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lavoro pubblicato mercoledì 2 novembre 2016
ultima lettura sabato 29 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Appuntamento all'inferno Capitolo 2. La spada di Leonida

di robszeru. Letto 377 volte. Dallo scaffale Fantasia

Come Dante cominciò a sollevare dubbi riguardo il viaggio nel secondo canto, il protagonista comincia ad essere pessimista alla vista di una strana creatura. Tuttavia l'incontro con una sacra reliquia gli ridarà coraggio, ma un'evento lo sorprenderà..

Un sogno o un incubo? Verità o realtà? Lungo il cammino tortuoso della selva, Dante mi illuminò su alcuni argomenti filosofici che aveva maturato dall'aldilà osservando il mio mondo. Una discussione nata alla vista di una strana creatura, non pericolosa o agressiva, ma simbolica e singolare, e dall'aspetto piuttosto malconcio. "Dimmi sommo, cos'è quella creatura?" chiesi al poeta, e lui con lo sguardo colmo di rancore mi spiegò "era un bradipo una volta, il suo prezioso sapere lo ha consumato. Vedi, lui vedeva ciò che ad altri sfugge, la cosidetta verità, quel mondo che si cela dietro la realtà, quel momento in cui ci troviamo soli con noi stessi e ci chiediamo se abbiamo risposto bene a delle domande, se fossimo ben vestiti, se avessimo potuto fare di più per apparire come ciò che vorremmo che la gente vedesse in noi, una realtà costruita sul nostro viso che ha fatto di noi degli attori in questo mondo. Molti sono vittime di questo circolo vizioso ignorando che le cose più importanti sono ben altre, alcuni provano piacere nel celarsi dietro la realtà perchè si vergognano della verità o la temono, e altri conoscono il vero ma non lo vivono. Quei pochi come te che hanno abbandonato le abitudini futili della realtà, non fanno molto per istruire gli altri a fare lo stesso perchè credono che non capirebbero o semplicemente per pigrizia, anzi, spesso vi immedesimate in loro per il timore di essere presi per emarginati. Quella creatura simboleggia la tua colpa, il tuo peccato, l'errore di aver avuto paura di mostrare ad altri il tuo sapere ed il tuo esserti crogiolato in esso con la stessa pigrizia di quel che resta di quel bradipo, finendo poi per amare la tua solitudine".

Ecco, ora sapevo perchè il sommo quando ha mosso prima di me i suoi passi nel mare nero riempì il suo cuore di dubbi, ma lui fù un uomo importante in vita, poeta, filosofo, politico non chè cavaliere, tuttavia i suoi dubbi erano fondati. Chi prima di lui attraversò l'aldilà da vivo compì in vita azioni memorabili. "Dimmi sommo, non intendo offendere la volontà divina, ma una domanda mi punzecchia la mente, se tu uomo politico e filosofo fosti scelto, perchè ora l'onnipotente sceglie me, infedele, peccatore e senza nessun titolo onorevole?" e lui mi rispose ancora una volta fermando la nostra marcia, "fui sorpreso al nostro incontro, io mi ritrovai in queste terre in un'età matura e piena di esperienza, eppur il mio animo non fù pronto per intraprendere il viaggio. I tuoi dubbi sono umani ma non esistono contrapposizioni alla volontà divina, poichè egli scioglie un nodo oggi per ricomporne due domani. Il male si è diffuso tra la tua gente, nel tuo mondo. Le cariche che siedono al dì sopra non agiscono come benefattori e la corruzione ha raggiunto il limite. La grazia divina ha dovuto cercare nei meandri del mondo per trovare qualcuno che ancora avesse il cuor puro e spinto da una motivazione personale. Egli vide in te un'anima pura ma macchiata dall'oscurità e decise, combattermo il fuoco con il fuoco".

Concentrai ancora una volta il mio sguardo verso il bradipo che ancora giaceva lì sofferente, e dissi "sommo, non mi coprirò di vergogna come quella creatura, non sceglierò la neutralità, ora che l'onnipotente mi chiama devo rispondere, e se servirà a salvare il mondo, darò la mia stessa vita". Dante accennò un sorriso e riavviò la nostra marcia.

La mia mente pian piano ragionava su alcune parole e frasi costruite dalla mia guida, e con alcune domane cercai di congiungere i punti, "sommo, mi hai parlato di una spada" e lui disse "non così in fretta ragazzo, chi vivrà vedrà". Deluso dalla sua risposta formulai un'altra domanda, "sommo, cosa intendevi quando dicevi che le cariche che stanno al dì sopra nel mio mondo non agiscono per il bene?" e lui "la curiosità non è peccato, tuttavia ci può portare a destini crudeli, e alle volte le cose vanno scoperte al momento giusto". A quel punto non mi permisi di formulare altri quesiti dato che la sua ultima risposta l'avrebbe potuta utilizzare per qualsiasi altra domanda.

Improvvisamente la selva si fece meno aspra e fitta e il terreno più secco e praticabile. Una luce attirò l'attenzione della mia guida che si voltò verso di me e mi disse "eccola! Siamo arrivati". Lui con la sua mano mi aprì la strada verso la luce e io la raggiunsi. Era una teca di vetro e la luce nasceva dal suo contenuto, una spada con delle incisioni quasi incomprensibili sulla lama. Poggiai la mano sul vetro della teca e questo si tramutò in cenere. Quei finissimi filamenti di cristallo si riunirono tutti sulle incisioni sulla lama, fino a che quest'ultime si ravvivarono di un'intensa luce bluastra. Presi il manico della spada e la sollevai, contemplai quelle strane incisioni che ora parevano più chiare, e notai che in realtà era greco antico. Dante mi disse a gran voce "quella spada si presenta con le gesta che ha compiuto!", io replicai "è già stata brandita quindi" e lui mi confermò facendomi un gesto con il capo e assumendo una strana espressione soddisfatta. Chiesi ancora al poeta "cosa dicono le scritte?" e lui cominciò "la mano di un re mi ha agitato, la stessa mano che guidò i trecento verso la morte, e che per questo divenne leggenda, la stessa mano che non ha tradito il suo onore pur essendo stato costretto a farlo, la stessa mano che diede la vita per la sua patria". Io riflettei sulle sue parole "re, leggenda, trecento, greco antico", conoscevo già il suo precedente possessore ma faticavo a crederci, e prima che potessi sollevare ogni dubbio Dante mi disse, "questa spada è stata brandita da Leonida I, re spartano che condusse i suoi trecento uomini nella battaglia delle Termopili contro il vasto esercito persiano di Serse. Egli sapeva bene di andare incontro a morte certa, ma ciò non lo fermò convinto che il suo gesto avrebbe dato la forza e il coraggio alla Grecia per respingere l'invasione persiana. Non vendette mai la sua patria nonostante le promesse lusinghiere di Serse, e impugnando la sua spada, Leonida gli dichiarò guerra. Quando il re spartano morì il suo spirito si avvinghiò alla spada che teneva in mano, e questa ne assorbì il potere, un potere fatto della stessa materia di cui sono fatti onore e coraggio, forza e dolore, così da quel momento la spada divenne una sacra reliquia". Io stentavo a credere a tutto ciò, tenevo nella mia mano un'oggetto pregiato, secolare, che racchiudeva in sè la storia, se ci avvicinavo l'orecchio potevo quasi sentire le urla di Leonida. Chiesi al poeta "sommo, ma come mai ora si trova qui?" e lui a me "è un dono della grazia divina con il quale potrai ferire l'artifizio diabolico, e magari ucciderlo". Alla sua risposta fui pervaso da vari sentimenti contrastanti, ma la mia mente dubbiosa non venne meno neanche questa volta, così dissi alla mia guida "sommo, nella mia epoca non è diffusa la scherma, non ho mai preso in mano una spada fin ora, non so utilizzarla" e lui con sguardo rassicurante replicò "lo ben so ragazzo, tuttavia io so come si brandisce una spada e ti insegnerò. Durante il viaggio nella città dolente saremo costretti a fermarci e in quei momenti ci alleneremo", così io lo ringraziai con sincera gratitudine. Non vedevo l'ora di apprendere la scherma dalla mia guida che sarebbe diventata il mio maestro, non stavo nella pelle al pensiero di vedere Dante duellare, così gli chiesi ancora "dimmi sommo, come hai imparato a duellare?" e lui mi rispose "nella mia epoca era quasi una tradizione di famiglia la scherma, e quando mi esiliarono ebbi tempo per affinare la mia tecnica". Mi immaginavo che Dante essendo un uomo intelligente e paziente, preferisse una tecnica più attendista, con pochi colpi ma giusti. Accanto al piedistallo dove sedeva la spada, c'era il suo fodero, lo presi, riposi la reliquia all'interno e proseguimmo il cammino.

Mentre camminavo la mia mente cominciò a formulare nuovamente dubbi, mi chiedevo se fossi stato pronto al momento giusto, se la spada mi sarebbe davvero servita per compiere la volontà divina, se io fossi stato degno della reliquia donatami. Pensavo al fallimento e ciò che avrebbe scatenato, mi sarei perso, il mondo intero si sarebbe perso... tutto in totale anarchia.

Oltre ai dubbi e pensieri, cominciai a sentire la stanchezza, spesso avevo fitte alla mano ferita, mi capitava di sentire un bruciante dolore al petto che si faceva sempre più forte man mano che ci avvicinavamo alle porte dell'inferno. Improvvisamente però, il dolore al petto divenne insopportabile, tanto che richiamai l'attenzione del poeta " sommo, ho bisogno di fermarmi", mi accasciai per terra, la vista cominciò a scarseggiare e l'udito a venir meno. Per un momento fui convinto che stessi per perdere i sensi, quando ad un battito di palpebre mi ritrovai in un altro posto, casa mia. Ero nel mio letto completamente nudo, i muri della mia stanza pareva che ondeggiassero e c'era un intenso profumo di rose. Nel letto coperto di petali rossi, c'era una ragazza dalla chioma anch'essa rossa e splendente, la stessa ragazza scelta dall'artifizio diabolico per ingannarmi, bellissima con una carnagione chiara e le forme del corpo attraenti. Lei, nuda come me stesa sul fianco dandomi le spalle, si voltò guardandomi con espressione dolce e mi disse "cosa c'è amore mio?". La sua voce era flautesca, incantevole, tanto che per un attimo dimenticai la selva, Dante e la mia impresa. La ragazza mise la sua mano dietro la mia testa e mi baciò, in un modo che non si dimentica facilmente, un bacio che ha il sapore dell'amore, un sentimento di cui ne avevo dimenticato l'essenza. Mi guardò ancora e io gli sorrisi, il mio cuore sperava che tutto ciò fosse realtà, che non stavo sognando e che la selva fosse solo un brutto ricordo. Ma improvvisamente sul viso della ragazza apparvero dei tribali, i suoi occhi diventarono completamente neri e le sue labbra si trasformarono in denti aguzzi, le sue mani si riempirono di squame e mi disse con voce stridula e non più dolce "non mi ami più? Non mi ami più!?". La stanza cominciò ad oscurarsi e la ragazza trasformata ormai in un mostro orrendo, sedeva sopra di me bloccandomi le spalle e gridandomi contro, finchè non sentì una voce che mi gridava "ragazzo! Ragazzo!!". Mi svegliai ancora nella selva con Dante, che mi stava tenendo la testa. "Cosa è successo sommo?" gli chiesi io agitato e sudato, e lui a me "non ne sono sicuro, ho visto la tua rosa che splendeva più del solito mentre avevi perso i sensi, forse lui sà", ed io che cercavo di riprendere il respiro gli chiesi "lui chi? Cosa sa? Cosa stai dicendo?". Dante che era sulle ginocchia vicino a me, si alzò e disse "ragazzo dobbiamo andare, non possiamo più perdere tempo", così mi aiutò ad alzarmi e supportandomi ricominciammo a camminare a passo svelto.

