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lavoro pubblicato mercoledì 5 ottobre 2016
ultima lettura sabato 10 ottobre 2020

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La Processione di Toni

di AlbioTibullo. Letto 514 volte. Dallo scaffale Umoristici

Toni si affacciò dalla porta, mostrando a tutta la via il suo cespuglio spumoso di capelli nerastri, e un bel paio di occhi grigi come le nuvole d'inverno, proprio mentre sua madre, da dentro casa, gli lanciava, urlando, un paio di imprecazioni ...

Toni si affacciò dalla porta, mostrando a tutta la via il suo cespuglio spumoso di capelli nerastri, e un bel paio di occhi grigi come le nuvole d'inverno, proprio mentre sua madre, da dentro casa, gli lanciava, urlando, un paio di imprecazioni bollenti come il fuoco.
-Toni, oh Toni!- iniziava lei, sempre così moderata -vieni subito dentro!
Sua madre era un donnone basso e possente, con lo sguardo di un basilisco e l'espressione acerba come le fragole in settembre, le mani ruvide e nerborute come quelle di un manovale, e un vocione possente come quello del cappuccino indiano arrivato in paese sabato l'altro, tale Frà Johnatan, alto e robusto come un armadio a quattro ante, e, come ci scherzavano su le suore della clausura acide come limoni, anche dello stesso colore.
Toni, però, alle grida della madre, non dava mai tanto ascolto: come quella volta che cadde dall'Ape di suo nonno Toni, che c'aveva ancora il bernoccolo. Però Toni era un ragazzone con la pelle coriacea e non s'era fatto nulla, oltre al bernoccolo e agli schiaffi di Mena. Era così forte lui, nei quasi due metri d'altezza, che il parroco, don Antonio, che lo vedeva sempre a messa la domenica, con quel cespuglione per capello, lo aveva chiamato un giorno in sagrestia per dirgli un paio di parole a quattrocchi.
E il ragazzo, che non era uno che si faceva mettere le mani in testa da suo nonno l'altro, Pino, che agli ecclesiastici, più che le litanie, ci tirava addosso le bestemmie e le miscredenze, decise così su due piedi di andarci, in sagrestia, quella domenica pomeriggio.
Il don, con due occhialini calati sul naso, in quel puzzo di incenso che pervadeva l'aria e a cui ci aveva fatto i polmoni, gli disse: -Che hai da fare tu, l'otto di Settembre?-, e Toni, che non c'aveva davvero mai nulla da fare, gli disse -No.-
-Bene,- continuò il parroco della Santissima Addolorata, -che la vuoi portare la Madonna a fare un giro per il paese?-.
Toni lo guardò proprio come guardava suo cugino Santo quando raccontava le sue avventure per le discoteche nei sabato sera, che gli sembravano sempre inventate, quelle storie.
-Ma, veramente per me va bene.-
E si strinsero la mano e tornarono ciascuno alle sue occupazioni: Toni a giocare a pallone per le strade (e a rompere i vetri delle finestre del vecchio ospedale abbandonato), e il don alle sue parole crociate, che c'aveva una definizione che non gli veniva proprio per la testa, che era tutta lucida al lume della finestra e senza manco un capello, e con la penna a sfera in bocca, a raccapezzarsi che cosa fosse quella sacrosantissima quarantanove orizzontale, una parolina di sette lettere che rispondeva al nome di lo è chi non vuole.
Era nolente, la madre di Toni, insieme al padre di Toni, e il fratello di Toni, che a fare il portatore dell'Addolorata Santissima proprio non volevano mandarcelo, e facevano tanto di muso che arrivava fino alla fontana della villa Sutta l'Arburi, che c'aveva quattro bocche, come la famiglia di Toni, e che sputava sempre acqua fresca per tutti, non proprio come la famiglia di Toni, che c'aveva sempre da ridire su tutto manco fossero loro, i parroci con le loro omelie.
Della madre sapevano tutti in paese, quanto fosse lingua lunga per esempio, e quanto avesse in odio tutti i vicini e tutti i concittadini, dall'ultimo poveraccio che andava a chiedere gli spicci all'uscita del bar, a Rocchetto detto Tricolore, il primo cittadino; diceva lei che non riusciva a distinguere quale fosse più straccione, se il mendico o il sindaco, che faceva pure rima, diceva sempre lei.
