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lavoro pubblicato venerdì 16 dicembre 2016
ultima lettura venerdì 14 aprile 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Love Cursed- Primo Capitolo "L'inizio di tutto"

di ester1991. Letto 111 volte. Dallo scaffale Fantasia

  Mi ricordo ancora tutto della notte di metà novembre in cui nacqui. L'aria era fredda e gelida, troppo perché fosse solo una semplice notte di novembre. Da dentro la pancia di mia madre sentivo il fruscio del vento che muoveva i...

Mi ricordo ancora tutto della notte di metà novembre in cui nacqui.

L'aria era fredda e gelida, troppo perché fosse solo una semplice notte di novembre.

Da dentro la pancia di mia madre sentivo il fruscio del vento che muoveva incostantemente gli alberi, facendo sbattere le controfinestre sui muri delle case accanto alla mia.

Sentivo dentro una strana sensazione, sapevo che stava per accadere qualcosa d'importante: stavo per venire al mondo.

All'improvviso sentii una forza che mi spingeva, muovendomi verso il basso. Due mani forti mi aiutarono a uscire dal mio rifugio, verso l'ignoto. Mi feci coraggio e chiusi gli occhi.

Li riaprii, ancora titubante e spaventata e... vidi ogni cosa!

All'inizio ciò che apparve davanti ai miei occhi fu il volto sfigurato di una donna, un viso travolto da lacrime di gioia, dolore e sudore; aveva i capelli spettinati ed incolti che le ricadevano sulla fronte bagnata.

Era una donna di una bellezza ineguagliabile.

Una chioma leonina bionda e riccia incorniciava un paio di occhi verdi scintillanti, accompagnati da folte ciglia lunghe e nere sotto le quali c'erano due labbra rosse, da cui nasceva un sorriso bianco e smagliante.

"Ciao Emily! Benvenuta a casa" riuscì a dire mia madre, "sei bellissima... ".

Lei fu la prima persona che mi fece sentire bene; la prima che sentii di amare fin da subito, incondizionatamente ed indipendentemente da tutto e da tutti.

Non eravamo da sole, però.

Nella stanza vi era una donna di colore con un grembiule e un vestito che sembrava di altri tempi. Insieme a lei un uomo, in divisa bianca, stava mettendo via gli strumenti dentro a una borsa in pelle nera.

"Miss Anna, potrei vedere la piccola Emily?" chiese la donna in tono dolce, umile e premuroso.

Mia madre, esausta dal lungo e doloroso parto, rispose: "Certo, Amelia", e mi porse alla signora.

"Per cortesia, lavala. Molto delicatamente!" disse poi, mentre mi guardava con occhi sognanti.

"Naturalmente, signora" la rassicurò la governante, portandomi nel bagno accanto alla camera.

Non appena fui pulita, tornai tra le braccia di mia madre che non riusciva a smettere di baciarmi e coccolarmi e di dirmi che ero la cosa più bella del mondo.

Mentre ero in braccio a lei, analizzavo la stanza in ogni minimo dettaglio.

La camera era di un azzurro spugnato e sprizzava da tutte le mattonelle un profumo di antico e di nobile. Era ammobiliata con uno stile ottocentesco che le conferiva un'aria di nobiltà antica ma persistente.

La cosa che catturò di più la mia attenzione fu un dipinto appeso alla parete. Aveva colori tetri e raffigurava una foresta di notte brulicante di vita, ma l'elemento che m'incuriosì di più fu una strana sfera gialla, la fonte di luce del quadro: la luna!

Anche se ero appena nata e non avevo ancora visto nulla di quel mondo, così vasto per una bimba come me, mi colpì enormemente, anche se non era vera; più bella e splendente di mia madre! Un elemento che catturò da subito la mia anima.

All'improvviso, con una foga inattesa, entrò nella camera un uomo di bell'aspetto, con i capelli lunghi e bruni che ricadevano sulle spalle larghe e robuste.

Dalle braccia di mia madre passai a quelle di mio padre, il quale fu sorpreso quando mi vide. La nostra somiglianza era incredibile, eravamo due gocce d'acqua: gli stessi occhi verdi, lo stesso naso e la stessa espressione.

Senza perdere tempo, mi girò per cercare qualcosa sulla mia schiena.

Dopo avermi analizzata accuratamente, parlò con mia madre: "Anna è come temevamo. Nostra figlia ha il marchio della dannazione!" disse allarmato, con il viso in fiamme per la rabbia e paura.

A quelle parole, dette con tono duro e preoccupato, mia madre scoppiò in un fiume di lacrime, senza parlare perché troppo sconvolta e impaurita.

Fui subito portata in uno studio, dove vi era odore d'incenso e di sigari alla menta. In un angolo della stanza, appollaiata sopra una poltrona, una vecchia e silenziosa zingara cominciò, a studiarci.

La donna aveva lunghi capelli bianchi, pelle ruvida e raggrinzita. Indossava un vestito di colore viola acceso e decorato da numerosi campanelli e simboli. Non potevo ancora saperlo: quei simboli appartenevano alla magia nera, qualcosa che non si era persa nel tempo, una magia forte e potente, ma allo stesso tempo molto pericolosa, forse troppo.

Mio padre si rivolse alla vecchia con tono implorante: "Ti prego, cura mia figlia! Emily ha il segno della dannazione eterna. Farò qualsiasi cosa la possa aiutare; sono pronto a sborsare qualsiasi cifra o ad affrontare qualsiasi sfida. Non ci sono problemi, basta che la salvi...".

La donna, a quelle parole, si alzò e mi prese in braccio.

Mi guardò, squadrandomi dagli esili e piccoli piedini alla testolina. Aveva degli occhi grigi e freddi che congelavano chiunque osasse guardarli. Mi rivolse un sorriso a cui non potei che rispondere.

La zingara disse: "Vostra figlia è forte e sono sicura che diventerà una donna intelligente e potente, come ce ne sono poche. Ahimè, sente già il richiamo della sua specie. È già legata spiritualmente con la madre della sua razza: la Luna! Mi dispiace, non possiamo fare nulla. Bisogna solo attendere e sperare. Solo il tempo potrà darci la risposta che cerchiamo..." sospirò infine in tono solenne.

"Dio mio, non c'è un antidoto?" controbatté mio padre, speranzoso.

La zingara sbottò sprezzante: "Ricorda che è colpa tua e della tua famiglia se ora il sangue del tuo sangue si trova in questa situazione! Vi dovreste vergognare! Voi avete portato il diavolo in questa casa, in questa città" disse disgustata.

"Basta con queste sciocchezze!" urlò infuriato un vecchio, entrando nella sala, con un bastone e uno spiccato accento tedesco. Era il padrone di casa. Padre di mio padre, nonché mio nonno: il barone Friedrich Mann.

Alla sua comparsa, la zingara mi consegnò a mio padre e urlò: "TU!" indicando con il dito il barone "Lo sai meglio di tutti. Tu hai stretto il patto!" gli gridò contro la donna.

"Vecchia pazza, come ti permetti di venire in casa mia a urlare stupidaggini su maledizioni e magia nera? Noi non abbiamo a che fare con quella roba, e tu" continuò il barone indicando suo figlio con l'indice, "credi a questa zingara a cui frega solo dei nostri soldi?" concluse riducendo il suo sguardo a due fessure.

"Se sono solo bugie, guarda tu stesso la schiena di tua nipote, quella che porterà avanti la nobile e antica dinastia Mann!" rispose la donna, mostrando a mio nonno le mie minute spalle su cui era presente uno strano segno.

Il barone, alla vista della mia pelle nuda, impallidì tutto e il suo sangue gelò, poi, con voce sostenuta, disse: "È solo una voglia, e ora fuori da casa mia! E NON FARTI PIU' VEDERE!"

Prima di andarsene, la vecchia mi si avvicinò. "Cara mia, tu sei solo una neonata ora, ma so che mi capisci già, io lo so. Ti lascio questo medaglione: è di un materiale magico. Al momento giusto ti servirà, piccola mia. Sei così innocente e già con un tale peso sulle spalle..." sussurrò, dispiaciuta di abbandonarmi in quel mondo in cui ero solo una pedina.

Quella fu la notte in cui nacqui.

Una notte fatta di due domande che rimbombavano nella mia testa. Chi era la mia specie? E cosa c'era sulla mia schiena di così preoccupante?

Domande a cui trovai risposta molto tempo dopo.

***

L'infanzia è stato un periodo della mia vita di cui non ho molti ricordi.

Ero una bimba allegra, vivace che con le sue lunghe treccine e che con la spensieratezza dei suoi quattro o cinque anni viveva gustando ogni piccola scoperta giorno per giorno.

Mi mancava però una cosa di cui ogni bimbo ha bisogno, una cosa che tutti noi dovremmo avere: un amico.

Agli occhi di uno sconosciuto apparivo come una persona che aveva tutto.

In effetti, ero già proprietaria di mezza città. Essere una Mann apriva molte porte.

Mia madre, professoressa importante a Halifax, in Canada, insegnava nel campo finanziario e, inoltre, faceva parte di una delle famiglie più facoltose della comunità.

Mio padre, d'altro canto, era un membro importante del consiglio comunale. Spiccava per la sua genialità nel trovare sempre la strada corretta, e per la sua bontà verso il prossimo.

Tutti pensavano che al momento dell'elezione mio padre si candidasse come sindaco. Con sorpresa di tutti non lo fece. Ricordo di avergli chiesto il perché. Lui mi aveva risposto semplicemente: "Amore, se io dovessi diventare sindaco non avrei più tempo per giocare con te. E poi a zio Alan riesce così bene..." . Sorrideva mentre accarezzava i miei capelli corvini.

Ecco l'unica persona che rendeva migliori le mie giornate: mio padre. Massimiliano II Mann, figlio del tredicesimo barone della casata dei Mann.

Sono grata a mio nonno e a mia nonna per aver dato alla luce il loro meraviglioso figlio.

Purtroppo, io non li ho conosciuti.

Mio nonno morì quando io ero ancora troppo piccola. Ricordo solo un forte profumo di sigaro aromatizzato alla menta e incenso che usciva dal suo studio; un odore che non potrò mai dimenticare e che potrei riconoscerei tra mille fragranze .

Mia nonna, invece, la bellissima Izabela, era morta prima che nascessi. Non sapevo molte cose sul suo conto; era una nobile donna rumena, della città di Sighisoara, municipio situato nella zona della Transilvania.

Vidi solo una volta il suo viso.

Giocando a nascondino con la mia tata, un giorno sono capitata in una stanza della nostra casa in cui non ero mai entrata. Era grandissima e piena di scatoloni, quadri, armadi e lenzuola.

In particolare, mi colpì una vecchia coperta logora che sembrava nascondere qualcosa. La spostai e incrociai due occhi verdi e grandi che mi osservavano.

La bellezza di mia nonna era stata catturata alla perfezione in quel ritratto.

Aveva gli stessi occhi di mio padre, labbra carnose e rosse e i capelli neri corvini le incorniciavano il viso angelico.


Ora capivo da chi mio padre aveva preso la sua bellezza.

Sì, lui aveva un fascino e un'eleganza ineguagliabili.

La cosa che catturava di più l'attenzione però erano gli occhi verdi, caldi e freddi allo stesso tempo.

Vi erano delle volte che brillavano dalla contentezza, dalla spensieratezza e altre volte che erano assenti.

Ricordo che ogni tanto, mentre giocava con me, si rattristava e guardava all'orizzonte, come se stesse aspettando qualcuno o qualcosa. Anche se ero solo una bimba, avevo intuito che la cosa che lo tormentava aveva a che fare con me. Era come se vi fosse un muro invisibile, invalicabile in cui nessuno poteva entrare. Non ho mai avuto il coraggio di chiedergli il motivo della sua tristezza, ma avevo la sensazione che la cosa fosse legata in qualche maniera a me.

Penso che il rapporto tra lui e mia madre si fosse un po' guastato per quel motivo che lo rattristava. Ma ero anche certa che in cuor loro si amassero come la prima volta che si sono guardati.

Il momento della giornata che preferivo era l'ora della buona notte.

Dopo essermi lavata i denti ed essermi messa il pigiama, con fantasie sempre diverse, venivano mamma e papà a rimboccarmi le coperte. Amavo quel momento perché sembravamo una vera famiglia unita, nel bene e nel male.

Una volta al mese chiudevano le tende, nascondendo la mia adorata finestra dalla quale riuscivo a vedere la scuola pubblica. Un'istituzione più colorata e divertente rispetto alla Louise May Alcott dalla quale erano usciti alcuni tra gli uomini e le donne più famosi e brillanti del mondo. Sicuramente, per mia madre, era un ottimo trampolino di lancio e la perfetta preparazione al mondo degli affari per me.

Una sera decisi di disobbedire e scostai le tende.

Solo allora conobbi quella che sarebbe stata la mia migliore amica e la fonte delle mie disgrazie: la Luna.

Appena la vidi, si accese una fiamma che mi ricordò un'emozione che avevo provato molto tempo prima. Ero legata alla luna senza un perché, quel corpo celeste che brillava e illuminava tutto.

Dal primo secondo che la conobbi, quella palla gialla enorme, divenne parte di me incondizionatamente.


Con lei potevo confidarmi, sfogare le mie rabbie, i miei dolori e le mie gioie.

Le giornate trascorrevano tutte uguali. Tutto era sempre monotono.
Andavo a scuola, studiavo, leggevo e mangiavo.

L'unica cosa che mi faceva sentire bene e che rompeva la solita routine era il tempo trascorso con la mia amica e alleata affidabile: la mia luna.

Gli anni passarono molto velocemente, in equilibrio e senza nessun cambiamento. La nostra vita era sempre la stessa, le giornate erano tutte uguali. L'unica persona che amavo e a cui mi sentivo legata rimaneva mio padre.

Purtroppo, con mia madre non avevo quella che si definisce una relazione tra due persone consanguinee, ma solo di due donne che vivevano sotto lo stesso tetto. Anzi, man mano che crescevo cercava di controllare la mia vita in tutto e per tutto, dai i miei abiti ai miei amici, allontanandomi sempre di più.
Però, come tutti sappiamo il destino è dietro all'angolo, pronto a scombussolare la nostra vita. E il nostro era pronto a cambiare.

Una notte senza luna, mentre io e mia madre stavamo litigando per l'ennesima insufficienza in matematica, sentimmo suonare il campanello.

Mia madre andò ad aprire e io accolsi l'occasione per andare in camera mia a rimuginare sulle cose appena discusse, sul fatto che se ci fosse stato mio padre tutto questo non sarebbe successo. Mi buttai nel letto con le cuffie all'orecchio, pensando che alla porta avesse bussato qualcuno per chiedere un prestito o contrattare un ottimo progetto, ma mi sbagliavo.

Ricordo di aver sentito un tonfo e di essermi tolta le cuffie di colpo.

Sentii mia madre urlare: "No... È impossibile, Max! Per favore..."

Non dimenticherò mai la scena che mi si presentò davanti.

Mia madre a terra che piangeva, circondata da un mare di perle cadute dalla collana che ancora tormentava.

Appena incontrai il suo sguardo, capii tutto.

L'abbracciai forte, sentendo un dolore e un pianto straziante che ci uccise entrambe. Per la prima volta sentii di avere qualcosa in comune con quella donna. Fino a quel momento, a parte l'eredità genetica, non avevo nulla da dividere con Anna Potter.

Ma ora tutto era mutato.

Adesso entrambe eravamo sole al mondo, entrambe avevamo perso l'uomo della nostra vita, entrambe eravamo state abbandonate.

Dai poliziotti sapemmo cosa era successo quella notte. Mio padre aveva fatto un incidente a causa della scarsa illuminazione.

Non aveva visto un albero e c'era andato a sbattere addosso.

Era stato sbalzato fuori dalla macchina, facendo un volo di dieci metri.Era morto sul colpo, senza rendersene conto e senza soffrire.

La notizia colpì l'intera cittadina che organizzò una veglia in tutto il paese.

Io e mia madre rimanemmo per tre giorni chiuse in casa, senza parlare e mangiare; come due fantasmi girovagavamo per le camere, quelle stanze così piene di ricordi legati a quell'uomo eccezionale che era stato mio padre.

Il funerale si svolse nella cattedrale della città.

Non prestai attenzione né alla folla di gente che si era accalcata fuori nella piazzola del duomo, né alle corone di fiori o alle parole del sacerdote.

L'unica cosa che guardai fu la bara bianca davanti all'altare, ricoperta da un bouquet di rose rosse.

A differenza degli altri non versai nemmeno una lacrima; le avevo finite la notte in cui se n'era andato.

Quel giorno, tornata a casa, presi un ago da cucito e una candela bianca. Aspettai la notte per essere davanti alla colpevole della morte di mio padre: la Luna.

Feci un patto di sangue, promettendomi di non rivolgere mai più la parola a quell'amica che avevo amato con tutta me stessa e che ora odiavo con tutta l'anima. Perché se ci fosse stata, quella notte, allora ci sarebbe stata anche luce sufficiente per permettere a mio padre di evitare l'albero ed evitare la morte. Max sarebbe stato lì con me a rimboccarmi le coperte come faceva sempre.



Invece, mi ritrovai sola in un mondo diventato freddo e senza amore.
***




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