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lavoro pubblicato venerdì 28 ottobre 2016
ultima lettura lunedì 12 agosto 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

D'amore e d'ombra

di Dornroschen. Letto 334 volte. Dallo scaffale Fantasia

"Puoi sognare, adesso, piccola Sofia? Ti è concesso in questa vita? O, ancora una volta, gli dei e il fato hanno voluto giocare con te? Sono passati mille anni, Sofia, ed oggi come allora ho paura che una bestia venga a turbare il tuo sonno."

PROLOGO
Quanto tempo è passato, Sofia. Quanto è cambiato il mondo. Tutto cambia, cresce, evolve. O meglio, quasi tutto... Ma non l'uomo. L'uomo cambia i suoi modi, le sue abitudini, ma la sua natura rimane sempre la stessa: non ha ancora smesso di uccidere tutto ciò che è puro e dolce, ciò che è diverso, ciò che non comprende. Non ha smesso di uccidere te, Sofia.
Tu che rimani sempre uguale nella mia mente, dentro di me in ogni momento di lucidità, in ogni momento che lacera quel che resta della mia già maledetta anima al ricordo dei tuoi occhi di fuoco e d'acqua. Quegli occhi che vedevano troppo, e che guarderebbero con disprezzo quello che sono diventato.
Sono passati mille anni, Sofia, e non smetto di maledire ogni giorno per non averti potuta proteggere. Visioni continue dei tuoi occhi e del tuo sangue sparsi sull'erba, della tua candida pelle insozzata dal peccato dell'uomo, della mia incapacità di impedire che il più pure dei fiori venisse strappato. Del giorno in cui ti ho persa, e in cui ho perso me stesso.
"Tre volte più forte il tuo peccato tornerà indietro, in questa vita e in ogni altra, fino a che non sarà espiato". Io stesso ho attirato il lupo, io stesso ho attirato il male. Io stesso ho chiamato su di me il peggior castigo del mio inferno personale... Il Ricordo.
Sono passati mille anni, Sofia, e come ogni giorno maledico la mia anima.

1. TRENI E STREGACCE ASSONNATE

In ritardo come al solito. Il treno, come sempre, congiura contro di me: due corse saltate prima di partire, finalmente, a passo di tartaruga.
"Una tartaruga ubriaca, forse", penso mentre mi stringo in questa claustrofobica calca umana che spera di tornare a casa, cercando di tenere a bada un attacco d'ansia che sale e pregando qualche anima buona di districarsi tra gli arti tesi della folla in equilibrio precario per aprire un finestrino, in modo da avere almeno un po' d'aria. Nel frattempo faccio mente locale, cercando di distrarmi e di tenere la mente impegnata, facendo un rapido calcolo del tempo che ci vorrà per arrivare al capolinea. Dovrei passare a casa, fare una doccia veloce, trovare qualcosa di carino per la serata, cambiarmi, truccarmi... Cercare di rendermi presentabile, insomma. Non ce la farò mai.

All'improvviso sento qualcosa vibrare nella mia tasca, o forse nella tasca di una delle persone che mi stanno attaccate a causa della ressa. Districo la mano dal mio appiglio di fortuna, sperando che nessuna frenata improvvisa del treno mi faccia cascare addosso agli altri passeggeri innescando un brutto effetto domino, e mi improvviso contorsionista per recuperare il cellulare dalla tasca.
A quanto pare non mi ero sbagliata sulla provenienza della vibrazione: appena lo schermo si illumina, infatti, compare un messaggio di Vin, il mio migliore amico che ancora una volta si traveste da cavaliere scintillante per venire in mio soccorso.
"Stregaccia, che fine hai fatto? Vengo a recuperarti in stazione e andiamo insieme alla festa?" Sorrido, come sempre, leggendo il solito appellativo che mi riserva a causa della mia eccessiva (secondo lui) acidità nel rivolgermi alle persone che mi farebbe, per usare le sue parole, "somigliare a una vecchia strega", e digito una veloce risposta chiedendogli se possiamo fare un passaggio per casa. La replica non si fa attendere: "Non avevo dubbi. Cerca di sbrigarti, che ti sto aspettandoI".

