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lavoro pubblicato domenica 23 ottobre 2016
ultima lettura giovedì 11 luglio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

DENTRO LA MIA PICCOLA POMPEI

di michelino. Letto 376 volte. Dallo scaffale Generico

La logica vi porterà da A a B. L'immaginazione vi porterà dappertutto. (Albert Einstein)............


" Ti lascio per sempre, non tornerò nemmeno per riprendermi le
mie cose. Butta via tutto, fanne quello che vuoi. Addio".

Credevo fosse uscita come sempre a far la spesa, e invece mi
aveva lasciato, e per dirmi che mi aveva lasciato mi aveva lasciato
soltanto un biglietto di carta attaccato alla porta del frigo. Tutto qui.
Era come svanita nel nulla. Di lei mi erano rimasti solo i suoi effetti
personali. Mi aveva abbandonato insieme alle sue cose, altro non
ero più che cosa tra le sue cose, misero oggetto anch'io,destinato
a deperire senza uso e consumo, condannato a dimorare inanimato
in questa casa tenebrosa e fredda.

Senza di lei, queste stanze erano diventate un museo, ed io ne ero
custode e custodito. Mi custodivo unitamente alle sue cose, cimelio
tra cimeli in bella mostra, testimonianze di una vita andata.

La sua partenza aveva provocato una tremenda eruzione di dolore
che tracimando dal peso dei ricordi si era trasformata in una colata
di depressione,come se un fiume di lava si fosse riversato in questa
casa per raffreddarsi al volo in ogni stanza pietrificando quello che
toccava.

Senza di lei, questa casa era diventata una piccola Pompei.

Ma perché quella sua partenza improvvisa? Perché mi aveva lasciato
senza l'ombra di un perché? Perché non si era portata via le tue cose?
...io non avevo che domande vane, senza di lei io non avevo niente,
persino il tempo non mi apparteneva, scorreva sì, ma neanche mi
sfiorava.
Il mio spazio invece si era ridotto alle misere dimensioni di questo piccolo
museo; pochi metri quadrati (dai quali non sapevo allontanarmi) divisi tra
camera da letto, cucina, bagno, e ingresso della casa.

Fuori dal tempo, ma chiuso in questa casa giravo e rigiravo per le stanze,
cercavo un segno per consolazione, cercavo indizi, tracce, spiegazioni,
cercavo un senso o un lume di ragione. Ma non ve n'era; non v'era senso
ne vera ragione. V'era un sapermi oggetto insieme alle sue cose; inutile
utensile ingombrante. Ferro vecchio da ruggine corroso.

Fate bene ad andar voi che potete, ma se restate qui, vi chiedo
scusa che ancora non vi ho fatto entrare in casa...Non valgo molto
come cicerone... Ma venite che vi mostro qualche cosa...

Sull' appendino a fianco della porta, c'erano un suo giaccone, un suo
cappello e quel foulard che le piaceva tanto. Restava un gancio libero
dove appendevo quotidiani sguardi, penduli e mosci come quelle stoffe.

Quando lo sguardo si appesantiva troppo, cadeva a terra a livello delle
scarpe, dove una fila di strambe calzature stava ad un passo più lungo
della gamba. Tutte spaiate e vuote come me, e intanto - come un duro
sassolino - qualcosa ci pungeva dall'interno, era il saperci ai piedi del
destino,ormai che il nostro passo era segnato.

Qualche volta pensavo di darmi una mossa e cercavo magari di aprire
la porta per uscire giù in strada. Ma all'idea di dover incontrare altra
gente mi scattava l'impulso di andare a nascondermi dentro l'armadio,
al riparo e protetto da tutti, tra quegli abiti impiccati alle grucce, con i
quali si restava in silenzio a scambiarci dei cenni d'intesa, tutti inviti
a non fare rumore.
Una volta sicuro che non ci fosse nessuno, riaprivo l'anta come se
aprissi il legno di una bara e lentamente mi muovevo verso il letto
che per dispetto preferiva rimanere sempre sfatto.
Giravo da ogni lato quei cuscini, spostavo e rispostavo le lenzuola,
setacciavo coperta e materasso alla ricerca di una sindone profana,
o almeno, del filo di un capello.
E quando non trovavo neanche un pelo mi rivolgevo sempre al comodino
dov'era il libro che lei stava leggendo. Lo aprivo sulla pagina del segno
cercando di capirne qualche riga, ma non sapevo quello che leggevo.
Lo richiudevo senza capir parola se non "dolore strazio e lontananza",
- parole queste sì, ma prive sia d'inchiostro che di stampa - parole
che leggevo tra le righe.

C'era un cassetto contenente un portagioie nel quale, tra perle, collane,
orecchini, anelli e bracciali scintillavano sempre i riflessi di un bagliore
inopportuno e inconcludente che abbinato alla malinconica luce del mio
sguardo componeva una parure di eccellente assemblaggio, ma di un
gusto non certo invidiabile.

A questo punto il mio calvario si trasferiva in cucina, in mezzo a piatti
pentole, posate, bocce sott'olio e frutta sciroppata. Bicchieri, miele
aromi e confetture. Tazze, bottiglie, tisane e scatolette. Biscotti al
farro e preparati per i dolci.
Tutta merce di una vita domestica la cui data di scadenza era
coniugata al passato.
Nel frigo vuoto avevo messo a congelare le sue foto.
Gelavo anch'io; tremavo e digiunavo.

Se andavo in bagno cacciavo il naso nelle boccette dei suoi profumi
e imparavo gli odori a memoria confondendo chanel con Verlaine.
Rovistavo tra astucci eleganti che per me erano più ermetici di un dialetto
scandinavo, e - non sapendo poi che farne, - mi limitavo ad aprire i vasetti
dei cosmetici e ci pucciavo dentro un dito come per constatarne il tasso
di aderenza e consistenza.

