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lavoro pubblicato domenica 23 ottobre 2016
ultima lettura mercoledì 9 ottobre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Raven Beach Program

di FabioInsalaco. Letto 393 volte. Dallo scaffale Fantascienza

1Sdraiato in spiaggia sorbivo sorsate del solito cocktail, l'On The Road - una parte rum, una asfalto, una miele. Mi godevo il vento tiepido e scambiavo parole con un tale di nome Gilbert a cui mancava la bocca. Era tutto assolutamente regolare. Ma d'u...

1

Sdraiato in spiaggia sorbivo sorsate del solito cocktail, l'On The Road - una parte rum, una asfalto, una miele. Mi godevo il vento tiepido e scambiavo parole con un tale di nome Gilbert a cui mancava la bocca. Era tutto assolutamente regolare. Ma d'un tratto cominciai a provare una sensazione spiacevole e sconosciuta. Mi portai al chiosco di Rynold e tentai di spiegargli il problema. Da dietro i suoi occhiali fatti d'acqua il mio amico mi osservò preoccupato e senza dire nulla.
Sempre più confuso andai al di sopra delle nuvole. Da lassù allungai il braccio raggiungendo la spiaggia e raccogliendo una manciata di sabbia che mi passai di mano in mano, fino a che i granelli non furono esauriti. Mentre tornavo a terra andai a schiantarmi sugli scogli a velocità sostenuta. Ma quel gesto non sortì effetti sul mio stato d'animo. Decisi poi di recarmi alla villa di Mary Jane, la mia ragazza. Durante il volo fissavo la sfera. Da quando esistevo, la sfera aveva sempre emanato luce. Mi chiesi cosa sarebbe accaduto se qualcuno fosse stato in grado di volare fin lassù e distruggerla. La fine di tutto? Cosa avremmo trovato a quel punto? Mi sovvennero così una serie di altri strani interrogativi. Eravamo sempre esistiti? Chi ci programmava giorno dopo giorno? A quale scopo?
Nessuno si era mai fatto queste domande... perché?
Lei si trovava in piscina con le sue nuove amiche, Cassidy e Gloria.
«Alan! Che sorpresa!» gridò Mary Jane appena mi vide.
«Ti sta bene il ciuffo viola! Addirittura meglio del verde!!!» continuò con incredibile trasporto.
«Grazie.» feci abbozzando un sorriso.
«Tuffati in acqua, dai!» urlò Gloria gesticolando.
«Naaa!» risposi. «Preferisco stare qui. Tranquillo.»
Loro si fissarono un istante, poi ricominciarono a spettegolare. Avevo voglia di parlare con Jane, ma vedendola così contenta preferii lasciarla alle sue chiacchiere. Entrai in casa. Il cane Rufus mi venne incontro dondolando e masticando un altro cane. Gli accarezzai il pelo ispido e mi lanciai sull'immenso divano fatto di mani.
Me ne resi conto come dal nulla e il respiro mi si spezzò di colpo: io stavo pensando. E non erano le solite banali riflessioni. Bensì uno stato mentale del tutto nuovo, capace di innescare in me vere opinioni. Perché nella comunità non vi erano regole?
Fissando il soffitto di panna mi chiesi se esistessero altre società simili alla nostra. Appiccicato alle mani trangugiai sette banane e della colla. Poi mi staccai una porzione di pancia facendone un gomitolo; lo lanciai a Rufus, che invece di riportarmelo lo ingollò. Uscii in giardino e notai che Mary Jane aveva assassinato Gloria e Cassidy con un'accetta. Già altre volte nelle ultime settimane aveva commesso omicidi allo scopo di reagire alla noia. Mentre Jane, divertita, smembrava i cadaveri riponendone gli organi in teglie da forno, le diedi un bacio in fronte e presi a volare verso sud.
Capii che con quei nuovi ragionamenti stavo inconsciamente prefissando il vero scopo della mia vita: comprendere l'origine di tutto. Avrei scoperto inoltre cosa ci sarebbe stato alla fine. Volevo conoscere il destino che tocca a quelli che come Cassidy e Gloria smettono d'esistere. Molte domande affollavano la mia mente. Pensai allora di rivolgermi a Elith, l'entità suprema. Non avevo mai creduto alle sciocchezze che si dicevano sul suo conto, ma ero disperato e così decisi di fare un tentativo. Non sapendo dove potesse stare, d'istinto alzai la testa al cielo. Con una strana furia urlai meccanicamente il suo nome una dozzina di volte. Non mi arrivò risposta. In seguito mi arrabbiai con me stesso per averci provato.


2

Vagai senza meta per un po', fino a che raggiunsi la zona delle montagne. In terra, non lontano da me, giaceva un grassone di circa tremila chili. Pareva amalgamato al terreno e non riusciva nemmeno a camminare. Eppure pareva felice.
«Ehilà.» feci.
«Bentrovato, Alan.» rispose pacato.
La sua voce era del tutto incongruente con l'immagine che dava di sé. Era una voce da castrato.
Gli chiesi come conoscesse il mio nome, ma lui rimase in silenzio.
«Che fai ficcato nel terreno?» domandai allora.
«E' il mio modo di trascorrere l'esistenza.» cicalò con quel suo tono dorato.
Annuii, ma in realtà pensavo stesse mentendo e che rimanesse così perché incapace di mettersi in piedi. D'un tratto mi sentii in collera nei suoi confronti e dissi:
«Chiediti che senso può avere la vita d'uno come te. Non fai nulla tutto il giorno e non ti adoperi per migliorare la tua condizione. Te ne stai nella terra perché nemmeno riesci a levarti dritto sulle gambe. Non pretenderai d'avere un qualche prestigio nella comunità...»
La sua espressione beata non mutò. La voce invece divenne calda e profonda, come fosse quella di un'altra persona.
«Non mi interessa avere prestigio.» sorrise desolato.
«Di che t'importa?» sussurrai.
«M'importa del bene.»
Lo esaminai sospirando e senza capire.
«Se vuoi smettere di soffrire devi riflettere su di te.» aggiunse il grassone con aria da saggio. Indugiai sbalordito. Sembrava essere a conoscenza del mio malessere.
«La vita, di per sé, è priva di senso, a meno che tu non gliene attribuisca uno.» incalzò.
«Spiacente.» feci stranito. «Non riesco a inventare un significato dell'esistenza. Voglio sapere quello vero.»
«Quando riuscirai a immaginare un senso, sarà quello giusto.» disse lui. «E allora guarirai.»
Ebbi l'impressione che l'altro sapesse leggere nella mente, o forse molto più in profondità.
«Come fai a sapere che peno?» azzardai incerto.
A quel punto il mistico s'alzò lentamente da terra allungandosi all'inverosimile. Adesso era alto almeno dieci metri e magro quanto uno stelo di margherita. Parlava, ma il capo si trovava molto in alto, quindi non riuscivo più a udire le sue parole. Dopo ch'ebbe fatto tre passi era già piuttosto distante e il suo profilo esile si confuse tra le sterpaie delle montagne. Mi resi conto di non aver afferrato pienamente il senso delle parole che m'erano state dette e così scivolai in uno sconforto ancor più profondo. Mentre guardavo nella direzione in cui era scomparso supposi che quell'essere fosse Elith, la divinità.


3

Volai al di là delle montagne, nel deserto. Da lì potevo intravedere il confine magnetico di Raven Beach Program; decisi di raggiungerlo balzando a piedi uniti e roteando il capo, così da distrarmi un poco. All'improvviso incontrai un personaggio curioso che procedeva in tutta calma. Era minuto e aveva tratti poco definiti.
«Ciao.» accennai per osservarne le reazioni.
Si limitò a fissarmi.
«Che cosa sei?» domandai poi, scrutandolo e avvicinandomi piano.
«Un bambino.»
«Non ne avevo mai visto uno.»
«Lo so.» rispose sicuro. «Non preoccuparti.»
«Non ho paura.» sorrisi.
Decisi di restare un po' in compagnia di quel piccolo individuo dagli occhi blu.
«Arrivo adesso da un'altra città.» fece. «Forse non mi crederai, ma questo non è l'unico luogo che esiste.»
Lo esaminai per alcuni istanti e, sebbene non mi fidassi di lui, volevo sapere che aveva da dire.
«Che significa?» chiesi. «Ci sono altre comunità?»
«Ce ne sono infinite.»
«Perché dovrei credere alle tue parole?»
«Io sono capace di uscire da Raven, mentre tu non ne hai la possibilità. E forse non l'avrai mai.»
Mi sembrò che il bambino avesse parlato con arroganza.
«Dimostralo.» lo sfidai fissandolo severamente. «Puoi davvero scegliere d'andar via?»
L'altro scomparve e riapparve un centinaio di metri più in là. Un istante e mi fu di nuovo di fronte.
«Quasi tutti fanno queste cose...» cominciai.
«Voi potete volare e mutare la forma.» concesse quello. «Ma nessuno sa scomparire come ho appena fatto. E' in questo modo che oltrepasso il confine magnetico.»
Era vero, noi altri non sapevamo sparire a quella maniera.
Mi guardava, come in attesa di un riscontro. Pareva sereno e molto soddisfatto di sé. Cominciai a credere alla sua parola; doveva certamente aver conosciuto altri luoghi... e doveva sapere molto sull'esistenza in generale.
«Chi ci programma?» feci. «E' qualcuno che sta là fuori?» indicai un punto a caso con la mano.
Lui non rispose e si guardò attorno, come se la questione lo avesse annoiato.
«Che aspetto hanno gli altri posti?» domandai allora.
«Nulla a che vedere con Raven.» replicò svagato.
«E gli abitanti di quei luoghi?» incalzai.
Sempre più assente disse: «Ti scioccherebbe sapere quel che fanno con la loro anima.»
«Cos'è l'anima?» bisbigliai dopo aver atteso delle precisazioni che non erano arrivate.
Rimase in silenzio osservando altrove e, chissà perché, prese a sorridere. Fissando la sua espressione beata mi chiesi come mai fossero tutti così felici e privi di ansietà. Il bambino, il grassone, Mary Jane, Rynold... parevano tutti estremamente rilassati. Del resto lo ero sempre stato anch'io, prima di quel giorno. Ma adesso mi sentivo fragile. Senza volerlo, stavo imparando a chiedermi il perché delle cose. Non avrei saputo dire se fosse un bene. Sapevo solo che tutti quei punti interrogativi mi facevano soffrire indicibilmente.
«Sto molto male.» confessai al bambino. «Puoi aiutarmi in qualche modo?»
«Tu che dici?» fece l'altro senza espressione.
«Dico che uno come te può far molto per uno come me.»
«Qual è lo scopo della tua vita?» mi domandò d'improvviso.
«Non riesco a scoprirlo. E' per questo che voglio smettere di pensare.»
La sua replica mi pietrificò:
«Ti ho già detto che tocca a te attribuire un senso all'esistenza, altrimenti proverai dolore per sempre.»
Quella era una cosa che mi aveva detto il grassone: ne deducevo confusamente che il grassone e il bambino erano la stessa persona. E forse, entrambi erano Elith. Dato che ero rimasto senza parole il bambino continuò, adesso con voce da castrato:
«Quello che devi fare è riflettere, non l'opposto. Indaga. E infine credi alle tue conclusioni.»
Mi consigliava di usare l'inventiva per risolvere i miei problemi. O almeno così mi sembrò. Accolsi le sue parole al livello di un'offesa, come un insulto alla mia nuova intelligenza. Oppure - considerai l'istante successivo - non ero ancora pronto ad ascoltare quelle dichiarazioni divine. Ma nel caso il bambino fosse stato un essere superiore, avrebbe potuto mettermi nelle condizioni di capire. Non l'aveva fatto. Aveva preferito emanare il suo consiglio supremo senza curarsi che io potessi intendere. Non sapevo che pensare, ma ormai ero oltremodo innervosito.
«Adesso andrò via.» mormorai voltandomi.
Fu allora che l'altro s'arrese, rivelando così la sua natura celeste.
«Va bene.» fece con la sua terza voce, quella calda e profonda. «Se è questo che vuoi, ti priverò del pensiero.»
Mi rigirai lentamente nella sua direzione. L'essere aulico mi avrebbe accontentato. Trepidavo. Entro breve non sarei più stato in grado di vedere con la chiarezza delle ultime ore. Ma al tempo stesso sarei guarito. E non avrei mai più provato amarezza. L'eccelso tese i palmi nella mia direzione. Un minuto e li abbassò.
«Va via.» disse poi, come offeso.
«Bene.» risposi asciutto.
E mi allontanai senza ringraziare o dire altro.


4

Quando fui di nuovo in spiaggia mi venne voglia di On The Road: andai al chiosco di Rynold e ne ordinai una quindicina di litri.
«Stai meglio...» stimò Rynold scrutandomi in volto con un mezzo sorriso.
«Meglio.» ripetei automatico.
Mentre scolavo caraffe sotto al sole, fissavo il mare. I surfisti con la testa di gatto cavalcavano le onde rosso porpora. Volai a filo d'acqua per un po', poi mi rinfrescai il ciuffo nelle profondità marine e riemersi puntando dritto alla sfera. Come al solito, raggiunta una certa altezza il mio volo ebbe difficoltà a proseguire, così tornai sulla sabbia soffice. Nelle ore a seguire non mi sovvenne alcuna curiosità a proposito della sfera.
Era una giornata calda e in spiaggia regnava il solito caos. Mi fermai in mezzo a un gruppo di persone che accerchiavano un paio di pagliacci; questi davano spettacolo ricorrendo a trucchi che reputai vecchi e tristi. Li fissai per un po', aspettando che delle idee venissero a increspare la monotona serenità della mia mente, ma non accadde. Definitivamente tediato decisi di uccidere i due artisti di strada fracassandogli il collo. Spaccare le vertebre cervicali, a Raven, era uno dei pochi metodi affidabili per spegnere gli individui. Alcuni bambini che facevano distrattamente da pubblico, assistendo al duplice omicidio risero divertiti. Pensai che il mio numero doveva esser stato migliore del completo show mostrato fino a quel momento dai clown. Sorrisi ai pargoli e mi guardai attorno.
Tra la gente che già si disperdeva annoiata, si distingueva una bellissima fanciulla; il volto familiare, capelli color dell'oro, occhi azzurri, alta e abbronzata, il seno estremamente voluminoso. Vestita di un sottile bikini rosa shocking, possedeva un'espressione innocente che non si addiceva affatto alla violenta sensualità che naturalmente emanava. Assorbito da quell'immagine straordinaria m'avvicinai e solo quando le fui di fronte mi accorsi che si trattava di Mary Jane. Ero sconcertato: non avevo riconosciuto la mia ragazza. Ma subito capii che aveva qualcosa di diverso. Forse il costume nuovo. Gli orecchini di perla. Il make-up del viso. O più probabilmente i capelli raccolti. Lei non aveva fatto caso al mio stupore.
«Ciao.» fece. «Scusa se stamattina non mi sono presa cura di te.»
«Non preoccuparti.» risposi. «Mi sono rimesso.»
«Lo vedo.» ammiccò affettuosa, indicando col capo i cadaveri dei pagliacci.
Cinsi Mary con un braccio attorno alla vita e ci allontanammo verso il chiosco di Rynold. Avremmo bevuto On The Road fino a che il colore del mare non sarebbe stato risettato, poi ci saremmo diretti nella nuova villa che ci avrebbero assegnato. Ma tutto d'un tratto ebbi come un ultimo lampo di lucidità e mi chiesi come mai, per l'arco di quella giornata, avessi avuto la facoltà di pensare autonomamente.
Era stata forse una meschina concessione del programmatore?
Non conoscevo chi programmava. Ma non era un problema. Non lo era affatto. Non lo era più.
Dopo quella riflessione, tornò il buio; tutto ciò che sapevo era che in compagnia di Mary Jane mi sentivo bene. Lei era magnifica e camminare al suo fianco mi trasmetteva serenità. Sarei rimasto con lei per l'eternità. La comunità ci avrebbe osservato con meraviglia. E avrebbe parlato di noi prendendoci a modello. Il leggero impulso elettrico mi spinse ad aprir bocca.
«Ti amo.» le dissi per la prima volta, con gli occhi all'orizzonte.
Notai che avevano finito di riprogrammare Raven Beach Program con un po' d'anticipo. La sfera stava diventando azzurra, il cielo verde, il mare giallo.
«Voglio cambiare ciuffo.» sussurrai con aria sognante. «Proverò quello grigio.»
Mary Jane non rispondeva. S'era come spenta. Mi camminava affianco, ma pareva totalmente assente. I pixel che la componevano presero a scintillare. Dopo, l'interferenza terminò e d'improvviso tra le sue mani comparve l'accetta. Quindi si liberò con forza del mio abbraccio, si voltò verso me e guardò con espressione demoniaca.
Che diavolo stavano combinando là fuori!!
"Non adesso!" pensai. "Non ora, che ho di nuovo la mente libera. Non ora, che sono privo del grande dubbio. Non ora, che sono divenuto illuminato!"
La mia preghiera silenziosa non ebbe alcun effetto e fui azzerato, senza dolore, un momento prima che la lama s'abbattesse sul mio profilo destro. Finii in un limbo immenso e oscuro, ma solo per pochi istanti. Poi, eccomi nuovamente altrove.


5

Real Zombie Hockey non mi piace. Mostri sfregiati si accapigliano su un rettangolo di ghiaccio, agitando mazze chiodate. Sempre pronti a cominciare una rissa, a succhiarsi il sangue a vicenda. Io sono parte del pubblico; hanno fatto di me una comparsa priva del minimo arbitrio. Passo il tempo intonando cantilene, alzandomi in piedi per la ola di metà partita, bevendo la mia coca che non può finire. Non ho una fidanzata, non riesco a volare, i miei pantaloni sono troppo grandi. Dicono che in 'Real Zombie Hockey 2', i giocatori-zombie assaliranno gli spettatori di tanto in tanto, trasformandoli in loro simili. Certo, Raven era un po' noiosa, ma credo mi manchi terribilmente. Della mia vita precedente non ho memoria. Solo piccoli flash riguardanti il voler smettere di pensare. Oggi non penso. Obbedisco al programmatore... del resto, che altro potrei fare? Poi, un giorno come tanti, senza sapere il perché, mi trovo in un luogo che non è il palazzo dello sport... seduto a scrivere su un pezzo di carta alcune parole che hanno il vago sapore di un ricordo... e mi fanno sentire strano.
Che senso ha la mia vita?



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