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lavoro pubblicato lunedì 3 ottobre 2016
ultima lettura martedì 27 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Crepuscolo

di Tommasoo. Letto 497 volte. Dallo scaffale Generico

Un uomo cerca di convincere tutti i lettori di non essere pazzo, ma quando inizia a cercare una donna vista in un sogno, si rende conto del fatto che nessuno gli crederebbe.....

1

Successe proprio quel giorno, come fosse una chiamata del destino o non so cos’altro. La stranezza, penso io, è che non era una giornata particolare, non sarebbe dovuto accadere nulla di insolito, e invece, come un assurdo scherzo, la incontrai. Come ho già detto, era tutto normale, assolutamente uguale ai giorni precedenti: la quotidianità non era stata spezzata da alcunché. Le ore erano passate lentamente e inesorabilmente su quell’orologio appeso in salone, ormai vecchio, non funzionante al meglio e non abbastanza preciso come avrebbe dovuto. Io, coricato sul divano, guardavo la televisione come facevo sempre, non prestando attenzione però alle parole dei conduttori, degli attori, delle star, vedendo schizzare quei frame veloci come il vento, senza rendermi conto del tempo che passava o di qualunque altra cosa. Ora, se voi chiedeste di me ai miei nemici, vi direbbero che ero pazzo, rinchiuso in un limbo in solitudine, e che forse io mi ci ero voluto chiudere da solo. Balle, nient’altro che balle, dico io! Date ascolto a me: io non ho mai perso di vista il mio mondo, me ne discosto solo quando guardo la televisione: quelle immagini hanno quasi un effetto soporifero, mi trasportano da qualche altra parte, ma non so bene dove; però non importa: io non sono pazzo, io ho il controllo di me stesso e, ve lo giuro, io l’ho incontrata. I miei nemici vi direbbero anche, a sostegno della loro tesi, che la mia casa è in disordine, molto in disordine. “Un bordello”, la definirebbero, conoscendoli. Ma vi ripeto, non date loro ascolto: loro sono contro di me, è normale che dicano tutto questo a mio discapito. Io sono sempre stato un tipo disordinato, solo che, da quando tutti sono andati via, non ho più saputo da dove cominciare. Se pulivo da qualche parte, immediatamente, ovunque mi girassi, trovavo disordine, sporcizia, e mi sono semplicemente rassegnato: è un difetto che ho dalla nascita, quindi questa osservazione non può essere usata contro di me. Anzi, credo di aver guadagnato un punto: vi ho dimostrato che stanno sbagliando, il ché dà meno credibilità a loro piuttosto che a me. Ho detto che “tutti sono andati via” e sicuramente ora vi starete chiedendo che significa questa affermazione. Ve lo spiego subito, facendo una sintesi di tutti i fatti, proprio come l’ho raccontato ai miei nemici.

Mia madre mi ha lasciato appena sette mesi fa (credo), ma non gliene faccio una colpa, perché non ha scelto lei di andarsene. È stato il nostro Signore grandissimo a chiamarla e io l’ho perdonato. Sapete, mi ha detto proprio lei questa cosa, prima di partire; io non ho mai capito a pieno, ma mi accontento e, dato il mio desiderio di raccontarvi tutto, affinché anche voi vi schieriate con me, ho trascritto queste parole più o meno come me le riferì lei. Dopo un po’, però, è tornata da quel posto lontano e si è chiusa nella sua camera da letto. Lei è davvero una donna speciale, l’unica che mi sia sempre stata accanto, nei momenti brutti e in quelli buoni, senza mai venir meno al suo compito. È sua questa casa, sua e del suo bravo compagno (non so che fine abbia fatto), e perciò un po’ mi dispiace che sia finita così, sporca e non curata, ma vi ho già spiegato che non riesco a pulirla da solo, troppe cose da fare.

Mio padre? Mio padre io non l’ho mai conosciuto, quel bastardo. Dai racconti della mia mamma, se n’è andato prima che io nascessi… più precisamente appena saputo che io sarei venuto alla luce. Avrei tante cose da dire, tanti insulti da rivolgergli, ma non mi sembra il luogo adatto. Di lui so solo che aveva “dei bei, lunghi, capelli biondi”, sempre dai racconti di mia madre, che ultimamente non ne parla più molto, chissà perché…

Spesso vado a chiamarla nella sua stanza, ma di solito lei non mi risponde; solo alcune volte, la voce impastata dal sonno, sibila parole incomprensibili e io la lascio dormire. Non so che malattia abbia la mia mamma, ma nessuno ha voluto curarla; mi dicono tutti di lasciar perdere, o che dovrei essere io a farmi curare; io però sono sano come un pesce, quindi non capisco proprio perché dovrei farmi vedere da un medico.

