ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato sabato 3 dicembre 2016
ultima lettura lunedì 22 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Io Un Eroe?Cap 1

di Moon98. Letto 314 volte. Dallo scaffale Fantasia

In un futuro fantasy post apocalittico, dove la tecnologia ha portato alla rovina del mondo, gli esseri umani si sono affidati all'antica magia mentre quelli che erano i paesi dell’Unione Europea si sono uniti, diventando L’Impero Unito d’Europa...

Cap 1

L’unica cosa in cui puoi credere è che non puoi credere a nulla

Erano queste le parole che sentivo spesso pronunciare a mia sorella quando se ne stava con la fronte appoggiata al vetro nelle giornate piovose.

A quel tempo ero troppo piccolo per capire il significato di quelle parole, sussurrate al vento e alla pioggia.

“L. . .Lord Orsini” la voce tremante di una serva mi distolse dai miei ricordi, non ci fu bisogno neanche di parlarle. Apparentemente sembrava una cameriera come le altre, indossava la solita divisa da cameriera: la gonna troppo corta, lo scollo davvero osceno, la cuffia che raccoglieva i capelli e una collana. La collana era formata da grandi anelli d’oro, sembrava quasi una catena.

Quella collana significava solo una cosa

Il Re mi aveva convocato

E non era niente di buono

Un fulmine rischiarò l'ambiente. Durante i temporali pareva tutto diverso, tutto diventava più opaco e le ombre sembravano trasformarsi in ogni sorta di belva, pronta ad assalirti.

Odiavo la pioggia

Persino le ricche decorazioni del palazzo sembravano essere un’accozzaglia di anticaglie senza valore, la servetta davanti a me era una vista decisamente più interessante.

Se non ricordavo male il suo nome era Livi minuta e graziosa, non doveva avere neanche sedici anni.

Se non avessi vissuto in quel palazzo da che ero nato mi sarei stupito di vedere solo cameriere, per di più giovanissime (la più vecchia aveva trent’anni) vestite come cortigiane di un bordello.

Arrivammo davanti alle stanze del Re. Lo stemma inciso sulla porta era blasone ovale tricolore contenete degli anelli che formavano una catena.

Una catena.

Mi veniva da ridere ogni volta che lo guardavo. La catena, il simbolo della solidità dei legami stretti con il Regno. L’oro, la forza e l’incorruttibilità del Regno stesso.

Forse aveva davvero quel significato, ma per me, l’unica cosa che rimaneva era il significate letterale delle catene.

Mi portai istintivamente una mano al collo. L’anello che mi circondava la gola mi stava diventando decisamente stretto. La porta si aprì in uno sbuffo di fumo nauseante.

Dopo avermi annunciato, la cameriera se ne andò in tutta fretta, coprendosi la bocca, evidentemente per fermare i conati di vomito. Non potevo biasimarla, l’oppio non era proprio una fragranza leggera, in quelle quantità poi.

Fossi stato il protagonista di un libro mi sarei ritrovato davanti il classico Re tiranno, con la pancia gonfia di vino, la testa pelata e schifosamente pervertito o in alternativa quello buono e giusto.

Ma Re Ozcar Arulena non era niente di tutto questo, o quasi(un po’ pervertito lo era) . In quel momento era seduto su una comoda sedia di seta, circondato da quattro succubi che lo riempivano di attenzioni mentre fumava come se niente fosse dell’oppio mescolato chissà quale altra droga.

Non fosse stato per la sua natura demoniaca sarebbe morto.

“Mi avete chiamato mio sire?”

“Vieni avanti” il suo sguardo vagava fuori dalla finestra, mentre mordeva nervosamente il filtro del narghilè fino a romperlo con le zanne. Gettò la pipa a terra.

“Andatevene via tutte” disse gelido, e le succubi scapparono via, spaventate da quello scatto improvviso.

Il mio Re era un essere a dir poco particolare. Gli ifrit erano per natura demoni del fuoco e tale sembrava il mio Re: carnagione olivastra, i lunghi capelli blu neri raccolti in una treccia e lunghe corna arricciate verso l’alto disegnavano due onde all’indietro ai lati della testa.

Re Ozcar era glaciale nel vero senso del termine, persino i suoi occhi color ambra, molto spesso paragonati a quelli di una tigre erano freddi e calcolatori.

E ancora più fredda era la sua rabbia. Non urlava, non lanciava a gli insulti più coloriti come facevano molte persone, lui si limitava a passare da finto cordiale snervante, a freddo glaciale.

“Quel maledetto vecchiaccio rimbambito”

“Mio Re, devo ricordarvi che quel vecchiaccio è il nostro Imperatore”

“Come si permette quel maledetto. Sai dove vuole mandarti? Sull’isola che cammina” lo disse con un tono tanto tranquillo da farmi sudare freddo. Quando faceva così non era mai nulla di buono.

“Avete provato a spiegargli che non possono andare lì”

“Certo che l’ho fatto. Aggiungendo anche che non potevo sprecare il mio miglio sicario per un individuo come quello. Sai che mi ha risposto? Che visto il comportamento dell’Italia nelle scorse guerre era un miracolo se la teneva in considerazione. Perché il comportamento della sua amata Germania è stato onorevole nelle scorse guerre” il fuoco che crepitava nell’enorme camino si era spento, le goccioline di pioggia cadute sulla finestra si erano congelate, la brina si stava impadronendo della stanza. Mi strinsi ancora di più nel mantello, quelli erano i momenti in cui desideravo che Re Ozcar fosse un normalissimo Ifrit sputa fuoco, almeno avrei avuto un qualche controllo sulle fiamme e non sarei morto assiderato.

“Calmatevi mio sire, sapete che l’Imperatore è sempre stato propenso a darsi molto più valore di quanto in realtà ne abbia, è un essere umano senza arte ne parte e le sue azioni non fanno altro che confermare che vi teme” le mie parole sembrarono far leva sulla sua vanità. La brina si sciolse, il fuoco tornò ad ardere.

“Anche questo è vero. La cosa positiva è che così non dovrò inventarmi una scusa per mandarti lì”

“Chi è l’obbiettivo?”

“Non avere fretta figliolo, la missione incomincerà dopo che ti sarai occupato di questo” così dicendo, mi consegnò una lettera.

Il sigillo di ceralacca nera stava a indicare solo una cosa: L’Accademia.

“Vi prego! Assegnatemi la missione, non potrei sopportare un branco di ragazzini che si credono già assassini professionisti” il demone agitò l’indice, con un sorrisetto irritante stampato in viso.

“Ragazzo mio, te la sei svignata per ben 3 anni. Stanno cominciando a chiedersi che fine tu abbia fatto”

“Preferirei che mi pensino morto”

“E privare L’Accademia del suo studente prodigio? Non farei mai cosa simile figliolo, lo sai, e poi questo sarà l’ultimo anno, compirai diciotto anni e fine della storia”se avesse potuto vedere sotto la mia maschera avrebbe letto il disappunto del mio sguardo. Mi voltai, feci per andarmene ma la sua voce mi fermò.

“Ti consiglio di viaggiare leggero, userai il portale”

“Maestà devo andare Venezia non in un altro pese”

“Non dubito che tu ci riesca, ma, sai non vorrei che il tuo cavallo venga morso accidentalmente a una zampa da una vipera, o che resti bloccato in una tormenta in pieno Agosto come l’anno scorso”

Eccolo, era ritornato quello di sempre. Feci un inchino e mi chiusi la porta alle spalle.

Avanzai frettolosamente tra il dedali di corridoi e stanze, intanto il sole era tornato a splendere, e i Palazzi Imperiali Palatini si mostravano in tutta la loro magnificenza. Mosaici, affreschi, fregi e colonne, erano stati riportati al loro antico splendore grazie alla magia, quella stessa magia che i nostri avi avevano temuto, e abbandonato per il progresso della scienza, che li aveva portati alla rovina.

Arrivato nella Domus Augustea, mi recai senza esitazioni nella sala delle maschere. La stanza affrescata con una ricca decorazione architettonica ispirata alle scenografie teatrali un tempo lo studiolo del Principe, era diventata la stanza degli specchi viaggiatori, specchi in grado di portarti in qualsiasi luogo si desiderasse andare. Mi fermai davanti a uno di questi, e diedi uno sguardo alla mia immagine riflessa: la maschera copriva quasi completamente il mio viso.

La trovavo cento volte più bella della mia vera faccia: li ghigno dai denti aguzzi, disegnato su di essa e i dettagli in perle erano spesso scambiate per vezzi frivoli di un nobile eccentrico, stessa storia valeva per le file di orecchini che ornavano le mie lunghe orecchie da elfo.

Diedi un ultima occhiata alla lettera e sorrisi. Quel bastardo del mio re mi aveva messo con le spalle la muro, la festa dei diplomati all’Accademia era quel pomeriggio. Diedi un ultima occhiata al mio riflesso, indossavo una maglia a collo alto nera e dei semplici pantaloni con un mantello chiuso con una spilla che riportava l’emblema del regno. Diciamo che non era proprio l’abbigliamento adatto a un nobile, ma potevo usarlo come scusa per non andare alla festa, in fondo il mio re mi aveva ordinato di presentarmi, non di partecipare.

Trassi un lungo respiro e attraversai lo specchio.

Destinazione, isola di Poveglia



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: