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lavoro pubblicato martedì 13 settembre 2016
ultima lettura mercoledì 29 marzo 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Freddo

di Costitsoc. Letto 139 volte. Dallo scaffale Storia

Racconto sull'immigrazione. Un susseguirsi di immagini oniriche che più che narrare i fatti punta a trasmettere le sensazioni più profonde di quelle vittime che identifichiamo come nostre carnefici ogni volta che necessitiamo di un capro espiatorio.

Freddo.

Sospiri affannati che nel buio suonano come una profezia.
Il cullare dell’acqua non è dolce come lo ricordavo, ad ogni onda che si abbatte sulle mie spoglie una nuova scarica di paura mi stringe nella sua morsa. Mi muovo a scatti e vedo le ombre che mi fanno compagnia tremare assieme alla mia, in una danza epilettica. Senza coordinarsi. Mentre chi le proietta chiude gli occhi sperando che, in un modo o nell’altro, tutto questo finisca presto. Il nostro salvatore, il fidato mare, è diventato scagnozzo dei nostri carnefici. Ma può essere questo stesso il mio mare? La meraviglia che riconoscevano i miei occhi di bambino? No. Questo non è il mio mare. Questo è un mare gelido, geloso, che graffia prepotentemente con le sue unghie di ghiaccio chi cerca di addentrarsi nel suo territorio e morde gli speranzosi con le sue zanne avvelenate. Il mio mare, compagno di giochi d’infanzia, è giocoso e gentile. Non mordeva, non graffiava e regalava solo abbracci e carezze. Forse è stato tutto questo veleno ad averlo cambiato: le urla; i corpi inermi che è stato costretto a portare in grembo: il sangue che, insistente e inesorabile, si è addentrato nelle sue membra… e ora anche le mie lacrime fatte d’impotenza e rimpianto. E non m’importa se queste luci vengono dalle navi di quelli che dovrebbero essere i miei concreti ed eroici salvatori. Non mi importa se sono ancora vivo. Il mio mare è ormai malato.

Lei è vicino a me.

Il bianco dei suoi occhi brilla in quel buio, come illuminato da un fascio di luce solitario che si è arreso da tempo alla sua malinconia. Tutto sembra distorcersi. La devo trarre in salvo. Non può avere smesso di respirare e anche se l’avesse fatto: a cosa serve respirare in fondo? E’ un luogo comune. Noi possiamo trascendere tutto questo, no?

E’ solo uno stupido luogo comune tu non sei morta; tu non puoi essere morta; io dovevo proteggerti;, io ti ho protetta; . Non è vero; . E il mare, il nostro mare, ,il nostro mare:, quello in cui giocavamo insieme... Ti porterò via da questo orrore e troveremo un posto in cui stare bene: un castello, un grande palazzo o anche una misera stanza, una cabina se tu vorrai, lo sai che a me non importa. A me importa solo di te. Però ti prego sbatti le palpebre perché mi fai paura. Mi ricordi il mostro sopra l’armadio. Non l’hai dimenticato, vero, il mostro sopra l’armadio? Quello dai capelli lunghi con tutte le punte aguzze e grigie, dritte in testa e taglienti come le sue unghie affilate che graffiavano il legno del nostro armadio. Quello con la pelle pallida e le occhiaie scure. Quello con la camicetta strappata e i pantaloni vecchi che non mi stavano più e i piedi nudi e puzzolenti e le braccia lunghe e sottili e le ossa che si vedevano e le palpebre che erano state bruciate. Quello che non batteva mai gli occhi e ci guardava dritti con le sue pupille piccole che non muoveva mai. Mi fai più paura di quel mostro. Quindi, ti prego: basta giocare e sbatti gli occhi! Non posso perdere anche te... Ecco. Non ti preoccupare, riposati... Chiuderò gli occhi io per te, almeno potrò stringerti di nuovo nelle mie braccia, tra il buio della mia mente, e il mare potrà di nuovo tornare a bagnare i nostri corpi donandoci divertimento e piacere.

Sono all’angolo di una stanza, della nostra stanza, quella che avevamo in Siria, con il letto a castello e tutto il resto. Vedo il mostro e la sua ombra, in questo buio che prova invano a nasconderla e ad avvolgere il mio corpo per difendermi con il suo rassicurante mantello fatto di bei sogni. Ma l’ombra del mostro non si ferma davanti al mio scudo. Tremo, sto tremando. Nel letto di sotto stai tremando anche tu, che sei ancora una piccola cosina. Non tremare, perché tremi? Finché stiamo insieme il mostro che sta sull’armadio non può farci niente. Ed io non ti lascerò mai. Non tremare, piccolina, perché quando arriverà il mostro sarò qui con te. Finché siamo a casa non c’è niente da temere. E se mai dovessero strapparci da qui, allora la tua casa diventerò io.

