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lavoro pubblicato lunedì 21 novembre 2016
ultima lettura lunedì 20 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Omega

di Tommasoo. Letto 338 volte. Dallo scaffale Generico

Ω Una pianta, con quel suo unico fiore bianco, veniva accarezzata dal fievole calore solare proveniente dalla piccola finestra sporca; Mark si...

Ω

Una pianta, con quel suo unico fiore bianco, veniva accarezzata dal fievole calore solare proveniente dalla piccola finestra sporca; Mark si trovava seduto sul divano, e quando sentì bussare alla porta, si sorprese a guardare la corolla di quella favolosa opera di Dio: quella sua lattiginosa bellezza l’aveva incantato, e, lentamente, si era perso nei suoi lugubri pensieri come in una serva buia. Con calma si alzò e andò ad aprire, ma vicino alla porta d’ingresso scelse di non farlo, poiché non aspettava nessuno: sicuramente non era importante. Piuttosto tornò al divano e ci si coricò sopra, poi chiuse gli occhi.

Sognò delle carte da gioco sospese nell’etere come se il tempo fosse fermo, e lui camminava in mezzo a queste carte. Tutto intorno a sè era come se un arcobaleno fosse esploso in ancora più colori scintillanti. Guardando in giro scorse una carta diversa dalle altre: questa era completamente ricoperta d’oro, ma non scintillava come tipicamente fa quel metallo. La prese in mano e la soppesò, ma si accorse ben presto che la carta non era più lì, ma era scomparsa nel vuoto. E Mark si mise a piangere e cercò disperatamente tra quelle insulse carte qualcosa di speciale come quel fuggente regalo, ma non trovò nulla.

Continuò a camminare dritto davanti a lui fin quando non incontrò una porta; qualcuno suonava il campanello, e Mark decise di non aprire, ma quel rumore gli riempiva le orecchie e il cervello, e si sentiva impazzire. Ma non poteva aprire, non era importante, non poteva. Si mise le mani alle orecchie e iniziò a sbattere i piedi, ma ormai quel suono faceva parte di lui come un arto impiantato dentro il suo corpo, come un secondo cuore di ferro e cavi, e si arrese. Aprì la serratura con un colpo di mano e guardò al di fuori, ma non c’era nessuno. Però sentì il vento freddo entrare e richiuse di colpo la porta, ma il buio e il gelo erano dentro ormai, nel suo mondo di arcobaleni e carte. E il campanello continuava a vibrare provocando quel rumore penetrante, e le carte si erano trasformate in coltelli, e Mark sognò di tagliarsi la gola con uno di quelli.

Ma si svegliò, e si accorse che c’era ancora qualcuno alla porta. Si alzò ancora una volta e andò ad aprire: davanti a lui due persone che conosceva vagamente lo salutavano, ma non seppe riconoscerla per la vista appannata come un vetro d’inverno. «Entrate», disse, ma dopo qualche secondo si chiese se avesse detto qualcosa di stupido e che cosa avesse detto. Loro erano un ragazzo e una ragazza: sembravano tenersi per mano ed essere felici. Di fronte a lui però il loro viso si era scurito e avevano subito assunto un’espressione di massimo sconforto. Mark si chiese se il loro sguardo mentisse, ma non avrebbe saputo rispondere con certezza. «Che volete da me?», disse nella confusione della sua testa, e forse strascicò le parole.

Loro dissero qualcosa che Mark non capì immediatamente, ma sentì che il tono era sottomesso e distaccato. Lo ripeté ancora: «Che volete da me?», e la donna entrò in casa e si mise a preparare qualcosa. «Che stai facendo? Che stai facendo?!», urlò Mark fuori di sé.

Il ragazzo allora cercò di trattenerlo, ma finì per terra sbattendo la faccia. La donna levò un urlo, ma quando si accorse che il ragazzo stava bene si rivolse di nuovo alla cucina. Il ragazzo nel frattempo si rialzò da terra e urlò tali parole: «Devi calmarti, lo facciamo per il tuo bene», e cercava di fermare l’emorragia dal naso con la manica del maglione. La ragazza disse invece: «Jessica non avrebbe voluto vederti in queste condizioni» e Mark scoppiò. Iniziò a urlare a squarciagola e dai suoi occhi piovevano lacrime e pareva non vedere più dagli occhi. Prese un coltello e lo puntò contro il viso immacolato di quella ragazza che adesso vedeva distintamente. Agitò l’arma contro di lei e la bramosia di porre fine alla sua vita fu troppa. Portò il coltello contro il suo viso, tra le urla di lei e dell’altro, ma fu colpito alla testa e cadde. L’ultima cosa che vide prima di perdere i sensi fu la ragazza piangente che toccava la sua guancia sanguinante e scrutava il viso di Mark, poi tutto scomparve.

Mark si sorprese ancora una volta a guardare quel fiore appassito. Allungò il braccio per prendere la bottiglia di gin sul tavolinetto, accanto al vaso con la pianta ormai morta, e piangeva; dopo tre bicchieri però quel fiore gli sembrò rinascere e gli fu più semplice uscire dall’oblio dei ricordi e riaddormentarsi.

Fu ritrovato una settimana dopo su quello stesso divano, pallido e avvizzito come il garofano bianco che aveva in grembo. E qualcuno disse che Mark aveva regalato quel fiore a sua moglie perché nel linguaggio dei fiori il garofano è l’amore.



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