ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 7.830 ewriters e abbiamo pubblicato 69.870 lavori, che sono stati letti 43.271.469 volte e commentati 53.829 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato sabato 8 ottobre 2016
ultima lettura lunedì 22 maggio 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

CELLA 88

di FrancescoManco. Letto 164 volte. Dallo scaffale Storia

CELLA 88     6 Ottobre 2016, Sono ormai due anni che consumo il tempo in questa cella. Quattro metri per tre, un lettino con un materasso sottile, un cuscino duro, un water, un lavandino, nessuno specchio. Meglio così, almeno non s.......

CELLA 88

6 Ottobre 2016,

Sono ormai due anni che consumo il tempo in questa cella. Quattro metri per tre, un lettino con un materasso sottile, un cuscino duro, un water, un lavandino, nessuno specchio. Meglio così, almeno non sono costretto a vedere il riflesso del mio volto, quello che per me è ormai uno sconosciuto. Due anni di vuoto, trascorsi come due giorni. Quando mi misero qui, per mia volontà, credevo che avrei sofferto molto, che sarei impazzito. Mi sbagliavo, come sempre. Ogni ora, ogni giorno, ogni mese è passato con profonda non curanza, come se stare rinchiuso in queste quattro mura fosse una doverosa routine. Mi sento quasi un impiegato del carcere. Sveglia alle sette, una lavata veloce, infilare la divisa, aspettare che mi portino la colazione e attendere che il giorno passi in quest’ufficio, tra una pausa pranzo e una boccata d’aria in cortile. L’unica differenza è la solitudine, l’isolamento, la mancanza di un contatto umano. Ma forse neanche questo. Ci sono persone, soprattutto gran lavoratori, che sono molto più sole di me. Almeno credo. Da troppo tempo l’essere umano è un soggetto a me estraneo e, poi, non sono mai stato un buon filosofo. Pensandoci bene, è più la vita di un monaco la mia, non di un impiegato. Ma io non ho Dio, non ho la Speranza, non ho alcunché. Non lo dico per lamentarmi o per suscitare compassione, in fondo ho scelto io di stare qua, in isolamento.

E’ successo precisamente due anni fa. Non ci fu bisogno di mettermi le manette, entrai con andatura un po’ oscillante, ma decisa. Avevo il volto bianco, almeno così mi disse una guardia. Non so invece come fosse il mio sguardo, ma credo bianco anche quello. Il primo giorno condividevo la cella con un altro detenuto. Appena entrai mi chiese perché mi avessero rinchiuso. Io dissi esattamente le stesse parole che confessai qualche ora prima al Commissario di Polizia. Egli rise e disse che non aveva mai sentito una stronzata del genere. Non ci feci caso, se stavo lì un buon motivo doveva esserci. La convivenza con quell’uomo durò solo qualche settimana. Poi, un giorno qualsiasi, lo presero e lo portarono via. Da allora non ho avuto mai più un compagno di cella, per fortuna. Volevo stare solo, ripeto, per mia volontà.

Ricordo che appena mi sedetti sul lettino, mi guardai intorno allo stesso modo in cui un cliente guarda i prodotti sugli scaffali di un supermarket. Ero alla ricerca del “prodotto” migliore. Ma era tutto molto scadente. Mi promisi, allora, che avrei iniziato a scrivere. Strana promessa, dato che proprio la scrittura mi ha portato in questa cella. Tuttavia, dal primo giorno, queste che sto scrivendo sono le uniche parole. Non so di preciso perché, ma nonostante avessi molto tempo per pensare tra queste quattro mura, negli ultimi due anni ho riflettuto poco, quasi niente. Questo però non per volontà mia, ma credo per autodifesa, per non riaprire il mondo che avevo chiuso alle spalle di questo carcere, per non avere rimpianti.

Ora, scrivo dopo due anni di silenzio o meglio, di vuoto. Voglio che qualcuno sappia, prima che lasci questo posto. Si, ho deciso di andarmene! Quando mi feci rinchiudere credevo che finalmente avrei trovato la pace, la serenità, l’assenza di pericolo. Avevo gettato le mie paure nel fuoco, tramutandole in cenere. Credevo che solo rinchiudendomi mi sarei liberato. Molte persone che ho conosciuto, qua dentro e fuori, commettono questo errore. Qualche mese fa ho scambiato due parole con un uomo che ha ucciso sua moglie. Si giustificò dicendo che era insopportabile, si sentiva come in prigione, per questo si è sbarazzato di lei. Gli dissi che poteva semplicemente lasciarla, ma lui rispose che preferiva essere rinchiuso. Quando ero in prima media mi ricordo di un compagno che durante l’ora di educazione fisica si chiudeva in bagno e non usciva finché la lezione non fosse finita. Solo alla fine dell’ultimo anno scoprii che non poteva correre e saltare per uno strano problema alla schiena. Ognuno di noi ha la propria cella. Qualcuno la chiama casa, qualcun altro lavoro, oppure chiesa. Io semplicemente, cella. Ne volevo una vera, tutta per me. Cella 88.

Perché questa decisione? Perché la vita mi spaventava. Ho paura ancora oggi, mentre scrivo, dopo due anni. I sentimenti e la loro fine, le bugie, i cambiamenti, la vecchiaia, la malattia, la verità, il viaggio, la solitudine, l’amore, l’odio, le responsabilità, il dovere, il piacere, i nuovi incontri, gli addii, le delusioni, le scelte. Tutto questo è uno scorrere incontenibile. Allora, meglio il vuoto, l’assenza, il giorno sempre uguale, la cella. Ne ero convinto quando mi presentai al Commissariato. Quando abbandonai tutto e tutti. Quando dissi a tutte le persone che conoscevo di dimenticarmi. Così è stato, nessuno è mai venuto a trovarmi. Ne ero convinto dopo che commisi …. Insomma ciò che commisi. Ora, mi chiedo, cosa è cambiato da due anni fa, da quando decisi di rinchiudermi? Non lo so di preciso. Nostalgia? Non credo, non vorrei tornare indietro. Questo luogo, in fondo, mi è più caro della mia vecchia casa. Rimorso? Neanche. So che tutto ciò che ho commesso andava fatto. Illuminazione? No! Non mi sento redento, non vedo alcunché di nuovo dentro di me, non mi aspetto un nuovo mondo là fuori. Allora, perché voglio uscire dopo due anni in questa cella?

Ieri mattina, appena mi sono svegliato, ho chiamato la guardia e le ho detto che volevo parlare con il Direttore. Dopo qualche ora mi ha condotto nel suo ufficio e ho annunciato che volevo andarmene. Il Direttore non mi ha fatto domande, mi ha solo rivolto un sorriso beffardo e mi ha detto che il giorno dopo sarei uscito. Forse se mi avesse chiesto la motivazione, oggi saprei trovare una risposta su questo foglio. So solo che qua, in questa cella, dentro queste quattro mura, non ho trovato ciò che cercavo. Anche là fuori non lo trovai. Probabilmente esco per cambiare cella, per cercare la libertà in qualche altra prigione. Forse in un bagno proprio come quel mio compagno delle medie…

Ora devo affrettarmi a concludere. Sento il suono dei passi della guardia provenire dal corridoio... Questa non è tutta la mia storia, ovviamente. Ma non ho altro da dire riguardo questi due anni di prigionia, almeno niente di importante. Ho detto così poco a me stesso che non posso pretendere di dire di più a qualcun altro. Voglio solo, per concludere, scrivere il motivo della mia detenzione: ho bruciato un libro! Può sembrare una stronzata, è vero, molti bruciano tante cose. Ma non ho bruciato un libro qualsiasi. Era il mio libro preferito! Forse questo non giustifica la reclusione, ma non è tutto. Quel libro me lo aveva regalato una persona a me cara, anzi l’unica persona che io abbia mai amato veramente. Probabilmente ciò non mi rende un assassino e anche per un piromane di libri due anni di carcere possono sembrare una pena troppo dura. Ma c’è qualcos’altro. Questa persona l’aveva scritto per me e il protagonista aveva il mio stesso nome. E se anche questo non dovesse bastare, dirò di più: il protagonista ero io e il libro raccontava la mia storia.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: