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lavoro pubblicato sabato 15 ottobre 2016
ultima lettura sabato 20 aprile 2019

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MASCHERE: CAPITOLO IV

di Giovanni95. Letto 316 volte. Dallo scaffale Fantasia

Quel mattino i primi raggi di luce raggiunsero i tetti degli scarni edifici nello stesso istante in cui un misterioso forestiero giunse in città. Arrivava da nord, da un luogo che gli abitanti di Dovur chiamavano Bosco di Ferro

29 Novembre dell'anno 184 dalla nascita della Fenice.
Cittadina rurale di Dovur.

Dovur era una cittadina sperduta nelle campagne del nord del continente di Alba, dove l'anonimo grigio degli edifici si contrapponeva ai ben più accesi colori della natura che la circondava. Immensi erano i campi di grano e i vigneti colorati d'autunno. Questi donavano i loro frutti alla città affinché sopravvivesse e prosperasse, ma ne chiedevano in cambio le vite degli uomini che la abitavano. Comunemente a tutte le piccole città rurali la pace e la tranquillità erano raramente turbate e gli uomini potevano percorrere le sue strade assopiti, beatamente incoscienti della guerra che, nel buio, si preparava a sconvolgere gli equilibri dell'intero continente e intaccare le origine del loro stesso universo.
Quel mattino i primi raggi di luce raggiunsero i tetti degli scarni edifici nello stesso istante in cui un misterioso forestiero giunse in città. Arrivava da nord, da un luogo che gli abitanti di Dovur chiamavano Bosco di Ferro e tale era il suo nome per via del colore argenteo dei manti delle bestie selvagge che lo popolavano. In passato le argentee pellicce delle fiere erano state la prima fonte di guadagno della città, ancor più dei campi che la circondavano, ma decenni prima di questo giorno, nel bosco fecero la loro comparsa strane bestie e di diversi cacciatori erano stati ritrovati soltanto dei corpi dilaniati senza vita. Gli uomini allora, temendo per le proprie vite, decisero di abbandonarla tenendo sempre gli occhi vigili puntati verso i suoi confini che divennero sempre più oscuri e selvaggi. Solo leggende rimanevano di quello che fu un tempo, ma la paura continua a vivere nei loro cuori e nessuno ha mai più voluto avventurarsi in quei meandri.
L'uomo avanzava a stento nella città appena sveglia, avvolto interamente in abiti logori e sporchi di terra, trascinava le sue scarpe distrutte un passo dopo l'altro, sulla sporca roccia dei marciapiedi di Dovur. Il volto era interamente coperto da una sciarpa logora, fatta di stralci, mentre gli occhi erano nascosti da delle spesse lenti oscurate. Il suo respiro affannato si trasformava in soffici nuvole di vapore che danzando si elevavano nella gelida aria mattutina. Si fermò per un istante ad osservarle perdendosi nelle loro linee, poi riprese il suo cammino titubante in una città a lui sconosciuta.
L'intero mondo si mostrava ai suoi occhi nelle sue più piccole essenze e i suoi sensi gli mostravano la vita esplodere in un turbinio di colori, suoni odori e sensazioni. Era capace di osservare un minuscolo scarafaggio che zampettava rumorosamente sul marciapiede, di ascoltare le ali battenti di una coppia di colombi che spiccò il volo scappando non appena fu troppo vicino, di odorare il profumo del mosto alcolico e l'aria della campagna che pervadeva l'intera città come se ne fosse un'estensione di questa, a percepire il tessuto sgualcito che scivolava ruvido sulla sua pelle biancastra. Talmente tante altre cose provava e vedeva che descriverle tutte non è opera possibile attraverso queste parole perché sempre qualcosa verrebbe tralasciato e, seppur tutto venisse raccontato, l'idea di come quelle sensazioni si fondessero non può essere compresa da alcun semplice uomo.
Mentre si perdeva tra le infinite sensazioni procurategli dai suoi sensi innaturali un uomo, la cui vita era stata inglobata da quei campi che circondavano Dovur, gli passò a fianco portando con sé l'odore del mosto. Mostrava con fierezza la propria pelle bruciata dal sole della campagna. Rallentò il passo per scrutare meglio il forestiero appena giunto in città, i suoi occhi erano colmi della paura per lo straniero, per ciò che non si conosce, che è estraneo al proprio universo. Lo straniero si fermò, annichilito dalla potenza della paura che rievocò in lui i ricordi di un passato che continuava a tormentarlo.
Cercando di non attirare su di se gli sguardi dei passanti, continuò a camminare spedito fino a quando il profumo del caffè fumante, del latte e dei dolci appena sfornati non lo soffocò in un dolce piacere. Usò il suo olfatto inumano per rintracciare l'origine di quell'odore e lasciarsi alle spalle quegli sguardi che di tanto in tanto continuavano a colpirlo. Dopo pochi minuti si ritrovò davanti alla vetrina di un locale alla base di un grigio palazzo di tre piani. Sull'insegna del locale era scritto “L'Agnello Macellato” e vi era raffigurata la testa di un agnello. Per quanto quella macabra visione non lo incoraggiasse ad entrare, il profumo, che proveniva da esso, era ancora fin troppo invitante per lasciarsi scappare l'occasione di soddisfare la propria fame. Con questa intenzione spinse la pesante porta di legno che fece scattare un campanello annunciando il suo arrivo.
