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lavoro pubblicato mercoledì 5 ottobre 2016
ultima lettura giovedì 10 settembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Le Ceneri Del Mondo

di AlbioTibullo. Letto 567 volte. Dallo scaffale Poesia

IE' tarda, la notte, nel deserto.Mille splendidi soli ardono il terreno,Baciano con passione pensili giardiniDi stelle, brillano le ginestre sabbiose....

I
E' tarda, la notte, nel deserto.
Mille splendidi soli ardono il terreno,
Baciano con passione pensili giardini
Di stelle, brillano le ginestre sabbiose.
E' tarda, la notte,
Lontani roghi sollevano al cielo colonne
Di ceneri reggono la volta muta di stelle.
Si riflette su un mare d'inchiostro,
L'ermo pilastro che sale all'infinito
Sopra un'antica babele di popoli.

Un piano arido di rocce,
E dalla finestra lontana,
Mille occhi osservano,
Mille luci tremolano,
Guardando il fuoco
Baciare la luna.

Eloquenti occhi
Valgono più di mille voci
Coperte dal rombo del tuono.

Da lontano,
Imperioso torna il silenzio per la valle
E sulla striscia di sangue,
Brillano le lucciole
Sui cespugli di polvere.
Caddero dalle nubi,
Quegli angeli ribelli al Signore.
Solcano i cieli,
Cavalcando destrieri d'acciaio,
Fendendo l'infinito.

Un cuore, quella notte,
Un cuore giovane,
Intrappolato dal fato,
S'alzò al suono
Di mille fratelli:
Ricordava la nera bandiera
Sventolare dalla cima della Torre,
E volti coperti da quella sfumatura
Fissare il sole impavidi.
Lunghissime ombre,
Quando presero ogni granello di sabbia:
Aggrappati con l'unghie e coi denti
Ad un lacero pezzo di suolo
Marchiato dai crateri.
Ricordava
Voci alterate, quel giorno,
Abbracciate da un filo intrecciato,
Appese ad un'asta,
Icone della Ragione

Sono figli del deserto,
Antichi quanto l'universo.
Nati dall'uomo,
Dal tremore, dalla paura
Che tutto quel che ci sia
Sia la confusa prole
Dell'infinito distendersi del tempo,
Della desolazione sovrumana,
Del vacuo silenzio astrale.
II
Oltre il mare,
Oltre materne ed avide onde,
Che cullano soavi
Anime strette in comunione
Di un fragile pezzo di cielo,
Avvinghiate ad un sogno,
Avare della propria esistenza
Su un rugginoso barcone,
Lì dove la terra
Seppellisce le anime
Straziate dalla fede,
Arse vive dal focolare di sabbia
Che le protesse dalle ombre notturne,
Lì s'invoca il Signore.

In aule rette dal pallido acanto,
Rilucente su piedistalli
Avvolti d'avido incenso,
Chinan la testa sul marmo,
Davanti al Simulacro
Sovrano sull'arido Golgota.
Sollevasi un coro
Che sa d'umanità.

"Dov'è Dio?"
Dicono i muri della moschea
Crivellati dai proiettili.
"Dov'è Dio?"
Urlano le teste mozzate
Insepolte dentro il fosso.
"Dov'è Dio?"
Tremolano le labbra
Nere e peste di morte,
A quell'orfano figlio del fucile
Che stringe come un padre,
Sopra un mare di bossoli.

Il Figlio dell'Uomo:
Colui che tutti i cieli muove,
E' la mente di chi percuote la terra
Con le lacrime della sua esistenza;
E' il proiettile che solca l'aria
E' la carne, bianca d'innocenza;
E' il cavalcare del suo intelletto,
L'Arte, la Fede, il Progresso,
Il motore a scoppio, l'esplosione,
la Guerra, il Tradimento, l'Onore.
Il Figlio dell'Uomo:
L'Odio dalla Ragione.
III
Da un televisore
Brucian d'un algido alone
Storie estratte da un forno
Dove tormentano le anime.
Sollevano un grido,
Che ulula muto;
Ma chiudi gli occhi,
Ed è tutto passato.

E' tarda, la notte,
Tra i vicoli di Babilonia.
Come dei relitti,
I Patriarchi rigettano i sorsi
Allungati di siero
Da un vetro opaco;
L'eco per la desolata via
Di mille luci
S'amplifica
Con voci fraterne,
La pietra fondamenta di bugie.

Attraverso l'inchiostro
Per lunghe colonne
La parola si perde;
Prodotti di serie,
Come penne vendute,
Agili sul Giorno,
Numeri
Sviliscono
Con freddo inumano
E occhi di ghiaccio.

Mentre un cuore riposa
Guardando un cielo
Sgombro di nuvole,
Un cuore batte forte
Scalpita, grida, erra:
In una coltre di sangue rappreso.
IV
Morte.
A piedi nudi sulla sabbia,
Di corsa
dietro un muro nascosto;
Dalla trincea
scoppiano le bombe,
Pesta
il martellare del nemico.
In braccio,
l'unica cosa che ti separa dall'eterno:
una bocca di fuoco.

Labbra di pece
Abbraccian l'asfalto.
Lasciano, oltre alla vita,
I figli e i rimpianti.
Senza corone, non marciano a lutto
Dentro la bocca d'un umido cimitero;
I veri Sovrani invadono
Le macerie d'un paese straniero.

La colonna di fumo ascendeva ai regni celesti
E tacevano gli sguardi dei compagni
Arroccati tra le macerie.
I loro petti si gonfiano,
Il costato di suo fratello
E' livido di colpi;
I suoi occhi,
Inchiostro
Vitreo gelo,
Fissano i suoi
Abissi più neri.

Vorrebbe
Che il suo coraggio
Balzasse nella sua anima
Come un fulmine che percuote il silenzio.
V
E' tarda, la notte,
Per gli aridi declivi delle montagne
Dove una silente luna
Innalza l'ultimo canto
Al suo specchio
Di Terra.

Un padre, solo,
Un gregge di prole,
Figli
Immersi in un lago stantio
Fatto di pianto secolare,
Pallidi resti.

A cosa, o luna,
Devo questo dolore?
Forse ho peccato
Nella mia vita venale?
Forse loro
Senza più vita,
Figli della mia razza,
L'han meritato?
Dimmi, malvagia Sorte,
A cosa serve la vita
Se come lampo svanisce?
Questa non è Morte
Degna dell'uomo.

Vestito di ricordi
Il padre abbraccia i figli;
Dal mento argentato
Solcano preghiere
Il vento notturno.
Stringe all'arido petto
L'ultima luce:
Pallida desolazione
D'un muto inverno.
Brilla l'ultima alba
Di migliaia di splendidi soli.

A che piangi, Padre?
La Sorte non ha lacrime
Per i suoi figli.
Nasciamo, Patiamo, Moriamo.
Ma il Figlio dell'Uomo
Questa notte
Compirà il suo destino.
Nessuno più vedrà
La Luce che acceca l'Universo.
Osserva i miei occhi:
Non brilla scintilla alcuna,
Non m'avvampa il desiderio,
Non posso più uccidere
Non posso più odiare.

Perché tu piangi, Padre?
L'alba nascerà sul mondo
E l'uomo seppellirà se stesso
In una nebulosa di fumo;
Resterà una terra brulla,
E la Madre sorriderà
Sul deserto nucleare,
E la luce del Padre
Soffierà via
Le Ceneri Del Mondo.



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