ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.499 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 57.540.171 volte e commentati 55.650 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato mercoledì 5 ottobre 2016
ultima lettura sabato 10 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

role di prova pt 1.

di ethanholt. Letto 580 volte. Dallo scaffale Generico

Noemi Esposito / Giada.Ritornare in facoltà dopo mesi e mesi passati in Italia, è un sollievo per Fabio che ha ritrovato un po' di libertà, lontano dalla sua famiglia.Washington è stata ed è la sua salvezza, entrare n...

Noemi Esposito / Giada.

Ritornare in facoltà dopo mesi e mesi passati in Italia, è un sollievo per Fabio che ha ritrovato un po' di libertà, lontano dalla sua famiglia.
Washington è stata ed è la sua salvezza, entrare nella facoltosa Hawthorne è stato il suo punto di svolta in una vita mostruosa e oscurata dalla figura del padre. Una figura estremamente forte e cieca, incapace di vedere oltre i suoi ideali.
Una famiglia bigotta, ecco cosa ha ricevuto in dono il giovane italiano alla sua nascita.
Problemi, ecco cosa gli hanno donato, invece, i due sposi che l'hanno messo al mondo. A differenza di suo fratello maggiore, Fabio è stato il figlio ribelle, quello sottomesso a regole rigide, quello poco studioso. ? Il loro essere così opprimenti verso di te è solo un bene... ? , queste parole risuonano ancora nella sua testa.
Un bene, dicevano.
E cosa ha subito per colpa loro? Bullismo, disturbo bipolare, rabbia repressa.
Un bene, certo.

Ora il minore dei Pellegrini, cammina a passo lento per i giardini del college. Le mani nascoste nelle tasche dei jeans e la labbra socchiuse a respirare l'aria fresca della sera. Quanto gli è mancato tutto ciò e la sensazione di relax.
Si sente se stesso, per una volta nella sua vita, non deve combattere contro il costante cambio di umore.
Le sue dita giocano con il morbido pacchetto delle sigarette, una di queste viene posata sulle sue labbra ma quando cerca l'accendino si ricorda di averlo lasciato il giorno prima a Christine.
Non fuma moltissimo, per questo non se n'è accorto prima.
Sbuffa, infastidito dal dover andare a prendere mentre ripone la sigaretta nell'apposito pacchetto.
Per fortuna non ci mette molto ad arrivare, i corridoi deserti sono sintomo di un orario un po' scomodo ma è sicuro di trovarla in camera comunque. Bussa un paio di volte, Fabio, ma non riceve nessuna risposta.
? Schreiber. ? mormora, bussando per la terza volta. Ma nessuna risposta, così poggia una mano sulla maniglia quando la porta si apre.
La camera è avvolta da silenzio, è costretto a camminare a passo felpato, i suoi occhi vagano in cerca della mora. C'è Mairead che dorme beatamente ma di Christine nemmeno l'ombra.
Viene catturato da una lieve luce che trapela dalla porta del bagno, quella luce lo incuriosisce spingendolo a bussare.
Una, due, tre volte.
Un tocco più rude sulla porta in legno del bagno. Sente appena un piccolo rumore provenire dalla stanza del bagno, ed è allora che Fabio ci mette più forza nell'aprire quella maledetta porta che cela la giovane Schreiber. Il tempo sembra fermarsi quando ai suoi occhi si mostra la figura di Christine seduta al pavimento, una pozza di sangue la circonda e una lama piccola ed / estremamente / affilata è poco più distante. Non ci pensa due volte e si butta accanto a lei, poggiandosi sulle ginocchia.
? Christine, Christine cosa cazzo hai fatto!? ? le sue grandi mani sono poggiate sul viso della ragazza, la scuote per far si che lo guardi, che si svegli.
Gli occhi chiari di Fabio si spostano sui tagli che squarciano la pelle del braccio sinistro e istintivamente porta la sua mano sinistra a bloccare il sangue.
? Mairead! ? chiama a gran voce, la sua voce è rauca, preoccupata. ? Mairead svegliati, chiama qualcuno! Mairead! ? deve lasciare per qualche secondo Christine e dirigersi in camera a svegliare bruscamente la piccola Lynch.
La sua mano è piena di sangue quando torna dalla Schreiber seguito dalla coinquilina.

? Chiama qualcuno!?—?Resisti okay? Resisti. ? sono le ultime parole dell'italiano che stringe la sua mano sulle ferite per bloccare la fuoriuscita del sangue.

Arienne Backett / Giorgia.

« Devi seguire i tuoi sogni, piccolo mio, qualsiasi sacrificio essi comportino. E se ti sembrerà che le cose vadano male, non buttarti giù. Ritenta, ritenta e ottieni quello che hai sempre desiderato. Anche se ci dovessero volere anni, anche se ti sembrerà che non ne vale più la pena, tu continua a lottare. »

La prima volta che mia nonna Amélie mi aveva detto questa frase avevo cinque anni e stavo scarabocchiando con dei pastelli a cera su un enorme foglio di carta , steso sul tappeto persiano del salotto della sua casa di campagna . Avevo alzato lo sguardo, confuso ed incuriosito allo stesso tempo , ed avevo ascoltato le sue parole senza realmente capire cosa significassero.

“ Che significa, nonna? ”

Le avevo chiesto con la delicatezza e l' ingenuità dei miei sette anni, inarcando un sopracciglio e lasciando perdere i miei colori, ora sparsi alla rinfusa sul pavimento. Era stato un gesto fatto d'istinto che probabilmente mi avrebbe fatto ricevere una bella strigliata, visto quanto teneva a quel tappeto. Lei, però, contro ogni mia previsione, aveva scosso la testa e mi aveva sorriso. Quel sorriso dolce e rassicurante che mi aveva sempre ricordato quello della mamma, e mi aveva assicurato che avrei capito il significato di quella frase quando sarebbe stato il momento.
Avevo fatto spallucce ed ero tornato a giocare, come ogni bambino di sette anni, dimenticandomi di quella frase buttata lì per caso in un pomeriggio di fine novembre.

Non avevo più ripensato a quell'episodio nel corso degli anni, nonostante quella frase fosse rimasta sempre nascosta in un angolo recondito della mia mente.

[....]

“ Ethan? Allora? Hai aperto o no la lettera dell'Università? ”

La voce di Amber mi risuonò forte e chiara nell'orecchio, facendomi sospirare ed allontanare il cellulare dal viso in un unico e repentino per non rischiare di perdere definitivamente l'udito.
Quella ragazza, quando urlava, riusciva a raggiungere toni di voce altissimi, ed ero abbastanza sicuro che spesso e volentieri i suoni che emetteva potessero essere classificati come ultrasuoni. Restai in silenzio mentre lei parlava, cercando di mantenere la calma e di rispondere nella maniera più pacata e cordiale possibile.

« No, Amber. Per l'ennesima volta, non l'ho ancora aperta. Non è cambiato assolutamente nulla dall'ultima volta che lo hai chiesto. E se non sbaglio, è stato più o meno cinque minuti fa. »

Risposi, con tono più stizzito di quanto avessi preventivato, sedendomi poi al tavolo della cucina. Attaccai il telefono mentre la mia migliore amica ancora parlava, troppo nervoso e confuso per darle davvero retta. Le volevo un gran bene, era l'unica persona oltre a mia nonna di cui potevo fidarmi ciecamente eppure, in quel momento, la sua voce mi dava fastidio.
Avevo paura, una tremenda e attanagliante paura di leggere il contenuto di quella lettera. E se quello che c'era scritto dentro non era quello che mi aspettavo? Cosa avrei fatto della mia vita se la risposta fosse stata negativa? Avevo costruito la mia intera esistenza sul progetto di andare ad Harvard e frequentare la facoltà di legge. Avevo promesso a mia nonna che sarei andato nell'università che aveva accolto tutti i membri della mia famiglia da generazioni e che mi sarei laureato, diventando un avvocato di successo come era stato mio nonno. Volevo renderla fiera di me, volevo ripagarla dei sacrifici che aveva fatto per crescermi.
Osservai la lettera, ancora perfettamente sigillata, e feci un ultimo enorme sospiro mentre le parole della nonna mi tornavano alla mente. Non sapevo da dove quel ricordo fosse sbucato, non ricordavo neppure di averlo ed invece eccolo lì, nitido ed impresso nella mia testa.

Avrei accettato il risultato, qualunque esso fosse stato, ma non avrei rinunciato al futuro che avevo immaginato nemmeno se avessi dovuto lottare con le unghie e con i denti pur di ottenerlo.

Heloise Lefebvre / Greta.