Ho avuto paura dei tuoi occhi senza palpebre e di toccarti e sentire la tua pelle fredda, quindi sono scappato via. Ho infranto la mia promessa. Ho affittato un paio di ali da un gabbiano che passava lì vicino cercando qualcuno con cui scambiare due chiacchere. Sono volato il più lontano possibile. Me ne sono andato, rifugiandomi in un infinito letargo in una grotta cristallina. Ma ho scoperto che senza di te, per quanto bella fosse, quella grotta mi faceva schifo. Non facevo altro che ricordare il mare che non avevo avuto il coraggio di curare; gli spari che non ho mai voluto ascoltare; le urla che ho deciso di ignorare, per paura di capire; l’ultimo sacrificio che mamma e papà hanno fatto per noi prima di abbandonarsi alla terra smossa. Quindi il tuo utopico fratello è venuto a cercarti. E ha incontrato Alessandra, una ragazza dai riccioli castani che aveva incontrato te.

“Credo di sapere dove sia”.

Ed effettivamente Alessandra sapeva. Lo accompagnò lungo la frastagliata discesa fatta di appuntiti massi di argilla e piante seccate dal sole, finché questa non divenne il loro balcone su un pezzo nascosto della spiaggia, circondato di scogli ai lati, spettatori di quel posto segreto.

Il loro posto segreto, quello dove per la prima volta avevano conosciuto il loro mare.

“Ti ha aspettato tanto”

Quelle parole si concretizzarono, formando una nuvola dai contorni sfocati che andò a sdraiarsi sul suo orecchio sinistro; ormai di Alessandra era rimasto solo il delicato profumo e l’eco della voce bassa e soffusa.

Sulla spiaggia una figura femminile si muoveva con grazia al ritmo di note che da quel punto lui poteva solo sfiorare. Era più magra di come la ricordasse. I suoi movimenti, meno goffi e più scenici, avevano qualcosa di stridente, come un acuto fuori posto, che suscitava in lui una certa inquietudine e al contempo un’affascinata curiosità. Tra le dita sinuose della mano destra, stretto tra indice e medio, vi era un pezzo di carta macchiato di nero inchiostro. I suoi piedi sfuggivano dalle onde che si scagliavano sul bagnasciuga e subito dopo le rincorrevano, senza concedersi un attimo di tregua e senza avere il coraggio di toccare nuovamente quelle onde che tanto male le avevano fatto.

Nella sua peculiarità quell’immagine risultava armoniosa ai suoi occhi: aveva tanta voglia di conoscerla nuovamente, ma non osava muoversi per paura di rompere quell’equilibrio che sembrava già annaspare di suo.

D’un tratto si levò un urlo; sovrastò la musica, il rumore delle onde e quello del vento.

Al suo seguito, come in una processione funebre, si udirono degli strazianti singhiozzi, che portarono le labbra di quel mezzo uomo a schiudersi e le sue sopracciglia ad innalzarsi leggermente, senza che lui smettesse di illudersi della sua totale immobilità. Lei non aveva più nulla in mano. Aveva buttato il foglio sulla sabbia, come se quello avesse contenuto dentro di se tutto il male che le era stato arrecato. Lui ebbe una fitta al cuore. Sentiva che quell’urlo era indirizzato soprattutto a lui ed era terrorizzato dall’idea che potesse non essere così. Ora il palmo della ragazza ospitava la lama di un coltello che lei teneva con l’altra mano, stringendo forte il manico. Si portò la punta alla gola con un movimento fermo, come se stesse puntando su un foglio di carta l’estremità metallica di un compasso.

Non tremava più come quella notte. Era una perfetta statua di marmo che finalmente veniva restituita alla sua patria. Spostò il coltello sulla sua guancia. Anche da quella distanza lui poté accorgersi che le lacrime stavano per sgorgare dai suoi occhi lucidi. La voce spezzata che caratterizzò l’urlo seguente fu solo la conferma di quel malinconico presagio. Lei lasciò che una singola lacrima le rigasse la guancia, fino ad arrivare alla punta del coltello e ad addormentarsi su di essa. La portò alle labbra e si dissetò del suo dolore. Lasciò cadere il coltello a terra e affrontò il mare immergendosi in quelle acque fredde. Nessuno la vide più.

Il ragazzo, al suo funerale, non disse a nessuno del foglio su cui era scritto “Ti perdono”, credendo così di rendere più prezioso quel ricordo e raccontò che l’aveva vista trasformarsi in schiuma di mare.

Un pescatore che passava lì a largo, invece, trovò il suo cadavere galleggiare vicino alla sua barca, la spellò e fece dei suoi resti un impermeabile scuro.



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