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lavoro pubblicato martedì 11 ottobre 2016
ultima lettura martedì 20 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Storia fantastica 3

di Legend. Letto 392 volte. Dallo scaffale Amore

Storia fantastica 3– Ancora una raccomandazione, niente paura o sei morto e questo non potrei proprio sopportarloTrascorse ancora del tempo e quando in lontananza un gallo cantò, annunziando che stava per giungere la fredda ora che precede...

Storia fantastica 3


– Ancora una raccomandazione, niente paura o sei morto e questo non potrei proprio sopportarlo

Trascorse ancora del tempo e quando in lontananza un gallo cantò, annunziando che stava per giungere la fredda ora che precede l’alba, le tre figure scomparvero.

Come ogni mattina, quando ancora il sole non aveva illuminato la loro terra Fred e Sara uscirono di casa per recarsi nella stalla. Il cielo era sgombro di nuvole e un fastidioso vento, che aveva preso a soffiare da Nord, rendeva l’aria pungente.

Via, via che le ore passarono il cielo mutò il suo aspetto coprendosi di nubi scure, il sole iniziò a languire e il vento, cambiata direzione, sembrò rinforzare spazzando con impeto la campagna.
Allarmato per quella insolita violenza Fred lasciò la stalla per recarsi a rinforzare le strutture delle serre e quando più tardi Sara lo raggiunse lottò al suo fianco contro il vento per il resto della giornata.

Quando la luce del giorno iniziò a scemare il vento cadde di colpo e un’aria fin troppo calma lasciò presagire probabili rovesci di pioggia.
Sistemate le ultime cose ripresero la strada di casa attraversando il meleto in cui si era già addentrato il crepuscolo.
– Credi che pioverà? – Chiese Sara
– È probabile, c’è troppa calma. Non vedo l’ora di rientrare
– Sei stanco?
– Ho fame, cosa si mangia stasera?
– C’è poco da scegliere
– Non dirmi che siamo di nuovo all’asciutto?
– No, ma è tardi per preparare qualcosa di caldo
– Ne avrei proprio bisogno
– Vuoi preparare le tue bistecche?
– Perché no
– Non abbiamo brace
– Santo cielo, ma tu ce l’hai proprio con me
– Va bene, stasera si mangia carne – Borbottò facendo una piroetta su se stessa

L’oscurità li colse a ridosso del piccolo vigneto, ma ormai erano al sicuro. Sara accese il fuoco nel camino dabbasso e prima di salire a sistemare quello nelle loro camere preparò la carne sulla griglia lasciando a Fred il compito di controllarne la cottura.

Discese quando il profumo della carne arrostita dilagò verso l’alto e come al solito iniziarono a discutere del più e del meno, ma principalmente del vento e dei danni che aveva causato.
Dopo cena Fred sedette davanti il fuoco con la sua pipa stretta tra i denti e lei, com’era solito fare, si sdraiò sul pavimento con il suo gatto sul seno.
– Ho l’impressione che stasera non avremo visite
– Ti sbagli Fred, – Lo interruppe lei – sono nuovamente in giardino
– È probabile che siano tornati perché non sono certi della loro prima analisi.
– Quale sarà la mia condotta questa sera?
– Continua pure a fumare, al resto provvederò io
– Posso tornare ad averti nei miei pensieri?
– Non ancora, scusami

Trascorse una buona mezz’ora in un silenzio rotto soltanto dai rintocchi della pendola che continuava a segnare ogni quarto.
– Fred! – Lo contattò mentalmente lei – Ora dovrai andare nella stalla come tutte le sere. È necessario che tu lo faccia. Insisti perché venga anch’io, ma non passare dall’interno, fai la stessa strada di ogni sera, prima chiudi il fienile e poi vai nella stalla, hai capito? Bene, un’altra cosa, quando usciremo cerca di essere il più naturale possibile, sono sulla veranda. Tu non potrai scorgerli, ma loro sono sulla veranda e sta pur certo che ci osserveranno attentamente. Se ti parrà di sentire un contatto non sorprendertene, dai la colpa alla stanchezza, ma niente paura. Ti ho detto cosa potrebbe accadere

Svuotando la pipa sulla brace Fred si rivolse a lei con voce stanca
– C’è d’andare nella stalla. Vieni con me?
– A fare cosa?
– Quello che avremmo dovuto fare e non abbiamo fatto per via del vento. Dai, andiamo
– Accidenti Fred, sono stanca morta
– Ehi! – Fece lui sorpreso – Anch’io sono stanco, ma dobbiamo farlo
– Sono stanca – Piagnucolò Sara
– Alla tua età il sottoscritto lavorava come un mulo
– Bella forza tu sei un uomo e io un ragazzina
– Dai sfaticata!
– Fred sono a pezzi e forse ho anche un po’ di febbre
– Ecco fatto! Ci mancava soltanto che ti ammalassi. Okay vado io! Ma non pensare di scansarti il lavoro di domani con quella scusa. Febbre o non febbre domattina si va nei campi, intesi?
– Ma sto male sul serio, mi duole la pancia
– Da quant’è che non prendi una bella purga?
– Ma che cavolo dici? Io non ho bisogno di nessuna purga – Scattò lei
– Due buoni cucchiai d’olio e tutto tornerà a posto. Ora vai pure a letto, passerò dopo a lubrificarti il pancino
– Due buoni cucchiai? Ma neanche per sogno, io sto benissimo e vengo con te nella stalla
– E il tuo mal di pancia?
– Passato!
– Uhm, l’ho sempre detto che devi avere qualche rotella fuori posto.
Il cortile era completamente al buio e la luna, che prima s’affacciava tra le nubi, era scomparsa lasciando il cielo preda di una oscurità impressionante, giacché anche le stelle, a causa del vento che aveva ripreso a soffiare, sembravano essersi allontanate.
Nella stalla furono accolti dai lamenti degli animali impauriti dal fracasso causato dal vento e per tutto il tempo che vi rimasero Sara badò che nessun dei loro gesti risultasse differente da quelli che abitualmente compivano.
Com’era sua abitudine fu molto loquace, raccontando di una vecchia storia che ebbe con Queen Sheba, la mucca più anziana, il giorno che provò a saltarle sulla groppa.

Rientrati in casa, dopo aver augurato la buona notte a Fred e averlo invitato a mantenere accesa la lampada nella sua camera, Sara si distese sul letto senza svestirsi.
Attese con ansia che Fred si decidesse a salire, ma soltanto quando udì il suo respiro divenire pesante che sentì il suo spirito calmarsi, come se quel fatto puramente fisiologico fosse la porta capace di escluderlo dalle brutture che sarebbero potute accadere.

Si distese rilassandosi completamente, aprì la mente al contatto che il modulo stava operando con gli schemi dei tre esseri all’esterno.
Erano tutti identici, ignobili figure subumane, pronte ad intercettare il minimo segnale di paura per dare inizio al processo di possesso psichico.
Elaborate le equazioni ricevute dal contatto il modulo segnalò l’assenza di ogni connessione dei tre con gli schemi del Potere Oscuro.
– Non sono in contatto – Segnalò
– Cosa vuol dire non sono in contatto? – Chiese
– Non risulta che vi siano emissioni di energia modulata

Non del tutto convinta Sara stava per emettere la sonda che avrebbe danneggiato gli schemi mentali dei subumani, quando il modulo, registrando la presenza di lui nella camera, neutralizzò ogni sua reazione impedendo alla parte midollare del surrene di secernere l’ormone e dopo aver sospeso parzialmente l’attività dell’encefalo, rallentò il ritmo cardiaco e quello della respirazione ponendola in uno stato di sonno profondo.

Quindi, prima di scomporre la sua immagine molecolare, operò la modifica delle radiazioni cicliche subatomiche dell’ossigeno nelle tre proiezioni dello spettro.

Superata la prima fase d’emergenza controllata dal modulo, Sara riprese il controllo della situazione correggendo, di volta in volta, le alterazioni che lui provocava nel potenziale elettrico della sua mente.

I primi dati che ottenne si rivelarono di difficile interpretazione, ma quelle difficoltà divennero ben presto preoccupazione quando la sua sonda, una volta penetrata nella sua mente alla ricerca di tracce emotive, non rispettò le procedure avvalendosi di schemi assolutamente alieni.

Da quel preciso istante per Sara iniziò una lotta silenziosa, paragonabile a quell’intreccio di mosse e di contro mosse che un giocatore di scacchi compie, mentre arroccato in difesa prepara la trappola.
Nel frattempo, l’energia che lui usava per forzare la mente di Sara, venne mutata dal modulo in milioni di risposte chimiche, le quali, trasformate in melatonina, lo costrinse a diversificarne continuamente le frequenze.

Quella lotta mortale, oltre che creare nella stanza turbolenze elettriche inimmaginabili, scompose gli atomi dell’ossigeno che illuminarono la stanza di una colorazione cangiante.

Lo scontro proseguì per un tempo lunghissimo nel massimo silenzio, poi, improvvisamente, lui comparò i segnali modulati della mente di Sara arrestando l’emissione energetica e ponendo la sua sonda in stato di assorbimento psichico.

Sfortunatamente per lui, altrettanto veloce scattò la trappola preparata da Sara, che ponendo in falling–out lo status operativo dei tre subumani sulla veranda, lo costrinse a riprendere l’emissione per correre ai ripari.
Soltanto una frazione millesimale di secondo più tardi lui si rese conto del tranello in cui era caduto, ma ormai la sua sonda aveva assorbito una carica di energia modulata pari ad oltre cinquanta milioni di Mvoltamper terrestri.

– Shah mat! – Sussurrò Sara con voce roca quando tutto ebbe termine in una silenziosa implosione

Distesa sul letto Sara attese che il modulo le proponesse una nuova emissione ciclica, poi, esausta, si abbandonò al pianto.
Più tardi, quando il pianto si placò e sedette sul letto, osservando come il chiarore della luna ora sembrasse più umano, avvertì tutta la stanchezza pesarle sugli occhi.

Trascorsero alcuni minuti in un silenzio irreale, poi, quando la mente la pose in una condizione vigile tra il sonno e la veglia, le apparve il volto di lui, reso lungo da profonde rughe simili a cicatrici scavate da insonnie ostinate.
Quel volto alabastrino, che il chiarore della luna denudava risaltandone l’odio e l’intelligente rancore, era un insieme di atroci memorie, d’un amore tradito e d’un eterno viaggio.

Pensieri veloci le solcarono la mente.

– “Chi sei tu? Dio?
– Oh no, non dirlo, non voglio saperlo, ho troppa paura”

Fu una notte di sonni brevi e di risvegli affannosi, di smaniose veglie colme di pensieri angosciosi e di verità assolute e quando al mattino aprì gli occhi, cosciente d’aver vinto un’altra battaglia, sentì d’aver perso qualcosa di molto importante.

All’esterno il vento sembrava essersi placato e il sole, che già vivido rifletteva i suoi raggi attraverso la finestra, dipingeva la camera di una luce bianca e oro pallido.
Udì Fred che di sotto fischiettava come un albero carico di uccelli. Si vestì controvoglia e benché la mattina fosse limpida e serena e il cielo tinto d’un azzurro immacolato, provava in se una profonda tristezza. Si affacciò alla finestra e in un rituale che da anni si ripeteva ogni mattina, volse lo sguardo verso la sommità della collina.
In un fulmineo flashback le tornò il ricordo di Eras e delle spietate parole che lui sussurrò con quella sua voce a volte lugubre e profonda e a volte fine e stridula

“Guardale Sara, ricorda le stelle,
così lucenti, garrule e belle.
Perché è nella notte ch’esse morranno
quando il sigillo le mie mani apriranno.
Allor sulla vita leverò la mia mano
rendendola vizza in un corpo inumano,
ove piombare il suo sonno in eterno,
negandole gioia e amore materno”


Continua…


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