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lavoro pubblicato martedì 25 ottobre 2016
ultima lettura martedì 4 agosto 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Memorie di Laurtiz Slav

di Ponte. Letto 432 volte. Dallo scaffale Generico

Salve, il mio nome è Laurtiz Slav, e questo è, in breve, il riassunto della mia vita. Scrivo tutto ciò, perché spero che nessuno mi dimentichi.

"Salve, il mio nome è Laurtiz Slav, e questo è, in breve, il riassunto della mia vita. Scrivo tutto ciò, perché spero che nessuno mi dimentichi.

Ero seduto alla mia scrivania nel mio box con il mio computer e la bottiglia di Bourbon nascosta nel cassetto. Anche se quello era il mio posto di lavoro, ogni tanto mandavo giù un sorso, giusto per spezzare la monotonia, trasgredire quella regola era l'unica cosa che dava un brivido alle mie giornate. Lavoravo in uno di quei palazzi tanto alti che sembrano sfiorare le nuvole. Non ho ancora capito in cosa consista veramente il mio lavoro, qual è la mia utilità lì, la mia mansione. In sostanza svolgevo delle pratiche, digitavo numeri presi da altri fogli sparsi qua e là per la scrivania e rendevo qualcuno ancora più ricco. E' questa la funzione dell'impiegato. L'unica cosa che avevo ben chiara era che dovevo portare il caffè al mio datore di lavoro ogni giorno alla stessa ora. Inizialmente lo facevo per leccargli il culo, nella speranza che questo potesse essere favorevole, non so in quale modo, alla mia carriera. Ormai mi sono disincantato, so bene di non avere nessuna speranza, di essere costretto in un lavoro senza sbocchi con uno stipendio misero; e lo sapeva anche quella che era la mia donna, Helle. Lei era una come tante a questo mondo, aveva grandi pretese, grandi sogni, ma non aveva i mezzi, né denaro né bellezza. Credeva che conoscere a memoria la bibliografia di Dostoevskij, Joyce e Bukowski la rendesse una donna meritevole di prestigio, che la rendesse una persona migliore. Forse è vero che la cultura ti rende migliore, ma alla società non frega poi tanto, ai vari tizi che ti stanno sopra frega solo di avere incompetenti lecchini sotto di loro e qualche buon lavoratore, preparato e diligente, da spolpare per mandare avanti la baracca. «Vado in chiesa ogni domenica, io credo nel Signore e lui lo sa, presto ricompenserà la mia fede e allora ti rammaricherai di non averne avuta.» mi diceva spesso. Non ho mai commentato il fatto che, secondo me, non si dovrebbe pregare solo per ottenere successo nel lavoro, non si dovrebbe pregare per scopi personali. Da quando se n'è andata non l'ho più sentita, ma certo non ha ottenuto il successo da lei sperato, non ho mai sentito parlare di Helle Nowitzki, la più grande attrice di questo secolo. Probabilmente il suo obbiettivo era davvero troppo in là per chiunque, ma lei almeno ne aveva uno. Forse adesso è davvero un'attrice, non di fama internazionale, ma lei potrebbe essersi avvicinata al suo obbiettivo molto di più di quanto abbia mai fatto io. A dire il vero, non ricordo quale fosse il mio obbiettivo, il mio sogno, la mia vana illusione; è impossibile che non ne abbia mai avuto uno. Se non vado errando, quando ero un ragazzino volevo diventare uno scienziato, studiare il cosmo, l'universo imperscrutabile, scoprire cosa ci fosse prima del big bang. Non ho toccato un libro di fisica da quando è finito il liceo. Il liceo... quello è stato il periodo meno noioso della mia vita: c'era sempre da fare. Scappare soprattutto... nascondersi. Ero sempre molto impegnato in queste due faccende. Prima facevo di tutto perché nessuno mi notasse, altrimenti venivo schernito e deriso da tutti. Adesso... adesso non c'è più bisogno né di nascondersi né di scappare, di rado interagisco con i miei colleghi e colleghe, e quelle poche volte, rimango in disparte, volente o nolente. Scappa un salve quando si prende assieme l'ascensore, quando accidentalmente ci si scontra uscendo dal bagno. Con il capo è diverso, lui pretende un linguaggio forbito, bisogna guardarlo dal basso verso l'alto, elogiarlo per il suo accento raffinato, per le scarpe "nuove" - che nuove più non sono da anni, ma vengono pulite una volta tanto - il vestito e la cravatta italiani, ma tessuti dai cinesi. La libreria alle sue spalle, stracolma di tomi di qualsiasi argomento, c'era di tutto, da Sofocle a Ippocrate, da Marco Aurelio a Cesare, da Nostradamus a Higgs, e non potevano mancare i già citati Dostoevskij e Joyce - forse la cultura ha qualche valore solo se la si usa come vanto; ma se non hai potere su qualcuno la tua cultura ti fa sembrare comunque ridicolo. Non fraintendetemi, la mia posizione lì non era poi così male. Io non ero preso di mira da