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lavoro pubblicato mercoledì 12 ottobre 2016
ultima lettura mercoledì 28 ottobre 2020

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

La ballata delle foglie cremisi

di Diciannove. Letto 781 volte. Dallo scaffale Horror

All'alba iniziarono i primi spari. C'era la nebbia, una nebbia densa che volteggiava in banchi compatti che si insinuavano nelle asperità delle colline. L'autunno era iniziato la notte prima. La temperatura era scesa all'improvviso e i monti pi&.......

All'alba iniziarono i primi spari. C'era la nebbia, una nebbia densa che volteggiava in banchi compatti che si insinuavano nelle asperità delle colline. L'autunno era iniziato la notte prima. La temperatura era scesa all'improvviso e i monti più vicini erano spruzzati di neve, la prima neve; si sentiva quell'aria, quell'aria che da tanti mesi era scomparsa, quell'odore di freddo e di bagnato. Gli spari facevano un rumore attutito. Due o tre di fila, pim pum pam! Dovevano essere piccoli calibri, magari per fagiani o lepri. Fucili a canna liscia.

Othar il mio cane mi precedeva, annusava, alzava la testa, muoveva le orecchie. A volte pisciava. Io lo seguivo a passo svelto cercando di camminare sulle foglie ammucchiate sul sentiero e non nel fango argilloso che si attaccava alle scarpe come il principio di una sabbia mobile. Ciò nonstante sentivo i miei piedi sempre più pesanti e il desiderio pulsante di far dietrofront e tornare a casa. Gli spari provenivano dal folto del bosco. Noi andavamo in quella direzione cautamente, pensavo che appena saremmo arrivati all'inizio del sentiero che conduceva al bosco, quel punto dove solitamente stavano parcheggiati i maestosi mezzi a quattro ruote motrici dei cacciatori, avremmo fatto ritorno. Non avevo intenzione di spingermi più in là.

Avevo paura per il mio cane. Othar era un bastardo di taglia medio grande vagamente somigliante ad un lupo. Molto vagamente in realtà. Ma per chi non ci capisce un cazzo di cani sicuramente poteva essere proprio un lupo, feroce per giunta. Avevo sentito troppe storie di lupi nella zona. Lupi che sbranavano bestiame. Lupi che sbranavano i cani dei cacciatori. Lupi che sbranavano i cani nell'aia delle case, servendosi direttamente dalla catena alla quale i suddetti cani erano amorevolmente legati. Io non è che non credessi potessero avere un fondamento di verità, queste storie, tutte in un modo o nell'altro ce l'hanno, ma al tempo stesso percepivo un'intento nefasto nel diffondere queste verità contraffatte, una volontà di legitimmare la paura e l'gnoranza, il grilletto facile, il pallido eroismo che si esaurisce in racconti da osteria.

Pensavo e pensavo a tutto questo. Affrettavo il passo. Mi rendevo conto di essere anche io vittima di quel circolo vizioso di aneddoti e paure. Avevo perso di vista il mio cane e con il guinzaglio in mano giunsi ad una piccola jeep grigio metallizato parcheggiata proprio dove pensavo, all'inizio del bosco. Chiamai Othar, fischiai anche. Attesi nel silenzio il rumore delle sue zampe nel fogliame. "Dannato cane, perchè mi fa preoccupare così? Avrei dovuto legarlo...a quest'ora saremmo già a casa."

La nebbia cominciava a diradarsi ed il sole a scaldare. Lo presi sul viso mentre in piedi attendevo e per un attimo mi rilassai. Avevo caldo alla testa. Mi tolsi il berretto e mi passai una mano tra i capelli, erano davvero arruffati, li spinsi via dagli occhi. Othar non tornava. La jeep accanto a me sfavillava al sole, era molto pulita a parte le ruote infangate.

Passò una mezzora. Vidi alcune cornacchie grige planare su un campo arato. Fischiai ancora, urlai. Le cornacchie volarono via tutte assieme per poi posarsi poco più in là.

