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lavoro pubblicato martedì 6 dicembre 2016
ultima lettura giovedì 17 ottobre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

L'occupante

di GiacomoCavaliere. Letto 448 volte. Dallo scaffale Pulp

Va tutto al cesso. Il primo pensiero di ogni risveglio. I suoi tre locali erano uno sfacelo di muffa, fumo stantio e cadaveri di bibite. Jan aveva sempre avuto la caratteristica di muoversi al contrario, di sbieco e per traverso in ogni situazione, qua...

Va tutto al cesso. Il primo pensiero di ogni risveglio. I suoi tre locali erano uno sfacelo di muffa, fumo stantio e cadaveri di bibite. Jan aveva sempre avuto la caratteristica di muoversi al contrario, di sbieco e per traverso in ogni situazione, quasi sempre senza una criterio preciso. Anche quel giorno, un insignificante martedì mattina, dedicò i primi cinque minuti di lucidità alla contemplazione del casino, pensando che bisognava essere bravi per mantenerne uno del genere. In effetti, sapeva che quella casa non avrebbe più avuto ospiti a cui riservare di riguardi. Nessuna donna in vista e quella con cui aveva trascorso gli ultimi tre anni aveva imboccato l’uscita di sicurezza con una scusa traballante, per poi sparire nell’indifferenza. Aveva chiamato più di una volta in quelle tre settimane, ma Jan aveva sempre lasciato cadere le conversazioni prima del minuto, recitando la parte del ribelle senza causa che non sapeva darsi ai piagnistei. Aveva molto da dire e nessun coraggio di dirlo, un sacco di sogni nel cassetto che aspettavano solo di concretizzarsi e nessuna voglia di muoversi da casa. La sua unica reazione, oltre al trasformare la casa in una discarica abusiva, era stata chiedere l’aspettativa al lavoro, inimicandosi anche quel pezzo di mondo. Lo squillo del telefono lo fece trasalire; non aveva mai squillato di mattina, tantomeno poteva farlo adesso che si era condannato al confino. Attese, forse pensando che il seccatore avesse sbagliato bersaglio. Forse un falso contatto che aveva condizionato il magnete dell’apparecchio. Rispose: - Pronto? – Jan… Come stai?

- Melissa!? – la domanda era fuori luogo.

- Beh, ti sei dimenticato? Mi hanno detto che non esci di casa, va tutto bene?

- Sì, non c’è male. Con chi hai parlato? – Va tutto al cesso, pensava.

- Con Daniel, ma potevo anche immaginarlo. Posso venire a trovarti?

Tergiversò. Le condizioni dell’immobile non lo aiutavano. – Beh, non ci siamo mai lasciati ufficialmente. Per quel che ne so, questa è ancora casa tua. Ti aspetto per cena?

- Verrei adesso a bere un caffè, se non ti spiace. Dovrei accompagnare Carla a comprare un regalo per sua madre, verso le due. – il tono non era dei più gentili, le lusinghe forzate l’aveva sempre indispettita.

- Quale negozio è aperto alle due?

- Scusa?

- No, lascia perdere. Va bene, baby. Ti aspetto.

- Va bene. – non la lasciò finire e riattaccò.

Non perse tempo e fronteggiò il problema. L’appartamento non poteva accogliere la rinomata altezzosità della sua compagna. Il livello di sudiciume di quelle stanza avrebbe potuto rappresentare, per la sua vita sentimentale, quello che la pubblicizzazione dell’omosessualità avrebbe causato ad Edgar Hoover. L’immobile era lo specchio del suo locatario: mal arredato, insipido, vergognosamente tenuto, senza nessun colore o sentimento. Jan, di sentimenti, era convinto di averne da buttare, come tutti. Stava pensando che avrebbe potuto ammassare scorie pestilenziali, stracci e tappeti nel ripostiglio, cospargere tutto di candeggina e aspettare tempi migliori per pulire sul serio. Prese un sacco nero e cominciò a riempirlo indiscriminatamente con qualunque cosa gli capitasse a tiro, compresi piatti e posate. Per qualche strana ragione si sentiva spiato da un paio di occhi, si voltava di continuo pensando di avere qualcuno alle spalle, sforzandosi di non prestare l’orecchio all’ansia. Quasi gli venne un infarto quando capì la vera ragione. Una blatta, grossa cinque o sei centimetri, appollaiata comoda sul bracciolo zozzo del divano. Prese una rivista di pseudoscienza e la fece precipitare a terra. Spostò il divano per stanarla, ma scattò all’indietro, urtando il mobiletto su cui poggiava l’ultima televisione a tubo catodico ancora esistente sul pianeta. Ne aveva viste cinque, forse sei, ma di quelle schifezze dove ce n’erano tre potevano essercene un milione. Corse verso il bagno, spostò la tendina e prese due fusti di detersivo e uno spray tossico contro gli insetti. Si annodò una camicia attorno a naso e bocca e vuotò tutta la bomboletta sotto il divano; lo spostò con forza verso la poltrona, portando alla una colonia di scarafaggi che banchettavano su due anni di sporcizia coniugale. Vuoto anche un fusto di candeggina, provocando al nemico un danno maggiore. Fece calare la camicia aperta sul campo di battaglia, a mo’ di lenzuolo, per poi calpestare gli avversari e farne una poltiglia. Portò degli asciugamani e degli stracci. Le bestie, spappolandosi, avevano prodotto uno strato di liquame disgustoso che si legava allo sporco cristallizzato sulle piastrelle. Ci mise mezzora a lavare tutto, dopodiché riempì un altro sacco con gli stracci. Finì il contenuto di gran parte delle lattina, sgomberò il tavolino, passò lo straccio umido sulle mensole e sulla televisione, rimosse lo sporco dal piano su cui poggiava il giradischi. Tentò persino di lavare alcune stoviglie, ma la montagna prodotta durante le settimane versava in equilibrio precario sul tinello, e non si sentiva di smuoverla troppo. Aprì il mobiletto sotto il lavandino e un odore nauseabondo lo investì. Altre blatte, di diversa misura e diverso colore, meno grosse ma dall’aspetto più esotico, avevano ricevuto ospitalità da un sacco da quindici chili di patate dolci ammuffite. Optò per l’ammoniaca; allagò l’interno del mobile con circa un litro di ammoniaca irrespirabile, e non contentò vi spremé anche quello che rimaneva del detersivo per i piatti. Tirò un paio di calci allo sportello e bestemmio: in cinque anni il palazzo era stato sottoposto a due cicli completi di fumigazione, la prima volta per estirpare l’insediamento di blatte sudamericane, la seconda per arginare il problema dei topi delle cantine prima che questi cominciassero a moltiplicarsi, perciò come venivano investiti i sui contributi alle spese condominiali? Così andava concretizzandosi il giudizio di Dio nella vita dei poveri cristi. Come tutte le ruote del carro, anche Jan era tenuto a salutare per sempre la giustizia finché ancora respirava. Dovette anche pagarsi tre notti in albergo e versare una quota per pagare la disinfestazione; improvvisamente il suo appartamento sembrava essersi trasformato in un laboratorio di entomologia, e non poteva essere tutto merito della sua sporcizia. Anche madre natura, per quanto si vendesse come arbitro imparziale, sembrava avere un certo astio. Qualcuno aveva già detto che quella puttana non era tenuta ad avvedersi delle questioni dell’umanità, quando addirittura non si prodigava per rovinare tutto coi suoi aborti. Il processo di fumigazione implicava che l’intero edificio venisse imbustato sotto una specie di tendone da circo appariscente, mentre degli addetti protetti da maschere e tute innaffiavano tutto con una nube giallastra. Si riprese dalla collera, chiedendosi se l’acido cianidrico usato per ammazzare le blatte fosse dello stesso tipo usato nelle docce naziste. Una enorme forbice nera attraversò il salotto, puntando alla camera da letto. Era grande quanto una spanna, decisamente fuori misura per essere così lontana dall’equatore. La rincorse come si faceva coi topi, ma senza la tattica felina. Spostò il letto, aprì tutte le anti del vecchio armadio in noce da nonno, alla ricerca di una bestia da terminare. La sua stanza era l’unica con la moquette, non gli era mai piaciuta ma solo ora la vedeva per quello che era davvero: una collaborazionista. La moquette era il nascondiglio perfetto per un nemico insistente che amava il tiepido e la muffa. Si tirò su le calze e cominciò a camminarci sopra per sentire la presenza di corpi estranei al di sotto; si sdraiò a terra, poggiando l’orecchio alla stoffa, ma non sentiva brulicare, nessuno squittio animale, nessun frenetico movimento da insetto. Appena sotto il letto vide un piccolo squarcio. Vi infilò dentro le dita, poi a seguire un’intera porzione di mano, e quando la tirò fuori era nera, coperta di una sorta di grasso puzzolente. Corse un cucina e ritornò con un taglierino. Spinse il letto contro la parete, ribaltandolo, incise una grossa zolla di moquette e attese qualche minuti di prendere coraggio. La strappò con forza, come un cerotto, scoprendo un nuovo girone infernale. Un enorme buco sprofondava sotto il pavimento, con una bocca di una ventina di centimetri. – Cristo Santo! - imprecò, indietreggiando verso l’anta aperta. Le blatte stavano familiarizzando con altri insetti, soprattutto forbici incazzate e degli strani millepiedi pelosi. Lo strato di pavimento era stato divorato, e non era da escludere che in quella voragine ci abitassero dei ratti fetidi. Prese a pugni la porta, bestemmiò più volte, si accese una sigaretta e bevette un dito di rum dimenticato chissà quando. La finì in tre boccate, ritornò in camera e attaccò come un unno, a suon di pedate, la colonia in espansione. La merda degli insetti gli schizzò sui pantaloni azzurrini del pigiama, qualche goccia gli balzò in faccia. Una di quelle schifezze tentò la fuga sul letto, scomparendo tra le pieghe delle lenzuola; spostando le coperte, se la trovò sul braccio. L’afferrò con l’altra mano e la spiaccicò nel pugno, pulendosi poi istericamente sul pigiama e sul collo. Tornò in cucina, bagnò degli stracci, prese il rum e ritornò in camera da letto. Versò a terra il rum, poi lo incendiò. La fiammata fu rapida, ma si esaurì quasi subito. Gettò a terrà gli stracci e riprese a menar pedate. Si ripulì in fretta, si mise i jeans e si precipitò al primo piano – quattro piani più in basso – dalla padrona di casa. La signora Spinola era l’ottantenne proprietaria di tutto il palazzo meno un interno dell’ultimo piano, di proprietà di una vecchia cugina. Jan le aveva rivolto la parola solo per permetterle di rimproverargli qualcosa, nonostante non abbia mai mancato un affitto. Si era dimenticato di mettere la maglietta, aveva altro a cui pensare. Quando la vecchia aprì la porta rimase inorridita dal fisico rachitico di Jan. – Signora! Signora, permette due parole? – chiese con un po’ di nervosismo. – Ma come è conciato? E’ successa qualche disgrazia?! – rispose lei, del tutto in agitazione, attraverso un pertugio della porta semi aperta. Aveva solo i pantaloni. La vecchia lo fece entrare, senza invitarlo ad accomodarsi; Jan non si perse in preamboli: - Il mio appartamento è infestato dalle blatte! Blatte di ogni misura, e non escludo che ci possano essere anche dei topi. – disse. – E’ un problema che non è mai più stato sollevato. Credo, che in questi casi la legge dica che debba pensarci da solo. – tentennò lei, stizzita. – Sì, certo, non voglio dire che sia un problema suo. Il palazzo però è pericolante. Cigola di continuo, cadono calcinacci dai muri e la muffa corrode qualsiasi cosa. Adesso, io non voglio dire… ma le assicuro che la mia casa è letteralmente invasa dagli insetti, e non saprei proprio come fare.

- Come si aspetti che l’aiuti?! Posso darle il numero della ditta che se n’è occupata due anni fa, se ce l’ho ancora. A parte questo non posso proprio fare niente.

- Potrebbe prestarmi della candeggina?

- E cosa se ne fa!? Non è un insetticida.

- Fa’ niente, non importa, lasci stare. La saluto, signora. Perdoni la seccatura.

Salì ancora di sopra, prestando attenzione al cigolare delle scale, alle viti di corrimano e ringhiera che dovevano essersi allentate, e a un buco nel muro coperto di muffa. Indossò una felpa e un paio di scarpe e si lanciò di sotto, in strada, correndo a grandi passi verso il market in fondo alla strada. Comprò cinque fusti di ammoniaca e tre di candeggina, due pacchi di spugne e di carta assorbente e sei spray insetticida. Il carico era eccessivo e quando giunse di nuovo davanti al portone era stremato. Aveva dimenticato le chiavi, dovette citofonare alla signora. Gli aprì dopo qualche minuto. Incontrò un suo dirimpettaio, che ignorò bellamente il mulo ansante che s’inerpicava su per le scale. Ritornato in casa, per prima cosa elaborò un piano d’azione: si annodò una sciarpa su naso e bocca, controllò che tutte le finestre fossero chiuse per ricreare le condizioni necessarie alla camera a gas. Tolse il materasso dal letto e lo mise in piedi contro la parete, poi fece lo stesso con la rete d’appoggio, scoprendo la moquette. Versò due fusti d’ammoniaca a terra, riempì le ante con lo spray insetticida, riempì altri sacchi con i detriti ancora sparsi per la casa, mentre quelle bestiacce venivano fuori a ondate; prima da una piccola tana nascosta da un pezzo di zoccolino schiodato, poi da sotto il mobile della cucina, e poi ancora da un buco corroso dall’umidità del bagno sopra il boiler. Li ammazzava a pedate, se non addirittura con le mani, o annegandoli con prodotti chimici, ma non sarebbe mai riuscito nell’intento di epurare la razza infetta. Non c’erano riusciti Heydrich e Hoover, e non ci sarebbe riuscito Jan. Man mano che rincorreva l’impossibile, l’isteria si faceva strada nella sua testa gonfiandogli le vene e facendogli pulsare le tempie. Distrusse a calci la cassettiera in corridoio, che era quasi vuota. Si getto sul divano, violentandosi per non piangere. Più tentava di pulire, più la casa sprofondava in un sudiciume sempre più visibile, la sporcizia umana si mescolava con i cadaveri e la poltiglia animale disseminata un po’ ovunque, dalle pareti, ai tappeti ai vestiti. L’aria era irrespirabile, densa, umida, carica di agenti cancerogeni. La fumigazione artigianale dava benefici relativi. Improvvisamente e quasi per caso capì che le persone impazzivano quando si trovavano nell’impossibilità di distribuire colpe a casaccio. Un pretesto serviva sempre, un nemico doveva avere una causa e una sua ragion d’essere. Ma non le schifezze a otto zampe prodotte da madre natura, non i microbi che proliferavano nella merda e si trasformavano i topi in vettori di pestilenze. Quello no, non aveva motivo, la peste arrivava e sfasciava ogni organismo senza una ragione apparente, se non l’eccessiva presenza di merda. Una volta comparsa davanti alla porta di casa, non sarebbe bastato un miracolo. La peste, Melissa, la mamma, la Naja, la merda, la Madonna, le fottute blatte, la morte, tutte le disgrazie si presentavano al femminile. Forse avrebbe dovuto far finta di niente, aspettare la donna e ascoltare quello che aveva da dire, saltando la pulizia. Non era neppure sicuro che Melissa avesse intenzione di tornare sui suoi passi. La casa era conciata anche peggio di prima, troppo oltre il confine del recuperabile. Verso un fusto di candeggina nella voragine nel pavimento della camera da letto. Accasciatosi, vi immerse il braccio fin quasi alla spalla, senza toccare la fine. Prese dei giornali, scopò palate di cadaveri spiaccicati verso la camera da letto e trasformò il buco in una specie di fossa comune. Si caricò i sacchi strapieni sulle spalle, ma dopo qualche passo uno si sfondò. Prese il rotolo, stracciò i sacchi più pesanti per smistare la sporcizia infilandola in altri sacchi, moltiplicandone il numero. Fece due viaggi, gettandoli tre alla volta nei bidoni del non recuperabile in fondo alla strada. Tolse le macchie organiche più grosse, diede una rapida spolverata e ficcò gran parte delle stoviglie sporche nel ripostiglio. Un pacchetto stropicciato di Camel vecchio di qualche settimana conteneva ancora due sigarette. Erano sgualcite, ma intatte. Le fumò una dopo l’altra, accasciato sul divano, in attesa, non più così convinto di poter ricevere solo belle notizie. Il vibrare elettrico del campanello lo disturbò peggio dello sferragliare del telefono. Aprì senza chiedere nulla. Si mise una camicia bianca e si sciacquò la faccia mentre Melissa saliva le scale. Di solito quella ragazza era una molla, un torello muscoloso e irascibile che non conosceva preamboli. Una di polso, forgiata da anni di agonismo sopra le righe nelle piscine della città. Era figlia di militari, perciò le era stato insegnato subito a intendere le gare domenicali tra ragazzini delle elementari come fossero competizioni olimpiche, se non delle crociate in difesa della fede. Se aveva qualcosa da dire, lo avrebbe fatto in fretto. Tutto il contrario di Jan, che era pura astrazione e nessuna pratica. Quando la vide entrare era vicino alla porta della cucina. Aveva i capelli sciolti e portati in avanti – cosa che non capitava spesso. Melissa passò in rassegna il salotto; Jan aveva sistemato al meglio delle sue possibilità e forse ben oltre, eppure la discarica rimenava evidente. Lei inorridì improvvisamente: - Ma che odore c’è?! – fece lei, riprendendo la via della porta. Jan corse ad aprire le finestre del salotto e tentò di arieggiare con la copertina di un disco dei Guadalcanal Diary. – Cos’hai combinato, Jan!? – chiese lei, sbigottita, sull’uscio. – Ho un piccolo problema con gli insetti. Niente di grave… - la voce gli usciva a singhiozzo. – E come sei conciato!? Cos’hai sui capelli?! – fece ancora lei. Jan si passò la mano tra i capelli, sentendoli sudatissime e appiccicati. La mano erano sporche di una sostanza verdastra cristallizzata, e il suo odore non doveva essere migliore di quello dell’iprite. – Eh.. Ehm… Ho un problema con gli insetti, è tutta la mattina che mi faccio venire l’ulcera per pulire questa casa. Vuoi qualcosa da bere? – si rese subito conto dell’olezzo all’iprite che aleggiava nella stanza, aprì di corsa le finestre dopo averla sentita schiarirsi la gola e storcere il naso, togliendole la possibilità di lamentarsi.

- Un caffè va bene. Sembri tu non dorma da venti giorni. Hai una faccia…

- Sì, lo immagino. Vorrei darti un bacio, ma… - seguì un breve silenzio, poi Melissa virò su altri argomenti mentre lui caricava la caffettiera.

- Sei sicuro di star bene.

- Alla grande. Tutto il Creato m’arride!

- Ma come parli?

- Non farci caso. Tu piuttosto avevi qualcosa da dirmi?

- Sì, beh, vedi, immagino che tu lo sappia già.

- No, invece, non so proprio niente. – un’altra pausa, di qualche minuto, in cui entrambi rimuginarono sull’ovvio. – È la prima volta che ti vedo rimanere senza parole. – disse, porgendole la tazzina.

Lei si avvicinò, scoprendo una porzione di collo. All’inizio pensò ad un livido, poi l’ovvio venne di nuovo a dargli dell’idiota. – Chi te lo ha fatto?

- Cosa.

- Smettila. L’hai fatto apposta. È il tuo amico dell’università?

- Si chiama Filippo.

- Ti tratta bene?

- Sì.

- Allora vai.

- Ma, - balbettò, avvicinandosi ancora.

- Lascia perdere. – rispose lui, avviandosi verso il bagno.

Lasciò che finesse il caffè e che se ne andasse. Di lei gli erano rimaste forse un paio di mutande sporche nel cesto dei panni e una ferita cosparsa di sale. Si spogliò, passò un’ora sotto la doccia ed uscì con un asciugamano con fantasia a rombi attorno alla vita, come se qualcuno potesse vederlo. Chiuse le finestre della sala, spruzzò in girò ancora un po’ di insetticida. Si fermò davanti all’ingresso della camera da letto, guardando il movimento scomposto di un gruppo di blatte uscite in perlustrazione fuori dal buco. Aprì l’armadietto sotto il lavandino, constatando la stessa cosa. In altri posti del mondo avrebbero avuto una risposta pronta anche per questo. Versò un’intera bottiglia d’olio in una pentola e la mise sul fornello. Il piezoelettrico non funzionava e dovette cercare nei cassetti un accendino scarico. Accese il fuoco, preparò una sorta pastella di latte, farina e uova in un’insalatiera, poi andò a recuperare il pranzo con le sue mani. Ne prese tre o quattro per volta, stando attento a non ucciderle; dopo averle immerse nella pastella le buttò nella pentola, vive come aragoste. Ripeté la procedura diverse volte. Non squittivano isteriche come i crostacei. Le girò con una forchetta, finché l’impanatura non si fece croccante, così le poggiò delicatamente su un paio di fogli di carta assorbente. Si sedette sul divano, mangiandole a piccoli bocconi mentre guardava la facciata del palazzo di fronte attraverso la finestra. Non era disgustato, masticava con calma, come uno che ha la consapevolezza di non avere impegni e il dovere di rilassarsi. Aveva cibo in abbondanza per molto tempo.



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