Aveva un paio di comari, con cui si sedeva nelle notti d'estate a guardare le stelle... ma che dico! a sparlare di chi passava, gettando per terra i gusci dei pistacchi della fiera, che avevano fatto, pensate un po', una montagnella lì lì sul ciglio della strada, e gli operatori ecologici, come li chiamavano i figli e le mogli, o gli immondezzai, come li chiamavano i figli e le mogli degli altri, avevano sempre un santo in bocca, quando si doveva passare per Via Mazzini.
La sera prima della processione, a tavola, Toni era seduto davanti a Mastro Rocco, che beveva vino manco fosse la sera prima della Passione di Cristo, e c'assomigliava davvero ad un apostolo, non si sa a quale, ma sicuramente ad un apostolo grassoccio, con quattro baffi, che ne aveva due sotto il naso e due sopra gli occhi, folti come un canneto ai lati d'una fiumara, e una tunica che era in realtà una canottiera, sotto la cui si gonfiava e si gonfiava ancora (che di sgonfiarsi non voleva proprio saperne), una pancia bella rotonda come un fiasco di vino, che ne aveva davvero molto, lì dentro. Era anche un uomo che, come scherzavano su quei cugini lontani che avevano litigato con la Filomena, la madre di Toni, somigliava ad un orso bello e buono, solo che un orso non portava la catena e l'orologio d'oro, che sono troppo pacchiani pure per chi l'ha fatti, e che gli orsi ogni tanto parlano, e parlano sicuramente più di lui.
Ma che ci poteva fare, Mastro Rocco, che non era mastro, se dentro era una personcina piccola piccola che non sapeva mettere due parole in fila? Faceva il maestro delle elementari, e quindi quelle due parole dovevano pure uscire, una volta o l'altra, ma, dato che insegnava matematica e faceva agli ometti coi grembiuli più paura dell'uomo nero, scriveva alla lavagna le equazioni e le operazioni in colonna coi problemi di geometria, e quelli facevano quieti quieti tutto il lavoro loro, e lui si sedeva alla cattedra a leggere il giornale. Però non rubava mica lo stipendio come gli altri colleghi, lui, anzi, imparavano davvero bene, quei fanciulli.
Comunque, la sera prima della processione della Santissima Addolorata, come dicevo prima, Mastro Rocco sedeva davanti a Toni, e a lato c'aveva Mino, coi suoi venticinque anni e una voglia matta di non far niente. Però era davvero bravo a briscola, e portava a casa i frutti del suo duro lavoro al bar: una cassa di birra nazionale, per esempio, o una cassetta di fichi d'india, che al bar della Chicca (di Francesca Esposito in Bulletti) si scommetteva più che ad una ricevitoria del lotto.
Era ignorante come un mulo, questo c'è da dirlo, però non mutava il quieto vivere, che non si deve mai mutare quello, e chi fa da sé fa per tre (così diceva, e lo lasciavano pure fare, il mascalzone!), però, nonostante fosse davvero una testa di coccio, aveva un parlare proprio veloce e malsano che sembrava tutto sua madre, e perciò parlava e parlava come un avvocato dicendo la sua su tutto quello che gli arrivava all'orecchio al bar. E gliene arrivavano delle belle opinioni, tra casa sua e il bar, tipo quella volta in cui... oh, ma insomma! Fatemi raccontare la storia di Toni, che di queste personcine ne conoscerete a bizzeffe, e magari ce ne sono pure accanto a voi!
Insomma, mentre mandava giù l'ultimo maccherone al sugo, che sua mamma, nonostante tutto, ne faceva di davvero buoni, gli venne in mente che doveva chiedere ai suoi genitori il permesso, che coi suoi tredici anni non era buono nemmeno ad andare a raccogliere le arance, senza il sì dei parenti, e allora, mandando giù quel maccherone con due dita di vino (che fa sangue), disse, con una vocina leggera leggera e con una scintilla di coraggio: -Mamma, Papà... che ci posso andare io domani alla processione dell'Addolorata?
