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lavoro pubblicato domenica 16 ottobre 2016
ultima lettura domenica 26 maggio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Non importa

di Menic. Letto 385 volte. Dallo scaffale Pulp

1994. Courtney seguì il suo Kurt in salotto: si era ferma-to vicino ad un armadio: prese una pistola dal cassetto dell'armadio a specchio: era un calibro nero, lucida e carica. Teneva in casa una pistola per sicurezza, per evitare fan esuberanti.....

1994. Courtney seguì il suo Kurt in salotto: si era ferma-to vicino ad un armadio: prese una pistola dal cassetto dell'armadio a specchio: era un calibro nero, lucida e carica. Teneva in casa una pistola per sicurezza, per evitare fan esuberanti o peggio stalker dell'ultima ora, non necessaria-mente amanti della sua musica.
- Sai, quando ho da affrontare un casino, mi dico sempre: "Carica le tue pistole"...
Se l'avvicinò alla testa, tenendo l'indice nel cane e il gril-letto vicino al volto. Courtney si allarmò e disse con voce calma:
- Kurt, cosa fai con quell'arma? Perché la tieni così vici-na a te?
Perché sorridi? No. Non farlo: non ne vale la pena.
Ma lui non volle ascoltare, e tirò l'indice; per fortuna che scherzava. Prima di sparare, puntò il grilletto allo specchio vicino; il colpo spaccò il vetro, bucando il centro e spezzan-do intorno, deformando il suo volto. Sorrise, quasi isterica-mente, e aggiunse:
- È divertente perdere e fingere!

1993.
- Piantala di drogarti, Cristo! Hai una figlia in arrivo!
- Oh, bello, detta da una che prima si bucava peggio di un cactus...
Gli diede uno schiaffo; lui si chiuse in una smorfia triste, mentre il livido rosso gli si diffuse nella guancia. Courtney ebbe poi una fitta alla pancia: si mise una mano nel ventre, e prese un attimo il respiro, rimanendo in apnea per poco. Si sedette su una seggiola della cucina, affaticata, mentre Kurt, seduto sul pavimento, cominciò a fissarla coi suoi occhi dol-ci e glaciali, con uno sguardo prossimo al pianto.
- Giura che non lo farai più! Giura!
Lui rimase in silenzio: sussurrò a voce bassa qualche pa-rola:
- Lei è ultra annoiata. Piena di sé...
Lei alzò la voce, con rabbia, battendo con fatica il pugno sul tavolo.
- Giura! O me ne vado da casa, e la figlia non te la farò mai vedere!
Lui ebbe le lacrime agli occhi, ma non volle fissarla, pun-tando lo sguardo in basso. Leì impazzì, gridando.
- Mai! Te ne starai solo, in questa fogna di casa, con la tua droga!
- Ok! La smetterò! Ok! Ti va bene, puttana!
Lei gli tirò vicino alla testa un bicchiere di vetro lasciato sul tavolo. Per l'urto lui si mise a piangere e a singhiozzare, stringendosi in una posa fetale, al muro. Lei si alzò dalla seggiola e si avvicinò al telefono: cominciò a comporre il numero di una clinica per la disintossicazione. Lui, nel suo singhiozzo, disse:
- Oh, no, io so una parolaccia...

1993. Il dispositivo di registrazione audio venne accesso: la giornalista mise la cassetta audio nel compartimento, lo fece avvolgere dal dispositivo e poi lo attivò. Poté così in-cominciare l'intervista a Kurt.
- Allora, signor Cobain, ci parli di lei.
- Meglio di no. Non sono molto clemente con me stesso.
- Ovvia, su, non esageri.
- Mi creda: a volte mi sento solo un buono a nulla.
- Un buono a nulla che, con la sua band, i Nirvana, que-st'anno avete fatto più di due milioni di dischi venduti.
- È marketing...
- È successo, e anche ben meritato. La sua musica ha af-fascinato molti critici.
- Ora tutti a dirmi che sono un genio.
- A dirle che lei è un artista.
- Sarà...
- Perché? Lei cosa crede di essere allora?
- Senta, io sono peggiore in ciò che faccio meglio. E per questo mi sento benedetto.
- Non l'ho capita, mi scusi...
- Lasci stare...
- Vabbè, vedo che non è a suo agio al momento.
- Non lo sono mai...
- E a cantare? Oh, aspetti, è partito un attimo il registra-tore.
Lei smontò il suo dispositivo, cercando di capire cosa sia potuto succedere. Lui la guardò, immobile nel suo sguardo.

