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lavoro pubblicato sabato 22 ottobre 2016
ultima lettura lunedì 6 aprile 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Viaggio in paese

di Ponte. Letto 452 volte. Dallo scaffale Umoristici

Stavo zappando la mia terra con la consueta ignoranza e con quella canonica prepotenza che solo un cocainomane è tenuto a rispettare, quando il mio unico beccastrino si ruppe. Avevo il viso inondato di lacrime, queste lavarono via il sudiciume d...

Stavo zappando la mia terra con la consueta ignoranza e con quella canonica prepotenza che solo un cocainomane è tenuto a rispettare, quando il mio unico beccastrino si ruppe. Avevo il viso inondato di lacrime, queste lavarono via il sudiciume dalle mie guancie rugose, tale attività di pulizia del viso andò avanti per un'ora - troppo perché un uomo non possa provare imbarazzo ricordando - durante la quale mi sfuggì anche qualche imprecazione nei confronti di quel povero Dio che sta in cielo, anche se avevo smesso di credere in lui già da tempo. Era ormai notte e mi recai sotto le coperte sperando di prender sonno, ma ciò non mi riuscì. Il beccastrino era l'ultimo ricordo del mio defunto figlio, pietoso e compianto frutto del mio secondo matrimonio. Dei miei matrimoni non ricordo poi molto, nemmeno il numero: il grosso del tempo lo impegnavo nella sperimentazione di paradisi artificiali o nella mera contemplazione della grazia, dell'eleganza e del morboso attaccamento per il denaro pattuito di Lolita, la mia prostituta preferita. L'unica cosa che ricordo del mio primo matrimonio, escluse le curve quasi impercettibili del seno di lei, era il trasporto della mia consorte nel parlare di botanica. Lemna è l'unico nome di pianta che io ricordo, una pianta acquatica, credo.
Del secondo ricordo solo la madre morta durante il parto, un figlio dilaniato dal senso di colpa, la mia incapacità di scusarlo, il vino che scorreva a fiumi assieme al sangue di mio figlio quando si tolse la vita; da quel giorno non sopporto la vista delle pistole. Degli altri matrimoni non voglio proprio parlare.
La mattina seguente alla catastrofe del beccastrino decisi che dovevo recarmi in città per acquistarne un altro; il tempo del cordoglio era finito e la terra m'implorava di lavorarla. Il paese più vicino distava due giorni di scarpinata, per l'occasione mi feci accompagnare dal mio asino migliore, affidai proprio a lui l'incarico di trasportare l'occorrente per il viaggio. Bartolomeo, così si chiama, è già stato il mio compagno per numerose scarpinate, e non posso ricordare nemmeno un'occasione in cui abbia deluso le mie aspettative, che comunque non sono altissime. Prima di ogni viaggio sono solito fissare i suoi occhi per qualche istante per poi sussurrare "Bartolomeo, compagno, fidato destriero dal cuore puro, coccodè." I paesaggi morenti ai quali andavamo incontro erano solo lo sfondo della tristezza che albergava nel cuore di ciascuno, le strade sollevavano in aria la loro polvere ad ogni nostro passo in segno di saluto, i gatti ci tagliavano la strada come buon augurio e il vento portava alla nostra attenzione l'odor di merda che stava intorno a noi. Non incontrammo nessuno durante questo viaggio, la cosa non poteva che metterci di buon umore. Arrivati sulla cima dell'ultima collina potevamo scorgere a pochi kilometri la nostra destinazione, il paese natale di Bartolomeo. Non dovemmo percorrere troppa strada che già la caciara si faceva sentire, entrati in paese il frastuono si fece quasi insopportabile; è in simili circostanze che ammiro l'autocontrollo di Bartolomeo, il quale non morde mai nessuno, a differenza di me. Fra gli schiamazzi mi sembrava di riconoscere voci già note, voci di vecchi amici o lontani parenti, alle quali si intrecciavano quelle di perfetti sconosciuti, spesso non dissimili dal grugnire dei maiali o dal ragliare degli amici di Bartolomeo. A questo proposito mi torna in mente quella volta che Bartolomeo partecipò ad una gara di canto in paese, vinse il secondo posto, colpa di una giuria corrotta che non volle dargli