? Il grande, grande giorno al quale Cornelia si era preparata per mesi e mesi, impegnandosi in sessioni di studio matto e disperatissimo, era finalmente arrivato.
La ragazza dai capelli rosa pastello non vedeva l'ora di mostrare al pubblico la propria bravura, la propria voglia di trasmettere emozioni servendosi del suo virtuosismo, servendosi della sua più grande passione: la musica.
In quei mesi di preparazione aveva studiato e ristudiato i suoi vecchi cavalli di battaglia: il Notturno n. 2 op. 9 di Chopin e del medesimo autore lo Scherzo n. 2 op. 31; la Fantasia in Re minore K 397 di Mozart, mentre di Beethoven la Sonata "Al Chiaro di Luna" e la Sonata in Do maggiore, n. 3 op. 2.
Insomma, pezzi piuttosto impegnativi e difficili per una ragazza appena diplomata in pianoforte.
Tuttavia, aveva impugnato quei brani alla perfezione, facendo attenzione anche alla più piccola pausa e alla più piccola delle note di quegli spartiti, rendendo perfetta anche la più piccola delle meticolezze, come il suo maestro, Enjolras Gallagher, le aveva insegnato.
Oltretutto, il suo grande punto di riferimento le aveva precedentemente comunicato che sarebbe stato presente al concerto, soprattutto perchè i due, dopo il diploma di Cornelia, non si erano più visti per via del trasferimento di quest'ultima.
Quel concerto valeva il suo orgoglio e la sua carriera, non poteva permettersi di fallire.
[...]
Aveva appena terminato le prove del concerto e la seguente accordatura del pianoforte, quando finalmente potè permettersi di tornare a casa per darsi una lavata ed iniziare i preparativi per il concerto.
Dopotutto, la bravura va sempre accompagnata da un minimo di tocco estetico.
Corse subito fuori dal teatro con le parti svolazzanti e le chiavi della macchina in mano e non appena vi montò dentro, partì alla volta di casa McCartney.
Dire che fosse euforica ed agitata è davvero poco: se esistesse un manicomio per persone nervose e nevrotiche, lei sarebbe la prima a varcarne l'ingresso. Rischiò di non vedere una giovane ragazza attraversare la strada e fu un miracolo riuscire a frenare in tempo per evitare di stare con le ruote anteriori - anche per mezzo centimetro - sulle strisce pedonali.
[...]
Sembrava un'eternità, ma ci volle davvero poco per arrivare a casa, anche se l'Orpheum Theatre dista poco più dieci chilometri dalla sua abitazione.
Parcheggiò nel suo grande e spazioso garage chiedendosi cosa ci facesse parcheggiata fuori casa sua una macchina da poliziotto in borghese, ma non si accorse che la porta principale della casa era praticamente spalancata. Anzi, proprio scardinata.
L'ignara ragazza salì le scale del seminterrato, fino a giungere in salotto. Sul tavolino basso in vetro, situato tra il caminetto e il divano in pelle bianca, poggiò chiavi e spartiti e subito dopo si buttò sulla sua poltrona preferita.
Sentiva un gran bisogno di rilassarsi, di mettere fine alla propria agitazione, dopotutto si era prepatata alla grande e sicuramente non avrebbe avuto modo di sbagliare.
Non bastava stare lì sul divano, ma magari un bel bagno nella sua vasca avrebbe fatto effetto. Così, salì le scale che portano al secondo piano della sua abitazione ed entrò in camera con l'intento di spogliarsi e prendere accappatoio, asciugamani e il suo vestito nero preferito.
Fu un attimo: due figure maschili, vestite di nero, immobili davanti la ragazza con le mani dentro la cassaforte che conteneva - almeno fino a qualche istante prima - tutti i gioielli e i risparmi della giovane pianista.
Spaventata, agitata ed in preda al panico, provò ad urlare...
? AIUT... ?
Bang. Uno, due spari. I ladri in piedi con aria trionfante e il corpo di Cornelia a terra, svenuta, in una pozza di sangue che si allargava sulla moquette bianca della sua camera da letto.

I proiettili avevano colpito la ragazza al fianco destro.

Zoey Torres / Elena.

' ' Le dita erano così strette attorno alla pistola da essere indolenzite.

Quel piccolo oggetto in metallo era l'unico modo per sopravvivere e Jane non l'avrebbe lasciato per nessun motivo al mondo.
Sentiva i battiti accellerare, era dietro un muro ad aspettare l'arrivo di qualcuno di cui non conosceva neanche il volto.
Era strano come si era ritrovata in quella situazione ma ora era lì e non poteva più tirarsi indietro.
Deglutì l'aria, unico pasto che aveva fatto nelle ultime 9 ore, era stremata.
Le mani macchiate di sangue, l'anima macchiata di morti che non avrebbe mai voluto commettere, Jane si sentiva così sporca ma allo stesso tempo capiva che non poteva farci nulla, era il gioco e doveva giocare.
Non sapeva come si era ritrovata in quel malsano luogo, di chi fosse stata l'idea di creare quella merda e se si compiaceva vedendo tutti quei cadaveri per terra.
Era stata fortunata lei, aveva trovato un borsone con tutto il necessario, erano sparsi per il campo e lei ne aveva uno.
Si rese conto di non essere in una fazione come tutti gli altri, lei era da sola, nessuno le copriva le spalle- - doveva farsi degli amici ed alla svelta.
Si ritrovò vicino alla fazione nera, vicino al loro campo ed alzò le mani in segno di resa, non sapeva se l'avrebbero accettata o magari le avrebbero piantato una pallottola in fronte ma doveva / almeno / provarci.
Si ritrovò puntati addosso più di 9 armi, le mani continuavano ad essere alzate e la bocca era ormai ruvida ed asciutta per via della mancanza di cibo ed acqua e per la tensione.

