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lavoro pubblicato lunedì 31 ottobre 2016
ultima lettura domenica 19 marzo 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Foulard nella nebbia

di VinceRobertson. Letto 166 volte. Dallo scaffale Umoristici

Paolo apparteneva a quella piccola ma fastidiosa cerchia di persone che ero solito chiamare “intellettuali de iure, trimoni de facto”. Era paradossalmente il migliore ed il peggiore esempio di scrittore moderno, un fottutissimo hipster ........

Trimone: vocabolo del dialetto barese utilizzato
impropriamente allo scopo di insultare qualcuno.
Il significato letterale fa riferimento all’atto della
masturbazione, mentre l’uso quotidiano è assolutamente

libero da regole o limitazioni linguistiche.

È il termine più versatile e oscuro di tutti i dialetti italiani.
- Anonimo


Paolo apparteneva a quella piccola ma fastidiosa cerchia di persone che ero solito chiamare “intellettuali de iure, trimoni de facto”.
Era paradossalmente il migliore ed il peggiore esempio di scrittore moderno, un fottutissimo hipster pseudo intellettuale. Le sue caratteristiche? Cappello, occhiali, macchina da scrivere, prosa illeggibile ed una disfunzione erettile (non fraintendetemi, quest’ultima la so perché ne parla in continuazione).
Io lo odiavo, ma dovevo frequentarlo perché era amico del mio migliore amico e i due, in quanto amici, si vedevano spesso includendo quindi anche me. Che amicizia! Al (questo era il suo nome) era esattamente il contrario di Paolo: era un ragazzo intelligente, originale e artisticamente competente. Purtroppo la sua immagine pubblica non gli rendeva assolutamente giustizia: era un compositore di musiche per film porno.
Intendiamoci, lui ci metteva l’anima e le sue colonne sonore erano anche piuttosto orecchiabili, ma erano in un film porno e tutti sanno che in quel contesto le note sono un po’ come l’uvetta nel panettone. Insomma, le scale jazz non sono esattamente quello che si vorrebbe sentire durante una penetrazione.
Infatti nel corso degli anni gli incassi dei sui film diminuirono e lui fu licenziato e sostituito da un fonico che sapeva ben amplificare gli orgasmi.

Io, Paolo e Al ci vedevamo sempre alle panchine a nord del Parco Due Giugno di Bari e, come da manuale, parlavamo di problemi esistenziali. In realtà io partecipavo ben poco alle loro discussioni e preferivo ascoltare. Ogni volta che Paolo parlava io volevo rompergli quella faccia di cazzo contro un muro per l’eternità. Quell’idiota citava senza criterio tutti i fottuti Nietzsche Hegel Kant Cartesio Heiddeger e Freud per sostenere le sue deboli e pretenziose tesi. Al, molto più pratico, riusciva sempre ad essere logico e corretto senza supporti esterni e senza prendersi troppo sul serio.
“Vi domandate mai che cosa c’è dopo la morte?” chiedeva sempre Paolo.
“No, ma spesso mi chiedo cosa c’è dopo l’università” rispondeva sempre Al.

Paolo era disoccupato e fuoricorso e, come tutti quelli nella sua situazione, decise di scrivere un libro. In realtà si vantava di aver già scritto un romanzo epico di mille pagine che sarebbe stato pubblicato postumo. “L’ultimo grande romanzo dell’ultimo grande scrittore italiano”.
Volevo ucciderlo.

Ma questo non era tutto.
Negli ultimi mesi stavano succedendo delle cose molto strane. Ogni venerdì, intorno alle 22, uno strano uomo dal volto coperto compariva alle nostre spalle e ci fissava. La prima volta non ne fui tanto turbato, ma era perché il suo foulard lo rendeva vagamente simile ad una bionda svedese.
Col passere del tempo diventò molto preoccupante. Noi ce ne accorgevamo ma lui non la smetteva, così ci allontanavamo. Lui ci seguiva.
Una volta ci pedinò per così tanto tempo che, per seminarlo, arrivammo fino alla Madonnella, quartiere abbastanza lontano dal Carrassi. Nessuno di noi sapeva che cosa volesse e io tremavo di paura. Così vagavamo col peso di questa angoscia che, ovviamente, non era l’unica. Ho già parlato del mio astio per Paolo e forse vi ho fatto anche intuire l’atmosfera piatta e noiosa della nostra vita. Non facevamo niente, non proponevamo niente e non ci divertivamo quasi mai. A furia di parlare in continuazione avevamo finito per psicanalizzarci a vicenda. C’era una specie di cintura che ci impediva di andare avanti e di fare qualcos’altro all’infuori delle nostre lunghe chiacchierate. Un po’ come il cattolicesimo. I nostri interminabili flussi di coscienza ci portarono ad un’ ubriachezza mentale senza la possibilità di vomitare. Eravamo assuefatti per inerzia dalle nostre stesse parole. E poi odiavo Paolo (lo sapete già, ma è giusto ribadirlo).

Venerdì scorso Al e Paolo parlavano come sempre di problemi esistenziali. Erano quasi le 22.
- Credo che nel mio romanzo il protagonista si innamorerà di una misteriosa ragazza dai capelli blu - disse Paolo.
- Prima la chitarra, poi Bukowski e infine i capelli blu. Sicuro di non aver confuso il tuo libro con Tumblr? - disse Al.
- Grazie a Dio qualcuno lo ha detto! - dissi con liberazione.
- Piuttosto torna a comporre musica porno, coglione -
- Tu trovami un produttore e io ti troverò un cervello creativo. Cazzate a parte, di cosa stavamo parlando prima? -
- L’esistenza di Dio -
- Gesù, è un po’… vaga come cosa -
- Non direi proprio, è un quesito ontologico fondamentale quasi quanto la vita stessa, come direbbe Marx … - disse Paolo come se stesse recitando all’opera.
- Senti, come diavolo faccio a sapere se Dio esiste? Io non so nemmeno se esiste un autobus per Bitonto! - concluse Al come al solito.
Risi. I due continuarono a vomitare parole su parole e io, alienandomi, presi il cellulare. Erano le 22.
Mi guardai intorno come un cane impaurito. Facevo scattare il collo da destra a sinistra e cercavo ansiosamente il bastardo che ci pedinava. Era sempre lì, sempre in fondo alla strada, a fissarci. Ma ora non era ancora arrivato. Avevo una sola certezza nella vita, e ora non c’era più.
- Sapete che ore sono? - chiesi.
- Le 21:59 - rispose Paolo.
- Sicuro? -
- Anche il mio fa le 21:59 - disse Al.
- Oddio… - ma oddio cosa? Pochi secondi non fanno certo la differenza razza di idiota.
- Il nostro simpaticone arriverà tra pochi secondi - disse Al.
- Com’è retrò, gli manca solo la nebbia dietro le spalle - disse Paolo.

E così fu.
Fiumi di nebbia vagavano densamente dietro quell’uomo che, in fondo alla strada, ci guardava attraverso il suo foulard. La scena era a metà tra un noir degli anni ’40 e un video musicale di Michael Jackson. Iniziammo la solita procedura. Noi ci allontanammo lentamente e lui ci seguì mantenendosi sempre alla stessa distanza. Guardai Al negli occhi e notai uno strano bagliore, una luce che emetteva solo quando aveva un’idea.
Ci allontanammo dalle sudice strade del quartiere e finimmo in una strada più larga, popolata e illuminata. Al ci fece fermare accanto a un lampione. L’uomo era immobile in fondo alla strada e, per assecondare i gusti artistici di Paolo, si era liberato della nebbia. Iniziammo simultaneamente a fissarlo, fermi e tesi. Era immobile in modo innaturale, ma forse era colpa dell’LSD presa il mese scorso. Poi Al si allontanò.
- Aspettate qui -
Avanzò verso lo spettro con passo secco e lento, senza mai guardare in basso. Mi ricordò del giorno in cui anni fa decisi di ribellarmi al bulletto della classe. Avevo lo stesso passo lento e deciso, o almeno fu così che me lo descrisse il primario dell’ospedale.

Al e l’uomo erano faccia a faccia. Il mio amico iniziò a parlargli, ma da quella distanza non capivo di cosa. Al cominciò persino a gesticolare mentre l’uomo ascoltava e basta. Dopo numerosi sforzi anche l’altro iniziò a dire parole che a me sembravano grugniti. Mi ricordava una vecchia zia di Reggio Calabria che ogni Natale voleva farmi leggere una poesia. Io ero molto timido, così era sempre lei a leggerla: lei credeva di leggere Baudelaire, ma noi eravamo convinti di sentire un live di Vasco Rossi. Lo spettro e la zia avevano anche lo stesso portamento.

Perso nei miei pensieri non mi accorsi che i due avevano finito la loro chiacchierata. Al si avvicinò a noi con un passo molto più rilassato ma sconfitto. L’uomo era sempre lì.
Si poggiò al muro, accese una sigaretta, aspirò lentamente e mugolò sottovoce. Il bagliore si era spento.
- Allora, che ti ha detto? – disse Paolo con (finalmente) naturalezza.
Al zittiva.
- Cristo, dicci almeno, non so, che cosa ne pensi … – chiesi nervosamente.
Al finì la sigaretta, la buttò, pensò qualcosa e mi guardò.
- Credo che sia un trimone – disse sconfitto.








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