Sua madre s'era già alzata a lavare i piatti, però non ci trovava niente di male, a far uscire suo figlio, che magari anche lui sarebbe cresciuto per bene in paese e non avrebbe fatto storie, come i figli delle altre sue comari, che volevano tutte scappare di là manco ci fosse il colera.
-E che ci mancava, bello mio?
Toni, allora, fece un sospiro di sollievo, soprattutto quando suo padre, che un po' di paura gli faceva anche a lui, fece di sì col capo.
E ora mancava suo fratello, che si stava sbucciando una mela, che sembrava, per il modo di fare lento come quello di un capofamiglia, il più anziano e saggio, lì dentro... che poi, pensate un po', era strano, lui, che cambiava sempre modo di essere ogni volta che lo si vedeva, per quanto era vagabondo, però c'aveva sempre da improvvisare manco fosse a teatro!
-No, te non ci vai alla processione.
-Ma come!- sbottò d'un tratto Toni, che non gli pareva vero -perché non posso?
-Vai a fare che, alla processione?
-Beh, dovrei fare il portatore...
-Il portatore!- e qui una parolina di stupore, -ho un fratello religioso!
Filomena si voltò nonostante stesse lavando i piatti, che era così brava e stagionata che sciacquava e puliva manco fosse una macchina.
-Il portatore?
Allora Toni, che sembrava anche lui quasi un avvocato, si mise a dire perché voleva fare il portatore (che è uno di quei corpi speciali che portano la statua della patrona a fare la processione), che non era una cosa fatta così per piacere agli altri, ma che anzi, era come se fosse diventato ad un tratto più buono, e che doveva farlo perché, tra le altre cose, aveva fatto un voto all'Addolorata, la patrona.
A quel dire suo fratello Mino si mise a ridere e a prenderlo in giro, dicendogli che era diventato come sua nonna Grazia, che, poveretta, per l'età e la malattia s'era messa a collezionare santini come se fossero figurine dei calciatori, tanto che le scambiava e le metteva in pegno (che in fin dei conti, diceva lui, tutti a una certa età torniamo bambini), e che teneva addosso un mucchio di rosari tutti perline come se fosse lei stessa, che era pure vestita di nero, la statua della Santissima Addolorata, e che inoltre la religione erano tutte cose inventate dalla chiesa per mangiare alle loro spalle.
Ormai era inutile dire altro, perché suo papà s'era andato a coricare, che non voleva saperne niente perché lui portava il da mangiare a casa, e sua madre diceva che forse aveva ragione suo fratello, che Toni era troppo piccolo per fare il portatore (e che se moriva schiacciato? Addolorata Mia!) e che niente, non poteva. Intanto suo fratello se la sghignazzava tranquillo, e sbucciava e sbucciava questa mela che non finiva mai.
Quella sera era una bella serata per il paese, che silenzioso si preparava alla festa sotto un cielo bellissimo fatto di stelle e senza manco una nuvola, al contrario era una serata nuvolosissima per Toni, che guardava dalla finestra e che poi tornava a letto a mettere la testa sotto il cuscino, che si metteva a leggere e poi lanciava il libro contro il muro, che si metteva a disegnare con le matite e che le spezzava come fossero grissini, che guardava la televisione e che poi... no, forse era meglio che non facesse nulla, con la televisione!
Eppure, il giorno, in quella veglia che non portava nient'altro che rabbia, era arrivato.
Era l'otto di Settembre, ed era una giornata che sembrava fatta apposta per andare a spasso per il paese in cerca di qualcosa da fare, e che avrebbe visto Toni tutto affaccendato con la bandana nera del comitato della parrocchia ad asciugarsi il sudore... se solo suo fratello non avesse fatto la morale!