1991. Si riunirono quella sera in studio, a registrare un nuovo pezzo per il futuro disco in programmazione. Kurt si appoggiò al muro, scivolando poi sul pavimento; iniziò a fumare, mentre gli altri controllavano i propri strumenti.
- Eh, basta con 'sto fumo, Kurt! Alla fine ti ammazzerai con sta roba!
Lui non smise di fumare, ma cominciò a massaggiarsi un po' il dorso ma soprattutto la pancia, digrignando i denti.
- Piantala, Chad, e fammi riposare. Sono giorni che non torno, cacchio!
- Ancora dolori alla schiena?
- Non solo, Krist. Ora anche allo stomaco. Non ce la faccio più...
- Ma hai provato ad andare da un buon medico?
Sbuffò del fumo in aria; con voce calma rispose:
- Bravo, hai detto bene: buono. Io uno così non l'ho mai trovato.
- Sei sempre a lamentarti, però, Kurt. O cosa ti prende?
Lui cominciò ad agitarsi:
- Mi prende che soffro in continuazione, Krist!
Krist aggiunse violentemente:
- Noi, no! Noi no, eh!
- Dave, piantala!
- Mica hai ricominciato con quella roba, eh?
Detto questo, si alzò, e se ne andò in bagno. Krist e Chad cominciarono a parlare tra di loro:
- Quanto è idiota...
- Se va avanti così non c'arriva a trent'anni...
Krist si avvicinò alla porta del bagno e cominciò a bussa-re:
- Vuoi uscire sì o no?
Dal bagno uscì il silenzio. Krist bussò ancora.
- Kurt, che fai?
Poi arrivò una voce, la sua.
- Arrivo. Esco.
Quando uscì i due non ci credettero: Kurt aveva l'eyeli-ner agli occhi, e un lieve tocco di rossetto sulle labbra.
- Che c'è? Non si comincia più?
Loro cominciarono a ridere, e si unì anche Kurt, quasi libero dai suoi dolori per quell'attimo. Si strinsero insieme in un abbraccio fraterno.
- Il nostro gruppetto è sempre, e sempre sarà fino alla fi-ne...

1982. Kurt era da solo, nella sua cameretta da letto; era su una piccola scrivania, a disegnare qualcosa con penne e matita. Il disegno passava leggero, sfumato, e lui sorrideva, felice, aggiungendo di qua e di là alcuni accenni di pastello, con piccoli ritocchi di matita. Stava per rifinirlo, al contem-po il suo sorriso tornò serio. Dopo pochi minuti il disegno era concluso. Una volta finito, prese il suo diario dal como-dino, lo aprì e ci scrisse una breve nota sotto la data del giorno:
"Un altro disegno: chissà perché ci provo piacere per co-sì poco. M'è venuto bene, però, boh, verso la fine l'ho per-so. Non capisco perché. Ma provo ancora gusto per queste cose? Curioso, e mi dimentico soltanto del perché io provo gusto. Se ne va via così veloce, che quasi non ha senso. O no? Oh, sì, credo che mi faccia sorridere. Anche se poco. È strana questa cosa, ma non posso far altro che scriverlo qui, in un diario. La mamma non capirebbe, semmai lei m'abbia mai capito. Lui mi avrebbe capito. Quanto vorrei ci fosse qua il mio amico, per parlare con lui. Quanto vorrei davve-ro.". Non finì di scrivere: strappò la pagina e con essa ci ag-giunse il disegno appena finito. Buttò il tutto nel cestino lì sotto.

