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lavoro pubblicato domenica 20 novembre 2016
ultima lettura mercoledì 22 maggio 2019

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ASSOLO DI SAX

di michelino. Letto 265 volte. Dallo scaffale Generico

Mi trovavo a passare nei pressi della stazioneferroviaria, avevo appena attraversato il grandeparcheggio che a quell'ora sembrava un cimitero di macc...

Mi trovavo a passare nei pressi della stazione
ferroviaria, avevo appena attraversato il grande
parcheggio che a quell'ora sembrava un cimitero
di macchine, e camminavo con la mia flemma
consueta in direzione del centro cittadino.

Era un tardo pomeriggio invernale - uno di quei
pomeriggi nei quali la luce del sole è più corta
della coperta di un nano .

Rasoiate di nebbia si preparavano a scucire
la tela del mio campo visivo mentre il giorno
cominciava a calare le palpebre oscurandosi
come un ragazzino timido che si nasconde
sotto il cappuccio della sua felpa nera.

Una ragazza avanzava dal fondo del viale alberato,
aveva i capelli tinti di un rosso elettrico e la sua testa
fosforescente risaltava da lontano tra lo lo sfondo
verde scuro delle piante.
A vederla così mi ricordava un mazzo di fiori finti.

Una coppia mi passò davanti tenendosi a braccetto.
Erano due ragazzi stranieri, forse Ucraini, di sicuro
provenienti dall'Europa dell' est.
Lui aveva un andatura leggermente claudicante e il
suo corpo si adagiava sul fianco di lei che avanzava
impettita con il mento sollevato in alto.
Nell'incedere fiero del loro portamento ostentavano
una sicurezza priva di arroganza e intorno a loro
aleggiava un sentore rigoglioso e genuino.
Il dinamismo irruente dei loro giovani corpi irradiava
tutta la forza passionale e selvaggia di un amore
che li rendeva unici al modo - intoccabili nella loro
purezza - e al di sopra di tutti e di tutto.

Una signora Araba con chador e vestito tradizionale
era in piedi alla fermata del bus davanti alla bachecha
che doveva contenere gli orari, ma quella bacheca
era vuota da anni.
La donna aveva nella mani un cellulare, lo girava e lo
rigirava tra le dita e lanciava occhiate diffidenti e furtive
in ogni direzione, poi lasciava perdere il cellulare e si
concentrava sul vuoto di quella bacheca con l'aria di
chi non crede a quello che vede.
Avrei voluto dirgli che di domenica il pullman non passa,
ma non ero sicuro che quel giorno fosse domenica.

Il solo Italiano nei paraggi era uno spilungone magro,
un uomo sulla quarantina che portava un basco da
pittore, indossava scarpe da tennis, un lacero paio
di jeans, maglioncino nero a collo alto e una striminzita
giacchetta troppo leggera dietro la quale teneva le mani
incrociate.
La sua schiena era tesa in avanti e la faccia rivolta al
terreno, per farvi un idea più precisa di quella curiosa
postura dovete pensare alle lancette di un orologio che
segnano le due e mezza.
Si muoveva rigido come una marionetta, ma con passo
veloce e marziale. Dieci passi in un senso, poi si girava
di scatto,faceva dieci passi nel senso contrario e via di
seguito, senza interruzione.
Presidiava quei suoi pochi metri di territorio con una
precisione calcolata al millimetro. Forse si credeva
un militare assegnato ad un turno di guardia.

Altri passanti non c'erano, e se c'erano, io non li vedevo.
Per me erano come fantasmi,avrebbero potuto passarmi
davanti, di fianco, di sopra di sotto o magari attraverso,
che tanto - in ogni caso - non mi sarei accorto di loro.

Da qualche parte - da un auto o da una finestra - una
radio si accese sulla voce inconfondibile di Tom Waits.
La canzone era "Wrong side of the road" dall'album
"Blue Valentine".
Un brivido carico di nostalgia mi scosse la schiena,
fino a pochi mesi prima la musica era tutta la mia vita,
sognavo di diventare un grande sassofonista e invece
in quel preciso momento, stavo per diventare padre e
forse lo ero già diventato.
Infatti la mia ragazza si trovava a due isolati di distanza,
in un lettino nel reparto maternità dell'ospedale civico.

Mi venne in mente che avrei dovuto fare qualcosa,
magari potevo comprare un bel mazzo di rose. Si!,
dei fiori...questa mi sembro subito una buona idea;
la migliore nonchè unica idea che avevo avuto in tutta
quella giornata.
Così mi fiondai nell'atrio della stazione sperando che il
chiosco del fiorista fosse ancora aperto, ma ormai era
tardi... troppo tardi!.
Allora mi avvicinai alla biglietteria e presi il biglietto di un
treno, di un treno qualunque,del primo treno che sarebbe
passato,non mi importava per dove,volevo solo che mi
portasse lontano, il più lontano possibile.



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