Il pub non era affollato, quattro uomini anziani giocavano rumorosamente al tavolo più illuminato, un uomo più giovane era seduto nel punto più oscuro del locale mentre beveva un caffè nero fumante, al bancone una donna stava comprando due dolci caldi sotto l'occhio vispo di due bambini. Al bancone c'era un uomo basso e muscoloso, calvo ma con una folta barba rossa. L'attenzione dei clienti fu immediatamente catturata dal rumore del campanello, focalizzandosi per un secondo sul nuovo entrato, i loro sguardi fissi lo squadravano e cercavano di associare una storia e un nome a quel volto così nascosto. L'uomo dietro al bancone non fu distratto, invece, intento com'era a preparare l'ordine della donna.
La donna si affrettò a pagare dopo aver ricevuto il pacchetto, lasciando il barista allo straniero. Il barista sistemò i soldi in cassa e, con lo sguardo fisso sul bancone pulendo con uno straccio rosso, disse: - Cosa posso servirle? -.
- Una tazza di caffè caldo macchiato, per favore. Strano che un pub sia aperto anche la mattina. - rispose lo sconosciuto, mentre il pub tornava pian piano nel proprio stato naturale.
- Ora arriva. In questa città non funzionerebbe, sono costretto a tenere aperto anche la mattina per racimolare qualcosa. Niente da mettere sotto i denti? - aggiunse il barista alzando finalmente lo sguardo. I suoi occhi erano di un colore indefinito tra il grigio e il verde.
- Cosa avete? - chiese il forestiero osservando la vetrina, mentre i crampi allo stomaco si facevano più intensi.
- Tutta roba che ci passa il panificio al nostro fianco, cornetti caldi, un paio di crostate e delle ciambelle. Sa è gestito da mio fratello e devo ammettere non sarà tutta questa testa ma con i dolci ci sa fare. - disse l'uomo ridacchiando.
- Quel cornetto alla crema sembra fare al caso mio. - rispose assaporandone l'odore fumante.
- Ottima scelta. - fece l'uomo al bancone continuando la sua risata: - Non ti ho mai visto in giro da queste parti, io mi chiamo Voikas, piacere. -.
Lo straniero esitò, sapeva di dover tenere celata la sua vera identità e così fece: - Mi chiamo David, vengo da non molto lontano, sono qui di passaggio. -.
- Bene David, in tutto fanno tre drachi. Scegli pure un tavolo, sarò subito da te. - disse l'uomo muovendo rapidamente le dita nel preparare il caffè e il cornetto. Il forestiero lasciò una piccola banconota da cinque drachi sul bancone e si avviò verso il tavolo libero più vicino.
Dopo pochi minuti Voikas lo raggiunse, portava con sé la fumante ordinazione del forestiero. Egli consumò lentamente la colazione assaporandone ogni morso, ogni sorso, perdendosi nell'infinità di sapori mai provati dal suo palato. La pace raggiunta dopo tanta sofferenza lo sollevò e per un istante si dimenticò di chi fosse in realtà. Nel locale la vita scorreva come se lui fosse vissuto lì da sempre. Quando si sentì pronto per continuare il suo viaggio lo straniero si alzò e, ancora una volta, si diresse verso il proprietario dell'Agnello Macellato.
- Scusami Voikas, conosci un posto dove poter passare la notte senza essere disturbati? - chiese sperando di non destare troppi sospetti nella mente dell'uomo.
- Vuoi un po' di privacy? Si vede che non vivi qui, comunque in questa città c'è un unico albergo. - rispose controllando con lo sguardo i propri clienti.
- Bene... - disse David - Dov'è? -.
- Allora, uscendo devi andare verso destra e camminare finché non raggiungi una piazza. Quindi prendi la strada che percorre la fiancata sinistra di un grosso e antico edificio, è il nostro comune. Percorrila fino a raggiungere la fine della città, sulla destra troverai un'insegna “Pane e Vino”, quello è il luogo. Ti troverai bene, anche se il proprietario... Lascia stare, pagalo e non ci parlare troppo. - spiegò Voikas.
- Grazie, Voikas, mi sa che mi aspetta una lunga camminata. - disse Garmr lasciando una seconda mancia al barista che prese i soldi ben volentieri.
- Tranquillo, una decina di minuti e sarai lì. Sai, mi sei molto simpatico David, ma non per tutti i soldi che cadono dalle tue mani bucate. Si vede che sei un brav'uomo. - concluse Voikas sorridendo, mentre osservava lo straniero uscire dal proprio locale.
Lo straniero tornò, così, nelle terrose strade di Dovur e, abbandonandosi alle spalle il calore e l'aroma del pub, il vento gelido dell'inverno gli accarezzò il volto portando con sé rumori non molto piacevoli.


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