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lavoro pubblicato martedì 13 dicembre 2016
ultima lettura lunedì 14 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Prototype: Human trials (10)

di SpencerJHarvey. Letto 463 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Fino a che punto siamo disposti a sacrificare qualcun altro, per salvaguardare il bene dell'umanità e il futuro dell'economia che ne verrà? Tra cyborg, ibridi e droni, il futuro non è poi così tanto certo. Una pedina nelle mani del Centro Protezione, r..

CAPITOLO 10

CASTOR

"Gli spinaci sono disgustosi" pensò Castor.

Continuò a guardare quella poltiglia verde maleodorante, fino a quando non entrò Jacob nella sala. Tutti parvero rimangiarsi le parole, lasciando solo un bruto silenzio a governare. Il cadetto non lo degnò di uno sguardo, non ne aveva le forze. La notte non riusciva a dormire. Le occhiaie sotto i suoi occhi si facevano sempre più evidenti e le persone iniziavano a fare domanda, alle quali, non avrebbe mai risposto. Non sapeva per quanto avrebbe resistito, ma sicuramente, non sarebbe andato a chiedere aiuto. Il suo spacciatore era sparito, nessuno lo aveva più visto da quando era scattato l'allarme pochi giorni prima. Castor aveva saltato già due dosi e gli effetti dell'astinenza si intensificavano ogni minuto che passava. Il bad trip della notte scorsa ancora lo tormentava. Continuava a vedere quelle strane figure nere, simili alla morte, lo facevano impazzire. Era arrivato al punto di desiderare che la testa gli esplodesse.

-Mi dispiace rubarvi un po' del vostro tempo ricreativo, ma so che capirete l'esigenza- esordì il sostituto di Krystal. La sua voce non era carismatica, come quella della donna, ma era gracchiante, un suono fastidioso che possedeva una sfumatura sensuale.

Castor continuò a tenere lo sguardo basso, sperando che quegli spinaci si disintegrassero insieme al Centro Protezione. Tutto stava diventando troppo simile, tanto che non distingueva più neanche le cose che già conosceva. Si sentiva come se fosse intrappolato dentro una turbine di vento, che lo trasportava in posti da cui difficilmente sarebbe riuscito ad uscire. Lo sbatteva da una parte all'altra, senza lasciargli il tempo di riprendersi. Così rimaneva stordito, aspettando la raffica successiva. Pensò se, anche Alisea, si sentisse così.

Giocherellò con la forchetta, frugando il quel cibo ormai freddo.

-Come già sapete, in quest'ultimi ultimi giorni, sono accaduti fatti molto sgradevoli , che hanno un po' rivoluzionato le nostre abitudini quotidiane . Questa sera, dopo la cena, ci sarà una riunione di estrema importanza. Tutti i cadetti del C.P. saranno presenti, perciò si svolgerà nell'atrio, che verrà aperto solo per questa occasione. E' obbligatorio per voi, come per tutti noi coordinatori del centro, essere presenti. Chiunque non si presenterà sarà punito severamente, da me in persona se necessario- continuò Jacob.

Quelle parole risuonarono nella mente del giovane, fino a quando non diventarono un eco distante. Tutti si sarebbero presentati perchè tutti, in quella sala, lo temevano. A Castor poco imporatva di essere punito, infatti non aveva alcune intenzione di presentarsi alla riunione. D'altronde, però, era curioso di conoscere il motivo di tanta tensione. Non aveva visto Jacob in faccia, ma le sue parole erano cariche di nervosismo. Non era bravo quanto Krystal nel nascondere le emozioni.

Era come un libro aperto che nessuno aveva voglia di leggere, mentre, con la direttrice, bisognava essere capaci di leggere tra le righe.

Iniziò a formicolargli il collo, così decise di alzarsi per fare due passi. Jacob Hollers era andato via, portando con se anche la quiete di quegli attimi. Il brusio crebbe velocemente, ritornando al suo stato iniziale. Dopo un pò ci si abituava al fracasso di quella immensa sala.

"Che imbecille!" rimuginò Castor, ripensando al nuovo direttore. Lasciò il vassoio sulla panca e si diresse verso l'uscita.

-Castor- si sentì chiamare, ma non si voltò. Sapeva a chi apparteneva quella voce e non voleva affrontarla. Scappare dai problemi, forse, non era una soluzione adeguata, ma non tutti hanno la determinazione di volerli affrontare. Continuò a camminare, fingendo di non aver sentito niente. Il senso di colpa lo colpì in pieno petto, insieme ad un altra sensazione che non sapeva descrivere. Sentì il peso del suo copro schiacciarlo verso il pavimento, come se, ad ogni suo passo, ci sprofondasse dentro. Iniziò a sudare, sotto l'aria che si faceva sempre più amara.

-Castor- continuò a chiamarlo. Camminò più velocemente, spingendo chiunque intralciasse la sua strada. Iniziò a vedere strane ombre muoversi dietro di lui, così corse tra i cadetti.