Sono molto in pensiero per lei, non potete immaginare quanto, quindi, se potete e avete voglia di aiutarmi, ecco il mio indirizzo: Via Napoleone 78, Bolzano; è quella piccola villetta bianca, con il giardino incolto (mi scuso in anticipo, ma vi ho già spiegato il mio problema), la riconoscerete sicuramente: entrate, non fatevi problemi a tirar giù la porta – la mia mamma mi perdonerà – e bussate alla porta della sua camera. E’ l’ultima porta a sinistra, proprio in fondo al lungo corridoio: bussate e, se vi risponderà, riferitele le mie parole; se dorme invece lasciatela riposare e non azzardatevi a entrare, perché se lo scopro vi faccio a pezzettini così piccoli che non riusciranno nemmeno a rimettervi insieme. E’ davvero molto stanca, mia madre: mi scuso in anticipo per qualunque intoppo, ma vi prego di portarle il mio messaggio, se potete.

Avevo anche degli amici, una fidanzata, ma loro sono andati via in fretta, in un periodo imprecisato della mia esistenza. E’ stato come se fossero spariti tutt’a un tratto: un giorno c’erano, l’altro non più. Ho ricordi dei miei compagni: prima sui banchi di scuola, poi nelle discoteche, poi – “puf” – nient’altro. La mia fidanzata invece è rimasta per più tempo: un giorno però abbiamo litigato ed è sparita anche lei. Era bellissima: capelli castani, lunghi, curati, il viso allungato e la pelle chiara come quella di un angelo: come era bello toccarla, parlarle… ora non ricordo nemmeno perché abbiamo litigato.

Tornando al mio racconto e al mio “alibi”, anche se non sono sicuro si possa chiamare così, voglio raccontarvi dall’inizio tutta la storia.

2

Ho cominciato questa lettera illustrandovi come tutto fosse cominciato: in un giorno normale, come tutti gli altri, io vedo le ore passare davanti a una televisione, un dispositivo anche abbastanza datato per il tempo in cui vivo; è infatti una semplice scatoletta, di quelle che c’erano un tempo, senza nessuna “porta” importante, come le HDMI. Ho pregato più volte mia madre di comprarne un’altra, ma lei ha sempre rifiutato la mia proposta. Dovete sapere anche che io sono un grande appassionato di tecnologia: computer, cellulari, conosco tutto grazie alle riviste di tecnologia informatica, ma non ne sono mai venuto a contatto di persona, a causa (o grazie a, come correggerebbe la mia mamma) della situazione economica della mia famiglia. Siamo infatti delle persone non proprio agiate, ma ce la caviamo: vado sempre a fare la spesa, compro il necessario e preparo da mangiare, ma i soldi piano piano stanno finendo e non so come fare per guadagnarne altri; a proposito, la mamma non mangia da tanto tempo, dice sempre di non avere fame (forse per la sua stanchezza), e vi chiedo aiuto ancora una volta: se c’è un dottore tra voi, questa potrebbe essere un’informazione importante, credo; la mancanza di appetito di mia madre mi sembra molto strana.