' Non so perchè io sia qui, non so neanche cosa / diamine / sia questo ' qui ' ma sono sola.
Ho visto che siete divisi in fazioni ed io ho bisogno di alleati. '

Non disse più nulla ma puntò lo sguardo su una donna anziana che siedeva infondo a tutto ma che / sembrava / avere il potere, Jane aveva un sesto senso e raramente si sbagliava.
La donna alzò la mano e la invitò ad entrare, bene, forse era riuscita a farsi degli alleati.
Proseguì tra quei visi così nuovi e spaesati, forse era la prima volta che qualcuno non apparteneva a nessuna fazione, forse a loro era stata assegnata già dall'inizio—perchè a Jane no?
Scosse la testa e le ciocche nere le ricaddero sul viso, così decise di legarle in una leggera coda per poi arrivare al cospetto di quella donna.
I ragazzi le fecero spazio e il rumore dei suoi scarponi rimbombò tra quelle mura spesse e vissute ; Jane non si voltò indietro e continuò a camminare fino ad arrivare al cospetto della donna che prese ad osservare : grandi e profonde rughe le solcavano il viso ma il suo sguardo sembrava non far trapelare il peso dei decenni passati, anzi, comunicavano determinazione e forza.
Le allungò la mano in segno di fiducia e chinò il capo in segno di rispetto per poi essere colta da un leggero sussulto non appena la donna le strinse la mano, aveva / forse / trovato il suo angolo di paradiso nell'inferno?
Ricambiò la stretta vigorosa per poi sedersi e puntare lo sguardo nuovamente nel suo quando tutto fu interrotto da un brusco rumore --- ''.

Taylor si svegliò di soprassalto e si guardò attorno, le ciocche color fuoco erano disordinate e le ricadevano sul viso e sulle spalle senza alcun tipo di senso logico.
Si guardò attorno allarmata per via di quel grande tonfo che l'aveva fatta svegliare e vide Danielle con un'espressione quasi terrorizzata in volto, abbassò lo sguardo e vide ciò che non avrebbe mai voluto vedere : i suoi magnifici libri giacevano per terra, mezzi aperti e mezzi no e magari anche stropicciati per via della caduta.
Taylor balzò fuori dal letto e si precipitò iniziando ad alzarli e metterli nuovamente sulla mensola con una velocità assurda, sembrava quasi non prendesse fiato e ciò che usciva dalle sue labbra erano solo gemiti strozzati che non facevano altro che aggiungere inquietudine a quella figura con gli occhi sbarrati ed i capelli così in disordine da sembrare posticci.
Una volta che tutti i libri furono poggiati sulla mensola Taylor si alzò e guardò Danielle dritta negli occhi, i suoi grandi occhi verdi erano ancora spalancati e le labbra ridotte in una sottile linea --- non si accingevano ancora a proferir parola.
Non appena aprì la bocca per iniziare una conversazione con la coinquilina notò un particolare agghiacciante, così si apprestò a scambiare l'ordine dei due libri per poi tirare un sospiro di sollievo : ora era tutto in ordine.
Riportò lo sguardo su Danielle poi incrociò le braccia al petto e fece un respiro profondo : quei libri erano tutto ciò che c'era di importante nella vita di Taylor, erano la sua maggiore fonte di ispirazione seguita poi dalla schiera di DVD della stessa saga.
Prese gli occhiali rotondi che giacevano lì sul comodino e li indossò per mettere meglio a fuoco l'espressione quasi terrorizzata della bionda che non aveva osato proferire parola.