1990.
- Ohi, bello! Lo vuoi provare?
- Ma di che diavolo parli?
Kurt era in casa sua: con lui c'era uno spacciatore di eroina; gli pareva uno simpatico; era calmo e tranquillo, l'e-satto opposto di lui in pratica. Erano in soggiorno, quando lui, dal suo taschino, mostrò a Kurt una bustina, con dentro della polvere granulata quasi cristallina.
- Ti piacerà, vedrai...
- Ma che è? Eroina?
- Pura al novanta percento. Una bomba, credimi!
Kurt si alzò dalla poltrona immediatamente.
- Ma sei scemo? Fuori!
Lo spacciatore rimase impassibile.
- Bello, questa è buona.
Kurt batté i piedi in terra.
- Vattene! Levati da qui, subito!
Kurt, per l'agitazione, si strinse la pancia, piegandosi, con la bocca aperta e gli occhi strizzati. Lo spacciatore non si mosse.
- Soffri?
- Che t'importa? Levati!
- Con questa non soffri, bello.
- Ma che dici...
- Da quant'è che ce l'hai?
- Da anni. Ci convivo da anni.
- E vedo che i medici non hanno fatto nulla per te.
- Che ti frega? Tutti abbiamo i nostri dolori.
- Io non ne ho. Mi vedi? Sono calmo, rilassato, grazie a questa.
Gli mostrò la bustina, ciondolante sulle sue dita consu-mate.
- Con questa non soffri più.
- Con quella muoio.
- Col tuo dolore morirai.
- Vattene, via. Lasciami solo.
E così si alzò. Lasciò però la bustina sul tavolo.
- Tieni! Offre la casa. Non finirtela tutta, mi raccoman-do.
- Ma vai a...
Appena uscito gli sbatte la porta in faccia. Kurt tornò al-la sua poltrona, e continuò a massaggiarsi la pancia per il dolore: ad ogni passaggio il dolore peggiorava, quasi facen-dolo urlare. Vide la bustina, sul tavolo. Ci pensò, almeno fi-no a quando il dolore lo manteneva lucido abbastanza per ragionare. Ebbe una fitta violenta, e si strinse quasi in posi-zione fetale; non ce la fece. Con uno scatto veloce prese la bustina dal tavolo, e l'aprì, versandola sul tavolo: cominciò a tagliarla, a strisce. Ad un tratto bussò alla finestra uno sco-nosciuto. Sì avvicinò per chiudere le tende, quando notò che era lo spacciatore.
- Ehi, bello. Che combini? Hai cambiato idea.
- Lasciami solo.
- Come vuoi. Se però vai in overdose sono cavoli tua.
- Overdose? Per due strisce?
- Certo. Dio, quando sei bambino. Fammi entrare.
Lo fece entrare, non capendo più nulla per via delle fitte allo stomaco.
- Non è cocaina, furbo! Non la puoi sniffare, sennò muo-ri! Vieni, ti aiuto io a farla.
Dopo pochi minuti aveva pronto la siringa con dentro l'eroina liquida. Gli mise un laccio emostatico pulito, e gli deterse la zona del braccio da bucare. Kurt ebbe un ripen-samento.
- Aspetta!
- Cosa? Che c'è?
- Ho paura...
- È un po' tardi per avere scrupoli. Via, è un giochetto da ragazzi...
- Ma così diventerò un drogato.
- Ragazzo, tutti siamo drogati: TV, cibo, fumo, sesso, Dio, famiglia. Tu almeno avrai solo una di droga.
- Non me la sento...
- Come vuoi. Vorrà dire che me la inietterò io...
Kurt ebbe una fitta violentissima. Urlò dal dolore, e prontamente se lo mise in braccio, con violenza. Strinse il tamburo e fece scivolare l'eroina in vena. Dopo pochi se-condi si sciolse in un piacere totale.
- Vedi che ne valeva la pena?
- L’ ho trovato difficile era difficile da trovare.
- Trovare?
- Sì. Oh beh, qualsiasi cosa non importa.