nessuno, nessuno mi rideva alle spalle. Qui c'è un uomo, è magrolino e con la pelle bianchiccia, i capelli sempre sporchi, sempre con l'inalatore in man, completamente sprovvisto di acume e vive ancora con la madre. Spesso alcuni colleghi gli fanno degli scherzi, ma non saprei neanche dirvi che scherzi, sono spesso distratto e non faccio caso a ciò che accade al di fuori del mio box. Forse penserete che sono un cinico insofferente ai problemi degli altri, ma non vi ho ancora detto che non conosco i nomi dei miei colleghi, e loro a fatica si ricordano il mio. Loro non esistono per me e io non esisto per loro, nemmeno voi provereste empatia, curiosità o interesse per qualcosa che non esiste. Quando l'orario lavorativo volge al termine mi reco sempre nello stesso bar che si trova a quattro isolati di distanza dal mio luogo di lavoro. Se, anziché recarmi al bar, vado direttamente a casa, sto seduto a guardare il cielo sfogliare enormi pagine di nuvole. Non possiedo un'automobile poiché l'appartamento che ho preso in affitto sta proprio fra questi due luoghi e proprio di fronte a casa mia c'è un supermercato. In questo bar in cui passo tutto il pomeriggio fino a l'ora di cena non faccio molto, ma è una tradizione. Arrivo lì sempre alla stessa ora, mi siedo sempre allo stesso tavolo in fondo al locale, sempre da solo e ordino sempre la stessa birra. Sto lì e guardo le persone che bevono e immagino di fare conversazione con loro, altrimenti cerco di indovinare cosa facciano per vivere. Osservo con discrezione le coppie che vengono qui per farsi un goccio, o i vecchi ubriaconi abituali, i ragazzini che vengono con i genitori, le ragazze che vengono per farsi guardare, e gli uomini che ci provano con la tizia che lavora qui. Frequentavo questo locale già da anni quando lei venne assunta, sin dal primo giorno provò a fare conversazione, a strapparmi qualche informazione, ma non ha perso troppo tempo con me e si è presto stancata di questo gioco, anche se mi tratta sempre con infinita cortesia. E' una giovane donna piuttosto graziosa, la pelle marmorea, gli occhi grigi e quel sorriso che dovrebbe essere la principale fonte di attrazione in questa bettola viene surclassato dal suo seno. Probabilmente è una di quelle ragazze che "Voglio lavorare un po', poi continuo gli studi, prendo la laurea e trovo lavoro. Se avrò un pizzico di fortuna, troverò anche un uomo che sappia amarmi." Così la guardo, cercando di cogliere nel suo sguardo un qualche segno, aspettando che si accorgesse che le sue sono solo illusioni, e che se volesse cercare fortuna, avrebbe dovuto arrendersi all'inevitabile ed accettare che la vera vita inizia quando ti accorgi che, qualsiasi cosa tu faccia, il mondo continuerà a girare come ha sempre fatto; perciò perché affaticarsi ed illudersi? La fortuna sta nel non vivere da illusi, con puerili speranze di una vita che non ci appartiene. Nella mia mente spesso immagino che un giorno resto lì seduto più a lungo, resto fino all'orario di chiusura e ormai ci siamo solo io e lei. Si avvicina e mi dice che deve chiudere, ma alla fine non resiste e prende una bottiglia, versa da bere per due e chiacchieriamo. La istruisco sul senso della vita, sulla vera natura delle cose. In fondo è poco più che adulta, che ne sa lei della vita? Io però so parecchie cose, così le do qualche consiglio, lei rimane affascinata da ciò che le dico e, dolcis in fundo, mi ripaga allargando le gambe.
Come ho già detto, ero sempre solo lì, ma alcune volte veniva anche un mio amico, se così lo si può definire. Ha più di dieci anni in meno di me. Viene, si siede accanto a me e mi racconta delle ragazze che si è fatto da quando ci siamo visti l'ultima volta. Parla di tutto fin nei dettagli, certe volte imitando anche i gemiti di lei per rendere più credibile la sua storia, alcune di queste sembrano prese da qualche film porno più che dalla sua diretta esperienza. Io non bado troppo alle sue storielle, quando viene è lui che paga da bere, e questo mi aiuta a sopportare la compagnia. Probabilmente quel tizio è ancor più depresso di me. Chi mai verrebbe da un cinquantenne che non apre quasi mai bocca - e quando lo fa è scorbutico - per vantarsi di qualche strana acrobazia tra le lenzuola? Sarkis, questo è il suo nome, mi ha raccontato di essere nato in qualche paese del sud, lontano da qui, molto lontano. Quando ci siamo conosciuti era ubriaco, mi raccontò della sua famiglia che aveva lasciato al sud, dei suoi sogni e delle sue speranze, queste invece se le era portate dietro. Mentre raccontava fatti della sua vita di cui non ho memoria, mi pagava le birre; alla fine ero così sbronzo anch'io, da avergli detto che mi stava simpatico. Così, di