il primo premio. Il paese sembrava cambiato dall'ultima volta che vi andai, erano trascorsi si e no dieci anni e molte cose erano mutate - non era svanito però il tanfo, gli edifici fatiscenti, i ratti e il pessimo gusto degli abitanti in fatto di abbigliamento -, ad esempio non riuscivo più a trovare la drogherai di Johanna, o la macelleria di Vincenzo, la bettola gestita dai fratelli Alessio e Carlo, il bordello di Madame Elenoire e il negozio di tessuti di Andrea. Tutta gente che non avevo la minima voglia di rivedere. Non mi riusciva nemmeno di trovare il negozio di Adolfo, il quale vendeva, fra le altre cose, beccastrini. Avrei potuto fermare una qualsiasi persona lì nelle vicinanze, ma questo avrebbe significato avere contatti inutili con degli esseri umani, cosa che né io né Bartolomeo desideravamo. Spesso ho discusso col mio compagno di quanto fosse fastidioso che, dopo che chiedi indicazioni ad uno sconosciuto, questo inizia a tempestarti di domande: "Perché devi andare lì?", "Sei forse amico stretto, o solo un conoscente, di quello che ci lavora?", "Hai già fatto acquisti lì o questa sarà la prima volta?", "Cosa ne pensi del sistema Tolemaico?". Stavo attraversando l'unica piazza del paese, a quell'ora affollata da bambini iperattivi e maleducati, quando una palla vecchia e sporca mi tagliò la strada, un'orda scalmanata di sudici, pidocchiosi ragazzini la stava inseguendo. Io tifavo per la palla, al posto suo anch'io sarei fuggito. Non conosco nessuno che ambisce ad essere preso a calci da dei marmocchi. Tutto ciò non poteva che rievocare nella mia mente stanca il giorno di sessanta, sessantacinque anni fa in cui fui cacciato dal paese. Ero poco più che adulto e componevo liriche oscene in cui criticavo gli uomini del paese ed elogiavo il profumo dei maiali; a quell'età m'innamoravo facilmente, a volte capitava di prendere una sbandata per più ragazze in un giorno solo, i dettagli insignificanti mi fanno innamorare: il tic della mano sinistra di Matilde, il fischiettare ingenuo e sognante di Anastasia, il nome Bruna, le dita affusolate di Maria, il modo in cui Angela si mordeva il labbro, il forte accento del sud nella voce di Michela, le guance di Bianca quando arrossate dalla vergogna, il modo in cui Anna si legava i capelli, la voglia a forma di piramide sulla guancia di Ludovica, il modo in cui Elenoire si scostava i capelli dal viso, la risata di Benedetta che assomigliava tanto a un grugnire isterico, il modo in cui Maria si metteva le dita nel naso, guardava la caccola e la mangiava; queste e tante altre erano le cose che mi facevano perdere la testa quando ero giovane. Adesso non sono più giovane, ma non mi sento nemmeno vecchio, solo un poco stanco di vivere, ma non si è mai stanchi veramente finché si riesce a sentirsi gratificati dai propri sforzi, adesso mi sento gratificato quando mangio ciò che io stesso ho coltivato, quando bevo il latte della mia mucca, quando vedo crescere esile e bisognosa di cure la mia piantina di marijuana - ho smesso di fumare da un sacco di tempo, non ricordo nemmeno quando è stata l'ultima volta, ma questa roba adesso la vendo o la scambio con ciò che mi serve, materiale per riparare le stalle, vestiario e via dicendo.
Dall'altra parte della strada passava un uomo col suo mulo, un uomo sporco di fuligine e con lo sguardo di chi non ne può più di questa vita. Bartolomeo riconobbe subito il mulo e volle andare a salutarlo, si trattava di un suo vecchio amico col quale aveva avuto una storia ai tempi del college. Spesso Bartolomeo mi raccontava di quegli anni, è un tipo nostalgico - un po' come tutti i muli. Questo suo amico lo informò che intanto si era sposato e aveva avuto dei figli. Quella vita non è fatta per il mio mulo, lui è un tipo solitario, uno spirito libero, figurati se può voler mettere se famiglia. Il proprietario sporco di fuligine, che io conosco da quando aveva 5 anni - gli ho venduto la sua prima birra -, sembrava confuso dalla conversazione che Bartolomeo e il suo mulo stavano intrattenendo, così, per evitare di creare problemi, ce ne andammo.
