ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.499 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 57.540.171 volte e commentati 55.650 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato domenica 9 ottobre 2016
ultima lettura martedì 20 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Una storia fantastica 1

di Legend. Letto 406 volte. Dallo scaffale Amore

Quella mattina, seduta sulla panca di pietra, intenta a contemplare l’ardente scena della luna color rame, Sara si chiese se quello che provava in se e i fatti accaduti recentemente potevano confermarle d’essere felice.– È incr...

Quella mattina, seduta sulla panca di pietra, intenta a contemplare l’ardente scena della luna color rame, Sara si chiese se quello che provava in se e i fatti accaduti recentemente potevano confermarle d’essere felice.
– È incredibile, per conoscere la felicità ho dovuto attraversare buona parte di questo universo
Si grattò furiosamente la testa scrollando il capo
– Chissà dove sarei ora se... Oh smettila! Ora sei qui e mi pare che non sia così male – Si chiese e si rispose ad alta voce.

Sentendo il suo animo disporsi alla serenità tirò su le gambe, poggiò la fronte sulle ginocchia e aspirando profondamente l’aria notturna lasciò che tornassero alla mente le infinite verità di quel mondo avvolto ancora nei misteri della natura, della sua gente e delle sue nazioni bellicose che si confrontano creando grandi città, grandi industrie, grande arte, amori e grandi guerre.

– Odio e amore albergano ancora il cuore degli uomini – Borbottò tra se
Rimosse di proposito dalla mente quei pensieri osservando come il chiarore della luna avesse mutato lo splendore amaranto della casa.
– Oh luna, sorella mia – Sospirò – sarò mai capace di rinunciare alla gioia in cambio del più grande dolore? Tu taci e non mi sei d’aiuto, ma mi sarai testimone

Il mattino successivo si svegliò di buonora per preparare la colazione per Frederick Holmes, l'uomo che si era assunto il compito di farle da padre, avrebbe portato con se nei campi, poi tornò di sopra e prima d’infilarsi nuovamente tra le coperte entro in punta di piedi in camera di Fred per svegliarlo.
– Buongiorno dormiglione – Gli sussurrò dopo aver deposto un bacio sulla sua fronte
Poco dopo, quando lo sentì scendere, si alzò per andare alla finestra ad osservarlo attraversare il giardino e scomparire al di la degli alberi.
– Buona giornata – Sussurrò tornando tra le coperte
Quando si decise a scendere il sole era già alto in un cielo sgombro di nuvole e sebbene quel mattino fosse uno di quelli che tanto la innamoravano, quegli strani pensieri della sera precedente continuarono a velare il suo spirito di una confusa tristezza.

Si recò nella stalla bofonchiando alla sua maniera, ma soltanto qualche ora più tardi, quando una brillante lama di sole le comunicò che erano da poco passate le dieci, sospingendo il carro con i contenitori del latte appena munto verso lo sterrato che collegava la proprietà con la statale 7, il suo stato d’animo sembrò aver riconquistato la sua normale serenità.
Per un po’ la tentazione di abbandonare ogni cosa e di correre nella valle la obbligò ad un doloroso autocontrollo. Rientrò in casa, salì di sopra a rifare i letti, ramazzò il pavimento, tolse un po’ di polvere qua e la, scese a riempire le brocche d’acqua nelle camere e quando ridiscese, dopo aver svuotato della cenere il fornello del camino, si recò nella rimessa per spargerla sul tino dov’era in ammollo il bucato.

Dalla legnaia trasportò in casa i ceppi già tagliati ammonticchiandoli con cura accanto al camino e quando sentì giungere il furgone del latte, uscì nuovamente pronta a condurre le mucche al pascolo.
Con la mano rispose al saluto dell’uomo del furgone, il quale, come sempre, avvolto in un foglio di carta gialla, le aveva lasciato un coloratissimo bastoncino di zucchero sui contenitori vuoti.
Forse fu a causa dell’aria limpida di quel mattino, o per il tepore del sole o chissà per quale altro motivo, ma nella sua mente fece nuovamente capolino quell’impertinente e allettante desiderio di corse sfrenate e di capriole sull’erba già alta.
Sgranocchiando il bastoncino di zucchero condusse gli animali nei campi sul retro della casa e per un po’ se ne restò sdraiata sull’erba a guardarli invidiando la loro libertà.
– Ciao, – Gridò all’indirizzo della vetta più alta sulla quale indugiava ancora un manto nevoso – togliti quel bianco di dosso, non senti che è quasi primavera?

