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lavoro pubblicato domenica 16 ottobre 2016
ultima lettura venerdì 18 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L'Angelo, il Navigatore e la Grotta

di JordanRiver. Letto 713 volte. Dallo scaffale Fantasia

Mi è stato dato un personaggio, un oggetto e un luogo come elementi di scrittura. Genere richiesto: fantasy. Può essere un autoconclusivo come l'inizio di... altro. Buona lettura.

Il vento che soffia a quasi 8.000 metri di altezza è di quello che ti può strappare da una parete di roccia e ghiaccio anche se sei perfettamente imbragato.
Il vento che soffia a quasi 8.000 metri di altezza è di quello che ti scartavetra la pelle, intriso com'è di cristalli di ghiaccio e polvere di pietra. E' come essere immersi in uno smeriglio a 360° con la grana in cristalli di diamante.

L'Uomo, completamente intabarrato con abiti che definire adatti sarebbe un comodo eufemismo, nonostante questo vento, procedeva la sua lenta, faticosa ascesa. A ogni passo fatto, a ogni metro guadagnato in quell'inferno bianco, sotto le tre sciarpe avvolte attorno al proprio collo, la sua voce arrochita dalla fatica, mormorava come fosse un mantra:

“ Arranco... arranco...”

Aveva perso da tempo il conto dei tempi e delle distanze: l'unica cosa della quale teneva conto era il tempo. Spesso controllava la posizione del Sole, per poi abbassare lo sguardo sul proprio polso destro. Poi, nuovamente sù, sù, sù sempre più in alto.
Nonostante il vento soffiasse impetuoso ululando tra orridi e crepacci, il Sole splendeva, rendendo tutto perfettamente accecante. Solo gli occhiali affumicati impedivano all'uomo di vedere qualcosa, sebbene dovesse pulire spesso le lenti a causa dei cristalli di ghiaccio che vi si depositavano.
Il dolore alle articolazioni era diventato qualcosa di sordo, di persistente, al punto che non ci faceva più caso. Allungò il braccio sinistra a tastare un appiglio troppo in alto e che avrebbe dovuto raggiungere con un piccolo salto. Un vero atto di fede nelle proprie capacità atletiche già messe a dura prova.

Proprio in quel momento un segnale sonoro intermittente ma udibilissimo nel suo fastidioso ripetersi per poco non gli fece perdere la presa. Lanciò un grido disperato, mentre tornava ad aggrapparsi follemente ai pochi appigli che aveva già trovato e sui quali stazionava, ansimando e con il cuore in gola.

“ Dannato aggeggio!”

Ripresa la calma, regolarizzato il respiro, raccolse le forze residue e si spinse in alto. I muscoli urlarono, le giunture si tesero in un allungo ormai insperato, un grido di incitamente a se stesso si perse nel grido del vento. La mano sinistra annaspò nell'aria e per un attimo, staticamente, si stagliò contro un orizzonte in controluce, una silouhette nera abbagliata dal sole.
Le dita fecero presa, si irrigidirono, i muscoli del braccio si tesero per raccogliere il resto del corpo, mentre un grugnito furioso segnava la vittoria sugli elementi e sulla avversa fortuna che avrebbe potuto farlo precipitare nel vuoto.
Al pari di una cimice, si abbrancò alla scaglia di ghiaccio che in questo momento gli forniva supporto, spostando quanto più possibile il peso a monte, riducendo la figura esposta al vento. Da lì in avanti, guardando in alto, c'era da chiedersi come fosse possibile ascendere ancora. Non aveva l'attrezzatura per salire affrontando la successiva parete a tetto.

Ansimando come un mantice, il braccio intorpidito dallo sforzo, sollevò il destro a guardare ancora il polso, quando i suoi occhi scorsero nella scaglia di ghiaccio qualcosa di inaspettato: un... passaggio?
La stanchezza e il vento potevano giocargli brutti scherzi, quindi rimase parecchi minuti lì, appeso, aggrappato. Si sporse, per quel poco che gli permetteva la sua posizione e la prima impressione venne confermata: uno stretto passaggio. Stretto era qualcosa di sin troppo generoso, ma forse era una possibilità. Al massimo avrebbe trovato un punto più riparato dove riflettere sul da farsi.
Con estrema prudenza e tastando la lastra di ghiaccio per saggiarne la compattezza e la tenuta, la oltrepassò e iniziò a infilarsi nel passaggio. Vestito com'era, strati su strati di abiti per proteggersi da quel freddo mortale e dagli eventi atmosferici, era almeno tre volte più grosso del normale. Capì subito che non sarebbe stata una cosa facile, né rapida. Ansimando, più proseguiva, più si restringeva il passaggio. Si stava incastrando ma, prima di riuscire a fermarsi, era già troppo tardi.
Immobilizzato, un'onda di panico fece partire l'adrenalina e un grido feroce di rabbia. Così vicino, eppure così bloccato.
Deglutì a vuoto, una, due, tre volte, prima di imporsi la calma.

