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lavoro pubblicato domenica 11 settembre 2016
ultima lettura sabato 23 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Prototype: Human trials (8)

di SpencerJHarvey. Letto 354 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Fino a che punto siamo disposti a sacrificare qualcun altro, per salvaguardare il bene dell'umanità e il futuro dell'economia che ne verrà? Tra cyborg, ibridi e droni, il futuro non è poi così tanto certo. Una pedina nelle mani del Centro Protezione, r..

CAPITOLO 8

ALISEA

Erano passati due giorni dalla prova di Alisea e, le sue prestazioni, l'avevano fatta salire tra i primi cinque della classifica generale. Tutto questo non le importava, anzi, il suo netto miglioramento non faceva altro che attirare l'attenzione su di lei. Tory era ricoverata in clinica, nel reparto di terapia intensiva, o così le aveva detto l'infermiera. Uno strano virus circolava per i corridoi del centro protezione.

-Nulla di cui preoccuparsi, guarirà presto. La teniamo sotto sorveglianza per assicurarci che il batterio non si diffondi altrove- Haily era sempre stata gentile con Tory, perciò non si preoccupò più di tanto. Era in ottime mani.

Le parole di Krystal ancora le tenevano sveglia la notte. "Cosa stiamo proteggendo?". Continuava a porsi la stessa domanda, cercando di formulare ipotesi e teorie che, subito dopo, scartava. L'unica realtà che conosceva Alisea, era quelle del C.P., e sforzarsi di capirne e apprenderne un'altra sarebbe stato complicato. "Veniamo addestrati per proteggere qualcosa, ma quel qualcosa non è qui" pensava tra se e se. La testa le faceva male. Tutte quelle idee avevano iniziato ad accumularsi l'una sull'altra, finendo per schiacciare tutti i pensieri positivi. Erano un chiodo fisso, quasi un desiderio morboso di conoscere la verità. La direttrice non si era più fatta viva, dopo la cena con la commissione. Probabilmente era impegnata a risolvere questioni più importanti, ma c'era qualcosa che non convinceva Alisea. Mentre stava scontando la sua punizione, pulendo la mensa a notte fonda, l'allarme era scattato e le guardie avevano iniziato a girovagare per i corridoi del centro, armati fino ai denti. Qualcosa era successo e quel qualcosa era legato a Krystal, ci avrebbe scommesso la pelle.

-Cadetto 021- strillò il trainer. Era talmente distratta dalle sue stesse fantasie, che neanche si accorse di essere ancora in palestra.

-E' la terza volta che ti chiamo. Entra in quella dannata cabina o fai la fila per un'altra prova di sessione-

Il viso paonazzo dell'allenatore era esilarante. Trattenne l'istinto di ridere, perché sapeva, avrebbe comportato una punizione e di quelle, ne aveva fin sopra i capelli. Qualcuno la spinse in avanti, incoraggiandola a salire. Era un tocco delicato, quasi come se volesse rassicurarla. Sentì gli sguardi di tutti i cadetti perforarle la pelle, mentre salì i pochi gradini che la separavano dalla cabina. Era una struttura che si estendeva per tutta la parete orizzontale, l'entrata era davanti alla scala laterale. Entrò dentro il box a passo lento, lanciando un'occhiata alla sua sinistra. Intravide l'amica di Tory e pensò fosse stata lei ad averla incoraggiata pochi attimi prima. Si tolse la giacca, restando in canottiera. Indossò i guanti, muniti di sensori, e attaccò le altre ventose sul resto del corpo, cercando di mantenere le distanze prefissate dal codice. Erano semplici piastrine argentate, che le avrebbero permesso di svolgere la prova. Una volta dentro la cabina, si limitò a fissare il trainer, attraverso i divisori in vetro.

Alisea contò i secondi che passavano, cercando di non lasciarsi sottomettere dal caldo. Lì dentro non si respirava.

-Che ne dici se aumentiamo un po' la temperatura, cadetto- disse l'uomo avvicinandosi al pannello di controllo. Il suo respiro appannò la parete, mentre la giovane trattenne l'impulso di controbattere.

