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lavoro pubblicato sabato 5 novembre 2016
ultima lettura venerdì 24 febbraio 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La cella di Di Vittorio

di FrancescoCirillo. Letto 113 volte. Dallo scaffale Storia

Nel centenario della nascita di Giuseppe Di Vittorio mi viene in mente un episodio accadutomi nell’aprile del 1980. Intanto ricor...

Nel centenario della nascita di Giuseppe Di Vittorio mi viene in mente un episodio accadutomi nell’aprile del 1980. Intanto ricordo ai più giovani la figura di questo grande sindacalista. Giuseppe Di Vittorio nasce a Cerignola l’11 agosto del 1892. Figlio di braccianti agricoli che lavoravano la terra dei marchesi Rubino-Rossi di Cerignola. Costretto a fare il bracciante dopo avere appena imparato a leggere e scrivere sommariamente, teneva un quaderno in cui annotava termini ignoti che udiva, mettendo da parte faticosamente i soldi per acquistare un vocabolario. Già negli anni dell'adolescenza aveva iniziato un'intensa attività politica e sindacale; a 15 anni fu tra i promotori del Circolo giovanile socialista della città, mentre nel 1911 passò a dirigere la Camera del Lavoro di Minervino Murge; in seguito avrebbe diretto anche la Camera del Lavoro di Bari, dove organizzò la difesa della sede dell'associazione, sconfiggendo gli squadristi fascisti di Caradonna insieme con ex ufficiali legionari di Fiume, socialisti, comunisti, anarchici e Arditi del Popolo. Al centro dei problemi del lavoro c'era allora in Italia, come oggi, la questione meridionale. Nel 1912 Di Vittorio entrò nell'Unione Sindacale Italiana, arrivando in un anno nel comitato nazionale. Nel 1921 viene eletto deputato mentre è detenuto nelle carceri di Lucera. La elezione a deputato avviene in circostanze del tutto eccezionali. Esse ci offrono un quadro della situazione non solo personale, ma ci indicano lo scontro sociale in atto tra la fine del 1920 e la metà del 1921. Condannato dal tribunale speciale fascista a 12 anni di carcere, nel 1925, riuscì a fuggire in Francia dove aveva rappresentato la disciolta Confederazione Generale Italiana del Lavoro nell'Internazionale dei sindacati rossi. Dal 1928 al 1930 soggiornò in Unione Sovietica e rappresentò l'Italia nella neonata Internazionale Contadina per poi tornare a Parigi ed entrare nel gruppo dirigente del PCI. Insieme ad altri antifascisti partecipò alla guerra civile spagnola e, nel 1937, diresse a Parigi un giornale antifascista. Nel 1941 fu arrestato dalla polizia del regime e mandato al confino a Ventotene. Nel 1943 fu liberato dai partigiani e, negli ultimi due anni della seconda guerra mondiale, prese parte alla Resistenza tra le file delle Brigate Garibaldi. Nel 1945 fu eletto segretario della CGIL. L'anno seguente, nel 1946, fu eletto deputato all'Assemblea Costituente con il PCI. Nel 1956 suscitò scalpore la sua presa di posizione, difforme da quella ufficiale del PCI, contro l'intervento dell'esercito sovietico per reprimere la rivolta ungherese. La fama ed il prestigio di Di Vittorio ebbero largo seguito tra la classe operaia ed il movimento sindacale di tutto il mondo tanto che, nel 1953, fu eletto presidente della Federazione Sindacale Mondiale. Di Vittorio continuò a guidare la CGIL fino alla sua morte, avvenuta nel 1957 a Lecco, poco dopo un incontro con alcuni delegati sindacali. Ebbene sulle mura del carcere di Lucera è apposta una targa che ne ricorda la prigionia fascista. Arrivo nel carcere di Lucera dopo aver subito un pestaggio da parte delle guardie nel carcere di Potenza per aver appoggiato una lotta dei detenuti comuni . Vengo buttato in una lurida cella nel reparto isolamento. A destra una cella con un carcerato per stupro a sinistra una cella vuota. Non mi autorizzano l’uscita nel passeggio e quindi mi lasciano libero nel corridoio. La cella vuota alla mia sinistra è la cella di Di Vittorio. Anche qui c’è una targa ricordo del suo isolamento. Ma la sua cella “fascista “ è diversa dalla mia “democristiana”. Nella mia cella un letto e la tazza del cesso senza un divisorio e ben in vista dallo spioncino. Nella cella Fascista invece, Di Vittorio aveva ottenuto dai fascisti, una tinozza per il bagno, un tavolo, una sedia e la tazza era separata da una tenda dal resto della cella. Al che chiedo subito di poter parlare con il direttore al quale riferisco della differenza di trattamento se pur lontana negli anni. Evidentemente il direttore venne colpito dalla mia ironia e mi mandò un tavolo ed una sedia oltre che un lenzuolo per coprire la tazza. Il mio isolamento durò ben tre mesi.



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