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lavoro pubblicato martedì 20 dicembre 2016
ultima lettura giovedì 23 febbraio 2017

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Sorpassando Tutti gli Altri Dèi

di AquilanteMalabestia. Letto 119 volte. Dallo scaffale Fantasia

Breve racconto di genere urban fantasy e avant-pop. Storia di un'icona rock chiamata Apollo e di come riuscì a divenire immortale e sorpassare tutti gli altri dèi.

So what's the next step?

"Dictatorship," says Bowie. "There will be a political figure in the not too distant future who'll sweep this part of the world like early rock and roll did.

"You probably hope I'm not right. But I am. My predictions are very accurate ... always."
[...]
"You've got to have an extreme right front come up and sweep everything off its feet and tidy everything up. Then you can get a new form of liberalism.
[...]
"So the best thing that can happen is for an extreme right Government to come. It'll do something positive at least to the cause commotion in people and they'll either accept the dictatorship or get rid of it.

- Intervista a David Bowie, 1975. *





Sul profilo della montagna, sagoma nera censurata dalla notte giunta al termine, davanti all'orizzonte azzurro elettrico si staglia il Suo magnifico carro, bianco e lungo come un serpente di marmo. Col Suo carro Egli trasporta il Sole fino all'apice dei cieli, perché Apollo il magnanimo sempre ci fa dono del calore e della luce del Sole. Si apre una porta del Suo candido cocchio e Apollo il Grandioso si libra sopra la valle: i fili d'oro mossi dei Suoi capelli al vento incoronano il volto perfetto, sottile da eterno fanciullo; le labbra come una lieve pennellata si aprono per mostrare i Suoi denti immacolati, quanto le più pregiate tra le perle che adornino il collo di una dea; il Suo collo vigoroso è uno stelo sopra la terra vergine del busto, glabro ma modellato oltre ogni perfezione immaginabile dall'uomo: come mura inespugnabili si espandono i Suoi pettorali, sotto la giacchetta bianca le cui estremità ciondolano sui pantaloni a zampa di elefante, lucidi come la neve che va sciogliendosi tra le rocce; ai piedi ha stivali coi tacchi in pelle tinta del rosa dell'aurora.

Un fulmine viola è tinto sulla faccia, ad abbellire il Suo occhio sinistro. Occhi d'Infinito possiede, Apollo Nostro Signore: pozze nere da cui vociano le anime del Tartaro, al centro di pascoli verdi sempre immobili nella loro attenzione fulminante. Una pupilla ha più larga, il Nostro Caro Leader: un giorno, quel che la biologia definisce Suo padre (la bestia indegna di aver gettato il seme nel mare caldo della donna tra i cui mulinelli amniotici sarebbe cresciuta la cartilagine del corpo apollineo), quel padre marchiò la figura tenera fatta della sua stessa carne, appena approdata alla pubertà, con tutta la forza che la sua mano chiusa a falange potesse esercitare, ma non abbastanza da coprire la paura effeminata che aveva scatenato quel gesto vergognoso. La vergogna e la paura il padre sempre aveva cercato di presentare, ad Apollo, come indegne di albergare nel corpo di un vero uomo; così il tempo era passato - l'infanzia una morsa tra modelli di cruda pietra e il placido silenzio assenso di un seno in cui nascondersi - e sempre il Nostro Eroe aveva taciuto e simulato, ignorando ogni moto dell'animo per compiacere l'ordine della normalità. Ma quel giorno fatale, nessuno avrebbe potuto cogliere la vergogna più di Apollo, costretto da Se stesso a nascondersi dentro la tana del lupo, in preda ad un comune istinto animale, quando il corpo gli parve urlare per rompere le catene piantate al suo parto, lo stomaco contorcersi al richiamo abominevole, le gambe tremare davanti a quella natura impossibile; nessuno più di lui conobbe la paura quando la furia del padre gli gettò negli occhi la verità che era stata spiata e riportata già ovunque, che già era diventata una divisa da detenuto per il carcere del diletto e del giudizio degli altri: tutti sapevano quel che era successo in bagno, durante l'intervallo.

Davanti allo sdegno paterno e all'indifferenza umiliata della madre, chiusa a guscio nel suo pianto, Apollo lo Sventurato abbandonò il nido di pietra e si perse da qualche parte della capitale, tra il fragore delle luci al neon e gli schermi e lo sciamare di auto, turisti, puttane, drogati, ladri e punk dalla faccia corrosa e lo sguardo feroce; si perse naufragando in una dolce pozza di petrolio nauseante, lontano dalla stasi della vita per bene, in un locale nel cui retro avrebbe preso a dormire, lavorando la sera e proprio la sera guardando esibirsi Marsia. Marsia era il canto rauco delle viscere terrestri: ogni suo gesto forsennato, ogni nota della sua Squier rossa scheggiata e rattoppata era un invito a sciogliere la bestia dentro ciascun uomo. Apollo una notte trovò la forza di abbandonarsi alla corrente: fu Marsia ad intendere quello che il Suo sguardo, bloccato tra le mura famigliari e una pulsione a lanciarsi nel vuoto, sottaceva assieme alla voce tentennante. Non esitò a strappare il Febo dalla zavorra del suo timore. Vissero per anni nella stessa dimora che il mito riporta con le mura affrescate di sangue e graffiti e il cesso in comune in fondo al pianerottolo, tra le nebbie brune e fetide del quartiere del porto, in mezzo a demoni tristi divorati dallo stesso loto che smerciavano ad anime naufraghe affamate d'oblio, in mezzo al mercato della carne insaccata tra vesti succinte per meglio mostrare la merce. Nel gelido inverno di una stanza chiazzata, con un grosso futon rigido a molle come letto d'amore, per scaldarsi Apollo accettò il sangue ed il corpo di uno degli spiriti infami che animavano Marsia, sciolto in un cucchiaio annerito e nella carne tenera sparato come un fulmine, dentro le vene e fin dentro il cervello, dentro cui Apollo si sentì come il figlio di Gesù.

Apollo fu presto una sola fiamma con Marsia, ed egli tirò fuori dal Nostro Leader quella fiamma che tutti ora ci scalda e guida verso l'avvenire. Apollo vide i suoni della chitarra come una polpa viva: uscivano dalla grazia innata della Sue mani quasi subito esperte; suoni che crescono alti come le montagne e scendono lievi come la pioggia d'estate, che si diffondono lungo le valli, i campi e il terreno umettato da fiumi e torrenti, che raccolgono ogni creatura nella stessa armonia grandiosa, in ogni parte della terra risvegliata. Queste melodie suona adesso Apollo, appeso immobile nell'aere del mattino, con la stessa Squier rossa in mano, con la stessa nostalgia per quell'unico attimo di amore, di liberazione dalla normalità e del quieto vivere come schiavitù verso gli altri. Ma degli altri neanche in Marsia potè trovare, Apollo, un rappresentante gentile, una mano sinceramente amica. Marsia teneva fede alla pozza di creta e catrame e merda da cui era stato generato: non ci si può aspettare, da una bestia feroce, mutualità di sentimenti che non siano d'odio; la si può solo cercar di ammaestrare. Ma questo, Apollo lo Sventurato, non poteva, non voleva, non sapeva fare. Ma se non guardi negli occhi la bestia, essa infine ti soggioga con la forza delle zampe, del ricatto o dell'abitudine: così Apollo subì ogni umiliazione, senza poter reagire contro se stesso e gli altri, finché una notte Marsia tornò molto più fatto ed ubriaco. E con un gesto molto più brutale ebbe il coraggio di trasformare l'amore di Apollo in abuso e negazione, la preziosità del rapporto in spregevole oppressione, e la persona in cosa.

Immobile in quel talamo vergognoso, Apollo pianse senza riuscire a pensare, senza abitare un corpo ormai non più suo.

Si ritrovò in quel vortice di strade, insegne, volti cancellati tra le luci spastiche e le parole ingoiate dai jingle e dalla musica ossessiva a pezzi. Correva con il risarcimento di quel torto disgustoso: la chitarra di Marsia stretta per il manico, mentre l'odio cresceva folle, saliva dal petto fino ad annebbiare la vista dei fiumi di gente.

Ma tra la gente Apollo avrebbe svettato, solo con la Squier e un piccolo amplificatore. In mezzo alle piazze delle città degli uomini, tra milioni di uomini avrebbe portato portato la Sua divinità, il canto inarrivabile di quelle dita che il ruvido, rovente muro degli altri avevano raschiato. La voce tra gli altri si sparse come un morbo: da ogni piccolo schermo, ogni TV acceso, la seduzione delle Sue note si affacciava e milioni di adepti riuscì ad aggregare.

Accalcati ai piedi del tempio di fuochi, riflettori fumi e raggi laser, stettero presto i giovani della Terra, uniti nell'idolatria sgargiante del Nostro Grande Leader.

E con la scaltrezza e la naturale tendenza a perseguire il giusto, propri solo dei più meritevoli di guidare le genti, gettato sul trono sfatto del suo letto vuoto, al centro del palazzo con tre piscine e parcheggio a due piani per le sole auto d'epoca (dimora che si conviene al più grande degli dèi), nel segreto di quella notte che si perde nel tempo, Apollo accolse il ritorno sfacciato di Marsia.

La bestia per anni era stata acquattata, in mezzo ai puntini informi che Apollo vedeva dal palco, scrutando famelica ai bordi della vita rinata di colui che credeva di aver distrutto, digrignando d'invidia per come invece era tornato pulito, per come aveva saputo sfruttare la grandezza che il Fato gli aveva donato e superato indomito tutto gli altri dèi; mentre Marsia era restato a guadare il fiume delle anime smorte, a passare da un tugurio all'altro, ringhiando e sputando la sua bile da un locale all'altro ma senza impressionare più nessuno. Ora, dopo aver studiato la preda, il predatore cercava di ristabilire la sua gerarchia naturale, nascondendo nella richiesta di perdono, nel pianto disperato e nella preghiera il desiderio meschino e la cattiveria dell'invidia. Ma Apollo seppe leggere ogni intento dietro al lucore di quegli occhi: tra i motivi di cristallo dell'enorme lampadario, una piccola telecamera, puntata in basso, Egli aveva celato. Sotto al cuscino, un grosso coltello sottratto dalle cucine.

Chi tra i seguaci più morbosi ebbe l'ardire di reperire il video, chi ebbe le viscere per raccontarlo dice che Marsia urlava come un povero animale, mentre Apollo gelido staccava la pelle. E le urla quasi coprivano i New Order in sottofondo al suo macabro lavoro multimediale.

In fondo al Tartaro dei Suoi stessi occhi era precipitato Apollo; nell'anfratto nero della follia degli altri venne relegato.

Con gli occhi sperduti lungo il muro bianco dell'ospedale, Apollo restava inerte ad attendere che nulla accadesse, mentre la polvere si accumulava, accesa in caduta dalla luce strozzata dalle grate e annerita dall'oblio una volta a terra e sul Suo corpo. Quel che era stato un corpo surreale, tanto logorato dalla violenza e dai veleni umani - abraso dall'alcol e dagli aghi segnato - quanto poi reso puro dalla luce melodiosa del suo coraggio, delle sue azioni e dei suoi trionfi, un corpo di pura pietà inarrivabile perché umiliato ma risorto, ora invecchiava come il legno di una marionetta gettata in soffitta, lontano perfino dai teneri ricordi d'infanzia di chi l'aveva amata e rispettata. Ma la sua testa, dominata da un fuoco sacro, non si spense mai ed anzi un giorno perso tra i giorni della reclusione Essa volò via dalla cella pallida e dalle inferriate e i muri di contenimento, attraversò i campi come il vento che sparge i semi, sfiorò le rocce e risuonò nelle grotte come il fiato dell'intero Universo in una tromba; passò sul mosaico vibrante dei centri abitati ed in cielo divenne un unico di suono, linguaggio e corpo. Rifattosi carne ordinò alle masse di adunarsi, giurando assoluta dedizione al Suo comando. Il Suo ordine mosse i piedi e le gole e le armi di eserciti interi che sotto la Sua insegna soggiogarono il pianeta. Nessun leader degli umani, nessuna falsa religione, nessuna resistenza fu abbastanza davanti al passo rovente di milioni, miliardi di piedi che marciarono sostenuti da una vera Giustizia che necessitava di rivelarsi ed imporsi ad ogni uomo. Né le pallottole, i carri, le mine e tutte le armi richiamate e puntate feroci contro quella gioventù radiosa poterono nulla: perfino la forza del fungo, accecante vegetale di morte che si stende silenzioso all'orizzonte e getta le sue spore cineree maledette tra le spoglie delle città, perfino essa non bastò a fermare la grande Rivelazione. La Fiamma della Giustizia e della Verità di Apollo brilla per sempre nell'alto dei cieli, mentre ogni mostruosa difformità, ogni Marsia che non accetti la magnanimità del Nostro Leader viene schiacciato e sconfitto prima ancora che possa agire, perché il solo pensiero di tradire il Febo rende l'uomo indegno di identificarsi in Lui. E non può esserci nulla al di fuori del Febo .

Lode ad Apollo che libera il mondo col suono della Sua chitarra.






---- Tra le rovine di un pianeta sterilizzato dalla guerra, su di una stele con una fiamma scolpita in cima, è stato trovato inciso un lungo testo.

Quello che avete appena letto non c'entra nulla: è un testo completamente diverso. ----





* http://thequietus.com/articles/03598-david-bowie-nme-interview-about-adolf-hitler-and-new-nazi-rock-movement.




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