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lavoro pubblicato mercoledì 12 ottobre 2016
ultima lettura sabato 31 ottobre 2020

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Pollicino come la Brexit

di GiovanniEsaltato. Letto 486 volte. Dallo scaffale Attualita

Il sonno leggero fu d’istinto allarmato nella notte da movimenti furtivi captati dai vasti cameroni militari e conferma ne ebbe di essi il geniere trasmettitore da qualche goccia come di pioggia, quella dell’umana cattiveria, che invero acc...

Il sonno leggero fu d’istinto allarmato nella notte da movimenti furtivi captati dai vasti cameroni militari e conferma ne ebbe di essi il geniere trasmettitore da qualche goccia come di pioggia, quella dell’umana cattiveria, che invero accidentalmente lo sfiorò dal basso invece che dall’alto, e ancora da rumori di fuga repentina per là donde vennero i malvagi perpetranti il “gavettone”. “Amore…” vocò rivolgendosi al commilitone graduato vittima nel piano inferiore della doppia branda –ed il vocante era soldato e uomo, si precisa, così come anche il Caporale Amorè il cui pensiero sempre all’amata– “…Ti hanno colpito?”. “Esaltato…” rispondendo al trasmettitore che nel frattempo dalla branda in pigiama militare era giù già saltato, ma non “esaltato”, “…Mi hanno bagnato abbastanza… pazienza… mi asciugherò come posso… prima o poi doveva toccare anche a me…” continuando a bisbigliare il povero bravo Caporale se rammendo fiorentino, dei cui avi letterati ne abbiamo la lingua italiana che vantiamo, e il trasmettitore già riflessivo e lontano in corsa a inseguire nella speranza come Pollicino, invero muovendo all’orco piuttosto che fuggendone, quelle che non erano sassi né, per fortuna, molliche ma gocce luccicanti come preziosi diamanti nelle tenui luci del corridoio convergenti in quella brillante idea d’azione, perdute dalla busta-bomba evidentemente strapiena dai carnefici nella boria del male. E da buon segugio condussero il Pollicino per antonomasia inequivocabilmente giù per le grandi scale ad una ala del piano inferiore e alla fonte di acqua e di uomini –piccoli uomini– pronti a sogni di sporca coscienza di chi divora animi ai quali si apprestavano soddisfatti dell’escursione e forse, chissà, anche sbronzi come l’orco della fiaba di Charles Perrault, tra scricchiolii di brande e bisbigli di goduria sul malfatto. “Adesso so chi siete, vi ho scoperti una volta per tutte…” gridò “Pollicino” dal corridoio alla camera buia a rovinar loro quel sonno di poi e anche i giorni a venire. “E tu chi seì?...” gli fu replicato sorpreso, in dialetto naturalmente, e campano, preoccupato e minaccioso da uno, e più di uno, “…Comm osì?”. “Sono Esaltato, e oso, e domani avrai ciò che meriti Caporal Maggiore” continuò Pollicino, in italiano naturalmente.

Così fu. Il Comandante, indossando con severità che doveva e modestia innata sulla spallina la sua recente timida torre color oro sovrastata da una stella di Maggiore, non si fece attendere a ricevere Pollicino. Questi, ancor prima in anticamera dell’ufficio comando, pensava a quei commilitoni e anche superiori che sconsigliarono di porsi di petto ai “nonni” che anonimi e sempre più pericolosi spadroneggiavano in caserma da tempo specchio sociale di “mafia” o “camorra” o qualsivoglia:

prevaricazione, disservizio, irregolarità, furto e droga e anche atti più gravi non erano solo un timore, esportati anche nella uscita serale da poco consentita in abiti civili…

Il Sottotenente di complemento in attesa di congedo quasi come ogni suo sottoposto di leva e pronto di poi a fuggir via dalla sua triste città natale di Novara, che confidava proprio non amare, non poteva se non apprezzare il comportamento lodevole di Pollicino. E tuttavia, dall’alto della sua intelligenza fantasma e nascosto da una barbetta scura, di contro raccomandare cautela in una denuncia fonte di occulti nemici sempre pronti a “scherzare” con ferocia.

L’esile ma intelligente e sensibile commilitone milanese con il quale Pollicino si intratteneva appena insieme a qualche altro trasmettitore nel girovagare serale tra spaccio e camerate, giusto a cavallo degli anni Settanta e Ottanta “Tra l'echeggiar lontan dei Rolling Stones/e Joan Baez pur dal profondo/di casermon con il rumor di fon/che accalda chiome sulla testa in tondo/dei Genier delle Trasmission” (†) quando non si andava o non si poteva in “libera uscita”, non faceva cruccio di nascondere la sua enorme insofferenza per la leva militare alla quale obbligato né la “sigaretta speciale” che fumava a “conforto”, come tanti, né ancora la sua paura per quei prepotenti che agivano in caserma accompagnandola da consigli del tipo di “far finta di non aver visto”.

