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lavoro pubblicato giovedì 20 ottobre 2016
ultima lettura venerdì 24 febbraio 2017

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L’INOCCUPATO

di dedalus. Letto 113 volte. Dallo scaffale Storia

Una mattina di maggio, stranamente scura, inopportunamente novembrina, eppure era maggio. O forse no…forse novembre. Non importa. Una mattina di novembre, in maggio, il cielo scuro raccontava di una stagione fuori luogo, tuttavia la giornata ini...

Una mattina di maggio, stranamente scura, inopportunamente novembrina, eppure era maggio. O forse no…forse novembre. Non importa. Una mattina di novembre, in maggio, il cielo scuro raccontava di una stagione fuori luogo, tuttavia la giornata iniziò, perché spesso non è la stagione a fare il giorno, ma il giorno a fare la stagione.

Un urlo lungo la strada provenire da una finestra, poi un colpo sordo. Una porta che si apre, i passi di corsa lungo una scala, un portone che si apre ed una donna che fugge via. Poche gocce di sangue sul marciapiede ed i tre pezzi in cui si divide il telefono cellulare cadendo dalla veste celeste che la donna fuggente indossa sotto un soprabito di tipo trench maschile, qualche taglia più grande, evidentemente non suo.

Svanisce dietro l’angolo lasciando queste tracce ed in più un biglietto da visita bianco con una scritta corpo Tahoma sbiadita corsivo “Investigatore pr….”, il resto della seconda parola illeggibile: pr-otestane, pr-etenzioso, pr-emeditato…. pr-ivato si incastra meglio. Stranito mi fermo pochi istanti per fare il riepilogo di questa situazione “agatiana” quand’ecco che dal balcone attiguo alla finestra si affaccia un tale che mi implora di salire per aiutarlo. Mi guardo intorno cercando manforte nello sguardo, e magari nella collaborazione di un passante, ma il fato non mi concede questo beneficio, fatta eccezione per una donna che mi viene incontro con una passeggino dal quale d’improvviso balza fuori una nano armato che mi intima, con tono minaccioso, di salire sul passeggino. Ho capito male io, non intende sul passeggino ma per le scale che conducono all’appartamento ove l’urlo prima e il tale alla finestra poi. Io, la donna, il nano e la pistola su per le scale. Entriamo nell’appartamento arredato finto vintage bohémien e mobili svedesi che si montano. In un enorme ambiente unico due uomini, un travestito, un tale con un camice ed una palpabile oscura tensione vestita di giallo sul pavimento chiazzato di rosso e poco più a sinistra una tavolino vetrato e strisce in polvere bianca. Siamo in tanti in questa stanza, penso, mi sento di troppo. Un’inserviente dall’andatura peruviana mi sbuca alle spalle e penso – da dove è uscita questa?! - con del caffè che prontamente rifiuto e ancora più velocemente ingerisco quando il nano incazzato mi punta la pistola sugli stinchi. Mi stanno drogando, lo sento nelle palpebre che si chiudono sulla mia vista ormai da nordica nebbia appannata ed è il tonfo del mio cranio al suolo l’ultima cosa che sento.

Sono sveglio di nuovo, credo. Su un enorme divano di pelle. Difronte a me due amabili uomini, probabilmente una coppia. Tutto pulito, il pavimento non lascia pensare a nulla di ciò che ricordo. Mi chiedono come va e sembrano in pensiero per me. Mi duole il cranio. Credo di aver paura, chiedo spiegazioni

-Deve scusarci, non credevamo potesse cedere.-

-Cosa?-

-Il porta vaso sul balcone-

- Non capisco-

-E’ stato colpito da un vaso, il nostro vaso di gerani.-

-Non ricordo di gerani cadenti.-

-Il nano?-

-Quale nano?-

-Il nano armato?!-

-Deve essere ancora confuso, stia tranquillo. Possiamo offrirle un caffè?

-NO! Fa male il caffè a quest’ora-

-Sono le nove del mattino-

-Appunto. Forse è meglio che vada. Mi accompagnereste alla porta. Grazie di tutto.-

Mi guardo intorno prima di uscire. Non sono sicuro che sia la stessa casa.

-Avete per caso una domestica peruviana?-

-No. Perché?-

-Nulla-

Esco di casa stordito come poche sbronze in vita mia. Cammino e ripenso –Possibile che abbia immaginato tutto. Davanti al portone, sotto al balcone, sul marciapiede niente terra niente gerani niente sangue niente di niente a parte gomme attaccate all’asfalto.

Ritorno a casa, non andrò a lavoro, telefonerò e dirò che non sto bene.

La botta in testa forse l’ho presa davvero, sono confuso: io un lavoro non ce l’ho, non devo chiamare nessuno, sono inoccupato.


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