mai è stata internata per così tanto tempo? Soffriva di una malattia molto grave?"

"Malattia? Archer, io non ero malata. Io non avevo la tosse. O la febbre. O la tubercolosi. Non mi sono ferita ad un braccio. Non ho avuto un infarto. Ero sola. Secondo lei la solitudine è una malattia, signor giornalista?"

"Certo che no, signora Kenton. Ma so che il ritiro sociale e l'assenza di interazioni con il prossimo possono causare una serie di turbe psichiche come la…"

"Depressione, sì. O il disturbo schizoide della personalità. O quello evitante? Antisociale, forse? Ciclotimico, Bipolare, Borderline? Cazzate! CAZZATE, ARCHER! Queste sono solo stupide nomenclature mediche. Noi pazzi, noi mentecatti, siamo la feccia della società. Immondizia. Spazzatura. Siamo le fogne nelle quali scaricate la vostra merda. Creature reiette. Rappresentiamo l'ultimo monito etico e morale di ciò che a voi gente normale potrebbe succedere se mai rimarrete schiavi delle vostre pulsioni, dei vostri… vizi. Io un tempo ero una signora bellissima, signor Archer. Con molte passioni. Suonavo il piano. Chopin. Bach. E amavo un uomo. Un uomo alto. E moro. Con spalle grandi con cui proteggermi e mani delicate con cui stringermi. Arthur, si chiamava. Arthur Douglas."

"L'ha tradita con un’altra donna?"

"È morto. O almeno, così dicono i suoi compagni di guerra. Arthur era un militare. Diciotto anni fa partì per il Kosovo. E non è più tornato. Due anni dopo la sua spedizione non ho più ricevuto sue notizie. Non ho più ricevuto le sue lettere. Vuole che glie ne legga qualcuna?"

"Oh, si! Mi farebbe molto piacere, signora Kenton."

"Mi chiami pure Meredith. Kenton mi fa sembrare vecchia. Io la posso chiamare Jonathan?"

"Senza problemi, Meredith"

"Magnifico, Jonathan. Tutti questi formalismi sono inutili. Tu sei dentro casa mia e io ti ho ospitato. Ormai si può dire che siamo quasi amici. E non semplici conoscenti. Ma dove diavolo ho messo… ah! Eccola. Allora. Quel coso che ha in mano sta continuando a registrare?"

"Per il momento si, Meredith. Ho dimenticato di comprare le pile, spero durino fino alla fine della registrazione."

"Allora comincio a leggere. Cara Meredith. Qui la guerra impervia anche dentro i nostri cuori. Nelle nostre carni. Il vento sa di morte. Di cadavere in putrefazione. Di nostalgici pianti di madri che hanno perso i propri figli, di figli che urlano il nome delle proprie madri ormai defunte. Che giacciono sotto cumuli di polvere e rabbia. Qui, dall'altra parte del mondo. Un posto in cui non esiste la compassione. Il rispetto per la vita del prossimo. Il perdono. Ma solo una continua lotta alla sopravvivenza. Qui vige la legge del più forte. Del chi ha più munizioni in canna. Di chi ammazza per primo il nemico di frontiera. I miei compagni di squadra stanno impazzendo. Hanno perduto il senno della ragione. Hanno dimenticato cosa vuol dire appartenere ad una comunità civile, rispettosa dei precetti morali inculcati dai nostri genitori. Sono impazziti. Parlano con esseri inesistenti. Piangono durante la notte. Si mordono la lingua. Mangiano i cadaveri dei loro nemici. Seviziano i prigionieri e approfittano sessualmente dei loro corpi. Sia vivi che morti. Che putrescenti. Mi manca la nostra casa, Meredith. La freschezza delle lenzuola a prima mattina. Il tuo odore di balsamo alla pesca. Le nostre passeggiate lungo il ponte. I nostri discorsi banali. La tua risata cristallina e limpida. Le tue mani che si intrecciano tra le mie dita, colpevoli di aver premuto troppe volte e troppo inutilmente il grilletto di un fucile. Spero di non morire. Per rivederti solo per un attimo, un secondo o un battito di ciglia lungo una vita. Il tuo Arthur. Per sempre."

"Wow… Io, davvero, Meredith, non so cosa replicare o rispondere…"

"Non c'è nulla da replicare, Jonathan. Niente da commentare. C'è solo tanta tristezza dentro di me. Che mi ha fatto finire dentro quel manicomio schifoso. Sai perché, Jonathan? Perché una sera ho chiamato puttana la figlia del sindaco di questo squallido paesello. Il paparino, appena saputo l'accaduto, ha subito richiesto la TSO, l’internamento coatto all'interno di un istituto psichiatrico. Sono entrati in casa mia. Casa mia, signor Jonathan. La mia dimora. Mi hanno presa, contro la mia volontà. Mi hanno stordita con un manganello in testa. E il giorno dopo mi sono risvegliata dentro una stanza spoglia. Senza letto. Né gabinetto. Avevo un bracciolo di ferro intorno alla caviglia, attaccato a una catena fissata al muro. Come una bestia. Una bestia dentro una gabbia."

"Figli di puttana."