tanto in tanto, fa un salto e viene a trovarmi. Lui è stato uno dei tanti che ha tentato di portarsi a letto la tizia di cui ho già parlato. Ovviamente, ha miseramente fallito. Visto il suo insuccesso, ha anche messo in giro la voce che lei sia già impegnata, in modo da spiegare il suo fallimento. Frequentando questo bar da diverse decadi, ho visto di tutto. Tempo fa, ricordo che un forestiero si era seduto ad un tavolo vicino al mio, aveva tirato fuori un libro voluminoso, e si era messo a leggerlo. Ricordo bene il libro, era Città di Dio, non potrei mai dimenticare uno straniero del sud che legge un simile libro in questa bettola. Qualche minuto dopo, una donna con i fianchi larghi, i seni cadenti, le ascelle pezzate e il trucco pesante, gli si era avvicinato. «Che sta facendo?», «Beh visto che mi ha scoperto è inutile nasconderlo: questo è un libro e io lo sto leggendo.» rispose l'uomo. «Sì, lo vedo, non sono stupida. Ma perché legge?» L'uomo rimase sbigottito da questa domanda, rispose in tono sarcastico dopo aver messo da parte il libro «Cos'è questo, un sondaggio?» la donna rispose di no e ripropose la domanda. Rimase in silenzio guardandosi attorno, cercando spiegazioni negli occhi di qualche spettatore. Intanto li stava raggiungendo un uomo, il quale era la copia di quella donna, solo con molti più peli distribuiti iniquamente su tutta la cute. «Bene, bene... abbiamo qui un tizio che legge.» Io rimasi impassibile di fronte a questa scena, le mute richieste d'aiuto da parte del forestiero non riuscirono a persuadermi che fosse giusto intervenire. Intanto quell'uomo si carezzava la barba ispida e grigiastra, mentre la donna teneva le mani sui fianchi guardando l'incauto avventore con aria di sfida. «Sì... non avete mai visto dei libri o cosa?» Chiese l'uomo che ormai sudava freddo. Ma che si aspettava? Non lo avrebbero certo aggredito per questo, forse potevano sembrare minacciosi, ma i villici qui sono innoqui. Intanto si era avvicinata la tizia che lavorava lì, era la sua prima settimana. «Cioè, non capisco perché leggere quando puoi guardare la tele.» chiese la donna, che poi aggiunse «Karoline, questo signore qui legge libri.» Lei sembrava non capire la cosa, allora rispose. «Il signore deve anche ordinare, adesso andate ai vostri tavoli e non disturbate.» Come dicevo, ho visto di tutto: marmocchi petulanti, vecchi con i sigari che parlano di cateteri, donne mature preoccupate di non poter accalappiare nessuno che le mantenga, scorbutici giovani palestrati fare a botte con chiunque, squallide festicciole e cabarettisti dilettanti. Sono sempre stato a guardare tutti questi eventi senza mai parteciparvi. Tutte le persone che passavano mi sono sempre apparse banali, poco stimolanti, come se non valesse neanche la pena di condividere con loro il mio ossigeno. Spesso mi sono chiesto cosa mai possa spingere la gente a comportarsi in determinati modi, perché mai dei ragazzi palestrati debbano venire qui per trovare qualcuno con cui prendersi a pugni. Perché mai tutti i bambini dallo stomaco debole visitano questo locale, lasciando untuose scie di vomito al loro passaggio. Altre volte mi sono chiesto perché quei giovani debbano venire qui per mettersi a discutere di ideali, morale e politica. Questa è la gente che meno sopporto. Giovani benestanti che non sanno cosa significa lavorare e procurarsi da mangiare che si mettono a discutere con tanta leggerezza di cos'è giusto e cosa non lo è, delle loro bazzecole, delle loro convinzioni che spacciano per assolute ed incontrovertibili. Cosa mai rende voi, intellettuali da strapazzo che mai hanno avuto a che fare con i dolori della vita, migliori di uomini che hanno vissuto tanto da capire che nulla, nella storia dell'uomo, è mai cambiato. Giovani che vivono nella convinzione che la società moderna è marcia perché tutti pensano a sé, tutti non hanno rispetto verso gli altri. Buffo, loro sono i primi a mancare di rispetto. Rispondono con insulti e con sgarbo a chiunque la pensi in modo diverso, esaltano la figura di chiunque abbia le loro stesse convinzioni e non perdono mai l'occasione per ostentare una superiorità che, almeno io, non vedo. Altri giovani, ma anche adulti o vecchi, credono che aver letto le parole di qualche uomo - oramai solo un cumulo di polvere, ammesso e non concesso che sia davvero esistito - che predicava amore e compassione, povertà e generosità, li renda migliori di chi quelle parole non le ha mai lette, ma le ha sempre messe in pratica. Io non sono di questi, io non sono un intellettuale, non sono neanche una persona generosa che dà il superfluo agli altri. Di questi tempi, nulla è più indispensabile del superfluo.