Un uomo sulla cinquantina, fucile in spalla, giunse nella mia direzione con passo cadenzato. Aveva un giaccone verde militare che gli arrivava poco sopra le ginocchia e un berretto con una visiera corta e i para orecchie. Aveva dei piccoli baffi brizzolati e gli occhi chiari e taglienti. Lo salutai. Rispose brevemente al saluto e si avviò alla jeep lì parcheggiata. Mise il fucile in custodia. I suoi movimenti mi parvero calmi e sicuri e la cosa mi tranquillizzò. Gli chiesi se per caso aveva visto un cane con un collare rosso. Mi rispose di no senza voltarsi, ma proseguì dicendo di aver sentito un rumore che gli aveva fatto pensare ci fosse un cinghiale nelle vicinanze. Risposi che io lì di cinghiali non ne avevo mai visti. Nemmeno le tracce. Egli mi guardò senza parlare, cosa ne sapevo io, di cinghiali? Una ragazza dai capelli spettinati che avrà avuto si e no la metà dei suoi anni e della sua esperienza. L'esperienza...quella sì che era importante, sacrosanta. Sorrisi con il mio solito fare idiota di chi cerca senza successo di mettere gli altri a proprio agio. Era l'ora di andare. Mi congedai avviandomi verso dove era venuto il cacciatore.

Camminai rendendomi conto che le recenti piogge avevano mutato il sentiero che in alcuni punti era franato, era come scivolato più a valle. L'erba era fradicia e alta e presto mi accorsi che i miei pantaloni erano anch'essi bagnati fin sopra le ginocchia. Avanzavo e con lo sguardo cercavo Othar tra gli alberi inclinati e cinti dall'edera, mi fermavo giusto il tempo per afferrare, nel silenzio, un rumore di passi o un fruscio tra i cespugli.

All'improvviso sentii uno scalpiccio proveniente dall'alto, alla mia sinistra. Mi affrettai in quella direzione facendo i conti con un terreno tutt'altro che facilmente percorribile. Scivolai trovandomi con entrambe le mani affondate nel fango. Mi alzai sfregandomele sui lati della giacca e procedendo aiutandomi con il fusto degli alberi attorno a me. La corteccia si sfarinava ed emanava un odore di fungo, mi rimaneva incastrata nelle unghie, ma non potevo fare a meno di toccarla per continuare nella direzione che intedevo seguire. Fischiai. Fischiai ancora, questa volta più forte, con le dita in bocca. Uno zampettio frenetico mi sorprese, un trambusto di rami e foglie veniva nella mia direzione. Mi sentii sollevata e sentii il mio volto distendersi in procinto di accogliere Othar e tornare a casa insieme a lui, quella palla di pelo e fango incrostato.

Un capriolo sbucò dal fogliame e si fermò davanti a me. Trattenni il fiato come fossi dinnanzi ad un qualche spirito dei boschi. I suoi occhi mi fissavano pieni di diffidenza, ma anche curiosità. Anche io lo fissavo a mia volta, affascinata. Non aveva il palco, ma dalle dimensioni avrei detto che fosse un maschio. Il mantello era bruno, in alcuni punti tendente al fulvo, così compatto e lucido che avrei voluto toccarlo. Il suo aspetto era così perfetto, così puro e selvaggio.

Esplose uno sparo. Il capriolo fuggì a valle e io rimasi lì senza parole. L'angoscia di non aver trovato il mio cane mi piombò addosso. Mi costrinsi a muovermi per trovare un luogo con una miglior visuale. Giunsi a fatica a dei grossi cespugli di ginestra carichi di umidità, al di là di essi iniziava una ripida scarpata priva di piante che conduceva ad una stretta gola dalla quale proveniva un mesto rumore d'acqua. Feci per chiamare Othar a gran voce quando il mio sguardo fu catturato da delle macchie cremisi su del fogliame giallo e bronzeo.

Mi avvicinai lentamente tendendo le mani per toccarle. Era come una vernice spruzzata in un punto, era viscosa e odorava di ferro. Era sangue. Sangue di cosa? Di chi? Il cuore iniziò a martellarmi nelle orecchie. Cercai di calmarmi, poteva essere il sangue di un qualche animale ferito, non era bello, va bene, ma non era detto si trattasse proprio di Othar, il mio Othar, mio fratello, il mio amato cane, quello scemo dannato cane che non tornava, "Fanculo brutto stupido perchè mi devi far spaventare così? Cazzo, Othar, torna!"

Sentii un vocio sommesso. Percepii alcune parole che mi fecero letteralmente drizzare i capelli sulla nuca. "...Lupo...cane...credevo...difeso...morto..." .Ero impietrita. Tutto il mio corpo concentrato su quelle lontane voci umane che mi sforzai di localizzare. Strisciai nella loro direzione. Non sentivo nessuna stanchezza, solo il mio cuore che pompava a ritmi indicibili. Ero ovattata. Nessun pensiero, solo quelle voci, che via via si facevano più definite.

Finalmente li vidi. Ero in alto e loro in basso. Sentii il rumore di una lama che perforava della carne. Sentii il rumore di un uomo che vomitava. L'altro lo scherniva. Volevo vedere meglio ma non riuscivo...decisi di ascoltare e al limite scendere a vedere una volta che se ne fossero andati. "Stai tranquillo, su, non è la prima volta che mi succede...ora vedrai che ce la sbrighiamo in dieci minuti" diceva uno, l'altro (quello che aveva vomitato): "E se era di qualcuno? Sicuramente era di qualcuno, ha il collare, non vedi?" "Ai lupi non gliene frega niente se ha il collare...loro lo fanno a pezzi e basta, capisci?" fece quello con il coltello in mano. "E comunque..." sentii uno strappo netto e qualcosa che veniva lanciato via "Ecco qui! Niente collare, contento?".

Qualcosa di me non voleva capire. Qualcosa che aveva già capito tutto e non lo voleva accettare. Qualcosa che non riusciva a respingere l'idea che quello fosse il maledetto collare rosso di Othar. La mia mente fu invasa da immagini di lui. Il suo sguardo assurdamente dolce e familiare, con i suoi occhi nocciola, furbi e timidi al tempo stesso. Il suo modo di accogliermi e di dimostrarmi affetto, i movimenti del suo corpo, della sua coda leggermente arricciata, le sue zampe calde e ruvide al tempo stesso. Avevo capito. Avevo capito ciò che mai avrei voluto capire.

La mia gola cominciò a gonfiarsi fino a farmi male. Mi stavo trasformando in qualcosa che non conoscevo. I miei occhi bruciavano, mi pareva si stessero ingrandendo a dismisura e il mio corpo mi pareva fatto di elastici, di calore pulsante, di energia che necessita di esaurirsi per non farmi esplodere. Non avevo paura. Non avevo lungimiranza. Non avevo altro che fame. Fame di sangue.

Aspettai che i due uomini finissero il loro lavoretto. Volevano farlo sembrare un lavoretto da lupi. Accoltellarono il cadavere del mio Othar fino a renderlo irriconoscibile. Uno dei due stava sempre più male, non reggeva ad una cosa simile. L'altro sembrava averlo già fatto, per marscherare l'ennesimo "incidente di caccia". Ci impiegarono circa un'ora. E per tutto quel tempo io rimasi immobile. Come una pietra millenaria. Come un predatore che aspetta la preda. Tutto nella mia mente si era fermato, uno stand-by momentaneo. Solo l'aria entrava ed usciva impercettibilmente dal mio apparato respiratorio.

Ad un tratto i due uomini decisero di muoversi. Li lasciai percorrere una decina di metri e dopo strisciai verso dove erano prima. All'improvviso mi ritrovai sotto un palmo della mano il collare, il suo collare, tranciato di netto. Lo infilai in tasca d'istinto e proseguii, sapevo ciò che mi aspettava, ma non mi sarei tirata indietro, lo dovevo fare, la gola, sempre di più, mi faceva male.

Giunsi al corpo inerte di Othar. Il colore del pelo era il suo, senza dubbio. Il resto un miscuglio di sangue, fango e foglie secche. La testa ciondolava come avevo già visto fare a certe pellicce, ma senza che mi balenasse nella mente il pensiero che quell'animale un tempo fosse un individuo, un Io. Un Tu. Almeno per me.

Mi sentivo distante chilometri come se la mia anima si fosse annidata nel fondo più fondo di me stessa. E i miei occhi due minuscole finestre attonite, aperte su un'oscurità senza fine.

Mi voltai verso dove i due uomini si erano incamminati. Avevo sempre più fame. Li seguii addentrandomi nella boscaglia.

Camminavano incespicando, non conoscevano il bosco e imprecavano contro la terra che era umida e scivolosa. Uno dei due era molto a disagio e voleva affrettare il ritorno; l'altro era grasso e lento e ansimava per la fatica. Avevano i fucili in spalla e le mani impegnate a sorreggersi alla vegetazione o ai massi.

"Ehi! E fermati un po'!" abbaiò il grassone "Devo pisciare!". Il compare non parve apprezzare questo ennesimo ritardo, ma si accucciò su una roccia piatta accendendosi una sigaretta e brontolando tra sè. Io seguii l'altro che con la sua andatura traballante si distaccò quel tanto dal compagno da essere fuori dalla sua visuale. Sentii il rumore della sua lampo e il rumore del piscio che usciva. A quel punto come un gatto gli balzai sulle spalle stringendogli il guinzaglio di Othar stretto attorno al collo. Tirai con tutte le miei forze, con la disperazione e la paura che il suo compare lo sentisse fiatare. Egli caracollò indietro e cadde. Io non mollavo la presa anche se sentii un forte dolore alla schiena. "Che cavolo stai facendo? Pensavo dovessi solo pisciare!" percepii come un'eco in lontananza, tirai ancora più forte il guinzaglio, le mie mani erano diventate morse d'acciaio, non mi sarei fermata, non potevo tornare indietro, non potevo più.

Passarono dei lunghissimi istanti. Il corpo del grassone era scosso da tremiti e, dal punto in cui ero, potevo vedere la sua pappagorgia vibrare come gelatina. Non era ancora morto il bastardo, aveva ancora quella cosa appiccicata addosso, la scintilla della vita che Othar ormai non aveva più. Ero furente perchè sapevo che niente avrebbe potuto rendergli quella scintilla. Nemmeno mille altre scintille potevano rimpiazzare la sua. La sua era la sua. Lentamente mi alzai e mi guardai intorno furtivamente. Tastai le tasche dell'uomo grasso e trovai un coltello ancora sporco di sangue appeso alla cintola. Lo presi senza esitazione, poi gli tolsi le scarpe. Il coltello era molto affilato, doveva aver penetrato le carni di Othar come burro. Gli recisi entrambi i tendini di Achille. Il sangue sgorgò sulla lama e poi sulle foglie caduche. Era caldo e denso. Mi fece venire in mente certe cioccolate calde fumanti e il piacere che provavo pregustando di berle.

Un rumore di passi incerti mi destò dalle mie fantasie. Era l'altro che si avvicinava timidamente in cerca di una risposta al suo aspettare. Rotolai sotto la quercia abbattuta scivolando tra le foglie secche , mi ci immersi come tra dei flutti, inabissandomi. Lui lanciò un grido quando vide il compagno, e si girò a vomitare. Sentivo come gli si torcevano le budella. I suoi conati mi ricordavano quelli che aveva avuto dinnanzi al corpo martoriato di Othar. Mi ripugnava la sua codardia. La rabbia mi accecava e mi scaldava ogni centimetro del corpo. Finchè non ce la feci più a trattenerla. Emersi dal fogliame col coltello alla mano e mi nutrii del terrore che lessi sul suo volto. Lo vidi esalare il suo ultimo respiro mentre, fissandolo negli occhi che d'un tratto si spensero, gli ficcavo il coltello nella gola passandolo da parte a parte.

Poi il silenzio. Alcune foglie si staccarono dai rami e caddero al suolo con estrema grazia. Io frugai la giacca del defunto e trovai le sue sigarette. Una marca di merda, in effetti. Ne accesi una ugualmente. Ne avevo voglia.

Il grassone non era morto, lo sapevo, ma non si sarebbe mosso di lì. Gli tolsi la sua giacca a vento, era grossa quanto mi serviva. Poi andai a prendere Othar.

Lo misi su come meglio potevo, lo legai ben stretto, ne feci un fagotto. Il mio piccolo cane scemo. Così lo chiamavo per gioco. Me lo caricai in spalla e tornai sui miei passi. Passai accanto ai due uomini, "chissà se il grassone si sarebbe svegliato?" mi chiesi con una certa euforia. Il bosco si schiudeva dinnanzi a me come un fiore prezioso e raro. Sentii uno scalpiccio alle mie spalle. Mi voltai e lo vidi: il capriolo. Ci avrei giurato che era lo stesso di quella mattina. Ma ormai le ombre della sera si allungavano intorno a me ed era l'ora di tornare a casa.



Commenti

pubblicato il sabato 22 ottobre 2016
abisciott1, ha scritto: E' bella la scena in cui l'amico del grassone lo chiama per sapere che altro stia facendo. Veramente forte.

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