Cerca di sbrigarti. Come se guidassi io il treno, poi. Blocco sul nascere la rispostaccia che stavo per dargli, per evitare che risponda con la solita battuta, e fisso lo sguardo sul finestrino.
Intorno alla metà del percorso, finalmente, il treno inizio a svuotarsi. Trascino il mio triste zaino da universitaria verso una serie di posti rimasti liberi e mi siedo. Stanca, sono troppo stanca. Appoggio la testa al finestrino e chiudo gli occhi, mentre il dondolio del treno mi trasporta in una specie di tranquillo dormiveglia.

Non sono sicura di quanto tempo sia passato, finché non mi sento scuotere dolcemente. Svegliati, sento dire da una voce femminile. Svegliati.

Apro gli occhi, di scatto.
Li strofino, più e più volte.
Nulla.
Non vedo nulla.

Il panico inizia ad assalirmi, ma dura pochi secondi: a poco a poco ricomincio a vedere l'immagine annebbiata del mio zaino, poggiato sul sediolino di fronte a me. Mi guardo intorno, cercando la donna che mi ha svegliata, ma non vedo nessuno. Il treno è quasi al capolinea, e sono sola. "L'avrò sognata", penso confusa. Eppure quella voce mi sembrava così vera... E quasi conosciuta.

Mi riscuoto, dando la colpa di tutto alla stanchezza, e mi preparo per scendere: il treno sta arrivando in stazione e già immagino Vin, orologio alla mano, che mi rimprovera per il ritardo.

"Ce ne hai messo di tempo, streghetta. Problemi con il treno?". Vin mi da un veloce bacio sulla guancia, mentre prende il mio zaino e se lo carica in spalla prima di avviarsi verso il suo cavallo bianco a quattro ruote.
"Quando ti deciderai ad imparare a guidare? Non puoi dipendere sempre da questi vecchi ammassi di ferraglia". Ancora una volta, non gli rispondo.
Lui mi guarda, capendo che sono troppo stanca per le nostre consuete liti dialettiche. Ci conosciamo da un paio di anni, un tempo relativamente breve forse, ma a noi è bastato per conoscerci a fondo come solo un fratello e una sorella possono conoscersi. I nostri amici comuni, inizialmente, avevano sperato in un'evoluzione romantica, ma io e Vin abbiamo capito subito che non era quella la strada che ci avrebbe legato in questa vita. Ci siamo riconosciuti subito come anime affini, come poche se ne incontrano nella vita, ed è germogliata una meravigliosa amicizia. Adesso Vin è legato ad una ragazza adorabile, mentre io... Beh, io tengo fede alla mia fama di stregaccia cercando di tenermi alla larga da mielosi rapporti con il sesso opposto.

Arriviamo a casa, e offro una birra a Vin mentre io cerco, rapidissimamente, di rientrare quantomeno nella decenza umana, prima di andare al pub dove festeggeremo il compleanno di un amico. Dopo la doccia, indosso velocemente un paio di jeans e un corsetto nero, spazzolo i capelli, metto gli anfibi, cerco di stendere un velo di trucco almeno sugli occhi e sono pronta, anche se la tentazione primaria sarebbe quella di dare buca a tutti e restare a casa. Ma non posso, conosco Andrea da una vita e so che ci rimarrebbe molto male se non andassi al suo compleanno.
Mi faccio forza, nascondo la stanchezza, e sono finalmente pronta per uscire di casa.

2. SPACCIO DELLA BESTIA TRIONFANTE

L'orologio scorre lento. Mi aggrappo alla terza birra della serata, che ancora stenta ad avviarsi per l'attesa del solito paio di ritardatari. Forse tra poco avrò bisogno di qualcosa di più forte, per adesso la serata promette pochi stimoli: conosco già quasi tutti, ci parlo abbastanza spesso da non avere nulla di nuovo o particolarmente interessante da dire. I pochi succosi aneddoti sulle mie ultime avventure carnali sono già stati spesi, così come le solite pacche di approvazione; poche speranze, stasera, di procurarmene di nuovi per la prossima occasione: solo un paio di ragazze che non conosco, già edotte da voci di corridoio sulle mie capacità di latin lover e fin troppo aperte e disponibili.

Non potrebbero mai soddisfare la bestia. La caccia, la sfida, la conquista sono il suo alimento. La delusione e il dolore la sua soddisfazione.
Forse finirò con una di loro, o più di una, prima della fine della serata, solo per avere qualcosa con cui giocare, un gatto che pigramente rigira una pallina tra le zampe. Ma non ci sarà nessun entusiasmo che appaghi il mio ego, e tantomeno quello della bestia, privata per stasera della caccia a una creatura viva e palpitante.

Perso tra i miei pensieri, quasi non mi accorgo di essermi avvicinato al bar. Prendo un drink, che inizio a bere a piccoli sorsi annoiati.

All'improvviso nella mia testa si fa strada una voce. Un osservatore casuale la interpreterebbe come frutto dell'alcool, uno psichiatra come il prodotto di qualche misterioso meccanismo della mia mente; nessuno dei due potrebbe immaginare la verità, ben più oscura e dolorosa. Ma io la riconosco, dopo aver convissuto con lei così tante vite: è la voce della bestia che sente l'odore di una nuova preda.

E' arrivata.

Voglio lei.

Mi guardo intorno, cercando di puntare l'obiettivo. Di sfuggita noto una fanciulla che deve essere appena entrata, forse mentre bevevo il mio drink. Mi da le spalle, intenta a salutare il festeggiato e (immagino) scusarsi per il ritardo. La osservo, come un bravo cacciatore che studia la sua preda: indossa un paio di jeans, nulla di troppo vistoso o ricercato; la postura, i movimenti rari e lenti delle braccia, la testa un po' china la indicano come una persona timida, nonostante gli anfibi abbinati a un corsetto nero indichino la presenza di un certo carattere. Che strana scelta, stavolta: sembra una preda abbastanza facile.

Inizio ad avvicinarmi in modo che Andrea possa presentarmela, così la bestia potrà iniziare a tessere la sua tela.
Mi porto dietro di lei, ascoltando la sua voce mentre chiacchiera del più e del meno con Andrea e con un altro ragazzo vicino a lei. Il suo ragazzo, forse? Questo renderebbe la sfida almeno un po' più stimolante.

Arrivato alle sue spalle, all'improvviso, mi raggelo.

Un suono mi rimbomba nelle orecchie.

Un suono che una sola volta, in mille anni, ho sentito.

La bestia ride.

Annichilito, osservo quelle spalle sottili, incurvate, mentre una stranissima sensazione inizia a farsi strada nelle mie ossa. Un insensato bisogno di proteggere questa sconosciuta dalle mani della bestia, di avvolgere quelle spalle tra le mie braccia, di stringerla come un tesoro prezioso da lungo tempo perduto.

Un sospetto inizia a serpeggiarmi dentro, ma lo respingo con forza. Non può essere.

Andrea intanto si accorge di me e, come previsto, mi presenta alla ragazza. Mi porge la mano, ancora con il timido sguardo abbassato.
Poi alza gli occhi, e li fissa nei miei. Occhi d'ambra, screziati di pagliuzze verdi, come i raggi del sole che riverberano nella foresta. Occhi timidi e decisi, che sembrano guardare oltre, sfidarti a sostenere il suo sguardo.

Occhi vivi come il fuoco e profondi come l'acqua.

La bestia ride nuovamente, trionfante, e lentamente si impossessa di me.

"Mi chiamo Sofia".

Io sono Mircea. E sono perduto.

3. TI RICORDERAI DI ME?

"Mircea... Hai origini rumene per caso?"
"Si, sono nato lì... Ci sei mai stata?"
"No, ma spero di andarci presto. Mi sto laureando in rumeno, e dopo vorrei continuare con la ricerca."
Mi guarda in modo strano, come se conoscesse già la mia risposta ma, per qualche strano motivo, questa non lo soddisfacesse appieno.
"In effetti hai proprio l'aria di una ricercatrice, di una mente curiosa... Del resto porti il nome della conoscenza, o sbaglio, Sofia?"

Continua a guardarmi e a darmi l'impressione di aspettarsi qualcosa da me, chissà cosa. Imbarazzata, cerco di cambiare argomento e gli chiedo se, per caso, ci fossimo già visti da qualche parte. Subito arrossisco, rendendomi conto che così può sembrare che io stia flirtando, e mi affretto a chiarire. "No è che... Mi sembra di averti già visto, ma non riesco a ricordare dove."
Di male in peggio.
Lui accenna un mezzo sorriso. Ride di me forse? Continua a guardarmi, finché finalmente pone fine a quei pochi, imbarazzanti momenti di silenzio, pur dandomi solo una mezza, enigmatica risposta.
"Chissà, forse eri ubriaca... O forse lo ero io." Arrossisco ancora di più. Mi sta prendendo in giro?

Si avvicina a me, continuando a guardarmi negli occhi.
"E questa volta?"
"Questa volta cosa?", riesco a balbettare.
Avvicina le labbra al mio orecchio.
"Ti ricorderai di me?".

"Sofi, siamo arrivati!" Vin mi scuote, credo di essermi appisolata sulla via del ritorno. Quando apro gli occhi, noto che lo sguardo del mio amico è posato sul foglietto stretto tra le mie mani: un foglietto spiegazzato con un nome e un numero di telefono. Blocco sul nascere le domande che sta per farmi, sono troppo stanca. Gli do la buonanotte, e salgo in casa a prepararmi per il letto.

Finalmente questa giornata pesantissima è arrivata alla fine ma, nonostante la stanchezza, il sonno tarda ad arrivare. Mi rigiro nel letto, inquieta, cercando di addormentarmi. Mai era accaduto che una conoscenza maschile mi inquietasse così tanto: mi sono abituata ad essere io a reggere il gioco.
Sofia, la stregaccia di ghiaccio, che perde il sonno pensando ad un maschio... Non ci crederebbe nessuno.

Stremata, finalmente Morfeo apre per me le sue braccia. Nel dormiveglia, mi sembra di vedere l'immagine di due occhi neri come la notte.

Devo stare più attento. Se lei è davvero quello che penso, potrebbe riuscire a sentirmi. Vedermi, persino. Devo fare piano.

La bestia ha già gettato il suo amo, posso sentirlo. Posso leggerlo nei suoi occhi d'ambra che cercano il sonno, inquieti. Con gli occhi della mente vedo la mia mano porgerle quel biglietto che distruggerei volentieri, se solo non avessi la certezza che l'ira della bestia si abbatterebbe su di lei per punirmi.

Scappa, piccola Sofia. Fuggi, dolce creatura, dalla trappola della bestia.
La osservo mentre dorme. Guardo i suoi occhi chiusi e mi chiedo cosa stia vedendo nel sonno.

E, mentre la guardo dormire, ogni dubbio inizia a cadere. Riconosco quel respiro che per così tante notti ho ascoltato, sveglio e adorante mentre la tenevo tra le braccia, attento ad ogni minimo cambiamento, ad ogni parola sussurrata che per tante notti avrebbe indicato il pericolo incombente mentre tu, piccola innocente, dormivi e volevi sognare.

Puoi sognare, adesso, piccola Sofia? Ti è concesso in questa vita? O, ancora una volta, gli dei e il fato hanno voluto giocare con te dandoti il dono, o la maledizione, della vista?

Sono passati mille anni, Sofia, ed oggi come allora ho paura che una bestia venga a turbare il tuo sonno.

CONTINUA



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