1977. Kurt chiamò la sua mamma dalla sua stanzetta. Lei venne dalla cucina; gli chiese cosa volesse. Lui sorrise, e pronunciò questa frase:
- Salve, salve, salve, quanto in basso?
Lei cominciò a ridere, e lo accarezzò sulla guancia. Lui però continuò.
- Salve, salve, salve, quanto in basso?
Lei rise, con poco tono, sorridendo per lo più, e lo acca-rezzò alla testa. Lui riattaccò con il ritornello.
- Salve, salve, salve, quanto in basso?
Lei non rise più, e rimase seria.
- Amore, perché ripeti questo?
- Salve, salve, salve, quanto in basso?
- Amore, cosa c'è?
- Salve, salve, salve, quanto in basso?
Lei mostrò uno sguardo preoccupato.
- Kurt, cos'hai? Smettila.
- Salve, salve, salve, quanto in basso?
- Kurt, piantala, non è più divertente.
- Salve, salve, salve, quanto in basso?
Lei alzò la voce, irritata.
- Kurt, piantala, smettila!
- Salve, salve, salve, quanto in basso?
- Kurt!
- Salve...
Lei gli diede uno schiaffo. Lui smise, e la sua faccia di-venne rossa per il colpo e per la vergogna. Lei tornò in cu-cina, incollerita, mentre lui si mise sul letto, chiuse la testa tra le gambe rialzate e cominciò a singhiozzare.
1993. Kurt era sul palco, seduto su uno sgabello, con la chitarra in braccio. Cominciò a suonare la sua canzone, mentre la platea si riempiva di gente della sua età: dopo qualche minuto era tutto esaurito. Ad un tratto un ragazzo biondo con gli occhi azzurri entrò nella sala piena e ancora illuminata, e provò a scivolare tra la gente, pur di avvicinarsi al palco, per vedere Kurt suonare e cantare.
- Vieni, amore, avvicinati!
Lei notò che le luci si stavano abbassando. Lui le tenne la mano mentre si disperdevano tra la folla; per sentire di averla ancora con sé la strizzava per qualche istante, pur di non perderla.
- Amore, ma ora non si vede nulla!
Lui si girò, e guardò coi suoi occhi glaciali lo sguardo morbido della ragazza. Le disse una frase curiosa:
- Tranquilla, a luci spente è meno pericoloso!
Erano vicini al palco: lui riusciva a vederlo, nella sua po-sa, colla sua chitarra e coi suoi occhi persi. Appena i loro occhi si incrociarono, lui, col suo sguardo, gli lanciò una sfida:
- Ora siamo qui. Facci divertire.

1993. La musica arrivò al massimo della potenza: tutti cominciarono a ballare violentemente, mentre Kurt nel suo canto ululava. Un giovane ragazzo entrò nella baraonda, con fare timido e impacciato. Tutti si spingevano e si colpivano brutalmente. Sembrava non reggesse la pressione, e, infatti, tra sé e sé pensò:
- Ma che ci faccio qui! Non è il mio mondo, questo. Per-ché sono qui? Dio, mi sento stupido e contagioso. Vorrei andarmene...
Ad un tratto, finita la musica, vide Kurt alzarsi, mentre tutti lo adulavano con grida di giubilo e di festa, applauden-dolo e fischiandolo dalla felicità. Il giovane biondo con gli occhi azzurri lo vide:
- Quello è Cobain! Wow! È un fenomeno! Ma come c’è riuscito? È spettacolare!
Il ragazzo si avvicinò, e incrociò lo sguardo sia di Cobain sia del ragazzo biondo con gli occhi azzurri lì vicino. Si guardarono per poco, con una certa serietà, quasi melanco-nica. Intanto la folla esclamò nel delirio.
- Ora siamo qui! Facci divertire!

1994. Cobain si trovò da solo, da qualche parte: si tolse dal braccio la siringa, e si aprì il laccio emostatico. Se ne stette lì, a guardare la gente che passava. Si appoggiò da qualche parte, e coi suoi occhi intanto indagò i volti delle persone. Vide un mulatto in jeans blu e t-shirt bianca, con l’immagine di M.L.King, passare assieme ad una mulatta con i capelli afro, la gonna lunga a scacchi e la giacchetta di jeans. Loro non lo videro: intanto canticchiarono una can-zoncina a lui familiare, e se ne rise. Il mulatto si scontrò ad un tratto con un ragazzo col cappello da dj e la maglia nera, assortito dalla musica del suo compact-disk; gli chiese scu-sa, ma ebbe un avvertimento dal mulatto di star attento. Lui non ci fece caso, e si allontanò. Kurt cominciò a sogghigna-re, e pronunciò nel suo trip lento in cui affondava di secon-do in secondo qualche parola scomposta:
- Eh! Eh! Un mulatto! Eh! Eh! Un albino!
Ad un tratto una zanzara si avvicinò al braccio, precisa-mente alla zona dove aveva prima introdotto l’ago. Lui se ne accorse:
- Oh! Una zanzara!
Dopo che lei aveva già introdotto il suo ago, lui la colpì: il gesto però portò all’apertura del buco; fuoriuscì un fila-mento di sangue, che si sparse sul braccio.
- La mia libidine!
Il sangue stava colando a terra. Lui chiuse i suoi occhi ed esclamò nel silenzio del suo luogo, prima di addormentarsi:
- Si, si, si!



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