Quando incomincio a sentire le tenaglie della fame che afferrano il mio stomaco, pago il conto e mi incammino verso casa, raramente mangio lì. Cappello in testa e cappotto sulle spalle, vado verso la mia dimora sperando che i piedi non mi tradiscano facendomi ruzzolare per terra. Quando ero giovane, ricordo che dei ragazzi più grandi mi picchiarono fino a rompermi le caviglie. Porto ancora i segni di quel giorno, tanto che non corro più e ho sempre il timore che le mie vecchie ossa un giorno diventino troppo fragili per sorreggermi. Preoccuparsi per le caviglie non serve a molto quando sei sotto la pioggia e sai che sono state uccise più persone in questa strada che nel resto della città. Per fortuna nell'appartamento in cui risiedo c'è un ascensore, non potrei certo arrivare fino al sesto piano con le mie sole forze. Apro la porta e faccio qualche passo sulla destra in cerca dell'interruttore, quando quella fioca luce giallognola pervade il salotto mi sento un po' più... un po' più nulla, sarebbe bello poter dire di provare qualcosa. Poso cappotto e cappello dove di dovere e vado in cucina, preparo il mio šci che mangerò sulla poltrona mentre guardo la tv. Non sono un grande cuoco e non mi piace molto variare, cucino sempre gli stessi piatti. Quando mi siedo e accendo la tv, inizia la parte migliore delle mie ventiquattro ore. Guardo i telegiornali, ascolto avidamente le notizie di cronaca, gente che è stata uccisa, altra si è uccisa, nei casi più interessanti si tolgono la vita a causa di uno stupro, mentre i più stupidi perché vanno male all'università. Ecco a cosa serve studiare, trovare una buona fonte di stress, se gli studenti arrivano ad usare dei trucchi per prendere buoni voti è perché il sistema predilige i buoni voti alla buona formazione. Dopo i telegiornali e dopo che ho finito di mangiare spengo la luce. Sto seduto sulla mia poltrona - che ha centinaia di macchie dovute alla zuppa - con gli occhi chiusi. Assaporo l'acre puzzo di chiuso e il tanfo delle feci del gatto. Egli aspetta sempre che finisca di mangiare prima di venire a sedersi sulle mie gambe. Dopo che ci siamo scambiai i convenevoli, riaccendo il televisore, la più gettonata fonte di luce in casa. Allora guardiamo i documentari. Passo così le mie serate, guardo i documentari su animali tanto stupidi da non capire di essere fortunati, sono fortunati perché non sono uomini, non hanno innumerevoli preoccupazioni come noi. Sempre alla stessa ora, quando finisce l'ultimo documentario, mi alzo e cammino verso la camera da letto. La tv, ormai spenta, cessa di illuminare casa, ma anche al buio trovo la strada per il letto. Ho percorso così tante volte quella via che posso arrivare da un punto all'altro anche senza luce, non c'è mai nulla di inaspettato per terra, poiché lo saprei se fossi stato io a spostarla. Il gatto ha presto imparato che mettersi fra me e il letto non è una cosa che rimane impunita. Esso, però, dorme accanto a me sopra il lenzuolo. Il giorno dopo, tutto ciò si ripete. Sono un uomo ripetitivo, non amo i cambiamenti. Anche nella scelta del mio guardaroba sono prevedibile. Indosso sempre una camicia, la giacca e la cravatta scure, prevalentemente nere e blu.
Adesso che ho raccontato il quadro generale della mia vita, devo passare ad un giorno preciso, il giorno in cui mia madre e mio padre morirono.
Un giorno d'inverno, uno come tanti in questa buia città, stava piovendo a dirotto e mi trovavo nel mio box durante l'orario di ufficio. Squilla il mio cellulare. «Pronto?» una voce femminile rispose poco dopo, la quale mi informò dell'incidente stradale, dell'ambulanza che arrivò in ritardo, della morte della mia famiglia. Non parlavo con i miei genitori da quando mi sono trasferito in questa città. I miei non avevano intenzione di avere figli, certo non così presto. Mia madre aveva diciannove anni quando rimase incinta, mio padre ventuno. Non me lo dissero mai direttamente, mai mi accusarono di essere un figlio indesiderato, ma lo si capiva subito dalle foto del matrimonio: poche sono le spose già gravide e con il pancione nell'album fotografico del giorno più bello della loro vita. Non ci siamo tenuti in contatto dopo che mi sono trasferito, non ci siamo mai né scritti né rivisti. Loro mi scrivevano delle lettere, all'inizio, ma io non ho mai risposto, questo solo per pigrizia. Ad ogni modo, sentivo il dovere di tornare a casa e partecipare al loro funerale, in quanto ero l'unico figlio ancora vivo. Quando la donna al telefono mi raccontò rapidamente cos'era accaduto ai miei genitori, io lo ripetevo parola per parola a bassa voce, non abbastanza bassa. Infatti uno dei miei colleghi aveva sentito tutto, in pochi minuti tutto il piano sapeva dell'accaduto. Terminata la chiamata, lasciai cadere il cellulare sulla scrivania, gettai la testa all'indietro e chiusi gli occhi, tentando di passare in rassegna tutti i ricordi che riguardano la mia famiglia. Non trascorse molto tempo ché una delle mie colleghe venne e mi disse «Ehm... il capo vuole parlarti.»