"Oh, Jonathan, mio caro! Etichettarli figli di puttana è decisamente troppo approssimativo. Ci trattavano come animali. Se non peggio. Io ero internata nella sezione femminile del manicomio. Al secondo piano. Al primo c'erano i pazienti maschili. Al terzo e al quarto i pazienti criminali maschili e femminili. Ritenuti i più pericolosi. I più selvaggi. Per loro non esisteva alcuna cura. Sarebbero morti lì dentro. Non avrebbero mai più rivisto la luce del sole. Non che io la vedessi tutti i giorni, sia chiaro. La mia cella non aveva finestre. Come ti ho accennato poco fa, caro il mio Jonathan, non era neanche attrezzata di un bagno. Pisciavo per terra. Dove capitava. E defecavo agli angoli della stanza, il più lontano possibile dal punto in cui dormivo. Ma dato che non c'era nessun letto o materasso che mi isolasse dai mattoni di pietra, nel giro di pochi mesi cominciai ad addormentarmi e a risvegliarmi con la puzza rancida delle mie deiezioni sparse tutte intorno. E anche con un gran mal di schiena. A prima mattina (non so di preciso a che ora, nel Bethlem il tempo sembrava che non passasse mai, i giorni sono tutti uguali, cristallizzati), un'infermiera mi veniva a svegliare in malo modo. Non come ti svegliava tua madre, Jonathan. No, ah! Assolutamente no. Mi tirava calci ai fianchi. Mi afferrava per i capelli, tirandomi su la testa. Un paio di schiaffi sul viso - ciaf, ciaf - e poi giù la prima pastiglia di morfina. Me la ficcava in bocca con forza. Infilandoci le dita. Sentivo il sapore metallico della sua fede nuziale. L'effetto del farmaco era devastante. Inibiva i miei centri nervosi. Non avevo neanche la forza di controllare i miei sfinteri. Ero debole. Non riuscivo a compiere le azioni più banali. Come deglutire, ad esempio. Passavo gran parte del mio tempo a sbavarmi. A fissare il vuoto, a bocca aperta. A mugugnare parole insensate. La mia pelle diventava sempre più sporca. Grezza. Maleodorante. La cura dell'igiene personale non rientrava negli standard terapeutici del Bedlam, Jonathan. Qualche volta, una volta a settimana credo, ci portavano in una grande stanza con i mattoni bianchi. Un uomo apriva la valvola di una pompa e ci spruzzava violenti getti di acqua ghiacciata. Non esistevano coperte. Non a caso, i raffreddori erano frequenti. Una sera mi svegliai di colpo per la febbre alta. Ebbi le convulsioni. Stavo per morire, immagino. Il medico che mi venne a visitare disse che la temperatura corporea era molto elevata. Più di quaranta gradi. Poi, all'ora di cena, un infermiere alto quanto il soffitto della cella e grasso come un lottatore di sumo, si divertiva a spegnere i mozziconi di sigaretta sulle mie parti intime. Se protestavo, o opponevo resistenza, mi picchiava. Pugni in faccia, Jonathan. E i pugni di un uomo sul viso di una donna possono provocare danni notevoli. Mi violentò , Jonathan. Molte volte. Dopo mi sputava. Mi pisciava addosso. E dopo ero anche costretta bere il suo piscio. E se spifferavo le sue marachelle, lo sai cosa sarebbe successo, mio caro bel giovanotto? Niente! Nulla sarebbe cambiato. Nessuno avrebbe creduto ad una povera pazza. Tutt'ora nessuno crede alla mia versione dei fatti. Essere pazzi è una condanna, Jonathan. Lo si è per tutta la vita. È come un marchio sulla pelle impresso col fuoco. Uno stigma. Io… la chiamo ingiustizia, Jonathan. Io la chiamo brutalità. Tu lo sai cosa vuol dire essere soli, Jonathan? Cosa vuoi che faccia? Che ti canti O sole mio? Che cominci a ballare? A giocare con i birilli come una mentecatta del villaggio? Tu non sai cosa vuol dire. No, no che non lo sai. Svegliarsi la mattina e non parlare con nessuno se non con sé stessi. Preparare solo una tazza di caffè. Fumarsi una sigaretta vicino alla finestra e osservare il mondo che assume con il passare dei giorni sfumature sempre più grigie, fino a dimenticarsi di vivere. Io sono Meredith Kenton. E mi dispiace che un bel giovanotto come te, dovrà assistere a questa scena orribile. Ma oggi è il giorno in cui rividi per l'ultima volta il mio Arthur. E ho tutte le intenzioni di rivederlo ancora. "

"Meredith cosa… NOOO! MEREDITH! STA FERMA! NON FARLO, MEREDITH. CRISTO! LASCIA QUEL CAZZO DI COLTELLO! MEREDITH, TRANQUILLA! CI SONO IO CON… NO! MEREDITH"

"Ama tua moglie, Jonathan. Anche solo per un attimo, un secondo o un battito di ciglia lungo una vita."

"CAZZO… NO! MEREDITH!"

BATTERIE ESAURITE. AGGIUNGERE NUOVE CARICHE.

ARRIVEDERCI



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