Lascio scorrere la scia dei miei pensieri, quindi scusate per questi flussi di coscienza, ma vi prometto di essere il più conciso possibile. Tornando a noi: la stranezza arrivò al crepuscolo, quando decisi di ritirarmi nella mia camera da letto (forse la stanza più pulita tra tutte, perché non ci passo molto tempo dentro). Ora, non so nemmeno se chiamarla stranezza, ma mi pare molto strano che una donna sia venuta a visitarmi nella notte senza che noi ci fossimo mai incontrati; preferisco però credere che sia opera del destino, che sia stato lui a farci incontrare; ora purtroppo non potrò vederla mai più… Diedi la buonanotte alla mia mamma, sussurrandole una canzoncina che lei mi cantava sempre quando ero piccolo, e andai a dormire anche io. Normalmente non riesco a dormire, sopraffatto da incubi dove i mostri e il male regnano, e sono tentato di chiamare mia mamma nell’altra stanza: so però che lei sta riposando e quindi non la sveglio. Quella notte però, nonostante tutto, incontrai una ragazza, una donna tanto bella da non poter essere reale. Non riuscirei a descrivervela, quindi lascio spazio alla vostra immaginazione: la ragazza che vidi è quella che adesso vedete nella vostra mente, la più bella forma di vita mai esistita. Io, dapprima immobile di fronte a lei, mi avvicinai pian piano, attento a non spaventarla. Intorno a noi era nero all’inizio, poi tutto cominciò a riempirsi di colori, fino a formare i contorni di una città che non avevo mai visto di persona, ma che riconobbi subito: il Colosseo, di incomparabile bellezza, ci si stagliava contro. Roma, la capitale, mi si presentò idilliaca, se vissuta con lei. Continuai ad avvicinarmi, le offrii la mia mano e lei mi guardò dritto negli occhi: vi prego di pensare a questo momento con la massima concentrazione, di farlo vostro, perché è l’unico, il solo modo per poter descrivere quello che i miei nemici chiamano “sogno”. Io so che quello non era solo un sogno, era la manifestazione della realtà, di quel destino di cui la mamma mi aveva parlato tanto…

Accettò la mia mano e quello fu un momento di Paradiso: ci dirigemmo verso il parco, costeggiando il grande anfiteatro. Non c’era nessuno oltre noi due che, tenendoci per mano, camminavamo. Facemmo il giro del Colosseo, poi ci allontanammo verso la città. Fu durante il percorso che ci rivolgemmo per la prima volta la parola; fu lei a fare la prima domanda, guardandomi con i suoi limpidi occhi (non dirò il colore, altrimenti si spezza l’incantesimo) e, sorridendo, lasciava intravedere denti lucidi e bianchissimi. Mi disse: «Come ti chiami?», con una voce che poteva eguagliare quella degli angeli.

Io dissi il mio nome, lei disse il suo, e da quel momento non riuscimmo più a smettere di parlarci. Ci raccontammo tanto, tanto di noi, e riuscii più volte a farla ridere, padrone di quell’innocenza che mi aveva sempre contrassegnato e che forse aveva fatto innamorare la mia prima fidanzata di me. Un grande traguardo sentire la sua risata, e sapere che ero stato io a provocarla, a far scaturire la sua felicità, anche se solo per quel brevissimo momento. In fondo però che cos’è la felicità, se non un insieme di piccoli momenti, solo di momenti, in cui si scorda il dolore?

Ecco, non oso dire che il dolore era distante anni luce da quella Roma magica, mentre ero con lei e lei era con me. Poi però, un istante dopo, mi ritrovai nel mio sudicio, insulso letto.

3

Come poter dimenticare il suo sorriso, il suo respiro sulla mia pelle? Come poter pensare che quello era solo un sogno, solo una fortuita immagine nella mia mente? Sicuramente, certamente, non poteva esserlo, e ho i miei motivi per ritenere che quella donna, la mia donna, sia reale. Più reale in realtà di tutto ciò che abbia mai visto, vissuto. Il suo viso è impresso nella mia mia mente e continua a sussurrarmi: “Cercami, io sono qui. Devi solo trovarmi”. Ora, ditemi, dopo avervi descritto quello che io ho visto, come potreste accettare che qualcuno vi dica che niente di tutto ciò è reale?

Fortunatamente, i miei nemici ancora non esistevano, ero solo, ma non più completamente. Lei era con me, dovevo solo trovarla, a tutti i costi. Ora anche voi mi credete pazzo, ma non lo sono: mi rendo conto solo ora di quanto sia inutile questa lettera, perché non mi crederete su nulla, nemmeno sulla mia povera mamma, ma non posso far altro che concludere. Non ho più intenzione di difendermi, o almeno non direttamente. Farò in modo che con il mio racconto vi convinciate che ho ragione, senza più alcuna richiesta.