Attesi qualche istante come stordito da quelle parole. Dunque era già venuto a sapere del mio lutto. Misi le mani sui braccioli della sedia per darmi la spinta ed alzarmi, non volevo che mi guardasse con tenerezza, come se gli facessi pena. Non me ne faccio nulla del suo falso dispiacere. Stavo per entrare nel suo ufficio, bussai e attesi che rispondesse "Avanti.", o qualcosa di simile. Intanto tenevo il capo basso e le mani nelle tasche della giacca. Sentivo gli sguardi dei miei colleghi fissi su di me, ed era logico supporre che il brusio che percepivo alle mie spalle avesse a che fare con me. Mai mi hanno dedicato così tanto tempo. «Prego, entri pure». Richiusi la porta dietro me e mi avvicinai alla scrivania, dietro questa stavano il mio capo, seduto sulla sua sedia girevole in pelle nera e il suo assistente. Il capo si rivolse proprio a questo dicendo che avevo sete e che doveva prendermi da bere, quello in un istante era già fuori. «Prego, sedetevi Laurtiz.» Mi sedetti senza distogliere lo sguardo dal suo. Qualche istante dopo si sedette anche lui e io passai in rassegna la sua scrivania. C'erano alcuni fogli da una parte, uno sopra l'altro, accanto a questi delle penne. Al centro della scrivania c'erano briciole e molliche, si riscontrava la presenza di queste anche sulla sua camicia. «Dunque, veniamo al sodo. So della sua perdita e ne sono profondamente rattristato. Se c'è qualsiasi cosa ch'io possa fare per lei... o la società per lei... non esisti a chiedere.» Non sapevo da dove iniziare. Avrei dovuto prendere dei giorni di ferie per recarmi al funerale. «Mi serve qualche giorno per...» non mi diete il tempo di completare la frase «Sicuramente, ma certo, certo. Oggi è lunedì, il resto della settimana non deve recarsi al lavoro. Penserò io stesso ai moduli da compilare, non si preoccupi.» In quell'istante entrò l'assistente con il bicchiere d'acqua che poggiò con cautela sulla scrivania. «Ecco, scusi il ritardo.» Si affrettò a dire. «Dovresti vergognarti! Il signore qui ha subito una grave perdita e tu non sei neanche capace di portare un bicchiere d'acqua senza versarne metà sui tuoi vestiti e ritardare. Dovrei licenziarti istantaneamente.» Il povero ragazzo cominciò a sudare freddo, le mani gli tremavano e batteva i denti. Restai in silenzio aspettando che il ragazzo implodesse o che il mio datore di lavoro si dedicasse alla mia causa anziché licenziare un altro assistente; sarebbe stato il quarto del mese. Tossì cercando di attirare la sua attenzione. «Sì, mi scusi. Stavamo dicendo che avrà la settimana libera, ovviamente retribuita. A dire il vero, lei è libero già da adesso.» Dunque mi alzai, feci un cenno del capo e mi volta i per andarmene. L'assistente mi aprì la porta e io me ne andai. Non voglio soffermarmi né sul tono di voce del mio capo né sul suo modo di guardarmi. Ero in strada, stavo lentamente camminando verso casa quando mi accorsi che non avevo un mattino libero da anni, ancor meno una settimana fuori dal solito periodo di ferie. Decisi così di recarmi in banca, poiché il venerdì precedente avevo ricevuto una lettera da questa, dove diceva che, a causa di alcuni problemi con il mio conto, mi sarei dovuto recare presso di loro per risolvere, appunto, alcuni inconvenienti. La banca dista più di un kilometro da casa mia, ma non mi feci troppi problemi e invertì la rotta. A metà cammino aveva iniziato a piovere, come accadeva ogni giorno, del resto. Più mi avvicinavo al centro storico, ovvero alla zona della banca, più le case nei dintorni e i marciapiedi ero rovinati. Case in disuso, abbandonate. Marciapiedi dai quali spuntavano ciuffi d'erba verde; la resistenza, così li ho sempre chiamati quei ciuffetti d'erba che sbucavano fuori dall'asfalto o dai marciapiedi. Si insinuavano fra gli starti di merda che gli uomini hanno gettato sulla terra, per poi sbucare all'aria aperta, alla disperata ricerca del sole. Peccato che si faccia vedere di rado in questa città, anche durante la stagione calda preferisce restare timidamente nascosto fra nuvole grigiastre. Perché mai nascondersi così? Lo abbiamo forse offeso in qualche modo? Si comporta come un bambino che, offeso da un qualche banalissimo scherzo, si nasconde e non parla più. In verità, non è certo una qualche offesa che può impedire al sole di fare il suo turno anche qui, in questa piovosa città. La vera causa della sua quasi totale assenza è il fumo, fumo che proviene dalle industrie. La nostra è la più grande città industriale del Paese, peccato che le fabbriche non siano a norma. Esce sempre fumo nero dalle ciminiere, fumo che va appestando l'aria ed oscurando il cielo. Se non vediamo più il sole far crescere le piante da frutto di tutti, è perché vogliamo vedere le industrie far crescere il portafoglio di pochi. Ma dopo tutte queste riflessioni mi chiedo sempre cosa possa mai fare io, da solo. Nulla. E' palese, così come è presente in me il senso della mia inutilità. Perciò continuo a camminare così come ho sempre fatto. La banca della nostra città è un edificio a più piani, costruita con grandi blocchi di pietra bianca, prima dell'ingresso c'è una lunga scalinata che porta a una serie di enormi colonne, sempre in pietra, passata questa fila di colonne, si arriva all'ingresso. Pochi passi più avanti e mi trovo in fila per uno sportello, davanti a me c'erano due persone, due donne. Una di queste, quella subito davanti a me, teneva il figlio per mano, il quale sembrava non avere troppa voglia di smettere di piangere; intanto la madre mandava tranquillamente dei messaggi a qualcuno. Non ho mai sopportato i bambini anche per questo, piangono continuamente. E durante queste urla il loro volto diventa inguardabile: rosso come un pomodoro, gli occhi socchiusi e la bocca spalancata. Anche quando tutti dicono "ma com'è bello, com'è bello questo bambino." proprio non capisco a cosa si riferiscono. Non riesco a trovarli belli, anche quando non piangono sono fastidiosamente brutti da guardare. Questo qui, non era da meno. Certo la madre accontentava troppo il pargolo, chi mai concerebbe così un bambino che, a mio parere, avrà avuto sì e no otto anni. Io non permetterei mai a mio figlio di rasarsi completamente i lati della testa, per lasciare un'unica striscia rossa al centro, la cresta di un galletto. La signora allo sportello sembrava non capire nulla di quello che l'impiegato le stesse dicendo, lei continuava ad interromperlo per poi chiedergli di ripetere o per ulteriori chiarimenti riguardo il significato di una qualche sigla. Ad un certo punto sembrò pure arrabbiarsi con l'impiegato. Povero vecchio, sarà stato prossimo alla pensione, e doveva pure sopportare una tale stupida. La donna, con i capelli scuri e ricci che non arrivavano alle spalle, continuava ad agitarsi attirando l'attenzione dei presenti. Io mi limitavo a chinare il capo ed aspettare. M'infastidiva sapere che tutti stavano ormai guardando nella mia direzione per colpa di quella squinternata. Negli stessi istanti stavano entrando in banca quattro uomini col cappuccio e una maschera sul volto e armi fra le mani, pistole e fucili. Restarono sulla soglia dell'ingresso, nessuno li aveva notati oltre me, che ero l'unico a non tenere lo sguardo fisso su quella donna, che stava ormai sbraitando. Avevo subito capito cosa stesse per accadere, mi chiedevo solo come l'avrebbe presa quella donna. Per un istante m'immaginai la donna che urlava contro questi uomini; sarebbe finita male per lei, sarebbe stata sicuramente la prima a morire. Intanto due di questi stavano ridendo guardando la donna, dei due restanti, uno fissava l'altro - quasi come se attendesse istruzioni sul da farsi - mentre questo fissava la donna. Avevo ancora del tempo. Stavo cercando di capire quale potesse essere la cosa più saggia da fare. Tentare di uscire era escluso, mi avrebbero sicuramente impedito il passaggio. Nascondermi era un'alternativa più che valida, ma non c'erano posti adatti, e sarebbero sicuramente stati attenti a controllare ogni angolo dell'edificio per raggruppare tutti gli ostaggi. Non avrebbero mai ucciso un ostaggio se non avesse creato problemi di nessun tipo. Perciò la cosa migliore era evitare di fare l'eroe. Dopo non molto questi si avvicinarono. Erano vestiti tutti allo stesso modo: anfibi neri, pantaloni neri e felpa nera con cappuccio che nascondeva i capelli, e in viso delle maschere da hockey. A distinguerli era, oltre l'altezza e le armi, il colore delle maschere. Quello più robusto, con la maschera nera e il fucile, prese per primo la parola quando tutti ci voltammo - e ancora la donna non stava zitta chiedendo con insistenza quali fossero le intenzioni di questi uomini. «Rosso, fa star zitta quella donna.» Il loro nome in codice corrispondeva al colore della maschera, simpatici. Questo non rispose, si avvicinò alla donna e le sparò in fronte con una pistola silenziata. Panico. Tutti presero ad urlare e correre qua e là. Era la mia occasione per fuggire di lì. Mi allontanai da quegli idioti che correvano in cerchio tutti al centro dell'ingresso. Stavo per scappare da una delle porte più distanti dai rapinatori, quando quello con la maschera blu si voltò verso me, imbracciò il fucile e mi puntò senza dire una parola. Ero sotto tiro e continuare sarebbe stato un suicidio. Alzai le mani sopra il capo e mi allontanai dalla porta. L'uomo con la maschera bianca sparò contro il soffitto un paio di colpi, e quelle pecore finalmente si calmarono un poco. «A terra!» disse questo. Io sperai che Blu non continuasse a tenermi sotto tiro, così sarei potuto fuggire, ma non fu così stupido. Mi presi un attimo prima di unirmi allo stuolo d'idioti sdraiati a faccia in giù. Ci perquisirono e distrussero i cellulari, non prima di aver controllato che non avessimo avvertito qualcuno. Nero si avvicinò a Rosso e gli diede un pugno in pancia. «Non t'ho detto d'ucciderla.» Rosso cadde sulla ginocchia e aspettò che Nero si allontanasse prima di rialzarsi. Nel frattempo, Bianco si era diretto verso uno dei due sportelli aperti, Nero verso l'altro. «Mani in alto.» Condussero tutti gli ostaggi verso stanze più interne della banca, dove ci stiparono tutti quanti, Blu e Rosso ci facevano la guardia. Intanto Nero e Bianco si stavano dirigendo al caveau con i due impiegati, questi, gli intravidi prima che si allontanassero, erano terrorizzati, si mordevano le labbra e imploravano pietà. Certo la sensazione della canna del fucile contro la nuca non è né piacevole né rassicurante.
Noi stavamo seduti per terra in una stanza al buio, avevano chiuso le persiane e la luce era spenta. I due sequestratori tenevano in mano una torcia ciascuno, con le quali ci abbagliavano un po' tutti. Quando la luce non era puntata direttamente contro i miei occhi, riuscivo ad intravederli, sembrava che stessero parlando. Ma il rumore delle persone che imploravano pietà, che imploravano di aver salva la vita, m'impedivano di ascoltare. Era a me chiaro che non avrei potuto far nulla. Dopo che ebbi rinunciato a capire cosa si stessero dicendo, decisi di concentrarmi sugli altri ostaggi. Alcuni sembrava che stessero tentando di comunicare fra lodo, ma la luce gli accecava e non riuscivano a capirsi. C'era una donna, quella con il bambino, che invece sembrava cercare di calmare gli animi degli uomini desiderosi di ostentare un inutile coraggio e un altrettanto scomoda caparbietà. Questa donna, probabilmente aveva timore per l'incolumità del pargolo. Una mamma che ha anche il minimo sospetto che qualcosa potesse nuocere al figlio, diventa irrimediabilmente ostinata e protettiva. Non dovevano essersi organizzati sufficientemente bene i tre uomini che si gettarono, uno per volta, contro i due sequestratori armati. Questi, infatti, li uccisero uno per uno con i loro fucili. Il rumore delle armi era incredibile, assordante; i fucili, a differenza delle pistole, non erano muniti di silenziatori. A ciò, e solo a ciò, porta l'eroismo degli uomini che vogliono solo mettersi in mostra, degli uomini che non hanno nulla da difendere se non la propria vita e il proprio ego. Inziano adesso le urla, donne terrorizzate che portano le mani al viso per evitare di poggiare lo sguardo su quei corpi. Uno di loro non aveva neanche più la testa e alcuni pezzi di cervello erano schizzati sulle mie scarpe. Una pozza di sangue andava espandendosi lungo il pavimento; irrefrenabile, incontrastata andava così congiungendosi alle altre due pozze. Un uomo, seduto per terra accanto a me, prese a tremare, spalancò le palpebre e si morse il labbro. Tutto d'un tratto, svenne. I due sequestratori decisero di metterci nella stanza di fronte - identica a questa - dove non c'era puzza e sangue. Io dovetti trasportare il quarantenne che era svenuto, non essendo abbastanza forte per caricarlo sulle spalle, lo presi per mano e lo trascinai. Mentre attraversavo il corridoio i due sequestratori si misero a ridere, approfittando di questo momento, un altro uomo, sui vent'anni, decise di scappare. Diede una spinta ad uno dei rapinatori facendolo cadere per terra e dopo aver percorso sì e no quindici metri, diverse pallottole lo investirono sulla schiena. Ancora quel rumore assordante. I sequestratori risero anche di questo. «Avete visto che fine fanno i poveri pazzi che vogliono fare gli eroi, la stessa fine non la fanno i vigliacchi. State buoni e non vi sarà fatto del male.» Disse Blu. E, a dire il vero, proprio non riesco ad immaginarmi di quale utilità possa tornargli un cadavere, vivi siamo merce di scambio, e presto gli saremo tornati utili. Nessuno aveva potuto avvertire la polizia, ma sarebbero arrivati in pochi minuti a causa del rumore degli spari. Poco dopo tornarono Nero e Bianco e i due impiegati con loro. «Cosa è accaduto? Avete sparato a qualcuno?» chiese Bianco. Blu spiegò l'acacduto ai due compagni, i quali, a buon diritto, chiesero perché non avessero usato le pistole con i silinziatori. I due, probabilmente, sbiancarono in viso, ma non potei esserne certo per via delle maschere. Bianco prese a correre verso l'ingresso per controllare che gli sbirri non fossero arrivati, non fece in tempo ad arrivare a destinazione che le sirene delle volanti si stavano già avvicinando. Passò mezz'ora con i sequestratori da una parte della cornetta, la polizia dall'altra. Insomma, questi non avevano un "piano B". La cosa mi spaventò molto. Con quel poco di tempo che avevo, ero riuscito ad intuire che Rosso fosse un po' più instabile rispetto gli altri sequestartori. Preso dalla paura di esser catturato, avrebbe potuto fare qualche pazzia. Certo gli altri tre non gli avrebbero permesso di uccidere ostaggi tanto per scaricare lo stress, ma rimaneva la possibilità che facesse qualche idiozia. Degli altri non avevo paura, e non aveva la minima importanza che si salvassero o meno. Mentre le trattative andavano avanti, mi trovai a riflettere sulla vita che potevano condurre simili personaggi. Rapinatori di banche, sequestratori, forse avevano preso parte a qualche sparatoria. Nulla a che vedere con il mio stile di vita. Presi dunque a fantasticare sulle loro avventure criminali, sulle folli esperienze e i fiumi di soldi. Pensavo a loro la sera, dopo una cena fra di loro, che si raccontano come hanno speso ogni singola banconota del bottino. Immaginavo, non so perché, Nero che dava fuoco a quelle strisce di cotone. Seduto su una poltrona con il sigaro in bocca usato a modo di accendino dava fuoco al bottino. Adagiata una banconota contro l'estremità accesa del sigaro, la allontana lentamente dal viso e la guarda tramutarsi in cenere. Quando le fiammelle stanno per arrivare alla punta delle dita, le lascia cadere. Mi dava l'idea di un uomo che ne aveva superate tante di quelle brutte situazioni che, se solo lo avessero lasciato parlare, ne avrebbe avute da raccontare per tutta la notte. E io ascolterei avidamente ogni sua parola, ne carpirei l'essenza e non lascerei che nulla mi scappi. Mi sorpresi a pensare una cosa simile, non era certo da me.
Tornando con la mente al presente e abbandonato il mio fantasticare, mi accorsi che stavano per venire sopraffatti dal panico. Un'idea malsana mi balenò in mente, datole spazio per esprimersi, però, non sembarva poi così malsana, così sbagliata. Era, anzi, una possibilità da ponderare con estrema serietà. Dopotutto, non c'era nulla di sbagliato in quel pensiero. E' ovvio che i concetti di giusto e sbagliato sono puramente soggettivi; già tanti filosofi si sono dilungati su questo relativismo, e io non ho intenzione di fare lo stesso qui, certo non avevo il tempo di farlo in quella situazione. Visto che bene e male sono concetti astratti, e che, in fin dei conti, ciò che più avrebbe dovuto importarmi era la mia sopravvivenza, preferii il nichilismo alla bara. «Hey, voi.» dissi in direzione di Bianco, questo si voltò verso me senza dire una parola. «Non avete un piano di riserva?» Questi si voltò non curante delle mie insinuazioni. «Io avrei un piano.» dissi. Dopo che questo ebbe compreso che fossi in buona fede, mi prese da parte per ascoltare le mie parole. Non so da dove venne fuori tutto quel coraggio e quella parlantina sciolta e fluida che sembrava averlo incantato. Bianco consultò velocemente gli altri tre, i quali sembravano piuttosto confusi. Fecero a turno e andarono a cambiarsi, si erano tolti le maschere e indossavano dei passamontagna. Avevano tolto le munizioni dai fucili e avevano scelto quattro ostaggi, a questi avevano attaccato le armi alle mani con lo scotch. Solo uno dei sequestratori teneva in mano una pistola per tenerci sotto controllo. Misero lo scoth intorno alle mani di tutti gli ostaggi, e anche sulle loro bocche. I soldi erano divisi in due borsoni neri. Il piano era semplice: liberare gli ostaggi, i rapinatori sarebbero usciti assieme a loro ma, in mezzo alla confusione, si sarebbero tolti i passamontagna in modo da confondersi con gli ostaggi. Con una buona dose di fortuna, il piano sarebbe riuscito. Sempre secondo il piano, io mi sarei unito a loro, avrei fatto parte della comitiva. Non posso non ammettere che

A scrivere quello che tu, caro lettore, hai appena terminato di leggere era mio padre, Laurtiz Slav. Mio padre, che è morto all'età di 84 anni, ha deciso, pochi giorni prima di spirare che doveva scrivere le sue memorie morendo prima di poterle completare, e ancor prima di poter scegliere il titolo. Per come l'ho conosciuto, mio padre è sempre stato un uomo misterioso e mai ha parlato a me del suo passato, di come fosse la sua vita prima di sposare mia madre. Ella è morta dandomi alla luce, ma all'epoca aveva già lasciato mio padre, e mai gli disse di essere incinta di suo figlio. Laurtiz è sempre stato un padre affettuoso e non mi ha mai fatto mancare nulla quando l'ho conosciuto, proprio per questo motivo, e per una lunga serie di buone azioni da lui compiute, nessuno si sarebbe aspettato di leggere qualcosa di simile da parte sua.
C'è da chiedersi, dunque, cosa possa aver portato mio padre ad un così radicale cambiamento nel modo di pensare e agire. Quello che avete letto fino a poco fa, era il discorso di un misantropo che certo non aveva nessun desiderio di mettere su famiglia. Mi piace pensare che sia riuscito ad abbandonare la sua grigia e monotona vita e sia riuscito ad apprezzare i piaceri che questo mondo ci offre, così, quando mi sono presentato a lui come suo figlio, ha saputo amarmi. Non posso placare la vostra curiosità su questo meraviglioso uomo, posso però assicurarvi che una forma così acuta di depressione e nichilismo può comunque essere curata se si incontrano le persone giuste, e io l'ho sempre visto circondato da buoni e fidati amici. Gli amici sono la migliore cura a tutti i mali del cuore.



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