' ------ Sai che al momento vorrei strangolarti, 'Nielle?
Mi hai interrotto un sogno fantastico, poteva essere il libro del secolo / dopo Harry Potter ovviamente / , sarei potuta diventare la futura J.K Rowling ed erano invertiti, CAPISCI?
La camera dei segreti ed il calice di fuoco erano INVERITI.
TU CAPISCI COSA SIGN---- devo calmarmi dev ---- ma quella è la colazione?
Mi hai portato la colazione?
Avanti Danielle, come potrei essere anche un minimo / un minimo lo sono ma non farci caso / arrabbiata con te?
Mi hai persino portato un muffin al cioccolato con le gocce di cioccolato ---- anche quel minimo è sparito. '

Affermò prima di stringere la ragazza in un opprimente ed affettuoso abbraccio mattiniero; il suo alito non era dei migliori ma – ehy, si era appena catapultata giù dal letto.
Si avvicinò alla busta color cipria e curiosò prendendo poi la propria porzione di cibo ed avvicinarsi al piccolo tavolino in legno scuro che occupava / fin troppo / spazio nella loro camera.
Si sedette scomposta sulla sedia poi scostò la carta attorno al muffin e gli diede un morso sentendo / immediatamente / le papille gustative ringraziare il signore di quel ben di dio.

' E comunque – sul serio sarei potuta diventare una scrittrice di fama mondiale, sai?
Immagina un universo alternativo in cui ... '

E fu così che Taylor decise di riassumere uno dei suoi tanti sogni a ' Nielle e lei / santa donna / non aveva ancora deciso di scappare o chiedere il cambio di coinquilino.Infondo anche quella era una routine per loro, i grandi monologhi di Taylor riempivano la stanza ed ogni parola si scontrava contro le pareti andando a dissolversi ed i grandi occhi di 'Nielle che la osservavano quasi preoccupata dal fatto che lei prendesse fiato oppure no.

Taylor era così, un ammasso di pensieri e parole sconnesse, un ammasso caotico di esuberanza ed originalità e non sarebbe cambiata per nulla al mondo.

Jason Harvey / Eri.

Credevo che ritornare a Beacon Hills sarebbe stato più facile.
Certo, non facile come segnare un punto a lacrosse, non certo semplice come minacciare McCall, ma semplicemente f a c i l e .
Gli anni che avevo trascorso a Londra potevo definirli terapeutici, in un certo senso. La mia mente era completamente libera, non veniva più dominata da pensieri contrastanti, contorti, impossibili da decifrare. Era cambiato tutto e questo, inizialmente, mi terrificava. Era risaputo, Jackson Whittemore non era certo quel tipo di ragazzo che si sarebbe lasciato spaventare da un cambiamento del genere, un semplice trasferimento. Qualcosa mi frenava, questa 'cosa' veniva fuori specialmente di notte, quando giacevo sul letto e fissavo il soffitto, senza battere ciglio.
Tornare a Beacon Hills avrebbe segnato l'inizio di una nuova era, forse sarebbe stato un periodo migliore, forse peggiore.
Percorrere quelle stradine- d'autunno erano sempre inondate dal colorito arancione/rossiccio delle foglie secche- faceva riemergere nella mia mente troppi ricordi, alcuni erano dolorosi, alcuni erano l'esatto opposto.
Non avevo confidato a nessuno di questo mio inaspettato ritorno- nemmeno a Danny- probabilmente perché avrei preferito scrutare le reali reazioni delle persone. E' facile nascondersi dietro ad un computer, un cellulare, e dirmi 'Oddio, Jackson! Sono così felice che tu stia tornando a casa, non vedo l'ora di rivederti.', prepararsi psicologicamente al mio arrivo ed accogliermi stampando sul volto un sorriso forzato, fingendo di mostrare contentezza. Non ne avevo bisogno, avrei preferito ricevere un'accoglienza fredda, ma almeno autentica.
Magari me lo sarei meritato, soprattutto da parte di una determinata persona.
Non mi ero nemmeno preparato un discorso, probabilmente non sarei nemmeno riuscito a spiaccicare mezza parola, se l'avessi incrociata- casualmente- per strada. Avrei iniziato a farfugliare distrattamente, come un ragazzino impacciato. L'aggettivo 'impacciato' non era mai stato associato alla mia persona . . . Insomma, Jackson Whittemore non poteva /assolutamente/ essere considerato un ragazzo impacciato.
Sì, credevo che ritornare a Beacon Hills sarebbe stato più facile. Eppure no, non sarebbe stato /affatto/ semplice incontrare lei - incontrare Lydia.