Ho già detto quanto per me quella donna sia reale, ho già detto cosa ne pensano i miei nemici ma non ho detto perché io penso tutto questo. Vedete, il problema è che non potevo accettare che quella donna non fosse reale per via della mia solitudine: mia madre era malata in un letto a casa mia, senza mangiare né bere, e io passavo le giornate davanti alla televisione, unica amica. Lei, unico bagliore di speranza, si era presentata in un sogno, ma non come un sogno. Io sono ancora fermamente convinto che lei sia una realtà, anche dopo le balle che ho sentito dire dai miei nemici. E, vi prego, credetemi: io non sono pazzo! Cosa feci, vi chiederete. Ebbene, feci l’unica cosa necessaria per trovarla: andare a cercarla. Raccomandai alla mia mamma di mangiare, di bere qualcosa, e partii, lasciando la casa in quel modo, sporca e vecchia, in cerca della luce. Fu forse la prima volta che feci un torto a mia madre: pensai in quel momento, accecato dall’amore, che poteva resistere: non mangiava, non beveva spesso, ma se la sarebbe cavata. In effetti più volte avevo pensato che mia madre soffrisse in realtà di una grave forma di sonnambulismo, per cui di giorno dormiva e di notte si rimpinzava di cibo, ma non so se esista una malattia del genere.

Presi il primo treno per Roma con gli ultimi risparmi e mi recai lì, proprio al Colosseo, dove ci eravamo incontrati la prima volta. La cercai, chiesi in giro, ma nessuno seppe darmi una risposta. Sembravano davvero confusi, infastiditi, come se mi credessero “pazzo”, ma probabilmente ora sto diventando paranoico; devo sforzarmi di contenere tutto ciò e di arrivare al punto. Lei, la donna della mia realtà, non c’era. Ma quella Roma non era quella del mio “sogno”, come insistono a chiamarlo: era inquinata, sovrappopolata e sporca, non certamente magica. Capii a quel punto che non era lì che avrei dovuto cercarla e, per destino, lei apparve. Apparve quella notte, tra le nuvole tempestose del cielo di Roma, nei miei sogni altrettanto tempestosi. Questa volta mi chiese lei di cercarla, lo fece esplicitamente; è un peccato non aver potuto registrare le sue esatte parole, altrimenti avrei vinto definitivamente la guerra contro i miei nemici. Tutto attorno a noi era nero adesso, non c’era alcuna magia. Lei piangeva, mi supplicava di cercarla, di trovarla, così avremmo potuto stare insieme. Cercai di calmarla, ma tutto era tanto confuso che non ricordo più nulla.

Mi svegliai in un bagno di sudore, con le lacrime agli occhi, e capii che era il momento di tornare a casa. Chi era a suggerirmi cosa fare? Il destino, o la donna della mia realtà? Non lo so, ma scommetto su tutti e due. Tornai giusto il giorno dopo a Bolzano, dopo qualche ora di treno. Mia madre era ancora lì e le dissi: «Sono stato via poco, mamma. Ora sono di nuovo qui, non preoccuparti». Lei non rispose, come era solita fare, ma compresi che era rassicurata dalla mia presenza. A quel punto potei iniziare la mia ricerca disperata, perché disperata era: me ne resi conto appena iniziai a chiedere alla gente, che rispondeva esattamente come avevano fatto quelli a Roma. Feci dei volantini, chiesi in giro, denunciai la scomparsa della mia donna alla polizia… Nella mia ricerca disperata mi dimenticai completamente di tutto il resto: della mia casa, della mia mamma, della mia vita.

Io continuavo a sognarla, a vederla, tutte le notti; più la toccavo, in effetti, più mi convincevo della sua realtà, il ché mi spronava a continuare le ricerche. Fu quando diventai assillante, dopo qualche settimana, che arrivarono i miei nemici, i giudici universali, che credono di sapere tutto ma non sanno nulla.

4

Loro sono degli uomini come tutti noi, non crediate altrimenti, ma non riescono a riconoscere la realtà. Un giorno entrarono in casa mia e mi presero. Mi fecero prima qualche domanda però, come io ne feci a loro. «Chi siete?», fu la prima. Ma loro non risposero; nel loro falso potere dissero: «Siamo qui per aiutarla».

La domanda seguente fu su mia madre, sulla sua morte. «Morta?», chiesi io incredulo, e a quel punto si scambiarono uno sguardo complice. «Forse avete confuso me con qualcun altro, ma la mia mamma è nell’altra stanza che dorme; anzi, vi prego di non disturbarla».

I miei nemici si scambiarono un segno di assenso, ma sono convinto che infine aprirono quella porta e disturbarono il sonno di mia madre, cosa che non perdonerò mai loro, mai. La terza e ultima domanda fu sulla mia donna: «Lei sa dirci dove ha conosciuto questa ragazza?» e mi mostrarono uno dei volantini che avevo disegnato a mano e sparpagliato per le strade. Io, un po’ confuso da tutte quelle domande, risposi facendone un’altra. «Perché volete saperlo?». Loro, maleducati, non risposero, piuttosto rimasero immobili, in attesa. Io a questo punto, nella mia cordialità, non potei fare a meno di dire tutta la verità.