Dai e dai, una sera è successo: avevo in mano un suo rossetto aperto,
ho girato la ghiera del tubetto e quel missile in miniatura - rosso come di
carne viva e palpitante - si è proteso con la sua punta infuocata verso le
mia bocca quasi a cercarmi un bacio. Rimasi incerto in quella posizione
per pochi interminabili secondi - bloccato tra disgusto e tentazione - ma
poi, con sicurezza e mano ferma,sfregai quel fuoco ardente sulle labbra.

Qualcuno dallo specchio mi guardò; era una specie di pagliaccio triste,
un giullare che aveva le labbra bruciate e per ciò non poteva sorridere.

Quel suo volto - commovente e ridicolo allo stesso tempo, - era identico
al mio. Nel bene e nel male quel misero e tragico guitto ero io. Non ci fu
proprio niente da fare, non potevo sfuggire a me stesso, non potevo
scappare da quello che ero. Non potevo girare lo sguardo. Mi dovevo
accettare conciato in quel modo, e per forza di cose, prima cosa mi
dovevo conciare ogni volta in quel modo.

Mi dovetti passare quel rossetto ogni giorno, e col tempo mi sorpresi
a piacermi ed allora cercai confidenza con il resto del suo beauty case.
Sempre più sospinto da un dissennato ardore, usai le sue cerette per
depilarmi il cuore.

La mia strada sembrava segnata da una assurda e febbrile tensione.

Osservavo minuti di silenzio al cospetto della sua lingerie. Onoravo
con blasfeme emozioni tutte quelle reliquie cesellate di pizzi e ricami.
Finchè un giorno mi tolsi del tutto i miei ipocriti panni da seminarista
e mi misi un suo slip, reggiseno e collant...Gonna e camicetta erano
decisamente un poco strette, ma per il momento potevano anche
andare.
Come calzature mi decisi per un paio di stivaletti con il tacco alto.
Mi bastò qualche ora di esercizio per imparare a camminarci sopra
con un minimo di dignità.

Così vestito, presi l'abitudine di pavoneggiarmi a lungo davanti allo
specchio, ammiccavo a me stesso con dei cenni d'intesa, sculettavo
ancheggiavo, mi scuotevo sui fianchi.
Durante queste macchiettistiche passerelle, mi accorsi che stavo
guadagnando terreno in scioltezza e in disinvoltura,e avvertivo una
nuova fiducia in me stesso. Anche il resto del mondo mi sembrava
sganciarsi dal suo aspetto grigiastro per aprirsi a colori più vivaci e
più caldi.
Certo, data la situazione, il colore prevalente del momento era un
rosa pallido dalle tendenze ambigue. Talmente ambigue che da un
punto di vista strettamente mascolino lasciava molto a desiderare.

Ma vivaddio! era pur sempre meglio del mio niente...era pur sempre
un modo di smuoversi verso qualcosa.
Tanto per cominciare, la lancetta del mio stato umorale si era sollevata
dallo zero. Magari a voi sembrerà cosa da poco, ma in quel poco c'era
lo stimolo sufficiente a far smuovere altre mie lancette vitali per disporle
in direzione di un eventuale prossimo segno positivo.

Ormai stavo cambiavano a vista d'occhio, o per meglio dire, a vista
di specchio.
Infatti quello specchio si stancò presto di riflettere me che indossavo
gli indumenti di lei, e si chiese come proseguire questo racconto, fu
così che - fuori dai denti e senza consultarmi - decise che era molto
più comodo per tutti togliermi di mezzo dal suo spettro visivo e farmi
sostituire direttamente - e senza troppi giri di vedute - dall'immagine
di lei.

Da quel giorno ogni volta che mi guardo allo specchio vedo lei che si
specchia al mio posto. Vedo lei che è tornata. Ora orbita sempre intorno
al mio cuore. Ora abita sulla mia pelle. Ora é sempre e per sempre DA ME!.

Credetemi... anche se solo per vie traverse, alla fine è sempre l'amore
a vincere le partite.
La nostra bella storia stava per finire, e come in tutte le migliori favole,
l'amore stava trionfando ed io ritrovavo la mia felicità.

Ora dovevo ritrovare anche la forza e il coraggio di uscire da quel
museo; magari - che ne so - per adesso soltanto con la scusa di
accompagnare lei a fare un po di shopping nei negozi del centro
...o una cosa così...tanto per cominciare a prendere un poco di
confidenza con l'ambiente esterno...

Ma per questo ulteriore passo mi mancava ancora un ultima rifinitura;
dovevo perfezionarmi in un campo specifico.

Oggi sono diventato un maestro anche in quel campo:
Prima cosa mi spalmo sul viso una base leggero di crema idratante,
e a sostegno ci aggiungo del primer. Procedo con pennello e fondotinta,
un poco di illuminante sotto gli occhi e matita per scurire le sopracciglia.
Dalla trousse scelgo l'ombretto per gli occhi (qui la scelta è importante).
Quando ho finito con l'ombretto passo il mascara sulle ciglia.
Una leggera pennellata di cipria prima di scegliere il giusto colore del fard,
e per ultimo - non ultimo - il fatale rossetto alle labbra.

Eccomi... ora son pronto...Anzi pronta! (scusate).
Lancio un ultimo sguardo allo specchio..e mi vedo...Anzi la vedo! (chiedo
di nuovo scusa)... dicevo:... e la vedo più bella che mai.

... Eccoti qui riflessa nel mio corpo
ora che finalmente sei tornata
sopra la pelle mia ti custodisco
e chi mi prende in giro per la strada
nulla sa dell'amore e della vita.



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