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lavoro pubblicato mercoledì 14 dicembre 2016
ultima lettura martedì 25 luglio 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Vita e morte di un pallone economico

di VinceRobertson. Letto 168 volte. Dallo scaffale Umoristici

Il vento attacca da più lati e due bambini, impegnati in una partita, non riescono a giocare come si deve. Ogni tiro a canestro risulta difficoltoso e ogni punto sembra ingiusto e immeritato. Tentano ogni angolazione e ogni tipo di gioco ma nien.....

Il vento attacca da più lati e due bambini, impegnati in una partita, non riescono a giocare come si deve. Ogni tiro a canestro risulta difficoltoso e ogni punto sembra ingiusto e immeritato. Tentano ogni angolazione e ogni tipo di gioco ma niente, la palla è troppo leggera per il vento. Alla fine rinunciano alla partita, così cercano uno spiazzo nell’erba per sedersi e riposarsi. Ora siedono su una delle collinette artificiali del parco e, divorando un pacchetto di patatine, parlano delle cose divertenti successe a scuola. La palla, a loro insaputa, inizia a rotolare giù. Immersi come sono nelle loro cose non ci fanno certo caso. Passeranno dei minuti prima che se ne accorgano, ma sarà troppo tardi.

La palla percorre mezzo parco fino a che non viene presa da un ragazzo sui sedici anni, il classico teppista da quattro soldi. “Questa è la prima volta che rubo qualcosa senza volerlo” è quello che pensa. La porta con sé fuori dal parco e inizia a palleggiare per ammazzare il tempo. Prende il cellulare e chiama un suo amico, così almeno possono fare una partita. Corre con la palla fino al parcheggio dietro casa dove lui e i ragazzi del quartiere giocano sempre. Non appena ci mette piede riconosce qualcuno in fondo alla strada e rabbrividisce: è Sifilide, e gli deve un sacco di soldi. Lo chiamano così perché … no, in realtà è stato proprio lui a essersi scelto quel nome, Dio sa perché. Immediatamente il ragazzo col pallone cerca di fare dietrofront ma Sifilide è più sveglio di lui e lo nota. In pochissimi secondi è circondato dalla sua schifosissima gang di cretini patentati. In un’altra situazione avrebbe reagito, ma in questo momento è solo come un cane e non può fare niente.
“Testa di cazzo mi devi dei soldi” dice sputacchiando.
“Sifilide, dai fra, te li riporto domani o-o stasera. Lo sai che mantengo le promesse fra” risponde tremando.
“Mo, bello quel pallone” e lo indica facendogli subito intuire le sue intenzioni. Il ragazzo, immerso nell’adrenalina, scappa improvvisamente lasciando il pallone lì in mezzo alla gang di Sifilide. Il capobranco si china e la raccoglie come se fosse un bottino di guerra. Invita gli altri a seguirlo per andare al parco e giocare decentemente. Palleggiando lungo il marciapiede avverte però qualcosa di strano, così si ferma e tasta la palla. È un po’ sgonfia. Uno come lui non può di certo giocare con una schifosa palla sgonfia, deve liberarsene. Alla sua sinistra c’è una parrocchia e la porta è aperta. Il suo istinto perverso fa il resto.

La tranquilla funzione domenicale viene bruscamente interrotta da un pallone che entra violentemente dalla porta d’ingresso. La palla, dopo aver colpito il padre di una famiglia yiddish in gita, rotola e finisce ai piedi di un ragazzino sui dodici anni che si sforza di pregare. Ovviamente è il primo della sua fila ad accorgersi dell’oggetto.
“Wow – pensa – sembra proprio che Dio non voglia che mi concentri. Ma non ce la faccio proprio, è più forte di me: la messa mi annoia, mi annoia da morire. Non che non creda in Dio e Gesù, anzi, ma proprio non riesco a non rompermi durante la messa. È stranissimo, credo nella Bibbia e mi stanno simpaticissimi sia gli apostoli che tutti i santi. Però cavolo, preferirei dormire o giocare con i miei amici la domenica mattina. E quel prete poi … ma di cosa sta parlando? Dovrebbero aggiornargli il copione e spiegargli che si dice ‘annunciare’ e non ‘annunziare’ da almeno un secolo. Questa storia mi sta proprio uccidendo, ci penso ogni notte e in ogni situazione. L’altro giorno mia sorella e mio padre, entrambi avvocati, stavano parlando del codice civile o qualcosa del genere. Ero così preso dalle mie fisse religiose che li immaginavo incappucciati intorno a un candelabro mentre dicevano cose tipo ‘Gesù prese il pane, lo spezzò e disse: questo atto giuridico non rispetta i termini del contratto’. Forse dovrei confessarmi, ma confessandomi dovrei parlare anche di quella cosa che faccio da qualche giorno col pene e sinceramente non mi va.”
Dopo questo primo approccio con l’esistenzialismo, il ragazzino prende la palla e da buon cristiano la porta fuori dalla parrocchia. Ma non vuole buttarla subito, vuole valutare le varie possibilità di riciclo. All’improvviso gli torna in mente qualcuno, così corre verso la stradina lercia dietro l’edificio dove c’è un povero senzatetto. Non ha però il coraggio di parlare o di giustificare la cosa, così lascia subito la palla e torna in chiesa.

