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lavoro pubblicato mercoledì 26 ottobre 2016
ultima lettura lunedì 16 settembre 2019

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L'inquisizione - Capitolo 8: Alvin -

di Batckas. Letto 349 volte. Dallo scaffale Fantasia

Alvin aveva trentadue anni, nessuna famiglia alle spalle, con la madre che lo aveva partorito e lasciato in un gabinetto e il padre che era un qualche...

Alvin aveva trentadue anni, nessuna famiglia alle spalle, con la madre che lo aveva partorito e lasciato in un gabinetto e il padre che era un qualche tossico delinquente di cui non aveva mai voluto sapere niente. Era stato salvato da una donna che, casualmente, trovandosi a dover andare in bagno, si era accorta di un feto nella tazza. Vivo per miracolo, dicevano i medici. Alvin fu affidato a quella stessa donna che l’aveva trovato; questa, vedova, lo crebbe con amore, insegnandogli i precetti del cristianesimo fin da quando era bambino insieme al sacerdote della città. Alvin fu battezzato, ricevette la comunione e confermò la fede con la cresima ma c’era qualcosa che gli andava stretto, qualche parola che non riusciva a mandare giù delle prediche del sacerdote. Lavorò nella piccola bottega di sarta della madre adottiva, frequentò la scuola conseguendo ottimi risultati, ricevette proposte da numerosi college ma rifiutò per rimanere al fianco della donna che da subito gli disse di non essere la sua vera madre e che non appena fu abbastanza grande gli raccontò anche di come lo aveva trovato. Alvin, inizialmente, sembrò non farci caso, abbracciando la donna che lo aveva allevato e sostenendo che, per lui, non c’era nessuna donna più importante. A diciotto anni, però, fu la madre naturale di Alvin a giungere alla sua porta. Con il volto rigato di lacrime e gli occhi rossi lo strinse a sé chiedendo perdono per quello che aveva fatto. Alvin conosceva fin troppo bene la donna che lo aveva allevato e, guardandola negli occhi, capì che era stata lei a chiamare la madre naturale per fare in modo che i due si conoscessero, sperando che la donna si pentisse.
Alvin baciò la madre sulla fronte e non disse altro lasciando, però, la porta di casa aperta. L’aveva perdonata e non c’era alcun bisogno di parole.
L’anno dopo, mentre la madre naturale e la madre adottiva portavano avanti la bottega, insieme, Alvin fu chiamato in disparte dal sacerdote. Alvin era catechista, passava la maggior parte del tempo a organizzare eventi, gite, ad aiutare i più piccoli a fare i primi passi nella fede. Quell’uomo votato a Dio, però, gli fece capire che c’era anche altro, che il diavolo di cui tanto sentivano parlare aveva un esercito e che proprio lui, il bambino nato in un cesso, aveva la possibilità di diventare un soldato dell’esercito celeste. Alvin accettò, subito, vedendo negli occhi del sacerdote la possibilità di raddrizzare ciò che dentro di lui sentiva essere storto.
Fu iniziato, quindi, all’inquisizione sotto la guida del sacerdote che gli insegnò, lo fece studiare, lo istruì come meglio poteva con l’aiuto di migliaia di inquisitori prima di lui che parlavano attraverso libri e volumi malandati nella vecchia biblioteca della parrocchia.
All’età di ventitré anni Alvin diventò inquisitore a tutti gli effetti. Salutò il sacerdote, a cui affidò le due madri, pianse l’addio insieme alle due donne.
Accettò i voti dell’inquisizione, tra cui quello di castità e, quando lo ruppe, si sentì desolato a non percepire, dentro di sé, alcuna traccia di pentimento. L’amava con tutto se stesso e l’avrebbe protetta a costo della vita, avrebbe difeso lei e gli altri suoi compagni che diventarono la sua nuova famiglia.
Intelligente, sarcastico, pungente, caparbio. Pensava che non esistesse colpa più grande che quella di far passare per divine le cose umane; nonostante l’educazione cristiana, non si sentiva appartenente alla comunità, ritenendo che l’unica vera appartenenza non dipendeva dalla religione professata ma dalla volontà di fare il bene.
Fin da ragazzo era stato appassionato di tecnologia, anche se non ne comprendeva appieno il funzionamento, era in grado di utilizzare qualsiasi dispositivo come se non avesse fatto altro fin dalla nascita. Film, videogiochi e romanzi che gli permettevano di viaggiare con la fantasia e distrarsi, di tanto in tanto, da quel mondo che aveva giurato di proteggere, erano i suoi passatempi preferiti.
Portava nel cuore una speranza: la felicità. Non la propria. Ma quella delle persone che lo accerchiavano, che ridevano con lui, che lottavano con lui, che vivevano e respiravano la sua stessa aria e senza le quali, si diceva, non sarebbe mai potuto essere veramente felice.



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