(Era stato Fred ad istruirla sul modo di riconoscere l’arrivo di quella stagione. Le aveva insegnato a decifrare un’infinità di piccoli e curiosi indizi, a riconoscere i profumi, i colori vellutati delle aurore e soprattutto quei mille nuovi modi di agire degli animali che la lasciarono decisamente perplessa. Ma il giorno che guardandosi nello specchio scoprì che i suoi seni erano divenuti più turgidi dell’ultima volta che li aveva osservati, accadde quello che Fred non aveva previsto; se ne scappò in lacrime da suor Mary obbligandola ad una lunga e paziente opera di persuasione per farle comprendere quel certo insieme di meccanismi che rendono diverso il corpo di una donna da quello di un uomo. E benché tutto ciò si concluse con sua piena soddisfazione sentimentale e la primavera rimase la stagione delle cose nuove, la sua preferenza l’aveva ormai assegnata al coloratissimo autunno, quando gli alberi cambiano il colore e le foglie trasformano i boschi, i villaggi e i giardini in luoghi di magia variopinti di giallo e marrone, rosso verde e arancio.)

Nel tentativo di soffocare quel desiderio di libertà concentrò la sua attenzione sugli animali e per un po’ le cose sembrarono andare per il verso giusto, ma quando quella urgente necessità spirituale l’invitò alla trasgressione, con un balzo superò lo steccato e di corsa attraversò il vigneto salutandolo con un grido
– Ciao! Non temere, torno subito

Quando raggiunse la cima della collina si lasciò scivolare sull’erba senza più fiato e per un po’, nascosta dal fusto della quercia, rimase ad osservare i gesti antichi con i quali Fred curava la sua terra.
Sentendo crescere in se il prepotentemente desiderio di raggiungerlo fu costretta a dominarsi e per evitare che potesse scorgerla a poltrire, invece d’essere alle prese con il bucato, lasciò l’ombra amica del grande albero per discendere dalla collina lungo il versante più scosceso.

In basso seguì lentamente il corso del ruscello fin dove, allargandosi in un ampia curva, si riversava in cascatelle sonore. Per un po’ restò ad ammirare quella scena, poi, saltando in punta di piedi sulle pietre, che affioravano dalla superficie dell’acqua, passò sull’altra sponda.

Presa dalla crescente gioia per quel senso di libertà e superato di slancio il tratto in ascesa, si arrestò ad osservare l’alta vegetazione che ondeggiava frusciante alla spinta di una brezza leggera.

Con pochi salti discese il pendio per immergersi in quel mare verde, ma fatti pochi passi si arrestò sorpresa di non avvertire la presenza degli animali della valle.
Provò a lanciare alcuni richiami che rimasero senza risposta. E immaginando (A volte accadeva) che stessero giocando con lei riprese il cammino, ma più avanzava e più qualcosa dentro di se, simile ad una sensazione dolorosa, sembrava volesse indurla a formulare pensieri assurdi.

Dopo un po’ quello stato particolare finì per rimuovere ogni allegria, lasciando subentrare in lei una strana e amara impressione di colpa.
– Accidenti a te Sara non potevi restartene a casa? – Borbottò ormai decisa a tornare indietro.
Ma in quello stesso istante vide animarsi di fronte a se (O le parve di vedere) un quadro ben noto alla sua memoria; un bossolo temporale in avanzato stato di dissolvimento.
Nella stessa frazione di tempo in cui un neutrino nasce e raggiunge la Terra, il modulo inibì i centri di controllo riversando su di se l’intera sua programmazione neuronica.
– Guarda in che guai ti vai a ficcare. – Borbottò ancora lei cercando inutilmente di cancellare dalla mente il ricordo di quanto le era sembrato di vedere – A volte vorrei essere un albero

Con poche mosse precise raccolse sulla nuca la lunga chioma nera per rinfrescare il collo intriso di sudore
– Lo sai mia cara che sei un pessimo soggetto? Ma come puoi pensare di andartene in giro con tutto il lavoro che hai da sbrigare – Pronunciò sottovoce abbandonando nuovamente i capelli sulle spalle, proprio mentre il suo corpo si irrigidì prigioniero di una forza sconosciuta e lei avvertì, dopo un lieve sussulto, il suo cuore cessare di battere.

Il suo corpo si piegò e lentamente scivolò sull’erba.
Non avvertì il contatto con la terra, ma le venne di chiedersi se Fred la stesse cercando.
– Cos’è Fred? – Chiese un suono stridulo alla sua domanda
– Chi sei? – Domandò lei sorpresa
– Sono il tuo colore – Rispose lo stesso eco
– Oh si…ti vedo… Sei lo stesso che vidi in Fred
– Voi avete un unico colore
– Tu sei la mia anima?
– Non so cosa sia anima
– Cosa ne è stato del mio corpo?
– È laggiù, puoi vederlo
– Quella sono io? Che buffo modo ho di dormire… Ma com’è possibile ch’io dialoghi con te se tu sei me?
– Accade quando non si è del tutto distaccati dalla condizione umana
– Intendi dire che sto perdendo la vita?
Ne seguì soltanto un profondo silenzio.
– Posso riavere il mio corpo? – Riprese Sara
– Non ne hai più bisogno
– E allora come faccio a tornare da Fred?
– Vorresti tornare?
– Io debbo! Non posso lasciarlo… Ehi colore!
– Si?
– Cos’è questa vibrazione che sento crescere in me?
– Stai per inserirti nell’infinito
– Ed è bene?
– È bene
– No, non è vero, è Fred che mi chiama
– È soltanto un ricordo. Abbandonalo!

Improvvisamente l’immagine del vecchio contadino che la sollevava tra le braccia per immergerla nel tino colmo d’acqua e sapone colmò il suo spirito
– Ti sbagli colore, Fred non è un ricordo – Sussurrò
– Ti ha fatto questo? – Chiese il colore
– Quella volta me la combinò davvero grossa, ma imparai a non temere l’acqua
– Devi abbandonare ogni suo ricordo
– Ehi non scherzare, io non voglio abbandonare proprio nulla
– Nulla ti trattiene
– Beh, io dico che se non mi sbrigo a tornare a casa sono guai. E se non mi credi stammi dietro
– Abbandonati al tuo colore, ora è questa la tua condizione
– Ma che cavolo dici! La mia vita è Fred
– Il tuo momento è arrivato
– Io posso morire soltanto se Fred dovesse lasciarmi… Ti prego Fred aiutami!...
– Nessun può udirti, tu non hai più voce
– Sai una cosa colore? Tu ne capisci ben poco di amore
– Abbandonati, nessuno potrà aiutarti
– Vuoi smetterla… Fred saprà trovare la strada per raggiungermi
– Non può
– Ti prego Fred prendimi ancora per mano
– Non può
– Ssst, fai silenzio, non voglio parlare con te!

Quel barlume di personalità che ancora viveva in lei lottò disperatamente per ricostituirsi in una unità pensante. Gridò, urlò, pianse e pregò e ad un tratto il colore si spense abbandonandola in un buio silenzioso.

Seguirono attimi di confusione, dolore, rimpianto, incompletezza e improvvisamente tornarono tutti i suoi ricordi.
Il primo segnale le giunse dal modulo che, restituendole calore, le permise di scorgere nel buio tutti i colori dei suoi tramonti e improvvisamente milioni di dolorosissime fitte le segnalarono il ripristino del ritmo cardiaco.

Il modulo mantenne costante il valore del plasma fin quando le pulsazioni non si stabilizzarono, quindi lasciò a lei il compito di normalizzarne il metabolismo.

Pian piano avvertì il suo corpo riacquistare il vigore perduto e mentre il frastuono del sangue si diffuse nella sua testa con il boato d’una cascata, anche il respiro riprese regolarmente facendole bruciare i polmoni.
Provò a distendere le gambe che si mossero riluttanti alla volontà di cui disponeva. Cautamente socchiuse gli occhi e quando ad una tremula luce riflessa dal soffitto distinse la sagoma di Fred, sentì tutta la stanchezza del mondo pesarle sulle palpebre.

Continua…


Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: