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lavoro pubblicato martedì 13 dicembre 2016
ultima lettura sabato 12 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Prototype: Human trials (9)

di SpencerJHarvey. Letto 444 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Fino a che punto siamo disposti a sacrificare qualcun altro, per salvaguardare il bene dell'umanità e il futuro dell'economia che ne verrà? Tra cyborg, ibridi e droni, il futuro non è poi così tanto certo. Una pedina nelle mani del Centro Protezione, r..

CAPITOLO 9

KRYSTAL

Krystal sentì le ossa del collo scricchiolare non appena cercò di tirarsi su . Si massaggiò le tempie, che parvero scoppiare sotto una pressione sconosciuta. Ogni centimetro del suo corpo le faceva male, eppure si sentiva leggera, come se tutte le preoccupazioni si fossero sciolte sotto litri di sangue. Ci vollero pochi secondi per ricordare, attimi che riportarono alla luce ciò che era successo. Non sapeva quanto tempo, o addirittura giorni, erano passati, ma sapeva di dover tornare al Centro Protezione il più presto possibile. Erano tempi duri, stavano perdendo la guerra.

Krystal si guardò la fasciatura che le copriva la ferita. L'avevano sparata vicino alle costole, proprio sotto il seno. Ogni respiro le dilaniava la carne, come se qualcuno la pugnalasse ripetutamente. Era ancora vivo il suono delle costole che si frantumano, disintegrandosi sotto quella potenza. La direttrice non conosceva il suo aggressore, ma non vedeva l'ora di scoprirlo. Nonostante le difese del centro siano eccellenti, vi erano alcune falle, diversi buchi, che permettevano a topi simili di entrare e farla franca. Il suo aggressore, doveva aver ricevuto un grosso aiuto dall'interno, perciò qualcuno l'aveva tradita, schierandosi con il nemico. Krystal sapeva che, ai traditori, spetta la punizione peggiore.

-Chi ti pugnala alle spalle, non merita il tuo perdono.Non ci vorrà molto prima che ti colpisca ancora- diceva sempre suo padre.

Odiava quell'uomo e nonostante si sforzasse di dimenticarlo, era un'ombra costante che la perseguitava. Non sapeva che fine avesse fatto, per anni sperò fosse morto, perché era quella la fine che meritava.

Il suo passato era come una porta sempre aperta, che lasciava entrare spifferi fin troppo pesanti da sopportare. Non poteva chiuderla, perciò lasciava correre,aspettando che il vento cambiasse direzione. . Una grossa bufera minacciava di spazzare il lavoro di cinque lunghi anni, non avrebbe permesso una cosa del genere.

Il fianco le faceva male.

Trovò conforto nel panorama che la finestra le offriva. Tutta la parete laterale era formata da una lunga vetrata, che le permetteva di vedere la parte alta della città. I grattacieli parvero sfiorare le nuvole e Krystal si domandò se la stessa impotenza che provava in quel momento, fosse la stessa che tormentava i cadetti del C.P. Non aveva risentimenti, ma c'era qualcosa che la faceva sentire colpevole di tutte quelle morti. Cercò di pensare ad altro, perché odiava piangersi addosso. "Quello che ho fatto, l'ho fatto perché ho voluto" Non aveva paura, ma se avessero perso, sarebbe stata la prima ad essere giustiziata.

In televisione veniva trasmesso un programma di cucina e Krystal si ricordò di quei piccoli momenti che tanto le mancavano. Aveva rinunciato alla sua vita, alla sua famiglia per la carriera, e le andava bene così. Anche solo per un secondo, voleva smettere di pensare al lavoro, abbandonandosi alle sue sofferenze. Indossava un camice d'ospedale, che le lasciava scoperte le gambe. Emanava un forte odore di candeggina, di una sostanza sporca nella sua leggerezza. La sua stanza era piccola, ma arredata con mobili raffinati. Al posto delle sedie, c'erano due poltrone rosso fuoco, contrapposte ad un vaso dello stesso colore. Quelle tonalità così forti, si opponevano al delicato bianco delle pareti. Non era acceso, ma sfiorava una sfumatura più opaca, quasi sporca. Il lettino fluttuava sopra una piattaforma mobile.

