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lavoro pubblicato venerdì 16 dicembre 2016
ultima lettura giovedì 18 aprile 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Infected: Contamination (2)

di SpencerJHarvey. Letto 254 volte. Dallo scaffale Horror

Restò davanti alla porta per parecchi minuti. Caleb aveva insistito tanto per accompagnarla, ma ripetutamente gli aveva negato l'occasione. ...

Restò davanti alla porta per parecchi minuti. Caleb aveva insistito tanto per accompagnarla, ma ripetutamente gli aveva negato l'occasione. Non voleva renderlo partecipe della sua situazione e tantomeno fargli conoscere la famiglia.

Aveva guidato per quindici minuti circa e già si sentiva stanca. La sera non aveva resistito a scolarsi una bottiglia dopo l'altra per la notizia. La voce di sua madre continuava a trapanarle la mente senza interruzione.
La tomba di sua sorella era lì, a Kensington, e dopo l'accaduto i suoi genitori non le avevano permesso di visitarla.

Per quanto li odiasse tutti, decise comunque di tentare per la piccola Lyn, magari portarle delle rose e ricordarla con il suo solito sorriso.

Suonò il citofono due volte e aspettò. Pensò che il cuore stesse per scoppiarle in petto, trasformandosi dopo, in mille scintille che avrebbero arso il resto del corpo. Serrò i pugni e restò ferma sullo zerbino nero.

Aveva provato ad essere il più presentabile possibile per l'occasione, indossato gli abiti migliori e spruzzato il profumo più costoso. Lo fece non per i suoi genitori, ma per se stessa, per non dare altre opportunità alla sua famiglia di calpestarla o maltrattarla ancora.


Sembrò passare un'eternità quando sentì il 'clic' della serratura. Si ritrovò davanti la sagoma della madre consumata dagli anni passati. Le sembrò così diversa dall'ultima volta che la vide, ferma sulla solita poltrona rossa che leggeva il sul romanzo preferito. Ora pareva sul punto di piangere. Spencer provò un po' di rimorso nel vederla ridotta in quello stato. Vestita con una delle mille vestaglie che comprava al mercatino, le rughe iniziavano a farsi strada tra il suo roseo viso.


-Sei venuta- disse con voce spezzata.


Rosie Winchester sembrò scossa quando abbracciò la figlia che, all'istante, si irrigidì. Distaccata, ricambiò la smanceria della madre. In fondo quando suo padre la picchiava era lei a medicarle le ferite, raccontandole storie che inventava sul momento.

Mentre varcò la soglia della porta lo stomaco si strinse in un nodo carico di tensione.

Il ticchettio proveniente dall'orologio appeso al muro scandiva perfettamente il battito del suo cuore. La casa era come la ricordava, cambiava solo il colore delle pareti che, da un giallognolo, erano passato ad un acre rosa. L'odore di zenzero dell'incenso le pizzicava le narici. Suo padre non era in casa e si sentì meglio.


-Vorresti venire al cimitero con me?- esordì la madre rompendo il silenzio.
Si sentì toccata dalla proposta. Oggi era il compleanno di sua sorella, lo dimenticava ogni volta.

Insieme, raggiunsero il cimitero. Spencer Odiava immaginarsi il corpo di Lyn putrefatto e divorato dai vermi, era troppo esile per essere soppressa da tre metri di terra arida. Le portarono dei fiori, rose rosse e tulipani che risaltavano la scritta in oro sulla lapide. Le sfumature delle piante danzavano con quelle calde nel cielo.


Spencer si concesse un paio di minuti per Dedicarle un pensiero, poi raggiunse la madre in macchina. Guidarono in silenzio fino a casa, l'imbarazzo era palpabile e il caldo si era placato, concedendo alle persone un po' di tregua.

Quando rientrarono, Loris Winchester restava seduto sul divano rosso. Appena vide la figlia un lampo d'ira gli folgorò lo sguardo. Gli occhi scuri si posarono sulla sagoma zoppa di Spencer. Si limitò ad arricciare le labbra quando, la primogenita, prese posto nella poltrona di sua moglie. Era un uomo di classe e indossava spesso completi formali per sfoggiare la sua eleganza e sbatterla in faccia a chi non poteva permettersela.
-Ti posso offrire un caffè, Julienne?-
-Non chiamarmi così- rispose secca Spencer.
-Porta rispetto a tua madre- sputò Loris.
-Lo prendo volentieri-

Ammiccò un finto sorriso. Stare da sola insieme a suo padre significava rivivere quei momenti tanto temuti. Loris continuò a fissare la figlia.
-Allora?-
-Ho saputo che non lavori-
Avrebbe voluto prenderlo a pugni e andarsene via, lasciandolo agonizzante in una pozza di sangue. Proprio come faceva lui. "Bastardo" pensò.

-È così...- ammise Spencer, senza farsi scrupoli.
-Ma non importa visto che ti pulisci il culo con i nostri soldi-
Parole cariche di cattiveria che la colpirono in pieno. Strinse i pugni e serrò la mascella.
-Penso sia ora di andare- Fece per alzarsi quando la madre spuntò dalla cucina.
-Mamma, io devo andare- tagliò corto Spencer.
-Rosie perché non vai con lei? Magari finisci per spaccarti la testa anche tu, c'è proprio un posto libero vicino a Lyn...-
-Loris smettila-

Aveva iniziato a piangere.


Spencer non rispose, ma continuò a guardare la fronte del padre corrugarsi e brillare, intrisa dal sudore. Sputava, mentre le parole uscivano fluide dalle sue secche labbra. Poi le puntò il dito contro.
-Cosa hai da dire? Eh, l'hai uccisa. Hai ucciso nostra figlia, alcolizzata- urlò.
-Sono stanca di sentirti dire sempre le stesse cose-


Rosie implorava il marito quasi in ginocchio, lo voleva veramente, rivoleva sua figlia. Ma non l'ascoltava perché ormai l'odio parlava per lui.

A passo veloce, Spencer, si diresse verso il corridoio stretto tappezzato di cornici. Loris le afferrò il polso.
-Lasciami!- cercò di controllarsi.
Sentiva la rabbia montarle in petto come un cavallo imbizzarrito.
-Hai rovinato questa famiglia, hai portato Lyn via da noi!-
-Sai, magari se fosse nata in una famiglia diversa, lontano da genitori di merda come voi e lontano da me....magari sarebbe ancora viva-
E quando uscì fece in modo di sbattere la porta il più forte possibile.

Tutto d'un tratto il silenzio le invase le orecchie. Salì in auto lasciandosi invadere dalla emozioni. Lasciò cadere la testa sul volante mentre le lacrime le bagnavano il viso. Non riuscì a trattenerle. Scorrevano amare, creavano solchi che facilmente avrebbe dimenticato. Guidò via da Kensington. Non sarebbe mai più tornata dalla sua famiglia.
"La prossima volta che mi salta in mente un'idea dle genere, Dio...fulminami"

Caleb l'aveva aspettata a casa per tutto il tempo che era stata via. Appena la vide sapeva che qualcosa era andato storto e non aveva tardato a fare domande. Spencer rispose rimanendo sul vago e questo lo irritò a tal punto da mettere su un finto broncio per tutto il pomeriggio.


La sera aveva invitato Spencer per bere qualcosa al bar.


Quando arrivò, già la stava aspettando al bancone in legno lucido. Aveva chiuso il locala prima, per poter stare da soli
-Ecco la festeggiata!- esordì lui, andandole incontro.


Spencer aveva accettato l'invito solo per il suo amico, odiava quel genere di cose.


-Oggi offro io-
Iniziarono a bere dalla sette, Caleb con moderazione, mentre Spencer non esitò a buttar giù tutto quello che trovava.