«Io l’ho vista la prima volta una notte, mentre dormivo; non azzardatevi a pensare però che fosse un sogno: lei era reale, infatti l’ho rivista più e più volte!»

Però fu proprio questo, quello a cui pensarono: a un sogno e alla mia conseguente pazzia. Io ve lo giuro, ve lo dico per l’ennesima volta: non credetemi pazzo, vi prego, perché non lo sono! Comunque, andarono via e tornarono qualche giorno dopo, con un mandato. Non erano gli stessi della volta prima; io, però li indentificai subito come nemici, visto il modo in cui bussarono alla porta e il modo in cui mi parlarono. Io non ricevo molte visite, e per me quel bussare alla porta era quello del Diavolo; mi si accapponava la pelle al solo pensiero che chiunque fosse dall’altro lato potesse fare male alla mia mamma. Mi dissero soltanto che dovevo andare con loro.

E’ dove mi hanno portato che sono oggi, come ero qui ieri e tanti, tanti giorni precedenti a questo. Questo luogo io non saprei come descriverlo, perché non sono mai stato bravo con gli aggettivi: lo definirei però “bianco”, perché questo colore è quasi l’essenza di questo posto. Da quel giorno, in cui mi caricarono su quella macchina immacolata, il tempo scorre ancora più lentamente. Tra tutto questo bianco non posso far altro che scrivere, scrivere e scrivere: vi ho già raccontato della mia innocenza e ora mi accingo a finire questa lettera, indirizzata a voi e a chiunque voglia ascoltarmi. Chi è arrivato a questo punto probabilmente è colui che crede a me, al mio dolore e alla mia storia, o forse soltanto qualcuno a cui è piaciuto il racconto, il ché è possibile, anzi molto probabile. Esistono tante persone che godono del dolore altrui, che assorbono le suppliche e ne gioiscono; forse tu sei una di quelle, e ridi della mia preghiera, della mia innocenza, ma forse aver letto questa lettera ti lascerà qualcosa dentro, non si sa mai.

Mi dissero tante cose i miei nemici, tante cose che non compresi: forse le riferiranno anche a voi se le chiederete, e magari voi ne capirete qualcosa. Mi dissero in faccia la loro verità, come uno sputo, e non tennero conto della mia. E’ questo che odio di più in loro: pensare di essere dei giudici universali, di avere sempre ragione e non tener conto del pensiero degli altri li rendeva delle persone davvero cattive. Mi ripeterono più volte queste parole: «Lei, signore, è accusato di duplice omicidio e soffre di una grave forma di instabilità mentale dovuta alla morte di sua madre; è per questo motivo che lei è qui, capisce?»

Omicidio? La prima volta che ho sentito loro darmi questa colpa sono scoppiato a ridere a crepapelle, eppure loro sono assolutamente convinti del fatto che io abbia ucciso il compagno di mia madre e la mia ex ragazza. «Loro sono andati via! Io non ho ucciso nessuno!», sbottai, ma non mi diedero ascolto. Posso solo dirvi di non credere alle loro parole, nonostante dicano di avere delle prove e di avere in me l’unico sospettato. Loro mi vogliono qui a marcire: è per questo che inventano queste fandonie!

La seconda affermazione strana in quella frase è “la morte di sua madre”, ma a questo ormai ho fatto l’abitudine. Io ho ripetuto loro cento volte che mia madre è a casa che dorme, di andare a vedere ma di non svegliarla, ma non mi credono e io mi sono arreso: ho voi come ultima speranza, sapendo che non mi tradirete.

In conclusione, non posso far altro che rivolgermi a voi, come ho già fatto svariate volte in questa lettera. Vi chiedo aiuto a gran voce e spero che accorriate, perché io ne ho davvero bisogno: tra tutto questo bianco, senza la mia donna e la mia mamma mi sento più solo che mai…

FINE



Commenti

pubblicato il giovedì 20 ottobre 2016
abisciott1, ha scritto: Un racconto onirico. E pieno di forme retoriche classiche. Secondo me la scrittura compensa la storia. Ma è piacevole.
pubblicato il giovedì 20 ottobre 2016
Tommasoo, ha scritto: Grazie mille per il commento!

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