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lavoro pubblicato mercoledì 5 ottobre 2016
ultima lettura martedì 13 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Le Madri - Parte VI (Finale)

di VinceRobertson. Letto 474 volte. Dallo scaffale Umoristici

Un giorno, per colpa di una battuta presa alla lettera, un ragazzo si ritrovò con un potere tanto grande quanto imbarazzante: il potere di trasformare tutte le donne in sua madre. Questa è la sua autobiografia, unica e vera testimonianza del disastro..

12

Quel giorno fui torturato per ben trenta volte.
Mi legarono e, tenendomi gli occhi aperti, mi obbligavano a guardare tutte le donne/cavie che mi mettevano davanti, separate da un vetro isolante. Neanche loro sembravano molto contente di trovarsi lì.
Il b-b-balbettante dottor Camus rimase molto deluso dai risultati dato che, ovviamente, mi innamorai di tutte e trenta le cavie. Persino di quella sostenitrice della terra piatta.
Forse era per via dell’ambiente, ma quel giorno mi accorsi di quanto fosse stancante innamorarsi di così tante persone e vederle diventare mia madre.
La testa bruciava e il mio petto rombava ritmicamente consumandomi le costole. Mandai affanculo il dottore e i militari almeno un centinaio di volte, urlai fino a perdere totalmente la voce.

Il secondo giorno parlavo come Christian Bale in Batman Begins e respiravo come un fumatore asmatico.
Questa volta il dottore decise di cambiare l’approccio: niente vetro tra me e le donne. Ciò poteva darmi la possibilità di bestemmiare anche contro di loro.
La mia relazione con le prime cavie di quella giornata fu abbastanza prevedibile e ordinaria: io apro gli occhi, lei si trasforma, io ho una fitta, lei parla come mia madre, io le dico “non sei mia madre”, lei lo nega, io inizio ad annoiarmi, lei continua, io scoppio a ridere, lei viene portata via.

Poi arrivò la cinquantatreesima cavia.

Come al solito, io ebbi i soliti dolori e le solite reazioni e lei, come al solito, iniziò a comportarsi come mia madre, ma con una piccola differenza.
Forse era la somiglianza, forse era il mio allenamento, ma quel clone parlava in modo quasi sensato. Le sue frasi erano un po’ più logiche e realistiche di quelle degli altri, il suo comportamento più naturale.
Potevo dialogare invece che parlare a sprazzi.
- Francesco perché sei legato a quella sedia? -
- L’esercito falsa mamma, l’esercito… -
- Falsa mamma? Cos’è, hai trovato un nuovo modo per insultarmi? -
- Oh Gesù … -
- Non ti è bastato farmi fare quella figuraccia al supermercato tredici anni fa? –

Mi ricordavo del supermercato. Ero piccolo e le stavo chiedendo di comprarmi non mi ricordo quale giocattolo strattonandola davanti alle sue amiche e attirando l’attenzione di tutti. Gli altri bambini invece erano tutti molto più educati e tranquilli di me.
Mia madre non faceva altro che ricordarmi di quella storia per farmi capire che ero troppo viziato.
Aveva ragione, ma mi metteva così tanto a disagio da farmi sempre affermare il contrario.
Sempre.
- Dici quando volevo quel giocattolo? – chiesi abbassando la voce.
- Certo, sei sempre stato così egoista e viziato -
- Forse hai ragione … -
- Beh, mi sembra – si fermò. Era letteralmente immobile. Continuai a guardarla e la incalzai:
- Ero decisamente viziato da piccolo -
Cadde a terra.
Prima tremò, poi iniziò a vomitare fiumi di non so cosa. Il tremolio nascondeva timidamente la metamorfosi che stava avvenendo: i suoi capelli diventarono rossi, le sue gambe si accorciarono e i suoi grugniti cambiarono di tono.
Mi alzai, guardai verso di lei e vidi per la prima volta una donna che non era mia madre.
Era la stessa estranea di prima.

Epilogo

Cerchiamo di essere sinceri: nessuno, nel profondo, crede di essere nel torto. Viviamo in noi stessi da sempre e tutto quello che ci circonda è per forza in relazione con il nostro punto di vista. Ciò che è dentro di noi, oltre che assoluto, è giusto e vale per tutti.
Mia madre ha sempre avuto un carattere opposto al mio e spesso non si è dimostrata all’altezza del suo dovere; ma io, la “vittima”, non ho fatto altro che bastardate nei suoi confronti. L’ho sempre ingannata e incolpata, e non ho fatto altro che peggiorare il nostro rapporto per il semplice gusto di avere ragione. Una ragione abbastanza stupida e fine a sé stessa.

L’esperimento del secondo giorno ci aveva fatto trovare una soluzione al problema ma, ovviamente, per me non era ancora finita. Ero pur sempre la merda del primo capitolo.
Quello che avevo fatto con la cinquantatreesima cavia doveva essere fatto con tutti i cloni in circolazione.
Secondo le stime dell’esercito, erano circa 1200.
Gesù, non me ne ricordavo così tanti. Avevo solo fatto il grosso errore di non chiudere gli occhi in una delle strade più affollate di Bari.

Oggi sono passati ben due mesi da quella scoperta e i miliari non hanno ancora trovato tutti i cloni. Come ben sapete non è molto facile: molti di loro sono organizzati in gruppi armati e col tempo hanno imparato anche a nascondersi come si deve.
A partire da domani dovrò rifare lo stesso dialogo della cinquantatreesima con tutti gli altri cloni.
In vista dell’occasione, lo staff dell’accampamento ha deciso di imbottirmi di cibo, come il primo giorno. Ma non ho molto appetito, sapete com’è, devo sostenere un colloquio imbarazzante per altre tremila volte. Tremila, non riesco ancora a crederci. Tre-mi-la. È la cosa più assurda che si possa pensare. Cerco di pensare alla mia città priva di mura e priva di mia madre. Penso che dopo tutto questo andrò a trovarla e cercherò di risolvere anche con lei la questione. Certo, io non credo nell’assolutezza della figura materna dato che, come tutti, non ho deciso io di nascere da lei, ma il caso mi ha portato qui e non posso ignorare quei minuscoli sentimenti che mi legano a lei. Non potendo eliminare il rapporto, devo migliorarlo.

Chiudo qui questo racconto; spero di riuscire a convertire tutti i cloni al più presto per privare finalmente questa città delle mura che la opprimono.
Conoscendomi, non sarà per niente facile.
Sono pur sempre un vegetariano in un mondo di panini al prosciutto.




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