“ Pensa, stupido idiota. Pensa!”

Abbassò le braccia, gli unici arti insieme alle gambe, che potesse in qualche modo muovere. Volse la testa a destra, poi a sinistra, cercando di capire come era messo. Un barlume di speranza gli illuminò gli occhi dietro la maschera: il passaggio era irregolare e con uno spessore maggiore al centro. Come fosse una enorme clessidra. Respirò, adagio, rilassando i muscoli ormai gonfi e allo stremo. Chiuse gli occhi, smettendo di sostenersi con le gambe. Dopo qualche secondo, la gravità fece il resto: scivolò lentamente verso il basso e, mentre lo faceva, volse il capo verso l'interno del passaggio.
Quando si trovò ranicchiato a terra, la testa occupava esattamente la parte più stretta del passaggio. Muovendosi lateralmente, con piccoli passetti e bilanciandosi con le mani sulle pareti di ghiaccio, grugnendo per il dolore alle ginocchia, strisciò lungo il passaggio, sino a sbucare oltre, dove si apriva una sorta di camera di ghiaccio, un cono che si innalzava in alto di almeno una decina di metri.

Crollò a quattro zampe, ansimante, guardando il pavimento di ghiaccio. Sotto gli abiti stava grondando di sudore e rabbia. Almeno qui non tirava vento. Si rese conto solo in quel momento che il suo calore ora stava appannando gli occhiali.
Con un gesto rabbioso se li tolse, digrignando i denti e chiudendo gli occhi per il freddo gelido che li aggrediva. Poi, pian piano li aprì e il cuore perse un battito. Proprio sotto il suo sguardo, erano immobili due piedi. Nudi.
Stupendosi della sua capacità analitica, non gliene sfuggì la perfezione: sembravano non sentire assolutamente il gelo. L'incarnato era candido, al punto da sembrare quasi esangue. Ma un esangue semplicemente perfetto. Come lo erano le dita dei piedi, le unghie: nessuna imperfezione.
Con assoluta lentezza, alzò lo sguardo, seguendo la linea composta da un paio di gambe altrettanto nude e decisamente muscolose. Ma gambe di donna, indiscutibilmente. Persino nella loro mascolinità avevano un fascino irrinunciabile. Man mano che sollevava lo sguardo, passò su un monte di venere non molto pronunciato, con fianchi ampi che si stringevano appena lungo una vita ben tornita, poi un petto giunonico e due larghe spalle, dalle quali scendevano poderose due braccia che nella forza in esse racchiusa giaceva una innata armonia. Le dita, lunghe ed affusolate, erano abbandonate all'altezza dei fianchi. Dovette fare forza sull'articolazione del collo, a causa delle sciarpe, per poter vedere il volto di quella creatura nuda. Un volto sulla quale si aprivano un paio di occhi luminosi, grandi, capaci di riflettere la sua immagine a gattoni con una definizione impossibile. Il volto leggermente allungato, regolare, il labbro inferiore leggermente più grosso del superiore, le sopracciglia perfette, i capelli di un colore che virava tra il castano scuro e il nero a seconda della luce che proveniva dal buco sul soffitto della sala di ghiaccio. Questi ultimi incorniciavano il volto con la loro lunghezza, scendendo appena sotto le spalle.

L'assoluta perfezione di questa creatura avrebbe potuto togliere il fiato all'uomo a terra di per sé.
Ma fu ben altro a fargli perdere un colpo al cuore: da sopra la spalla della donna appariva la parte superiore di un'ala ripiegata, per poi distendersi apparendo a tratti lungo tutto il suo fianco sinistro, giugendo a terra e fermandosi come un breve strascico oltre i suoi calcagni. Le piume erano candide come la neve dei picchi più alti e apparivano morbide nonostante la temperatura glaciale.
Una sola, singola, maestosa ala reclinata.

Le labbra della creatura si aprirono e ne uscì una voce decisa ma neutra nel tono. Alle orecchie dell'uomo parve di udire un'intera schiera angelica parlargli:

“ Un uomo. Narra la leggenda che tra voi vi siano alcuni che fanno miracoli” piegò il capo leggermente a sinistra, osservandolo meglio “ Non so se nel tuo caso il miracolo sia essere giunto sin qui vivo, oppure l'avermi trovato.”

L'uomo, per tutta risposta, non trovò di meglio che lasciarsi cadere sul fianco, poi a terra, supino, con le braccia spalancate, in una non voluta imitazione di una lontana crocefissione. Le mani intirizzite e gonfie afferrarono i lembi del primo strano di abiti che lo ricoprivano, aprendolo e dandogli non solo un po' di sfogo, ma anche la possibilità di respirare meglio.
Da quella posizione, vedeva il profilo dell'angelo da posizione rovesciata e circonfuso dalla luce proveniente dal camino aperto sul soffitto della sala di ghiaccio.
Fece spazio tra le sciarpe, liberandosi completamente un volto pieno di cicatrici, ricoperto da una folta barba e baffi di giorni interi passati senza uno straccio di toeletta. Doveva anche puzzare parecchio, ma lui non se ne accorgeva di certo. L'angelo pareva non farci caso. Una volta che fu libero dalle sciarpe, rispose con voce roca:

“ Angela. Che fantasia.”