Il barbone, stordito dallo scalpitare del ragazzo, si alza lentamente dal suo materasso di cartone triste. Si guarda intorno per circa dieci minuti, poi vede quella palla. Si alza e la prende in mano, ammirandola delicatamente. Gli ricorda della sua infanzia nelle campagne passata a giocare con gli altri bambini delle baracche. Si commuove parecchio e, mentre pensa, palleggia la palla con un certo ritmo. Dopo altri dieci minuti si blocca di colpo e si ricorda che lui è un barbone e che questo è il mondo reale. Ora crede che quella palla glie l’hanno tirata addosso. Che glie l’hanno tirata addosso con cattiveria, o peggio, con scherno. Esce furioso dal suo rifugio e comincia a vagare per la città. Cerca in tutte quelle facce appiattite dal sole il colpevole di quel gesto schifoso. Lo trova in una ventenne ben vestita che parla con la sua migliore amica. Sembra ricca, felice e strafottente: deve essere lei, per forza. Corre furibondo verso la ragazza, poi si blocca e si limita a tirarle la palla addosso. Dopo essersi accertato di averla colpita, scappa saltellando per tornare al suo rifugio.

“Federica, oddio, stai bene?” chiede la sua amica.
“Tranquilla, ahia cazzo, tranquilla sto bene. È più il senso di questa azione che mi preoccupa …” risponde l’altra cercando di prenderla con ironia.
La ragazza sta per vedersi con un ragazzo che ci sta provando con lei. A lei non piace molto, ma vuole dargli comunque una piccola possibilità. Si sciacqua il volto in una fontana pubblica e va all’appuntamento. L’amica la saluta augurandole di trovare una scusa giusta. Cammina per un po’, poi durante il tragitto si accorge di aver scalciato la palla per tutto quel tempo. Ma ormai è troppo tardi per abbandonarla, così se la porta all’appuntamento (“forse se mi vede con la palla può pensare che sono strana e mi lascia in pace” pensa). Giunge in piazza dopo pochi minuti, ma lui è già lì da tempo e si vede. Si salutano col classico guancia a guancia e iniziano le solite domande di routine per rompere il ghiaccio. Il ragazzo è bruttino e un po’ introverso, ma abbastanza decente per una buona conversazione.
“Ma lo sai che hai proprio la faccia da intellettuale?” gli dice sorridendo educatamente.
“Ehi – dice l’altro con accennato sarcasmo – già sono brutto e miope, non mi servono altri tratti negativi!”
“Non essere duro con te stesso, non sei poi così miope …”.
E la conversazione va avanti su questa falsariga. È quasi ora di pranzo e Federica decide di vuotare il sacco: cerca di evitare banalità del tipo “ti vedo come un amico” o “vorrei uno come te” e gli dice quello che pensa. Il risultato, purtroppo, è lo stesso. Il ragazzo si sente avvilito e distrutto, così dà un calcio al pallone per sfogarsi. La ragazza glielo riporta subito e tenta di consolarlo.

È un metodo abbastanza fallimentare, così il ragazzo la invita ad andarsene. Ora è solo e deluso: vorrebbe vomitare tutta la sua rabbia e tutta la sua inutile attesa. E c’è pure un cazzo di pallone in mezzo ai piedi. Da dove viene? Perché l’ha portato? Perché me l’ha riportato? Mentre si fa queste domande, il suo istinto lo porta a calciare la palla. Si fa il viale meccanicamente, sembra quasi che sia la palla a trascinarlo lungo l’asfalto. I suoi pensieri sono così rabbiosi e confusi da essere totalmente impossibili da trascrivere. Il pallone lo porta fino a casa. Il ragazzo apre il portone e abbandona l’oggetto là di fronte. Nel frattempo il vento si intensifica e la palla comincia a rotolare lungo la strada. Attraversa indisturbato mezzo quartiere e si ferma davanti ad un supermercato.

Una coppia di rapinatori raccoglie le ultime banconote della cassa mentre un terzo uomo, fuori, li invita a sbrigarsi. La polizia arriva sempre presto, dice. I due dentro muovono le mani con rabbia e sudano da ogni angolo della pelle. “Nel giorno del signore le rapine sono molto più rilassanti” diceva il loro ex capo morto d’infarto qualche mese prima. Uno ha finito e corre verso l’uscita. L’altro sta ancora cercando di spiegare alla cassiera che non gli serve lo scontrino. Dopo averla convinta chiude il sacco e va anche lui verso l’uscita. L’auto per la fuga è aperta, il secondo uomo è dentro, il terzo è pronto. Il primo esce. Nella foga del momento non si accorge della palla davanti a lui e, naturalmente, inciampa. Gli cade la pistola e si sloga la caviglia. La rapina è rovinata, lui lo sa e questo lo fa incazzare. Ma gli altri due, dio santo, ridono. Il loro compagno è caduto, l’operazione è stata rallentata e avranno più possibilità di essere presi, ma quelli ridono. In effetti è una situazione parecchio divertente: persino il cadavere nel reparto cosmetici ne sembra rallegrato. Ma il rapinatore si alza e, con fatica, corre ed entra nell’auto per la fuga. Prima di chiudere lo sportello, però, decide di avere un’ultima soddisfazione. Spara contro quella dannata palla.

Il pallone morente viene scaraventato in aria dall’impatto. Grazie al vento, però, viene trasportato ancora per qualche metro. Rotola indeciso per pochissimi tratti di strada e finalmente si ferma. Ora è totalmente sgonfio, non può più rotolare. Prima di diventare una suola, lascia uscire gli ultimi aliti di vita. Nel frattempo, allarmata dagli spari, una piccola folla esce dal negozietto accanto. Tra di loro ci sono due bambini che ormai hanno rinunciato ad un pallone perduto.



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