Ora i possenti alberi della foresta sembravano senza vita, spogli e scoloriti, e la mia mano che mi pulsava dolorosamente non mi dava pace. Aggrappato alla mia guida, gli domandai "sommo, non posso farcela così, non riesco ad andare oltre" e lui determinato non mi ascoltò e senza rispondermi continuò a camminare e a trascinarmi. Ormai muovevo le gambe per inerzia e sentivo di avere la testa pesante, camminavo con lo sguardo inchiodato a terra e notai che il sangue che perdevo tracciava la nostra via. Alzai lo sguardo per un attimo e fù li che le vidi, delle ombre, sagome scure incappucciate che si muovevano velocemente da albero ad albero. Mi guardai attorno e notai che eravamo circondati da questi strani esseri, così cercai di avvisare il poeta "sommo, le ombre ci stanno inseguendo!!" e lui mi lasciò per terra tempestivamente, sguainò la mia spada e con un coordinato movimento, parò l'attacco di un'ombra che brandiva anch'essa una spada. Dante duellò agevolmente con quell'essere di cui riuscivo a scorgere chiaramente solo le sue mani nere e putride che agitavano la spada, il resto del corpo era quasi areiforme e alle volte intravedevo il suo viso che assomigliava ad un teschio senza pelle. Dante riuscì a scacciare l'ombra ma altre si fecero avanti, praticamente ad accerchiare il poeta che si muoveva accanto a me per difendermi. La situazione si fece tragica, le ombre si avvicinavano sempre di più, eravamo spacciati, quando senza preavviso un cavallo bianco che emanava una luce accecante, saltò le schiere di ombre e con la sua scia luimosa le allontanò. L'animale si fermò vicino a noi e Dante mi alzò e mi aiutò a montarlo, poi montò anche lui in groppa dietro di me e cominciammo a cavalcare velocemente. La vista di quel bellissimo cavallo servì a ridarmi un pò di vigore, la sua chioma bianca odorava di buono e il suo pelo era vellutato. Il mio malessere però, era così pesante da non riuscire subito a notare che sulle spalle il cavallo aveva delle ali, e dopo aver preso la giusta velocità, le spiegò e ci innalzammo velocemente verso il cielo. In volo ripresi un pò d'aria che allungo mi mancò giù nella selva, e la vista di quest'ultima dall'alto era spettrale. C'era il sole, eppure i suoi raggi non penetravano la fitte rete di rami che copriva la selva, tranne che per la parte spoglia. Dante mi stringeva forte per evitare che cadessi, ed io non potevo credere a ciò che stavo vedendo dall'altezza che occupavamo. Dall'alto quella terra sembrava così affascinante e magica, un posto che non mi era per niente famigliare. Anche se fossi riuscito ad uscire dalla selva non sarei mai arrivato a casa, dato che non mi trovavo più nella mia città. Ragionai e conclusi che probabilmente mi trovavo da qualche parte proprio a Gerusalemme, se i miei studi mi avessero correttamente istruito sulla posizione della selva oscura.

Il cavallo alato atterrò finalmente in una zona apparentemente più sicura e meno fitta di arbusti, una pianura circondata da alti colli, ma carente di vegetazione. Dante smontò e mi aitò sucessivamente a scendere. Il poeta ripose la spada nella mio fodero e mi chiese "stai bene?" ed io un pò scosso risposi "credo di si". Dante poi si avvicinò al cavallo e lo accarezzò quasi per ringraziarlo, così chiesi alla mia guida "sommo, chi è lui?", e Dante mi rispose "Pegaso, in una forma angelica però. La grazia divina deve averci mandato un'aiuto". Ripensai a ciò che successe e chiesi ancora "sommo cosa erano quelle ombre?" "sentinelle" mi rispose e continuò "a guardia della selva per volontà divina, purtroppo queste creature sono oscure e non fanno differenza tra bene e male, tuttavia nessuno dovrebbe trovarsi in queste terre se non da spirito, per questo ci hanno attaccato" ed io replicai "a cosa servono delle sentinelle mandate dall'onnipotente, se in queste terre non cammina anima viva?", e il sommo ci mise un pò per formulare la sua risposta ma venne interrotto da una curiosa scena, un cavaliere in sella ad un cavallo nero che portava un vessillo senza alcun simbolo o stemma.



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