Quando vide la porta aprirsi, sentì il corpo irrigidirsi.

Ruspus Gollin teneva in mano una rosa e sorrideva. Un sorriso privo di felicità, alimentato dalla compassione che provava in quel momento. Krystal non voleva la sua pietà.

-Direttrice- esordì, posando la rosa nel vaso vicino. Si sedette in una delle due poltrone, lentamente, quasi come se la gravità lo rallentasse. Indossava un trench nero, accompagnato da pantaloni grigi melange. Gli stivali arrivavano fino a metà polpaccio. Ruspus era diventato vicedirettore, del Centro Protezione, ancor prima che Krystal nascesse. Non le aveva mai rivelato la sua età, ma non era difficile indovinarla. Il suo viso era rugoso e paffuto. La fronte sembrava coprire i suoi occhi lesti, mentre la barba spinosa era curata e tagliata a dovere. I capelli grigi erano pettinati all'indietro, statici. Aveva orecchie grosse, sproporzionate al suo viso.

-A cosa devo questo onore?- chiese la direttrice. Aspettò qualche parola, forse un pò troppo a lungo. Vedeva il viso di Gollin, contrarsi in una strana smorfia e sapeva che le stava nascondendo qualcosa. Aveva imparato a conoscerlo, ad associare ogni sua emozione ad un movimento. Lo squadrava mentre era intento a mordicchiarsi un labbro.

-Volevo sapere solo come stavi- mentì. La sua voce era ferma, decisa, ma i suoi occhi tremavano e sussurravano la verità. Krystal la colse subito e la fece sua, con una passione che solo un' amante lontana può sprigionare. Mantenne la calma, mettendosi a sedere. Si massaggiò tranquillamente la spalla, come se avesse tutto il tempo a sua disposizione. Ma non l'aveva, anzi scarseggiava.

-Dimmi la verità, oppure esci da qui-

Lo vide agitarsi sotto quella maschera di sicurezze. Si tolse il trench per perdere tempo, evitando lo sguardo di Krystal.

-Non posso. Ti spiegheranno tutto alla riunione del consiglio, ho promesso di non farne parola con nessuno- disse amareggiato. I suoi occhi finalmente incrociarono quelli della direttrice. La donna si sentì frustrata.

"Adesso mi nascondono anche gli affari interni. Devo partecipare a quella riunione!"

Si alzò dal lettino, staccandosi la flebo. Sentì un rivolo di sangue scorrerle lungo il braccio, bollente parve scioglierle la pelle. Non appena mise piede a terra, sentì un dolore atroce stringerle il fianco. Il respiro si bloccò e dovette tossire per farlo uscire. Finse di star bene, stringendo i denti, emarginando il dolore in una piccola scatola, che avrebbe aperto più tardi. Si sentì bruciare dentro, mentre il rumore dello sparo si faceva di nuovo vivo. Non poteva permettersi il lusso di piangere.

La porta si aprì di nuovo, lasciando, per un attimo, filtrare i brusii che provenivano dal corridoio. Un medico si precipitò nella stanza. Aveva una figura slanciata, elegante. Guardò subito Krystal e sorrise.

-Vedo che si sente meglio signorina Rose- La sua voce era roca, sbiadita, come se l'avesse usata troppe volte. Sembrava un suono consumato dal tempo, che va a disperdersi man mano che si sporge al largo. I suoi capelli erano legati in una coda, che lasciava intravedere una piccola cicatrice sotto la mascella.

-Sto bene, credo di poter essere dimessa-

Il medico lanciò uno sguardo veloce a Ruspus, per poi tornare a guardare la direttrice. Vide di nuovo quel sorriso carico di pietà, quasi come se volesse rassicurarla in qualche modo. Ma Krystal non voleva essere aiutata.

-Direttice Rose, non credo sia ancora sicuro rilasciarla- si intromise il vicedirettore.

-Scusa Gollin, ma questi non sono affari che la riguardano- sputò secca Krystal.

-Temo abbia ragione- continuò la dottoressa.

"Devo andare a quella riunione"

"Devo andare a quella riunione"

-I valori sono ancora molto alti, si è rotta tre costole, non è in grado di affrontare nessuna attività- disse controllando il suo Tab. Era una tavola trasparente, non più grande di due mani affiancate. Aveva due supporti laterali, che ne permettevano la manovrabilità e il controllo, senza rischiare di romperlo. Krystal intravide alcuni dati, ma se c'era una cosa che non sapeva fare, era leggere al contrario. Lasciò perdere la sua cartella, ma avrebbe continuato a discutere.

-Non accetto che mi si dica cosa fare. So i limiti che posso raggiungere e sono convinta che un'oretta fuori dall'ospedale non danneggerebbe, in alcun modo, la mia salute. Abbiamo un sacco di attrezzature e calmanti, credo di poter sopravvivere-.

La dottoressa non disse niente, ma si limitò ad analizzare alcuni dati. Ruspus aveva gettato la spugna, ed era tornato a sedersi sulla poltrona.

-Con tutto il dovuto rispetto, ma spetta a me decidere se è in grado o no, di supportare uno stress simile. Le sue condizioni non sono delle migliori e-

-Con tutto il dovuto rispetto, ma qualsiasi cosa dica non mi impedirà di fare ciò che ho già deciso di fare- la interruppe Krystal. -Sono la direttrice, è mio dovere andare a quella riunione-

-Ed è mio dovere assicurarmi che i miei pazienti restino vivi- rispose decisa la dottoressa. Krystal indietreggiò, reggendosi alla parete. Il dolore stava diventando insopportabile. Fu sorpresa dalla tenacia di quella donna, tanto decisa quanto lo era lei. Avrebbero potuto continuare per ore, oppure trovare una soluzione che andasse bene ad entrambe. "Non ha senso continuare a discutere. Come ne esco?" pensò.

-Senta, veniamoci incontro. Le chiedo solo un'ora, nulla di più. Mi darà qualche farmaco per sopportare il dolore, andrò alla riunione e, quando tornerò, non mi muoverò più dal mio lettino, fino a quando non sarà lei a deciderlo- Lo disse con tutto il fiato che aveva in corpo. Sentiva le costole sbriciolarsi sotto il peso di tutte quelle parole. Strinse i denti, aspettando impaziente.

-Va bene Rose, ti faccio portare i tuoi abiti e il materiale di soccorso. Lei dovrebbe venire con me a firmare alcuni documenti-

-NO!- strillò Krystal, senza rendersene conto.

-Nessuno, tranne voi, deve sapere della mia dimissione temporanea. Chi ha tentato di uccidermi, ci proverà ancora, ed è meglio non rischiare. Inoltre, non voglio nessuna scorta-

Ruspus si limitò ad annuire, mentre la dottoressa usciva dalla stanza. Ci fu subito silenzio, un suono che riuscì a colmare i dubbi di Krystal. In cuor suo, sapeva che Jacob aveva combinato un disastro, ma non era spaventata. "Ho assegnato il ruolo sbagliato, all'idiota sbagliato" Forse avrebbe dovuto riflettete, prendendo in considerazione il suo vicedirettore. Sapeva di averlo offeso facendo ricadere la sua scelta sul giovane pazzo, ma era giusto così.

Quel grande favore, un giorno, sarebbe stato ripagato.

Mentre aspettava i medici, una strana sensazione le strisciò tra le viscere. Si sentì a disagio, come se qualcuno la stesse osservando e lei fosse incapace di rendersene conto. Durò pochi secondi, giusto il tempo di darle la possibilità di voltarsi. Intravide qualcosa volare, ma fu una questione di secondi. Sbatté le palpebre e ci fu solo la città ad attenderla.

-L'hai visto anche tu?-

-Cosa?-

-Mi è parso di vedere un drone- disse avvicinandosi alla parete vetrata.

-Sei sotto l'effetto di potenti sedativi, è normale immaginarsi le cose- la snobbò Gollin. Eppure, qualcosa, l'aveva vista veramente, lo sapeva, ma decise di ignorare il suo istinto. A volte è un piccolo taglio ad uccidere un lupo.

-Krystal-

Si voltò per guardarlo.

-Andrà tutto bene- continuò Ruspus.