« Jackson? Jackson! JACKSON! »
Seppi immediatamente identificare quella voce stridula, quella voce apparteneva a Beth- la mia ragazza.
Non riuscii ad decifrare la sua espressione in viso, sembrava quasi un misto tra nervosismo e preoccupazione. Sì, è vero: il nostro aereo sarebbe partito tra meno di due ore e noi ci trovavamo ancora a casa mia, sistemando ancora gli ultimi dettagli.
« Beth, calmati. Tesoro, andrà tutto bene . . . So che è il tuo primo viaggio, so che sei spaventata. »
Sì, una cosa dovevo riconoscerla: questi tre anni avevano addolcito un lato del mio carattere. Ero cresciuto, avevo iniziato ad osservare le cose con punti di vista differenti ed avevo anche cominciato a lasciar entrare più facilmente le persone nella mia vita.
Una di queste persone era proprio lei, Beth: la tipica ragazza brillante, circondata ed invasa dai lussi e dalle comodità. Forse era stato proprio questo ad farci trovare- i fattori che ci accomunavano, che ci rendevano simili.
Non ero più così. Avevo definitivamente- beh, quasi 'definitivamente'- abbandonato l'aria altezzosa da ragazzino viziato e privilegiato.
Al liceo ero esattamente quel prototipo di individuo. Non lasciavo trasparire emozioni, sembravo possedere un cuore di pietra- anzi, sembrava quasi che io non avessi un cuore.
E poi c'era lei. Lei, inconsapevolmente, era riuscita ad insegnarmi ad amare- sì, sembra strano affermare 'Jackson Whittemore sapeva anche amare'.
Ho saputo amare, per la prima volta in vita mia, una ragazza meravigliosa dalla chioma color biondo-fragola, dalla carnagione pallida e dalle labbra carnose- definite sempre da un rossetto o da un lucidalabbra.
Lydia Martin.
Erano passati esattamente tre anni: tre anni dall'ultima volta in cui avevo incrociato i suoi occhioni, tre anni dall'ultima volta in cui avevo sfiorato le sue mani delicate ed erano passati tutti questi anni dall'ultima volta in cui avevo assaporato le sue rosee labbra.
Ma, soprattutto, erano passati tre anni da quel maledetto giorno: il giorno in cui mio padre decise che ci saremmo dovuti trasferire a Londra e, di conseguenza, decise anche che Lydia ed io avremmo percorso sentieri diversi. I nostri destini avrebbero smesso di incrociarsi, così come i nostri sguardi.
Ed è così che la lasciai da sola. Per l'ennesima volta.
Teoricamente, non mi sarei potuto lamentare della mia nuova vita: ero circondato da persone che mi volevano bene, ero lo studente modello, ero il capitano della squadra di lacrosse della città e . . .
E avevo Beth.
Eppure no, io non mi sentivo affatto completo.
Cos'è che mi mancava, quindi? Il mio cuore conosceva la risposta e, in fondo, anch'io la sapevo. Ma no, mi rifiutavo di accettare questa verità nascosta. Avevo sempre tentato di convincermi di non aver bisogno di lei, ci avevo veramente provato. Lei era sempre presente: compariva nei miei sogni, nei miei ricordi, nei miei pensieri.
La mia mente era occupata da pensieri troppo contorti per riuscire a decifrarli con estrema esattezza. Soltanto un nome era in grado di dominare le mie riflessioni, un nome che- ormai- era troppo presente ultimamente.
Lydia. Lydia. Lydia.
Quel nome dannatamente perfetto, semplice e musicale.

« Jackson, dobbiamo andare! »
La voce di Beth interruppe il mio viaggio mentale, un viaggio di cui lei non poteva essere a conoscenza- fortunatamente!
Mi schiarii la voce con un colpo di tosse, cercando di mostrarmi il più disinvolto possibile e mi affrettai a radunare tutte le mie valigie davanti alla porta d'ingresso. I miei genitori erano già partiti la settimana prima, in modo da accumulare più tempo per sistemare la nostra vecchia casa, e noi stavamo per raggiungerli. Io stavo per riabbracciare la mia vecchia vita, o semplicemente parte di essa.
« Beth? »
« Sì? »
« I-io . . . Ecco, io non . . . »
« Cosa? Avanti, Jackson . . . Siamo anche in ritardo! Non possiamo parlarne in taxi, per esempio? »
« Beh, in realtà io volevo semplicemente dirti che — Non vedo l'ora di tornare a Beacon Hills . . . Con te. »

Non amavo trascorrere tutte quelle ore sapendo di essere sospeso in aria. Il viaggio in aereo mi procurava sempre uno strano effetto: un misto di nausea ed agitazione, forse anche preoccupazione. Ecco perché, nella maggior parte dei casi, preferivo spendere quel tempo dormendo- almeno non avrei avuto il pensiero costante di dovermi preoccupare troppo. Avevo già alcuni pensieri costanti che avevano sommerso la mia mente e, sinceramente, avrei voluto evitare di aggiungerne altri.
Mi accomodai sul sedile accanto al finestrino- lo so, è una sorta di paradosso: che senso ha occupare quel posto se poi non si sfrutta il finestrino per poter ammirare degli scenari mozzafiato?- e Beth si affrettò ad estrarre dalla sua borsa tutto il materiale necessario per l'ennesimo 'viaggio da sola'. Riviste, cuffiette, trucchi, caramelle . . . Mi fermerei qui, la lista potrebbe continuare per ore.
Avevo intenzione di scambiare qualche parola con lei, prima di andare a rincorrere il sonno, ma l'impresa fu alquanto impossibile: le mie labbra si erano schiuse appena, mentre le sue dita erano già occupate ad infilare le cuffiette nelle sue orecchie. Oh, grandioso.
Sospirai lievemente per poi socchiudere gli occhi, cercando di isolarmi, cercando di dimenticare tutto quel contesto.


[ . . . ]


Le sue dita lisciavano la gonna dell'abito- l'abito color panna, quello cosparso di fiori colorati. Era impegnata a canticchiare un motivetto che non conoscevo, sarei rimasto lì, sulla soglia della porta, ad osservarla per ore intere. Non avrei voluto spaventarla, non avrei voluto farla sobbalzare dalla sedia.
Tutto ciò che desideravo era vedere l'espressione di stupore stampata sul suo viso minuto, vedere le sue labbra formare un ampio sorriso . . . Desideravo anche vederla corrermi incontro, catapultarsi tra le mie braccia ed io, in quel momento, avrei fermato il tempo in modo tale da rendere infinito quell'abbraccio.
Le mie aspettative- i miei desideri- non si avverarono. Lei non aveva smesso di tenere gli occhi puntati sul suo vestito. Magari non si era ancora accorta della mia presenza . . . No, impossibile.
Mi avvicinai ulteriormente, stavolta con un passo deciso e rumoroso. Ero così dannatamente vicino a lei, l'avevo quasi raggiunta e, in quell'istante, tutti quei maledetti chilometri che ci avevano separato per anni erano stati abbattuti. La distanza era stata sconfitta in questa sorta di battaglia invisibile: c'erano voluti tre anni, ma alla fine potevo ritenermi il vincitore.
« Lydia?»
Farfugliai nervosamente e, soltanto allora, notai che un tremolio aveva appena accompagnato- anzi, sovrastato- il tono della mia voce.
Nessuna reazione da parte sua. Lydia non si era minimamente scomposta e, in tal modo, le mie domande trovarono una risposta immediata.
Lei mi stava evitando.
Mi stava completamente ignorando, come se non esistessi, come se non fossi presente in quella stanza.
« Lydia, so che sono l'ultima persona che vorresti vedere . . . Lydia, ti prego. Guardami. »
Un ulteriore tentativo. Un ulteriore tentativo fallito.
Attesi qualche secondo, forse aveva semplicemente bisogno di tempo per metabolizzare la notizia o forse aspettava delle scuse da parte mia.
Avrei dovuto capirla: aveva già messo più volte l'orgoglio da parte, era sempre successo con me.
Io le avevo procurato dolore in passato, ero stato la causa delle sue lacrime e lei . . . Lei non aveva mai smesso di amarmi. Non meritavo il suo amore, probabilmente non l'ho mai meritato.
Uno scatto improvviso. Lydia era balzata in piedi, con una mano stava sfiorando la poltroncina a dondolo- quella che aveva appena abbandonato. I suoi capelli erano racchiusi in una treccia disordinata- alcune ciocche non erano state raccolte- ed i suoi occhi erano rivolti verso il pavimento.
« Jackson. »
La sua voce non era affatto cambiata, era rimasta identica a quella di tre anni fa. Ero sollevato dall'idea di non essere mai riuscito a dimenticare la sua voce, una voce graziosa che esprimeva dolcezza e minutezza.
Ero anche sollevato da quella sua risposta, aveva deciso di proferire parola, aveva deciso di iniziare una conversazione con me. Una conversazione pacifica, questo si poteva dedurre dal suo tono di voce.
I suoi occhi incontrarono i miei- finalmente!- e notai in loro una luce diversa. Erano spenti, più spenti rispetto al solito. Emanavano tristezza, angoscia, solitudine. Forse erano esattamente gli stessi sentimenti che esprimevano anche i miei occhi.
« Addio, Jackson. Stavolta per sempre. »
Una frase netta, pronunciata con decisione, con fermezza. Ero letteralmente sbalordito da quella reazione- certo, forse era esattamente ciò che mi sarei meritato . . .
Spalancai gli occhi, lasciando le labbra schiuse e non feci nemmeno in tempo a replicare. No, non ci riuscii.
Non riuscii a replicare perché Lydia era già scappata via. Era fuggita. E noi ci stavamo dividendo per l'ennesima volta. Ulteriori ostacoli, altri muri da abbattere, cuori frantumati. Sentimenti caduti a pezzi. Distrutti. Ma tutte le cose rotte poi si possono anche riparare. Sì, in questo caso però è necessaria la straordinaria partecipazione del fattore 'tempo'. 'Il tempo guarisce tutte le ferite.'
Già, ma ero convinto di aver usufruito anche troppo del fattore 'tempo'.