Nel mentre rifaceva ex novo il nodo alla nuova cravatta militare grigio-verde d’odor di naftalina al giovane Sergente siciliano che per favore gli chiedeva dacché proprio non vi riusciva, come in quella carriera sofferta impostagli dalla famiglia per un “ventisette” sicuro, che gli sarebbe poi durato un altro anno di dura disciplina aprendolo e chiudendolo come un cappio ogni sveglia, il povero Pollicino anche da questi veniva sconsigliato di mettersi a rapporto dal Comandante per il fattaccio accaduto e fare nomi, che temeva per la sua incolumità in caserme dal bestiale dominio.

Il Maresciallo pugliese dell’Ufficio Maggiorità, colui che avrebbe a Pollicino stilato di buon grado la domanda concorso di scuola militare, e quello che avrebbe insistito per averlo guardarobiere alla festa di capodanno dei sottufficiali, anche per presentarlo alla sua adorata famiglia, fu tra coloro che sconsigliarono di denunciare, avendone a cuore il futuro. Ne ricorda Pollicino la figliola giovanissima dalle labbra come un petalo di rosa quando cercando ella il soprabito nelle file strette del guardaroba, costringeva inavvertitamente sempre più indietro egli che mai avrebbe osato sfiorarla, candida e gentile. E lo ricorda quando gli chiese di aiutarlo a raccogliere i vetri di una finestra esterna del circolo di caserma infranti da un sasso, solo un sasso per fortuna, scagliato da un chissà chi dalla strada –un novarese?– invidioso forse a suo dire di un momento di spensieratezza dei militari, di quella classe amministrativa, di cui i più “terún”, agiata e invisa, e chino a Pollicino rivolgendosi asserire che “Un giorno Lei farà parte della nostra famiglia e doveva fare anche questa esperienza”, toccare nei vetri dell’odio anche quella realtà.

Il Maresciallo toscano, diretto superiore di Pollicino, responsabile dei materiali radio, che come essi aveva un aspetto squadrato quasi robotico, alto e robusto, con uno sguardo assente ma analitico, e quasi impregnato dall’odore chimico delle batterie disseminate qua e là nel magazzino, spesso in malo modo messe a prova con scintille che ne scaturivano, e la cui possanza non l’aveva salvato dalla foglia aghiforme di un ramo di pino in entrata alla caserma come in un bosco conficcatosi in un occhio, non intimorito il pino artefice neanche dai suoi distintivi di valore sul petto della divisa, raccontava dell’ingratitudine umana che si andava ad aggiungere a quella recente disavventura “naturalistica”. Nel tempo passato infatti, trovandosi sul luogo di un incidente stradale, soccorreva un malcapitato estraendolo dall’abitacolo con energia, troppa forse pari e più a quella che il moribondo avrebbe successivamente usato per una lunga causa per presunti danni relativi all’irruento intervento. Raccomandava non essere troppo animosi dunque nel prodigarsi per il prossimo e farsi meglio nel recente episodio in specie “gli affari propri”, in una caserma che particolarmente di notte poteva riservare pericoli incontrollabili per Pollicino che egli stimava e aveva a cuore per i comportamenti da perfetto soldato e uomo. In effetti la sua sincera apprensione era comprensibile.

“Si accomodi” rispose il Comandante al saluto militare rigido, ingenuo e rumoroso di Pollicino, e comunque dovuto secondo i doveri di disciplina, invitandolo a sedere di fronte a lui, dallo sguardo attento di chi ha sostenuto tante battaglie, dietro la grande scrivania di odore antico, non rammenda Pollicino se con un crocifisso alle sue spalle ma sicuramente con la bandiera tricolore di una Italia ancora lontana e ancora senza, per fortuna, la bandiera di una pure malriuscita futura UE che mai Mazzini avrebbe in tal guisa auspicato.

Il Comandante, novarese di aspetto, ascoltò con attenzione il riassunto breve degli accadimenti della notte precedente e il commento e conclusione finale del trasmettitore Pollicino: farsi intimidire in una caserma di arroganti era il preludio per continuare a subire di poi nella società omertosa e mafiosa, e sua intenzione era invece combattere tale mentalità. Non si trattava dunque solo di punire chi aveva interrotto il sonno e bagnato un bravo caporale, ma educare e combattere severamente coloro che un giorno al ritorno nella vita civile avrebbero sostituito l’acqua con proiettili e bombe, il “nonnismo” con lobi, apparati deviati e criminalità, in specie essendovi tra loro un graduato a dare cattivissimo esempio di organizzazione invece che di contrasto. Quel Caporale era cattivo simbolo precursore di quelli della “Banda della Uno Bianca” di un decennio appresso.

Il Comandante, che la sera si spogliava della sua divisa di Ufficiale Superiore per indossare gli umili panni ma nobili di agricoltore nei suoi terreni, un po’ come Garibaldi in ritiro alquanto dubbioso dell’unione d’Italia e già ferito a una gamba, si complimentò con la determinazione di Pollicino, soddisfatto di avere infine un alleato e nella sua piccola guerra ai disordini della Compagnia di aver vinto la prima battaglia. Il suo soldato era riuscito in ciò che non i suoi Caporali, Sottufficiali e Ufficiali.

Il cattivo Caporale Maggiore e chi con lui nel misfatto fu punito con severità e ancor con più fu il suo monito nell’adunata del mattino per i futuri trasgressori.

Per il suo comportamento esemplare, aver stanato gli “orchi” ma non solo, Pollicino fu proposto per il grado di Caporale. Ma informatone, chiese di poterlo rifiutare, pur ringraziando, al Maresciallo pugliese dell’Ufficio Maggiorità il quale sorpreso per tanta modestia, dopo aver fatto opera di convinzione ad accettarlo, indicò il modo: nell’atto di assegnazione del grado il mattino prefissato concomitante con l’Alza Bandiera sarebbe stato sufficiente sic et simpliciter non presentarsi al Comandante del Battaglione alla chiamata plurima effettuata ad hoc per l’affissione.

E così fece. Venne quel mattino freddo e nebbioso dell’ottanta ove “sol ordin s'odono a trapassar le anime/con polveri da sparo unte di grassi/di truppe in sassi a marcia unanime/e di talun dal passo e cuore esanime/–Unò! Duè! Unò! Duè!–” (†) e ove continuò Pollicino a essere un trasmettitore semplice, per il momento, nel mentre nuovi gradi comparivano sulle divise di trasmettitori orgogliosi. E tuttavia il solo atto di pensare ciò che è bene è un coraggio e tale ancor più è la rinuncia stessa, secondo quell’elevato desiderio umano che esalta la libertà dell’uomo operante e creatrice nell’immediatezza stessa della vita indicatoci da Erasmo da Rotterdam. Mai desiderato avrebbe Desiderio una siffatta Europa malfatta intenta a coinvolgere invano ingenui studenti a suo nome.

Quel “leave” dal grado nel quale invero non era neanche entrato, quel non voler più di tanto farne parte né voler permanere oltre in quel sistema di “orchi” fu per Pollicino una “Polexit” che doveva, anche solo ad egli stesso, dimostrare il valore della rinuncia a una investitura insensata, a una appartenenza innaturale. Un po’ fu come la “Brexit” degli anni a venire del Regno Unito da una Unione Europea nei fatti dimostratasi falsa, ipocrita e debole, come i bronzi di Riace dalla parvenza possente ma dalla struttura debole, cappeggiata da angeli neri come Mendelev e mercenari, ove non si può esser contro se non si è fuori, ove è necessario l’ardimento di un doveroso passo indietro subito per uno più grande e giusto avanti nel futuro e dalla quale “Brexit” dei saggi Inglesi e coraggiosi, emulatori del leggendario Robin Hood, come i politicanti Greci nella “Grexit” non furono, molto gli Italiani avrebbero avuto da apprendere e imitare per il futuro.

La dipartita avvenne presto con il tiepido maggio di Pollicino dal battaglione per la scuola militare, e quel mattino già le “mafie” delle camerate avevano “brindato” con il primo “gavettone” a un malcapitato dopo mesi di astinenza forzata, primo di una lunga prevedibile e consueta serie in nome della paura, connivenza e reticenza: pochi mesi dopo avverrà nei cieli di Ustica l’abbattimento del DC9 Itavia partito da Bologna, misterioso, come anche in essa la successiva ennesima strage degli anni di piombo con il marchio dello Stato, e Pollicino non seguiterà, come nella fiaba, a “vivere in corte da gran signore”.

Giovanni Esaltato

04/07/2016

(†) Lirica “Alzabandiera” della silloge “Diodoro” di Giovanni Esaltato, Edizioni Del Faro.



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