Quando il sole calò lasciando solo un velo di oscurità cupo, entrambi riuscivano a malapena a tenere gli occhi aperti.
-Ti ricordi quando quel tizio non voleva pagarmi e mi ha mostrato il sedere?-
Entrambi risero di gusto.
-Oppure quando quella donna con i capelli rossi ti ha tirato un pugno in faccia perché pensava le rubassi il marito?-
-Mi ha fatto male però-
-Ma se l'hai stesa sul pavimento-

Continuarono a scambiarsi storielle e a rivivere i momenti passati.
Quando le lancette dell'orologio sfiorarono le due di mattina, entrambi si diressero fuori, barcollando. Le sfumature calde contrastavano il buio che lentamente svaniva via e le nuvole già schiarivano. Il vicolo era vuoto e illuminato da alti lampioni che, agli occhi di Spencer, sembravano toccare il cielo. Si reggeva al braccio di Caleb a passo pesante. Tra risatine e battute, si trascinavano lungo il vialetto.

Il ragazzo cantava il ritornello di una canzone incomprensibile, dove le parole si incastravano nella sua bocca impastata d'alcol.
Spencer quasi soffocò tra le risate roche che le provocavano fitte allo stomaco.

Erano quasi arrivati alla fine della via quando un uomo si parò davanti a loro, bloccando la via. All'inizio non badarono alla figura incappucciata dello sconosciuto, ma quando questo tirò fuori una pistola Caleb strattonò Spencer. Fece scivolare la mano da sotto il suo braccio, cercando di rimettersi in piedi. L'espressione di Spencer cambiò così come l'attenzione che si era completamente spostata sulla mano ferma dell'uomo che li teneva sotto mira.
-Fermi- disse.

-Datemi tutto quello che avete, non fate i furbi e non cercate di fare gli eroi perché vi sparo-


Spencer, con la mano tremolante, riuscì a sfilare il portafoglio dalla tasca posteriore dei jeans. Caleb provò ad afferrarle il polso, ma perse l'equilibrio e cadde sulle ginocchia. La sua amica sembrava decisa, come se avesse messo da parte la sbornia e fosse tornata sobria con uno schiocco di dita. Aveva la consapevolezza di chi va al fronte a morire e la determinazione del nemico che vuole vincere.
Appena le sue dita sfiorarono quelle dell'uomo un colpo di pistola riecheggiò nell'aria spezzando l'atmosfera. Un dolore lancinante la fece piegare in due, sentì la costola spezzarsi sotto la potenza del proiettile. Cadde a terra e, prima di chiudere gli occhi, vide Caleb accasciarsi su se stesso dopo che un altro colpa di pistola le fracassò i timpani.

Quando si risvegliò era in ospedale. Delle piccole lucine che assomigliavano a pelle fluttuanti illuminavano l'atmosfera. La stanza era piccola e conteneva solo il lettino posto vicino ad un piccolo comodino nel quale vi erano posti dei fiori. L'odore era piacevole anche se ogni volta che respirava una fitta al fianco minacciava di spezzarle il fiato. A stento riuscì a mettersi in piedi. Si strappò la flebo e scalza si incamminò fuori. Era già mattina e il sole non aveva tardato a baciare la piccola cittadella. Spencer decise che non avrebbe passato un secondo di più in quell'ospedale. Non si accorsero neanche di lei e, a passo insicuro, girò in un corridoio.

Quando l'infermiera spostò lo sguardo dal computer a Spencer, cacciò un urlo di rimprovero, mentre la paziente accelerò il passo. Possedeva un'andatura ridicola che ricordava quella di un pulcino appena nato. Sentiva una pressione all'addome ed un dolore che facilmente riusciva a sopportare. Strinse i denti.

In un secondo si ritrovò addosso un uomo tutto sporco. Aveva uno sguardo iniettato di sangue e la pazzia era palpabile. Le sua mani si strinsero sul bavero del camice della ragazza.
-Sta cambiando... Tutto sta cambiando!- urlava strattonando Spencer.
-L'ho visto e non tarderà ad arrivare anche qui-


Lo portarono via mentre altri due dottori rimettevano in piedi Spencer. Ora anche lei era intrisa del sangue di quell'uomo misterioso. L'accompagnarono nella sua stanza.

Restò di nuovo sola mentre il mattino passava veloce portandosi via tutto ciò che sarebbe passato. Poi, tra i dolori e la morfina, finalmente si addormentò ignara che qualcosa stava veramente cambiando.




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