Dalla piazza si potevano ammirare le montagne, in quel periodo dell'anno nessuna aveva nemmeno un po' di neve, non vi erano più nemmeno gli alberi, probabilmente abbattuti per ricavare qualche soldo. Su uno di quegli alberi avevo inciso dentro un cuore le mie iniziali e quelle di un'altra ragazza, una che non ho mai sposato, non feci in tempo. Quando ricorreva l'anniversario della sua morte ed io ero più giovane e in forma, ero solito andare lassù, accarezzare la corteccia di quell'albero e spendere qualche ora ricordando i momenti felici trascorsi in sua compagnia prima di leccargli la corteccia. Solo in quel momento mi resi conto che era da molti, troppi anni che non andavo più a trovare quell'albero e che non ripensavo a lei; iniziai a piangere quando mi accorsi che non ricordavo la sua voce, il suo sorriso e il sapore dei suoi baci; mi ripromisi che una volta a casa le avrei dedicato altre lacrime e altro tempo. Fra quelle montagne avevo anche costruito assieme ad alcuni amici una capanna, trascorrevamo giorni interi dandoci da fare per metterla in piedi, ma non ricordo perché ho smesso di frequentare quel posto e quelle persone, non ricordo nemmeno i loro nomi, e probabilmente loro avranno dimenticato il mio. Quando un bambino correndo venne a sbattermi contro, il flusso dei miei pensieri venne occluso, e tornai nel presente. Lo lasciai andare senza richiamarlo, punirlo o altro, era come se non fosse mai accaduto. Ripresi a camminare per la piazza, la superai con la mia andatura lenta e zoppicante, poco dopo mi ritrovai di fronte ad una vecchia casa, dimora di Rupert, un immigrato che poi divenne sindaco, la casa aveva tutti i vetri rotti e diversi buchi sul tetto, dalla porta principale uscì quello che doveva essere il figlio di Rupert, mi sorrise e mi salutò con la mano, credo che non mi avesse riconosciuto. Dalla parte opposta della strada un uomo suonava un mandolino e una donna cantava, lei indossava un lungo abito bianco semplicissimo, aveva lunghi capelli biondi raccolti in una treccia che le cadeva sul petto, occhi di smeraldo e una voce terribile, ma non potei non trattenermi qualche minuto contemplandola, anche Bartolomeo apprezzava quella visione e sdegnava quella voce. Lui ha sempre avuto più fortuna di me con le donne, sarà per quel suo fascino animale. Notai che fra il pubblico vi erano solo maschi di diversa età, tutti con la bava alla bocca. Passai oltre sempre cercando il negozio di Adolfo. D'un tratto vidi un ragazzo seduto su una panchina, questo aveva lunghi capelli castani, un timido accenno di peluria sul viso, occhiali da vista, un viso un po' tondo e indossava una camicia a quadri che lasciava intravedere le maniglie dell'amore, questo ragazzo leggeva con assortimento un mio libro di poesie, quello in particolare lo avevo pubblicato sotto lo pseudonimo di "Barbabietolo", che era il nome del cane che compariva in una delle poesie; pensai che in qualche modo quel ragazzo mi somigliava. Rimasi fermo a guardarlo finché non si rese conto di essere osservato, così mi disse "Ebbene, serve aiuto?", io risposi che cercavo il negozio di Adolfo, dovevo acquistare un beccastrino. "Adolfo ha chiuso da tempo, ma se le serve un beccastrino io posso regalarle quello che ho in casa, posso assicurarle che è in ottime condizioni e io non me ne faccio nulla, la mia famiglia non ha nessuna terra e io non intendo dedicarmi all'agricoltura in nessun futuro" mi rispose. Bartolomeo sembrò infastidito, ma non gli diedi conto. "Sarebbe molto gentile da parte tua", gli dissi. Lui si alzò e mi diede la sua parola che sarebbe tornato in poco tempo e che avrebbe portato il beccastrino. Così fece e per ringraziarlo gli diedi un consiglio "Non leggere quella robaccia, quelle poesie, le conosco bene e non valgono nulla", lui rispose che il cibo per gli animi più sensibili era la poesia e Barbabietolo lo saziava sempre. Bartolomeo era sempre più infastidito. "Agli animi sensibili occorre solo del sano cinismo e le soddisfazioni della terra, non robaccia effimera come le poesie di Barbabietolo", "Non voglio smettere di sognare, cosa mi resta oltre i miei sogni e le mie speranze?", "Una vita vera", conclusi io. Lui si fece cupo in viso e chinò il capo, prima di andarmene con il suo beccastrino mi scusai, presi il suo libro e gli scrissi una dedica che diceva più o meno così "Non smettere di sognare e non dar retta ai moribondi di spirito". Quando mi voltai e mi allontanai, Bartolomeo era visibilmente più sereno.



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