-Lo so-

La dottoressa tornò poco dopo, insieme ad un infermiere. Trascinava, con se, un piccolo carrello che conteneva ciò che le sarebbe servito. Si sporse verso Krystal, avvicinandole un termometro high-tech. Posò la superficie fredda sul collo della direttrice, tra l'estremità della mascella e l'orecchio. Era un oggetto strano, simile ad un telecomando, che andava ad affusolarsi verso la punta, mentre la base era tozza e larga per poter contenere il piccolo schermo, che avrebbe indicato la temperatura. Ci vollero due secondi , poi emanò un segnale acustico ancora più breve.

-La febbre è scesa- esordì la dottoressa. "Te l'avevo detto!" pensò tra se e se, cercando di trattenere l'istinto di ripeterlo ad alta voce. Per quanto si sforzasse di non pensarci, continuava a portarsi dietro una strana sensazione. Qualcuno aveva provato ad ucciderla, e ci sarebbe riuscito se non avesse preso male la mira. La morte non la spaventava, aveva vissuto nell'ignoto per tanto tempo, ma temeva una sfumatura più leggera, quella che tutti decidono di ignorare, o che neanche percepiscono. Aveva paura di essere dimenticata, mentre il mondo continuava a girare.

-Signorina Rose, potrebbe sfilarsi il camice fino alla vita?-

-E' una tipa alquanto diretta, dottoressa- scherzò Krystal. L'infermiere trattenne un sorriso, mentre percepì Ruspus ridere alle sue spalle. Si sfilò il camice, restando in reggiseno, mentre il medico prendeva un altro oggetto dal carrellino. La direttrice lo conosceva, spesso lo utilizzavano al Centro Protezione per i cadetti. L'ospedale in cui era ricoverata, riforniva il centro annualmente. Era una cerotto muscolare, fatto di materiale sintetico e molto più grande. Al centro vi era una placca rotonda in materiale plastico resistente, che conferiva rigidità allo strumento, mentre nella zona pieghevole vi erano delle piccole ventose assorbenti. L'infermiere si avvicinò alla direttrice, posizionando il tutore sulle costole rotte. Vide un livido violaceo sotto il suo seno e sentì lo stomaco chiudersi. Era un grosso ematoma, simile ad un'enorme nube che incuteva timore e disperazione. Un vortice di colori che spezzava la monotonia di quella pelle candida. Krystal sentì una leggere pressione e sussultò leggermente. Il dolore si alleviò e riuscì a tenere dritta la schiena. Il tutore le comprimeva le costole, permettendo un flusso sanguigno migliore.

-L'antidolorifico in pastiglia o liquido?- domandò il ragazzo.

-Liquido-

Ingurgitò la sostanza velocemente, temendo avesse un sapore disgustoso. Non seppe di niente, aria su vento.

-Dovresti attaccarti questo chip adesivo sulla parte interna del polso. E' solo un dispositivo di monitoraggio, per farci sapere se stai bene- spiegò la dottoressa. Non era più grande di una caramella, un piccolo quadrato, sul quale era riportato il logo dell'ospedale.

-Se stai bene, non toccare il chip fino a quando non vedrai lampeggiare una lucina verde, in tal caso toccalo sono una volta, per farcelo sapere. Se ti senti male e non hai ancora perso i sensi, tieni premuto per tre secondi. In caso contrario, le pulsazioni avranno un leggero aumento e noi lo sapremo-

-Tutto chiaro?- continuò.

-Assolutamente-

-I tuoi abiti sono sulla poltrona, cambiati e puoi andare-

-Ci vediamo all'uscita- disse il vicedirettore.

Restò sola nella stanza.

Si sfilò completamente il camice da paziente, gettandolo sul pavimento freddo. Indossò un abito diverso dal giorno della sparatoria, a taglio simmetrico semplice, corto, le lasciava scoperte le ginocchia. Era nero, con i bordi dell maniche rosse. Le ricadeva sui fianchi, senza stringere troppo. Ci mise un pò di tempo per sistemarsi. Si muoveva lentamente, cercando di non causarsi dolore da sola. L'antidolorifico le aveva strisciato lungo la gola, bruciava, ma non le dava molto fastidio. Si sentì subito meglio, il dolore era quasi sparito, anche se le lasciava addosso una strana sensazione simile a quella del jet lag. Indossò un paio di scarpe con il tacco e se ne pentì subito. All'inizio era impacciata, lenta, ma dopo un paio di prove si sentì pronta.

Uscì dalla sua stanza e percorse il lungo corridoio che le parve interminabile, prese l'ascensore e raggiunse il pianoterra. Quando le porte si aprirono, ebbe l'impressione che tutti stessero aspettando lei.

Era una vasta hall, con una reception sommersa da pazienti. Chi la guardava per invidia, chi per ammirazione, chi per strane fantasie sessuali, tutti guardavano nella sua direzione. Ruspus Gollin la raggiunse, cingendole il fianco. L'aiutò a camminare fino all'uscita dell'ospedale.

Tutto era esattamente come lo ricordava da piccola. Fuori c'era un immenso prato che si estendeva fino all'inizio della strada principale e il confine veniva delineato da un muro, che circoscriveva l'area. Altre strutture facevano parte della catena del St Gregor Hospital, e giacevano intorno all'edificio principale. L'egemonia del campo veniva spezzata da alcune strade che si diramavano come fiumi all'interno della zona. Lì l'attendeva la sua automobile. Era diversa da quelle che usava di solito, ma quella volta, doveva passare inosservata. Si mise comoda sul sedile posteriore, mentre Gollin forniva le indicazioni all'autista. Dovevano raggiungere la sede del consiglio, non molto lontana dall'ospedale.

Passò tutto il tempo guardando fuori dal finestrino.

-Come si sente?-

-Relativamente bene- rispose.

Qualcosa era andato storto, se lo sentiva nelle viscere. Krystal cercò di non addormentarsi, provando a costruirsi l'eventuale discorso che avrebbe tenuto. "Chissà che diavolo vogliono da me!" Cercava di crearsi mille ipotesi, che si sgretolavano subito dopo.

Quando l'auto si fermò, tirò un sospiro di sollievo. L'ansia pareva diminuire man mano che si avvicinava.

La sede del consiglio si trovava su una piattaforma galleggiante gigantesca, vicino alla costa di Washington. Ci si poteva arrivare anche in elicottero, ma avrebbe dato troppo nell'occhio. Il ponte, che univa la terraferma alla struttura, era percorso da un piccolo ruscello d'acqua, delineato dai due marciapiedi laterali. Entrambi i lati erano costeggiati da una parete vetrata, formata da ecocapsule alte e rettangolari, dove gli addetti del centro lavoravano. Quando raggiunsero la fine del ponte, superarono il secondo blocco sicurezza e varcarono la grande arcata che sanciva l'inizio della sede ufficiale. Attraversarono lo spiazzo principale, che li separava dall'edificio Residenziale, o come lo chiamava Krystal: "Il gigante del mare". Conservava tanti ricordi di quel posto, dolorosi quanto piacevoli. La prima volta che lo visitò fu con la scuola, in una gita scolastica. Era così piccola che rimase a bocca aperta, rapita dalla maestosità di quel grattacielo.

-Qualsiasi cosa sia, cerca di mantenere la calma- disse Ruspus. Entrarono nell'ascensore esterno, collegato all'edificio principale. Le pareti e il pavimento erano in vetro, permettendo ai visitatori di godersi il panorama. "Si vede tutta la città" pensò Krystal. Sembrava di volare sotto un cumulo di stelle troppo chiare, dove tutto era conosciuto, ma prendeva una sfumatura diversa da lassù. Le parve d'essere un organismo a parte, un qualcosa di estraneo, uno spettatore della vita che le scorreva davanti. Quando le porte si aprirono, si diressero verso l'entrata dell'ultimo piano. Le due guardie, che proteggevano la porta, si spostarono lasciando il passaggio libero.

La stanza era buia, illuminata solo dalle immagini proiettate sul muro. Il freddo avvolse la direttrice, spezzandole il fiato. La sala era grande, con un mezzo tavolo circolare posto al centro. Tutti i membri del consiglio avevano già preso posto. Ognuno di loro aveva un piccolo microfono da conferenza, collocato davanti alla postazione assegnata.