Lei lo guardò senza espressione alcuna e rispose:

“ Ti aspettavi un uomo?”

Lui ridacchiò, tossendo più volte fino a recuperare il fiato e disse:

“ No. Sapevo esattamente cosa avrei trovato. Ma riflettevo sul nome... Angelastariele. Conosciuta come l'Angelo SenzAla.”

Lei corrugò la fronte e persino quell'atto era pervaso da una perfezione che non era di questo mondo.

“ Tu conosci il mio Vero Nome? Chi te l'ha detto?”

Lui, sempre dalla medesima posizione, rispose:

“ Uriele. Prima di morire.”

Una risata cristallina proruppe dall'angelo che esclamò:

“ Uriele non può morire!”

“ Certo!” rispose ridendo a sua volta l'uomo “ Come tu non puoi avere un'ala sola.”

Il movimento successivo di Angela fu qualcosa di soprannaturale: un attimo prima era in piedi, in questo istante era genuflessa, il suo volto perfetto sul volto imperfetto dell'uomo. Lui si umettò la lungua e disse:

“ Non sto scherzando. Uriele è morto. Le ultime parole che mi ha detto, prima di gettarsi nell'Inferno che si stava scatenando sono state: cerca Angelastariele, l'Angelo SenzAla.”

Gli occhi brillanti e grandi dell'angelo lo fissavano come a cercare di leggere oltre le sue parole. Lui proseguì:

“ Mi ci sono voluti due anni per trovare la tua posizione e questo...” alzò il polso destro, svelando sotto la giacca un piccolo rettangolo con uno schermo luminoso “... navigatore satellitare per giungere sin qui.”

“ I tuoi gingilli non mi interessano, uomo” sbottò lei, quasi disprezzando quel prezioso strumento che tanto aveva aiutato l'uomo nel ritrovarla “ Dimmi di Uriele. Perchè lo conosci.”

Il tono era educato perfino mentre era chiaro che l'angelo provava ben altro. L'uomo sembrava conoscere bene gli Angeli al punto da capire tutto questo. Fece un movimento per mettersi sul fianco e poi alzarsi da terra, togliendosi dal gelo che stava lentamente penetrando gli strati di abiti sdruciti.

“ Sono stato con lui negli ultimi giorni della sua Vita qui sulla Terra.”

“ Non avrebbe mai abbandonato i Cancelli.”

“ Se l'ha fatto, un motivo ci deve essere stato. Come ci deve essere stato un motivo se mi ha detto di cercarti, Angelastariele.”

Lei si sollevò eretta a sua volta: fu in quel momento che l'uomo si rese conto che erano alti uguali.

“ Non comprendo perchè” disse lei, volgendosi verso la bocca della grotta che la ospitava, oltre la sala di ghiaccio. L'uomo potè guardare le terga e la schiena armoniosa dell'angelo, il punto in cui si dipartiva l'articolazione dell'ala e il punto dove l'altra... beh, l'altra non c'era. La sua voce arrochita echeggià nella sala come il raschiare di una forchetta sulla ceramica:

“ Uriele mi ha parlato di un angelo che si era ritirato nel punto più remoto del mondo. Un angelo che era stato Punito con la peggiore delle punizioni. Non la Cacciata, ma la Privazione.”

I passi di Angela si fermarono, proprio sul limitare della grotta. Lui, implacabile, proseguì sullo stesso tono:

“ Mi ha anche detto che quando ci si rifugia in una grotta con una sola uscita, una volta dentro, solo una cosa puoi fare!”

Lei fece perno sul piede destro e compì una rotazione sul busto, guardandolo nell'aria illuminata da un raggio di sole che in quel momento colpiva esattamente il buco nel soffitto. Nell'aria erano in sospensione cristalli di ghiaccio. L'uomo la fronteggiava senza paura: aveva appena scalato qualcosa come l'Everest, che poteva fargli di peggio un angelo incazzato?

L'espressione di Angelastariele non mutò di molto, mentre rispondeva:

“ Solo una cosa: uscire.”

Come prima, un istante. Prima era alla bocca della grotta, ora era di fronte a lui.

“ Come ti chiami, uomo.”

“ Solo.”

“ Appropriato. Tale resterai” fece qualche passo indietro, sempre guardandolo “ Ora riposati nella grotta. Domani usciamo. E scendiamo.”

Lui si grattò la testa, indeciso se essere felice per la rapidità con la quale aveva ottenuto ciò che voleva o disperato per l'impresa che lo attendeva il giorno successivo.

“ Immagino che avere un bagno caldo qui sia impossibile, vero? No eh? Ok, niente. Grazie.”



Commenti

pubblicato il mercoledì 19 ottobre 2016
Daisy, ha scritto: Bello ed evocativo. Con un pizzico di blasfemia che non guasta mai.

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