Ma che gli costava? diceva tra sé Toni, che gli rode il fegato così tanto della religione? Non ci deve mica andare lui, a faticare sotto il sole! (E che poi, se ci voglio andare io, che gli importa?) Che male ha mai fatto una santa? Che male ha mai fatto una processione! C'ha forse le tarme, quella statua? Mah! Io proprio non lo so! E' che senza le tradizioni non andiamo da nessuna parte! E come lo dice, quello scemo di Mino, quando mangia le zeppole al caldo di casa o mentre condisce il pane con la nduja, o mentre si mangia le zeppole che fa mamma! Solo quando gli fa comodo tira fuori le tradizioni! Ma glielo farò vedere io, a quel figlio di buona donna di mio fratello!
E Toni, con tutto il coraggio che c'aveva in corpo, che era davvero tanto (e in effetti, per quanto era alto, ce ne stava davvero tanto di coraggio, in quel corpo), si mise addosso i vestiti e uscì dalla porta di casa veloce veloce, ma non abbastanza per non sentire sua madre gridargli addosso:
-Toni, oh Toni! Vieni subito dentro!
Come se stesse scappando dalla prigione di Palmi, Toni si mise a correre al sottofondo delle grida di sua madre, che, guarda un po', sembravano davvero le sirene di un carcere di massima sicurezza, sirene grosse e massicce che sbraitavano al suono di -Toni! Oh Toni!
Suo fratello, fortunatamente, non c'era proprio in casa, e Toni... beh, Toni non poteva che esserne contento, mentre intanto correva come un ladro verso la chiesa: aveva da fare il portatore, lui.
Fin da fuori la chiesa dell'Addolorata, che tutti chiamavano la chiesa Matrice perché la più grande e la più vecchia, era piena così di gente che si accalcava da ogni parte, tanto che tutte e tre le navate erano piene: stavano tutti malamente attaccati uno all'altro, sudando come se fossero in spiaggia a metà Agosto, aggrappati come cozze ai muri, mentre altri si reggevano con le colonne, che le gambe gli cedevano, altre, di solito donnone con tanto di foulard, sventolavano tanti di quei ventagli che sembravano pavonesse tutte accaldate, altri ancora incominciavano lentamente a svestirsi, fino a rimanere in camicia, ch'era tutta chiazze di leopardo.
Don Antonio, con la veste buona e i paramenti ancora più buoni, camminava su e giù per la sagrestia, insieme al diacono, che gli completava, calmissimo, le parole crociate (e che pure gli aveva finito un sudoku!), e ai chierichetti, che si annoiavano in gruppo, perché annoiarsi in compagnia è sempre meglio di annoiarsi da soli: e così in compagnia facevano tutte le antiche generazioni di giovanotti che ora non avevano più le gambe robuste di un tempo per fare i chierichetti o per giocare a pallone, e che perciò una gamba in più, come disse la Sfinge, non fa mai male, se vai verso il tramonto.
Toni entrò correndo nella sagrestia, come un Arcangelo Gabriele a dare la buona notizia, ma senza ali, solo con le gocce di sudore e un sorriso stampato in faccia che davvero rallegrava la giornata.
Don Antonio alzò lo sguardo su quella figura angelica, e anche a lui gli spuntò un sorriso (che però, a dir la verità, faceva proprio paura), e con fare veloce mandò ognuno ai posti di combattimento, che più che un parroco sembrava a tutti un generale con tanto di gradi, e che, invece che alla processione, sembrava ci si preparasse a muovere guerra ai paesi vicini.
Toni, dal canto suo, era prontissimo, e quando finalmente portò fuori quella statua, che, per la miseria! era davvero pesante, si sentì come se tutti quegli applausi che la folla faceva, tutti quei sorrisi di gioia che nascevano come non so cosa, fossero tutti per lui, che invece era lì sotto, con un sorriso parimenti luminoso, e che, pensava lui, quasi si metteva a piangere, per la commozione.
Ed ecco che, invece di colombe che si lanciano in aria, una lunga serie di palloncini di mille colori si sollevò contro un cielo arancio che di così belli nemmeno nei dipinti, e ancora applausi e applausi, e il boom boom di certi fuochi d'artificio sparati a mezz'aria, e le luminarie, che, se spente sembravano scheletri, alla luce di centinaia di lampadine erano tutt'altra cosa, e tutt'altra cosa davvero era la banda che suonava a festa, e la gente che dai balconi gettava giù petali di rosa per sorridere quell'inconsolabile Addolorata che piangeva e piangeva ancora, e il coro della chiesa che da dentro litigava con la melodia della banda, e tutto quel tripudio era bellissimo, bellissimo.
Con quel peso sulle spalle, l'intero tragitto per il paese non fu, come pensava Toni, tanto difficile, anzi, vedere tutti quegli occhi puntati addosso, invece che farlo piccolo piccolo, lo rendevano davvero grande, e felice, ecco, davvero felice, e poi, le stradine del paese in festa, che sembrano ruderi tutto l'anno (e che, a rigor del vero, forse lo erano seriamente) ora erano quantomeno vivi, vivi davvero, e la felicità era qualcosa che si poteva tagliare col coltello, manco fosse tensione, anzi, era proprio magnifico come si fosse trasformato il grigiore in gioia, in poco, davvero poco, in quella magnifica festa di paese, e sembrava che il cuore delle vie battesse più forte.
E quando ormai scese la sera, Toni, insieme agli altri portatori, che erano uomini belli, fatti e devoti, riportarono la statua lì al suo posto glorioso, a vegliare ancora su tutto il paese, che ne aveva bisogno, e persino don Antonio, che ora girava e salutava con tanta gioia tutti, mostrava la giocosità di un bimbo d'asilo, e sembrava che un paio di bicchieri di vino schietto li avesse bevuti anche lui, tanto che Mastro Jena, che non aveva quel nome a caso, sosteneva che s'era scolato, per la contentezza, tutta la riserva del vino benedetto, almeno finché Toni gli disse di no, ch'era felice.
Però, bisogna dirlo, alla grande cena che seguiva la processione, c'era davvero tutto il paese, soprattutto quella parte troppo anziana che non c'ha più forza nelle ossa delle gambe per fare la processione, ma che in quelle della mandibola c'hanno tutto il vigore di questo mondo, come d'altronde ce l'avevano davvero tutti, il vigore, nel mangiare, quella sera. Ed era così che nella piazza enormi tavolate si stendevano ovunque, e gente che serviva pasta direttamente dalla pentola, che era tutta piena di sugo di carne, mentre altri mandavano giù bicchieroni di birra (che c'era lo sconto alla bottega di Zito Mastroni) e altri confabulavano, tanto per cambiare abitudine, che in paese non fa mai male, e su un palchetto intanto alcuni giovanotti e un paio di anzianotti di belle speranze andavano ad accordare la lira e la chitarra battente, che il comune li aveva chiamati per far ballare tutti a suono di tarantella, e persino i vecchiastri, che dalle dieci di sera incominciavano a fare il muso, furono contenti di fare due salti così per scherzo, e tutte le ossa ballavano con loro.
Toni, però, ce l'aveva ancora con suo fratello, che non gli aveva dato il permesso di andare a fare la processione, anche se, più che rabbia, era un po' paura: sì, perché i suoi due metri ce li aveva anche suo fratello, e ci teneva anche le spalle più larghe, e due manone da averci paura. Forse per casualità, passò davanti a lui, in quel momento, Mino con la combriccola, che era tutta una masnada di nullafacenti, tipo Menico di zia Cetta, che aveva lavorato una volta con suo nonno, ma poi l'aveva cacciato a pedate dalla campagna quando l'aveva beccato a fare cose losche con una del paese, che era pure di famiglia rispettabile, pensate voi! Poi c'era Nino, che era una brava persona che giocava le schedine, lui, con tutti i sistemi per vincere al videopoker del bar, e le mani di velluto tali che sfilava dalla borsa di mammà sempre un cinquantino per giocarselo, quel guascone, magari insieme a Edgar, che invece non giocava, no, però era bravo col contrabbando... e non vado oltre.
Toni si avvicinò a Mino, e lo chiamò, allontanandosi verso una stradina scura, che aveva i lampioni che non funzionavano, perché non c'erano fondi, diceva il sindaco.
-Oh, che vuò?- -Ce l'ho fatta, la processione- -Embè?-
E Mino, che faceva il duro perché c'aveva appresso gli amici, spiegò a suo fratello che a lui non gliene importava proprio niente di quello che faceva, e che poteva fare tutte le processioni del mondo pure fino alla madonna di Polsi e quella di Lourdes, che a lui non dava fastidio, e poi, si allontanò con la sua combriccola di masnadieri che faceva proprio paura, senza spiegare niente più.
Toni, che ora aveva il cuore bello leggero e senza pensieri, come fa proprio chi non ha pensieri e giustamente vuole complicarsi la vita e l'anima, andò a cercare Iole, che, come sempre, lo aspettava all'angolo tra piazza Garibaldi (non quello dove giocava suo nonno Nuccio, vicino alla fontana rotta) e via Friuli, che, coll'umidità che ci faceva lì in mezzo, tra quelle due file di case tutte strette l'una sull'altra, col Friuli centrava poco.
Con Iole, ci pensava Toni, lui ci stava proprio bene, e tutte le preoccupazioni di scuola o di chicchessia sparivano come se fossero arance in una campagna senza recinzioni, che se le rubavano; era una ragazzina proprio per bene, figlia di Gianni e della signora Maria, che erano brave persone, e anche lei era una figliola tutta a modo, che non aveva mai manco un capello fuori posto, e con Toni non faceva mai cose sconce da sbattezzati, ma davvero sembravano fratello e sorella, tanto erano attaccati, e parlavano di notte, sì, perché si vedevano sempre di notte, che lo sguardo del paese è sempre crudele, che le anime mediocri, quando non c'hanno da parlare male di chi vogliono male, devono per forza farlo pure con gli innocenti che gli capitano davanti. A Iole la cosa non le faceva davvero né caldo e né freddo, ma a Toni, che c'aveva la madre tra quelle povere anime del Purgatorio, sapeva bene che volesse dire avere il nome antipatico all'intero paese.
Ora, ad un paio di vicoli di distanza dalla piazza, dove si faceva ancora festa che pareva Pasqua a suono di ballate, Toni e Iole camminavano ancora, mano nella mano, e parlavano e parlavano, e guardavano le stelle, e non si davano baci, no, ma preferivano il silenzio di quelle vie, così antiche, con quelle case che metà sembrano per cadere e metà sono già cadute, e ci stanno le edere che se le mangiano intere, e le finestre rotte che hanno più occhi dei gatti neri che passeggiavano tra le tegole tutte sconquassate dalla pioggia e dal vento, e le grondaie, e i portoni coi gradini di pietra, e tutti quei mattoni che sembravano tantissimi.
Poi, alla fine della via, c'era un balcone tutto arrugginito che dava su una piana fatta di ulivi, di aranci, di tetti di case, di lumi, di strade, e che finiva nel mare in un golfo che pareva che l'abbracciasse, quella immensa distesa di blu, e Iole, prendendolo per il braccio e stringendosi a quel suo ragazzone, all'orecchio gli diceva che voleva andarsene da quel posto, che non si fa mai niente, e che, se non si ammazza o si arresta qualcuno, prima o poi si finisce per essere dimenticati, insieme a tutto il sud, che non si può fare quello che si vuole, mentre al nord, diceva lei, tutto era diverso, e si lavorava, e si usciva, e si vedeva gente, e ancora di più lei si stringeva al braccio di lui, con la testolina dai capelli neri, con due grossi occhioni marroni come la sabbia, e che ogni tanto chiudeva per sognare, e lei diceva ancora che qui andrebbe portata la civiltà, che loro non la sapevano fare, e che l'unica storia che spettava a quella sua terra natale, era la morte; ma Toni, che c'aveva entrambe le braccia poggiate sulla balaustra rossa di ruggine, come un papa, guardava giù per la piana, e anche lui pensava, e lasciava che la sua mente si perdesse nella calma della notte, che ancora la sua terra, diceva lui, ne aveva da raccontare, di storie.
E la storia di un paese come il mio, scriveva lui, un paio di anni più in là, è quella invisibile agli occhi di chi non ci ha mai vissuto, quella silenziosa per chi non l'ha mai ascoltata, e quella impalpabile, per chi non ha mai allungato una mano per carezzarla.

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