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lavoro pubblicato domenica 4 dicembre 2016
ultima lettura mercoledì 4 marzo 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Una Saggia Epopea Zarathustriana

di AlbioTibullo. Letto 472 volte. Dallo scaffale Attualita

Bhi-got-az viveva a lato di una montagna insuperabile che andava a toccare il cielo, dentro una grotta profonda profonda, alla luce di un focolare pallido pallido, e dormiva su un letto moccoloso di paglia giallastra.Aveva due lunghi baffi filiformi ch...

Bhi-got-az viveva a lato di una montagna insuperabile che andava a toccare il cielo, dentro una grotta profonda profonda, alla luce di un focolare pallido pallido, e dormiva su un letto moccoloso di paglia giallastra.
Aveva due lunghi baffi filiformi che andavano fino al pavimento, e una barbetta da capra che non vedeva né forbice né rasoio da tanto, tanto tempo.
Sopra del naso poroso e giallo come lo zolfo, aveva due gusci di mandorla per occhi, e pochi capelli d'argento si chiudevano in un codino cadente sulla nuca.
Aveva circa 700 anni, l'eremita solitario della grande città di Espe-Ria.

Quel giorno, 4 dicembre, il cielo si sarebbe mostrato a tutti gli occhi indaffarati degli Espe-riani, i cittadini di quel grande borgo, se solo lo avessero notato; invece, quelli erano troppo impegnati a parlare e parlare, disdegnando il grande blu del cielo.
Il savio, uscendo dalla grotta e stiracchiandosi le membra artritiche, guardò su e poi ancora giù, su e poi giù, dal cielo alle pagode blu della città vasta sotto di lui.
Gli uccellini cinguettavano allegri tutt'intorno a lui, o almeno, così sembrava dai loro becchi arancioni e splendenti; il saggio Bhi-got-az non sentiva il loro lieto verso, ma solo un chiacchericcio insistente, e alte voci che s'alzavano e s'abbassavano come in una grande orchestra sinfonica diretta da qualcuno in crisi epilettica.
Allora, il sorriso grande grande dell'eremita, che era davvero grande grande, si fece lentamente un broncio rugoso, e i due gabbiani di setole che aveva sopra gli occhi spiegarono le loro ali sotto la fronte spaziosa.
Tese le orecchie, il saggio, e allora le grandi voci confuse si facevano sempre più chiare, e dicevano tutti una nota che s'allungava secca e polemica: chi diceva 'SI, SI, SI!' e chi diceva 'NO, NO, NO!'.

L'eremita, allora, che era un costituzionalista abbastanza appassionato di leggi ma poco informato degli accadimenti del mondo e della vasta regione d'Espe-ria, prese il suo mulo, magro magro e con le ossa visibili sotto un mantello di pelo grigio, e scese fino al paese più vicino, dove le strade erano gremite di gente.
Due schieramenti si facevano la guerra a suon di calci pugni e manganelli, divisi in due sfumature di colore: i verdi e i rossi.
I verdi speranzosi tutti insieme gridavano 'SI, SI, SI!', mentre i rossi vermigli gridavano 'NO, NO, NO!' facendosi sentire attraverso tutti i vicoli affollati e le piazze impraticabili.
Bhi-got-az, scendendo dal mulo (che intanto era crollato per terra spirando), cercò di fermare un tipo con gli occhiali calati sul naso, il grugno suino (tanto che un fiotto di bava gli calava dal labbro), e la giacca e la cravatta -il saggio non si lasciava ingannare dalle apparenze, sia ben chiaro-, dicendogli:

"Caro cittadino di Espe-ria, sono il saggio Bhi-got-az, e discendo dalla montagna per conoscere le ragioni di questo trambusto. E' scoppiata forse una guerra civile in questo così beato paese? Non sono forse i valorosi Maroh tornati dalla lontana Deh-lith? Cosa spinge i cittadini a dividersi in schieramenti duplici? Siete voi forse trionfanti Ultr-ah che andate a versare il giusto sangue sull'altare della patria squadra vittoriosa? Siete ancora dotti insegnanti che, armi in mano, portate sul seggio del governo la cultura e la saggezza e non l'errore del popolo? Illuminami dunque, poiché anche tutta la conoscenza del passato, senza quella presente, non è nulla."
Gli rispose allora il cittadino, che in mano aveva un bastone e una catena ferrata che faceva volteggiare di tanto in tanto:

"Non capisci, oh saggio Bhi-got-az, cosa succede qui? Oggi è il dì del gran referendum, e tutti noi cittadini siamo portati a dire chi governerà in questo paese."
"Ma non sono state," replicò il savio, "da un po' le ultime amministrative?"
"Certo, ma da questo voto si capirà come il futuro ci si aprirà davanti."
"E come, se le tue parole non m'ingannano?"
"Devi sapere - e ci tengo che tu lo sappia, ci tengo e quindi lo grido anche in piazza -" sentenziò, agitando la catena " che io voterò no. E con me c'è un sacco di gente che ha la stessa opinione. Io voto no per levare dal trono il gran presidente Rhe-nhzi, che conduce la nostra regione allo sfacelo più che certo."
"Ma", s'intromise il savio costituzionalista, "non si può deporre qualcuno con un referendum..."
"Invece sì.", disse quello, gettandosi a capofitto nella mischia, distribuendo con generosità molto umana nerbate e frustate a destra e a sinistra, seppure non si capiva più cosa fosse la destra e cosa la sinistra.

Bhi-got-az, allungandosi il pizzetto con le falangi osteoporotiche, incominciò a riflettere, poi, allontanandosi dalla mischia più calorosa, si avvicinò ad un tipo, anche lui molto rabbioso, vestito tutto di verde, con le spalle larghe, una pancia prominente, i capelli grigi e le mani callose giuste giuste per dare schiaffi.
Pensò che prima di giudicare qualsiasi cosa - come scrisse il vecchio maestro quando lui non era che un piccolo eremitucolo - ci sia bisogno di un confronto vero, e quindi iniziò a parlare con quel grosso omone.
"Mi scusi," iniziò lui, col tono più pacato che in 700 anni avesse mai proferito, "perché vota sì?"
"Come?!" rispose l'altro, con gli occhi che s'iniettavano di sangue, "vota forse NO, lei?"
"In realtà, le confesso che ho smarrito la tessera elettorale, e quindi immagino che mi asterrò..."
"Non va bene, non va bene. Lei deve votare, e votare sì, perché è un suo diritto."
"Lo è, certamente... ma lascio che le generazioni più giovani, quelle che... insomma... vivranno il futuro, scelgano per quelle più vecchie. A noi basta una bella bara dove riposare e una televisione in cui guardare la Deh-Philippi, oppure un cantiere bello grosso con le ruspe rombanti."
"Ma vede, se lei vota sì, il nostro paese cambierà in meglio, perché ogni cambiamento è giusto e - sinceramente - lo CNEL mi fa schifo."
"Anche a me," rispose il vetusto, "ma fino ad ora non ho letto né sentito nessuno parlare della riforma. Di cosa consta?"
"Tante cose belle, tante cose belle: si spenderà di meno per la politica, una più veloce redazione delle leggi, abolizione del senato in favore di..." e continuò di questo passo, fino a convincere la buona e antica tartaruga a scrivere sì sul foglio, se solo avesse avuto la scheda elettorale.

Bhi-got-az si allontanò dall'omone, proprio perché sembrava che una grande mischia stesse per scoppiare lì vicino, e le sue ossa erano troppo delicate per dare e prendere pugni con costume.
Si sedette allora dentro un grande negozio di elettronica, deserto come una chiesa a ferragosto, su un divanetto di velluto, davanti ad un muro immenso di televisori tutti uguali connessi su uno speciale referendum di canale 77.
Il presentatore, dopo aver vaniloquiato per mezzo di una boccuccia rosea sotto una cupola di nei, per una buona mezz'oretta - allietata da il soffio gentile dell'aria condizionata - lasciò parlare un celebre showman (eminente costituzionalista e compagno d'asilo del nostro Bhi-got-az) riguardo alle ragioni del no.
Parlò con tanta calma e tanta verve che alla fine lo convinse a votare no, nonostante tutte le buone ragioni del referendum.
Poi, con un demone che gli ballava la tarantella nel petto, decise di ritornare su nella sua grotta, per riflettere e dare un'ultima analisi su tutto ciò che sapeva e per vedere di trovare quella stramaledetta tessera elettorale che sembrava si fosse data latitante.

La valle era sempre nel tumulto, e da lontano incominciava a scendere la sera, mentre il saggio arrivava su nella sua modesta dimora.
Si chiuse in profonda meditazione, e dopo un'oretta circa di sonnellino contemplativo, giunse alla sua decisione finale.
Affamato, decise di farsi un panino, e dentro alla credenza, sotto il grosso barattolo di Ohlio di Phalma da un chilo e mezzo, trovò la tessera elettorale.
"Urrà!" gridò il saggio, senza dimenticare la stoica sua compostezza, e saltando in groppa al secondo asinello, più anoressico del primo, discese con grande rumorio di zoccoli fino al seggio elettorale.
Era deserto, perché non c'era nessuno nessuno.
Nemmeno gli scrutatori.
Nemmeno le cabine elettorali.
Nemmeno gli scatoloni dei voti.
Nemmeno le sedie, né i banchi, né i riscaldamenti funzionanti (ma questa è un'altra storia).

Allibito, il saggio uscì dal seggio e andò fino alla grande piazza di Espe-ria, sempre gremita dei due schieramenti che ormai erano violacei, per quanti lividi avevano preso.
Il suo arrivo venne accolto insolitamente: la grande folla sferzata da se stessa si aprì, lasciandolo passare con il suo mulo, manco fosse Gesù la domenica delle palme.
Scese dal mulo e salì, invece, sul gradino più alto dell'alta scalinata della piazza, da dove l'avrebbero sentito tutti; e infatti tutti lo sentirono.
Arrivato in cima, vide il cielo farsi scuro, e tanti cerotti per quanti ce n'erano di maggiorenni e cariatidi aventi l'onere del voto.
Allora, respirando un'aria piena di sentimento e guardando le nuvole disfarsi e una sottile luce farsi sulla sua figura angelica, aprì le braccia come un pontefice appena eletto davanti alla folla ammutolita, che lo ascoltò rapita mentre diceva:

"Di cosa ci siamo dimenticati, Espe-riani, cittadini della terra più bella del mondo?
Ci siamo dimenticati dell'importanza di un voto.
Mentre la sera declina, impegnati a sottolineare le differenze, impegnati ad annoverare le volte in cui avete fatto atti osceni con le madri e le mogli di chi avrebbe votato diversamente, impegnati a difendere con le unghie e con i denti le nostre simpatie e le nostre idee, abbiamo dimenticato di metterle a frutto.
Io che ho ascoltato il silenzio di migliaia di valli e ho letto le voci di migliaia di uomini, morti da prima che nascessi, io ho compreso quanto noi siamo in realtà irrazionali, gretti, meschini omuncoli. Tutti noi.
E non parlo solo di quelli che votano per gli slogan, e li ripetono come se avessero in testa un registratore con una traccia unica, e ancora gustano la vanità di quelle paroline come se fossero la chiave per la vita eterna.
Parlo con noi tutti esseri umani, con la coscienza funzionante e con quella ottenebrata dalle proprie fumose guerre personali.
Noi, noi amiamo non il bene, non il giusto, niente di sincero e complessivo: noi amiamo lo scontro, perché con lo scontro i nostri appetiti di ego si saziano più di quanto una statua o un monumento possano fare.
Uno scontro tremendo di parole, parole che disuniscono sotto l'unico, cieco, vessillo della libertà di parola: i diritti e le libertà non salvaguardano la vostra stupidità e l'abuso di ciò che può solo nuocere se non ammaestrato con giudizio.
E oltre lo scontro; se a l'uomo togli la libidine di affermare se stesso nel confronto con l'altro, cosa rimane, se non un guscio vuoto?
La democrazia si dimentica di quanto può far male un'epoca di uomini che non sono in grado di pensare: noi lo siamo, uomini imberbi occupati a trascinare citazioni e idee in giro per le nostre giornate, senza essere capaci di creare.
Creare, creare idee può salvare dal conflitto.
La costruzione è molto più bella di qualsiasi demolizione, la produzione è migliore di ogni annichilimento, il domani, se è
affidato a chi è in grado di creare, è sempre migliore dell'oggi."

"Ma allora vota sì!" disse una voce in mezzo alla folla.
"Non capisci che vota no?" gli rispose un'altra.
"Cosa vi importa cosa voto io? La vostra vita cambierà? Cambierà la vostra idea se qualcuno l'ha differente da voi?
Costruitevi da soli come gli idoli che adorate tra i grandi palazzi della vostra società. Costruite e ponete in qualcosa di utile i vostri sforzi.
Solo senza conflitto si può creare la pace."

Così parlò Bhi-got-az, e discendendo sul suo mulo e infine tornando a casa, si mise a ridere: a ridere della stupidità del suo secolo.


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