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lavoro pubblicato mercoledì 26 ottobre 2016
ultima lettura lunedì 12 agosto 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Ampia zona Grigia - parte 2

di Argail. Letto 462 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Ritornai al supermercato lo stesso giorno della settimana precedente. Non potevo sapere se facesse la spesa giornalmente, o settimanalmente, ma&hell...

Ritornai al supermercato lo stesso giorno della settimana precedente. Non potevo sapere se facesse la spesa giornalmente, o settimanalmente, ma… Se si serviva in quel supermercato l'avrei trovata prima o poi. Almeno ci speravo.

Ma perché tutta questa speranza di poterla rivedere? Che mi stava prendendo? Non capisco perché tanta foga… Tanto le possibilità sono poche.

Neanche a dirlo, passai quasi un'ora in quel dannato supermercato senza trovarne traccia.

Ero stanco quindi feci per andarmene.

Uscii e mi riavviai a casa, sperando di smettere di vivere di illusioni.

Ero a pochi metri dall'uscita di quel simbolo del capitalismo quando, improvvisamente me la trovai davanti. Era proprio lei! Proprio in quel momento si stava recando lì. Mi vide. Mi riconobbe. E mi sorrise. E di nuovo rimasi ammaliato da quel volto così… Così lucente… Lei tirò avanti ovviamente, ed io non riuscii a far finta di nulla.

La parte più tecnica della mia testa diceva che seguire una donna senza conoscerla prima, sia un atto da maniaci legalmente perseguibile.

Ma la più impulsiva rispose che, se la vita è tutto un caso come ho sempre creduto, se nulla è destinato a nulla, allora bisogna agire.

Non sapevo perché fossi così pieno di vigore. Così motivato a conoscerla, ma lo dovevo fare.

Rientrai nel supermercato velocemente. Non mi ci volle molto a trovarla. Quando la vidi non ci pensai due volte a raggiungerla. Tanto ero sicuro che si sarebbe messa ad urlare, o chiamare la sicurezza quando l'avrei raggiunta.

Eccola lì: nel mezzo di una delle corsie.

Mi avvicinai. Le ero praticamente alle spalle, non si accorse di me.

Ero teso, ma non importava.

Stavo per rivolgerle la parola, quando improvvisamente si voltò. Al pensiero che mi aveva colto in fragrante, per la sorpresa, dovevo avere una bella faccia da scemo…

Lei doveva avere la stessa sensazione, ma evitò di farmelo pesare.

Infatti sorrise, anche se in modo circostanziale.

Per qualche attimo nessuno seppe cosa dire. O almeno io non sapevo cosa dire.

Quando abbandonai ogni delicatezza.

-Salve, come va?- Feci sorridendo

-Ehm… Salve. Ehm… Tutto a posto?- Rispose lei un po' imbarazzata. -Non ti avevo visto uscire?-

-Sì… E io invece ti ho visto entrare-

Davvero una risposta idiota! Me ne resi conto troppo tardi. Infatti il sorriso le scomparve.

-Che vuol dire, scusa?!-

-Nulla! Semplicemente ti ho vista entrare. Tutto qui-

-E tu come mai sei rientrato?- Chiese con tono parecchio diffidente. Non potevo certo darle torto, con quella scemenza che avevo detto.

Non aveva urlato, o chiesto aiuto, ancora. Ma quanto ci sarebbe voluto?!

Tanto valeva andare fino in fondo.

-Volevo solo vederti. Da vicino… Cioè volevo dire… Parlarti. Da vicino… Sì, insomma.

Parlarti. Volevo solo parlarti. Tutto qui-

-Volevi parlarmi…- Non era tanto convinta. -Bene, stiamo parlando. E adesso?-

Forse dovevo andarmene e lasciarla in pace. Eppure non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. E comunque un minimo di curiosità sembrava trattenerla dallo scacciarmi.

-Adesso… Adesso nulla. Devo tornare a casa-

-Hai voluto parlarmi, rischiando di passare per un maniaco, per informarmi che devi tornare a casa?-

Accidenti!

Mi sa che stavo tergiversando troppo, non mi ero certo illuso di riuscire a conquistarla; che cosa patetica poi… Cosa m'importava di conquistarla?!

Eppure sentivo qualcosa che mi spingeva. Mi spingeva a dirle quello che pensavo.

-Senti, vorresti uscire con me?-

Le parole mi uscirono di bocca senza che me ne accorgessi. Ma forse era meglio così, ora finalmente mi manderà al diavolo e se ne andrà. In questo modo non avrò rimorsi per non averci provato.

Già lo sento il lungo e lancinante urlo carico di paura e rabbia.

-D'accordo-

Come?

-Ehi mi senti? Ho detto d'accordo. Che ne dici se ci ritroviamo qui, davanti il supermercato, stasera verso le otto. Vieni senza macchina, per favore, li detesto quegli aggeggi-

-Io… Non ho la macchina-

-Veramente- sorrise di nuovo con quell'incredibile dolcezza. -Allora ci vediamo stasera. Ora scusami devo fare la spesa-

E se ne andò mentre io, rimasi li fermò probabilmente con una faccia da beota. Eppure… Dentro di me sorridevo.

Quando uscii dal supermercato mi sentivo strano, diverso, come se per un momento nulla mi facesse più paura. Nemmeno la consapevolezza dell'abisso. E soprattutto sentivo di avere qualcosa che prima non avevo: una coscienza di calore mai avvertita. Qualcosa che mi dava un motivo in più per esistere. Ma che genere di sensazione poteva essere? Forse il fatto che mia madre… Che mi sembrava di provare per lei l'affetto che non potevo più dare a mia madre. No, era una cosa diversa. Ma cosa? Cos'era dunque?

Inutile sforzassi: l'unica possibilità era stare con lei e cercare di capire.