[ . . . ]


« Jackson! Jackson, svegliati! »
Okay, questa voce non apparteneva a Lydia.
« Amore, siamo arrivati. »
E fu così che abbandonai quella strana realtà- chiamata anche 'mondo dei sogni'- e venni catapultato nella vita reale. Sì, proprio quella in cui scopri di avere accanto una fidanzata- con la quale andrai a convivere nella tua città d'origine- e di essere appena arrivato a destinazione.
« Sai, hai dormito per tutto il viaggio e . . . Tutto bene, Jackson? Sembri piuttosto spaventato, non so. O forse lo so. Tutta colpa di un brutto sogno, non è così? »
Deglutii faticosamente. Un sogno. Avevo appena sognato di aver incontrato Lydia e di averla persa nuovamente. Mi affrettai a realizzare, tirando un sospiro di sollievo.

« Sì, hai ragione. Si è trattato di un brutto sogno, anzi . . . Un incubo. »

Chiara Ricketts / Bianca.

Quando il corpo di Jake Fitzgerald scivolò giù dal soffitto, ammattendosi contro il pavimento di fronte agli occhi di Brooke, ella lo guardò, col sangue ancora impregnato sul vestito candido cucitole dalla madre. Non lo aveva visto per giorni interi, a causa di una lite, ed ella aveva creduto ( forse sperato ) che fosse partito per la Spagna, con i suoi genitori, ma non era stato così. Jake era stato ucciso. Era morto.
Quando Maggie Duval la portò nel teatro per interrogarla nuovamente, Brooke aveva gli occhi ormai spenti, mentre fissava il cadavere del suo primo ed ultimo amore. I ricci di Jake erano impregnati di sangue, così come il suo viso, il resto del suo corpo ed i suoi vestiti, ma ciò che faceva accapponare la pelle alla ragazza, era il grande taglio sullo stomaco dello spagnolo.
<< Quando l'hai visto l'ultima volta? >> Maggie si sforzò di interrogarla, anche se risultava quasi cattivo farlo, ma era pur sempre la legge, quella da rispettare, perché se fosse stato per lei avrebbe mandato Brooke a casa.
La biondina non si premurò nemmeno di asciugarsi le lacrime, ciondolava su sé stessa, tentando di reprimere i gemiti di dolore piscologico per dar vita alle parole più dolorose del mondo.
<< Sabato sera, nella piscina della scuola -- mi ha chiesto di andare al Carnevale di Lakewood con lui -- ma io, io ho detto no, perché avevamo litigato, perché non volevo che mio padre ci vedesse >> spiegò, le gambe gracili si accasciarono in ginocchio sotto lo sguardo di Maggie, la quale tentò di riprenderla, ma fu inutile.
<< Non toccarlo, Brooke -- altrimenti comprometterai le prove >> bofonchiò la donna, mentre Brooke, sotto il suo sguardo, iniziava un lungo processo di follia: le mani piccole, appiccicose del sangue del suo amore, si muovevano accanto al cadavere senza toccarlo, come se volesse accarezzargli l'anima.
<< Perché ho detto di no? >> chiese Brooke a sé stessa, mentre Jake continuava a fissarla con i suoi grossi occhi color cioccolato. Aveva perso tutto, Brooke Maddox, non le importava dei soldi sul conto corrente, o di Gustavo Acosta che continuava a flirtare con lei, l'unica persona capace di farla sorridere, innervosire, provare emozioni, era volata via nel peggiore dei modi.

Lei, a quel carnevale, non ci sarebbe andata nemmeno per sogno, o forse ci sarebbe andata, ma ubriaca, così da non vedere gli occhi colmi di compassione per quella ragazza che aveva appena perso tutto, così non avrebbe visto i bambini abbracciarsi e ridere, come lei con Jake quando avevano dieci anni, e non avrebbe visto niente, solo un gran vuoto nero, perché li si trovava Jake, lei ne era sicura, non esisteva una luce bianca che lo avrebbe accolto, e non esisteva nessuno che lo avrebbe stretto fra le braccia con un buon profumo. Nessuno. Perché Brooke era ancora viva, e lui era morto.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: