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lavoro pubblicato mercoledì 30 novembre 2016
ultima lettura martedì 26 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Eternit

di carmenmayaposta. Letto 327 volte. Dallo scaffale Viaggi

La città eterna, l'amicizia, la cultura di un luogo, i supplì, le voci, il senso d'appartenenza, gli smartphone, la solitudine, la nuova società moderna... constatazioni su un treno per Roma.

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https://carmenmayaposta.wordpress.com/2015/11/01/eternit/

ETERNIT

Bella Roma. Brutta Roma. Amo Roma. Odio Roma.

Un turbine di ricordi mi lega a questa città che tanto mi piace. La sento casa, nel cibo, negli odori, nei modi e nei suoni delle calde voci della gente. Ma a tratti mi fa sentire un estranea, come se io qui non ci fossi mai stata, mi sento dentro ad una bolla di sapone, così sono separata da tutte queste persone che fan cose senza un senso, che seguono pulsioni fittizie per riempire bisogni inesistenti.

Le lunghe camminate per arrivare ovunque, le distanze sono ampie a Roma, ma poi ti fermi ti mangi un supplì e ti senti un bambino, cosa avranno queste crocchette fritte di riso, deliziose. Ti fanno male i piedi ma sei contento comunque perché sei a Roma.

Odi la gente, perché non ti permette un attimo di tregua da questo continuo brusio che emettono, ma al contempo ami la gente, ti mancava questa parlata, questo tipico modo di scherzare, il sorriso del romano medio e l’inconfondibile tonalità.

Torni alle 7 di mattina a casa, perché a Roma non si torna mai presto, anche se non c’è niente da fare c’è sempre qualcosa da fare, e intanto penso che Bologna é meglio di Roma. Me ne sto zitta e non lo dico, o forse lo faccio e nessuno mi ascolta.

L’indomani un fascio di gente mi trascina per le vie affollate domenicali, tutti a comprare. Io voglio solo arrivare al museo, ho dormito poco, troppo poco, e così mi addormento su ogni cosa su cui mi appoggio. Strategie alternative per recuperare minuti di sonno.

“Ci vogliamo prendere qualcosa o vogliamo andare?” sfreccia insolente fra i miei pensieri questa voce elettrica, son davanti ad un bar chic fra negozi eleganti, lei a lui : una semplice domanda ma detta come se fossero macchine programmate per vivere. Questo evento mi astrae da tutto e osservo gli automi che devono soddisfare il loro bisogno di consumo, e mi rendo conto che sono io anormale e la cosa mi preoccupa, stiamo messi male.

Un ragazzo che ho conosciuto ieri direbbe “cazzate” e ha ragione lui, tanto poi moriamo e passiamo il tempo a far cazzate, ma tutte son cazzate, anche se alcune meno di altre, ma diamo almeno un senso alle cazzate che facciamo visto che proprio dobbiamo.

Mi dici che dovrei prendere tutto meno sul serio, che devo vivere la vita più facilmente, pretendere di meno, chiedere più soldi per il lavoro e diminuire la mia complessità, perché se già son complessa a 25 anni con gli anni si andrà solo che peggiorando, ma io sono così. Questa complessità é frutto della vita e non c’è modo di tornare indietro.

Sono in stazione che abbandono la città eterna, come al solito sto per perdere il treno, e mentre mi dimeno preoccupata fra la massa ti vedo. Amica mia, scusami ma non ho tempo di fermarmi, non stai bene, questo luogo ti sta assorbendo o meglio tu ti stai facendo trascinare nel vortice insensato della follia che lo domina. Vorrei abbracciarti ma non ho tempo.

“Non ho tempo di fermarmi” fa ridere questa frase o forse fa piangere, non lo so, come si fa a non aver tempo per fermarsi, il tempo non si ferma e neanche noi, ma ci dimentichiamo che il tempo lo creiamo noi.

Son sul treno.

Mi guardo attorno e vedo facce illuminate dagli schermi, li osservano attentamente, e le dita impegnate a toccare la superficie liscia del dispositivo, la carezza più statica mai vista, ma é uno dei pochi contatti che abbiamo quindi ci accontentiamo di toccare le nostre parole tramite lavagne luminose pur di sentire qualcosa.
Siamo qui uno di fianco all’altro ma nessuno c’è.

Con un arcaica matita faccio simboli sulla carta tradendo le avanzate apparecchiature tecnologiche fornitemi dall’evoluzione moderna. La svolta del nuovo secolo, quello in cui ci troviamo, anche se può darsi che io non mi trovi qui.

Il mio vicino di posto non ha probabilmente percepito che io sono di fianco a lui, che è arrivato qualcuno di nuovo, e se lo ha fatto forse si è sentito infastidito, ho sicuramente arrecato disturbo invadendo il suo momento intimo con la tecnologia. Circostanza che a breve sperimenterò anche io: momenti romantici con i ‘device’.

Nessuno ci salverà da questa solitudine.



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