Così la sera stessa andai puntualissimo alle otto, davanti il supermercato chiuso. Indossavo sempre i miei vestiti, pantaloni e maglietta nera con una collana d'oro che era appartenuta a mia madre: l'unica cosa non nera che portavo.

Lei arrivò un paio di minuti dopo, era completamente vestita di bianco: pantaloni bianchi

una maglietta bianca attillata, quei suoi capelli riccioli e dorati. E sempre sorridente.

La mia attenzione fu poi assorbita da una collana con lacci neri che sorreggevano un ciondolo fatto di cristallini bianchi.

-Ciao. Scusa se ti ho fatto aspettare-, mi disse molto cordialmente.

-Non c'è problema-

-Vogliamo andare? Conosco un bar che fa degli ottimi panini-

Adoro i panini.

La accompagnai al bar. Mentre camminavamo, cominciammo a parlare.

Si chiamava Aurora, ed era nuova di quelle parti. In effetti prima della scorsa settimana non l'avevo mai vista. Mi raccontò di venire da un paese lontano, da dove era stata costretta ad andarsene, per via di brutti rapporti familiari. Non andava d'accordo con la sorella, in particolare. Ma non spiegò il motivo.

Poi fu lei a fare domande a me.

Le dissi il mio nome. E le raccontai di mia madre: mai con nessuno avevo parlato di mia madre, a parte gli psichiatri. Eppure con lei lo feci con tale naturalezza che… Mi stupii non poco di come arrivai a fidarmi così tanto. Non lo so. Ho voluto parlagliene e basta. Con lei mi sentivo bene. Libero di parlare senza sentirmi dire, perché hai detto questo? Perché hai detto quello?!

La conosci solo da qualche ora! Tu sei pazzo! Pazzo! Urlava la mia parte più calcolatrice. Ma non volli ascoltarla.

Eravamo seduti ai tavoli del bar a magiare dei panini davvero bene fatti.

-E' molto buono-, commentai.

Lei sorrise di nuovo. Ogni volta che mi guardava con quegli occhi mi sentivo così beatificato. Così bene. Non mi ricordo di essermi mai sentito così parte di qualcosa, non era come essere parte dell'abisso. Era diverso: aveva una forma, era visibile e non ti dava l'illusione che non esistessi. Anzi era l'opposto, mai mi ero sentito così vivo e presente. Mai avevo sentito che la mia vita significasse qualcosa.

Qualcosa d'importante.

E pensare che ero insieme a lei solo da qualche ora! Urlava la mia parte più sentimentale e impulsiva.

Alla mia domanda su come mai aveva accettato di uscire con me, nonostante il modo in cui mi ero presentato. Rispose.

-Niente. Sei stato così buffo. Ma anche carino ad invitarmi ad uscire che non sono riuscita a dirti di no. Insomma sei stato troppo divertente oggi al supermercato-

-Insomma hai voluto rimediare alla mia figuraccia-

Lei si mise a ridere, il suo riso era soave anche da ascoltare. Poi si fece seria.

-Sai, la verità è che da qualche notte faccio dei sogni ricorrenti. Uno brutto ed uno bello. In quello brutto sogno un'ombra che mi porta via da ciò che desidero di più al mondo. Mi porta via e mi getta nell'abisso più inquietante e oscuro. Mio Dio che orrore… Hai idea di quello che significhi galleggiare nel buio senza vedere niente?!… Neanche te stesso-

Il suo volto si fece spaventato, per poco i suoi bellissimi occhi verdi non piansero mentre immaginava a quanto diceva. Diavolo se si spaventava solo immaginandolo, chissà cosa avrebbe fatto se avesse saputo che io adoravo tutto questo.

-L'altro sogno. Invece è così bello-, nel dirlo il suo volto ritornò candido. -Mentre sono in una camera luminosa, piena di oggetti bianchi come l'avorio, lenzuola dello stesso colore dove il sole illumina tutto coi suoi radiosi raggi. Vedo un uomo vestito di nero, baciato dal sole. Che viene da me che sono sdraiata sul letto. Si avvicina, io gli sorrido lui sorride a me. Il suo luminoso volto cala su di me, così caldo, così luminescente; quasi angelico. Così bello. Si inchina su di me… E poi… Mi sveglio-

Cominciavo a capire perché si vestiva sempre di bianco.

-So che può sembrare stupido, ma i sogni sono un segno del destino. Io sono fermamente

convinta che uno di questi due sogni si avvererà. Spero solo che sia quello più bello-, sorrise socchiudendo gli occhi; un volto da sognatrice.

Consideravo tutte sciocchezze quello che aveva detto, eppure non riuscivo a rovinarle l'illusione.

Lei mi guardò e arrossì di colpo, portandosi la mano davanti la bocca e seguitando a ridere.

-Che vergogna! Scommetto che mi stai prendendo per sciocca-

-Per carità!- cercando di non lasciar trasparire nulla. -I sogni si avvereranno tutti e due secondo me. Magari prima quello brutto e poi quello bello-

O anche nessuno dei due.

-Già- sospirò lei. Mi sembrò preoccupata per un attimo.

Finito di mangiare, la riaccompagnai a casa. Ci demmo appuntamento per il giorno successivo.

Quando rincasai, me ne andai subito a letto, ma non riuscii a dormire; nonostante il buio assoluto. Le visioni si impadronivano di me: visioni di lei e il suo candido sorriso. Ed io ogni volta che dicevo di “no”, non poteva essere che…

E poi la rivedevo di nuovo, come un fulmine improvviso che illumina il cielo buio, vedevo il suo volto angelico che osservava.

Dopo i primi otto “no” che mormorai nel dormiveglia, mi resi conto che li dicevo con poca convinzione.

Continua.

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