-Direttrice Krystal, prenda posto e si unisca al dibattito. Anche lei Ruspus- esordì il presidente del consiglio. Era un uomo dall'aspetto elegante, composto. Si muoveva sicuro, come se fosse invincibile, o almeno volesse farlo credere. L'età gli aveva strappato via quasi tutti i capelli, marcando il tempo che aveva trascorso lì dentro. Aveva labbra sottili, raggrinzite, di un colore acceso, che contrastava il bianco dei capelli. Era l'unico, nella stanza, ad essere in piedi. Posava i gomiti su un podio in leggio nero, mentre il suo viso veniva coperto, in parte, da due altoparlanti. Krystal si sedette vicino al secondo vicepresidente Douglas Prim. La salutò facendole un sorriso, ma non disse una parola.

-Vorrei tanto sapere il motivo della mia presenza qui-

-Stavamo discutendo sulla possibilità di allearci con la Russia. La Germania ormai controlla quasi tutti gli stati Europei, ma molti hanno deciso di tirarsi indietro. Abbiamo convinto l'Australia e alcuni stati medio orientali. Perciò sarebbe un'ottima opportunità per l'America rimasta se...-

-America rimasta?- lo interruppe Krystal. Quelle parole non avevano senso, c'era una sola e unica America al mondo.

-L'America si è spaccata in due grandi metà. Abbiamo perso tutti gli stati a sud, dalla California all'Alaska. Il Canada ci ha sbarrato i confini. Siamo praticamente isolati- rispose il consigliere della giustizia affari interi. La direttrice si sentì crollare il mondo addosso. Tutto ciò a cui aveva lavorato era stato divorato dal niente, diventando parte di esso. C'era solo vuoto sotto i suoi piedi e non poteva fare niente per impedire di caderci.

Sentì la rabbia montarle in petto.

Rappresentava il reparto sicurezza strategico-militare, quella guerra era nelle sue mani. I consiglieri e ufficiali della giustizia, degli affari interni, erano solo delle marionette sfortunate, capitate in mani di un presidente che non sapeva svolgere neanche il suo lavoro.

-E...- si bloccò il primo vicepresidente, lanciandole un'occhiataccia.

-La Germania ha preso il Messico e il Venezuela-

Krystal provò a mantenere la calma, ma quella era la goccia che aveva fatto traboccare un vaso fin troppo pieno. Si alzò in piedi, serrando la mascella.

-Mi assento per uno, due giorni soltanto, e suo figlio manda a puttane anni del mio lavoro, mettendo in pericolo l'intera popolazione Americana- sputò secca Krystal.

-La colpa sarebbe di mio figlio?- rispose il presidente.

-Sì, presidente! L'America si è spaccata IN DUE . ABBIAMO PERSO IL VENEZUELA E IL MESSICO! SE LA GERMANIA DOVESSE SCOPRIRE IL CENTRO PROTEZIONE, DI NOI NON RIMARREBBE PIU' NIENTE- urlò Krystal.

-Ho sacrificato anni della mia vita, per preparare quei ragazzi. Non perderò tutto a causa di suo figlio- continuò.

Il silenzio colmò la preoccupazione della direttrice. Le costole avevano iniziato a farle male. Sentì le mani tremare sotto tutta quella pressione e non desiderò altro, che uscire da lì. L'aria aveva iniziato a soffocarla.

-Presidente, Krystal ha ragione- si intromise Ruspus.

-Dobbiamo fare qualcosa- continuò il consigliere degli affari interni.

Il Presidente Oliver Hollars la guardò. I suoi occhi erano carichi di sfida, d'ira. Aveva osato offendere suo figlio pubblicamente e per questo l'avrebbe pagata cara.

Aveva il sostegno di tutto il consiglio, non le bastava altro.

-Direttrice Rose, ci illustri il suo piano- disse calmo.

Krystal si sentì sollevata. Squadrò le sue mani in cerca di una risposta, e vide una piccola luce verde lampeggiare. Premette il chip una sola volta.

La giovane donna era decisa a mettere fine alla guerra, non sapeva come, ma ci sarebbe riuscita.

Non avrebbe deciso le regole del gioco, ma sarebbe stata lei a muovere le pedine.

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SPAZIO AUTRICE

Ecco qui un nuovo capitolo tutto per voi, mi raccomando fatemi sapere cosa ne pensate. Per adesso,avete un personaggio preferito?




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