Quando si sentì afferrare il polso, si voltò di scatto, sferrando uno schiaffo a qualunque cosa lo avesse preso. Sentì la mano bruciare mentre riprendeva fiato. Squadrò il viso di Alisea che iniziava a colorarsi di rosso, nell'esatto punto in cui l'aveva colpita. Quando l'amica si sfiorò la guancia, Castor, sprofondò in un mare di colpevolezza. Si sentì lacerare dentro, come se qualcosa si fosse rotto dentro di lui. Non seppe cosa dire, così lasciò la parola al silenzio, che li allontanò ancora di più. Gli occhi di Alisea mostravano un velo di tristezza ed ira, un misto di emozioni che disorientarono il cadetto più grande. Tutti stavano guardando loro.

Gli allievi del centro si divertivano a sguazzare nei pettegolezzi, perchè erano le uniche cose capaci di distrarli dalla loro patetica vita.

-Castor- sussurrò Alisea, cercando di trattenere le lacrime.

-Io sono tua amica e qui tutti sanno quanto io tenga a te, ma se ti azzardi a colpirmi ancora io...- Non la lasciò finire. La spinse di lato e corse fuori dalla mensa. Non provò nulla, come se Alisea fosse diventata una sconosciuta. Aveva la sensazione di aver dimenticato qualcosa. La sua dipendenza aveva iniziato a strappargli di dosso piccoli frammenti di se stesso, lasciandolo nudo e privo di consapevolezza. Spaesato, continuò a correre fino a quando faticò a respirare. Tutto intorno a lui iniziò a girare. Castor si gettò a terra, portandosi le ginocchia al petto. Le mani tremavano incontrollate, mentre l'aria gli si bloccava in gola. Ebbe paura e pensò di morire.

-Andate via! COSA VOLETE DA ME?- urlava contro il niente. Iniziò a tossire in preda a spasmi irregolari. Le ombre si avvicinavano sempre di più, ma il cadetto non riusciva a muoversi. Il pavimento gli aveva cinto i piedi e non aveva intenzione di lasciarlo andare. Vide le sue stesse mani sciogliersi e colargli lungo le braccia, come se fosse sangue. Iniziò ad urlare, cercando di sovrastare i sussurri degli uomini neri. Non sapeva se ne sarebbe mai uscito, ma qualcosa lo investì in pieno, strappandolo da quella sofferente agonia.

Riprese conoscenza poco dopo, ritrovandosi steso in un lettino dell'infermeria. Non c'erano pareti, ma solo tende a separarlo dalle altre postazioni.

-Lasciatemi andare- sussurrò. Le parole parvero sgretolarsi nella gola, così flebili da non riuscire a liberarsi nell'aria. Le ombre l'avevano catturato. Si alzò di scatto, facendo spaventare l'infermiera. "Devi scappare Castor, oppure loro ti prenderanno" "Uccidila e corri via" "Lei è cattiva, uccidila! Vuole farti del male" Le voci gli dilaniavano la testa, tormentandolo fino al punto di rottura. Avrebbe voluto sbattere la stesa sul muro, più e più volte, fino a quando quei sussurri non fossero scivolati via con il sangue. Sentì l'eccitazione montargli in petto, mentre si scagliò verso la donna.

-Non mi prenderete, NON MI FARETE DEL MALE- urlò. Colpì l'infermiera con un calcio, per farle perdere l'equilibrio. Cadde subito a terra, generando un tonfo che si propagò per tutta la stanza.

"Uccidila! Veloce! Prima che arrivino gli altri"

Cinse le sua mani intorno al collo dell'infermiera. Strinse così forte, da sentire le nocche bruciare. Il respiro della donna si fece più corto. Annaspava in cerca d'aria, provando a respingere il cadetto sopra di lei. La stretta di Castor era troppo forte.

"Uccidila!"

-Lo sto facendo- disse, mentre la vittima si dimenava.

"Uccidila"

-Lo sto facendo- ripeté con un tono più alto. Gli occhi della donna parvero esplodere, eppure erano sempre lì.

"Uccidila! Uccidila! Uccidila!"

-Lo sto facendo. Lo sto facendo. LO STO FACENDO- strillò, sbattendo ripetutamente la testa dell'operatrice. Si sentì il rumore del cranio che veniva spaccato in due, una lugubre sinfonia che infestò tutto il centro. La donna non si mosse più e i suoi occhi color caffè, diventarono una buia voragine. Tutta l'adrenalina che aveva accumulato, si sciolse subito, lasciando alla paura il permesso di entrare.

-Che cosa ho fatto?!- Fu come se fosse vittima della sua testa, di idee non sue. Quella vocina che lo aveva tormentato, si insidiava in lui, manipolandolo.

Aveva ucciso Haily e ne avrebbe pagato le conseguenze.

"Hai fatto ciò che andava fatto"

-Ho fatto ciò che andava fatto- ripeté ad alta voce.

"Non farti prendere, o ti spediranno fuori"

-Non mi prenderanno mai- disse, mentre si infilava in tasca delle forbici.




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