"Prima finisco la prova, prima me ne vado da qui" si rassicurò. Anche se Krystal era sparita, probabilmente, si teneva sempre informata sugli sviluppi dei dati relativi alle prove, perciò doveva concentrarsi. Serviva solo un piccolo sforzo, una misera spinta che l'avrebbe aiutata a raggiungere il suo obbiettivo. La temperatura iniziò a salire. Alisea sentì il torrido caldo saltarle alla gola, spezzandole il respiro. Cercò di respirare profondamente, buttando giù tutta l'aria possibile. La prova non era ancora iniziata e già avrebbe voluto mollare. L'allenatore restava sempre davanti al piccolo schermo del pannello, dove avrebbe diretto il sistema del suo test, stabilendone le caratteristiche e le leggi fisiche. Il pavimento era costituito da lastre olografiche, che avrebbero permesso al suo avversario di muoversi, mentre, sulla parete superiore, erano fissati dei controlli laser destinati alla proiezione. La porta si chiuse di colpo alle sue spalle. Iniziò a sentire una strana forza che le opprimeva il petto, come se volesse farle esplodere i polmoni. Tutti i cadetti erano curiosi e guardavano verso di lei. Non era la prima volta che, Alisea, affrontava quella sfida, ma ogni volta le dinamiche ero diverse e la difficoltà aumentava ad ogni sessione. Vide il trainer baffuto inserire i dati e si preparò al peggio.

Non successe nulla.

Si asciugò la fronte, ormai imperlata di sudore, aspettando che il nemico si presentasse. Guardò davanti a lei, sperando di veder comparire una figura esile che avrebbe potuto battere facilmente. Non ebbe neanche il tempo di pensarci su un altro po', che l'avversario si materializzò di fronte al suo viso. Le mise la mani al collo, spingendola verso il muro posteriore. L'impattò le spezzò il fiato. Sentì il dolore estendersi lungo tutta la spina dorsale, mentre le mani di quell'uomo la strangolavano. L'aria iniziò a scarseggiare e il caldo le perforò la pelle. Gli occhi infuocati del nemico, parevano strapparle l'anima di dosso, come se fosse un abito sporco e consumato da gettare via. Provò a sgraffiargli le braccia, ma niente pareva scalfirlo. La testa iniziò a girarle, ed ebbe la sensazione che tutto il sangue si fosse accumulato lì, in attesa di liquefarle il cervello. Alisea lo colpì, con la punta delle dita, sulla trachea. Caricò il colpo, con tutta la forza che aveva in corpo. L'uomo indietreggio, coprendosi con la mano nell'esatto punto in cui la giovane l'aveva aggredito. Tossì e si chinò leggermente su se stesso. La cadetta gli sferrò un calcio, proprio sotto la mascella, e non esitò a colpirlo ancora. Si avvicinò per finirlo, ma l'ologramma scomparve.

Si sentì colpire alla schiena, ma quando si girò non c'era nessuno. Parevano secondi, quelli che separavano un attacco dall'altro. Le aveva sferrato un pugno nello stomaco, per poi sparire di nuovo. Era tutto finto, ma il dolore era più reale che mai. L'ologramma comparve di nuovo di fronte a lei, sferrandole una testata. Pensò che il naso si fosse frantumato sotto quella forza così bruta, ma quando lo tastò con la punta delle dita, era ancora tutto intero. Il dolore le offuscò la vista per pochi secondi, dando al nemico, il tempo di poterla colpire ancora. Alisea cercò di mantenere la calma, provando ad assestare qualche colpo, ma ogni volta che ci provava, l'avversario spariva per poi contrattaccare. Pensò a come poter battere un avversario che non poteva colpire, sforzandosi di tirare fuori qualche soluzione. Come un marinaio cerca di remare contro vento, anche la cadetta provava a vincere una furia più spietata della sua. "Non posso batterlo, non posso colpirlo, ma posso schivare i suoi attacchi"

Si mise in posizione di guardia, aspettando che l'ologramma spuntasse ancora. A volte Alisea provava paura ad affrontare le prove nella cabina. Gli ologrammi sembravano così reali che le dispiaceva fargli del male. Il suo avversario non sembrava solo una proiezione, anzi, la sua pelle era rosea come la sua, ma i suoi occhi non sussurravano niente. La cadetta si aggrappava a questa sicurezza, per non provare alcuna pietà.

Sentì qualcosa muoversi dietro di lei e si chinò di scatto. Il caldo le impastava il respiro, facendoglielo bloccare in gola. Aveva i capelli appiccicati al viso, dalla fronte, scorrevano piccole gocce di sudore che ricadevano sulle lastre olografiche. Riuscì a schivare il calcio dell'uomo, spostandosi di lato. Era difficile capire le sue mosse, ma se la stava cavando piuttosto bene. Alisea sentì montare l'adrenalina in petto e corse verso la proiezione. Caricò tutta se stessa addosso al ventre del nemico, facendogli perdere l'equilibrio. Nell'esatto momento in cui toccarono terra, sparì di nuovo. La cadetta si rialzò subito, senza badare al dolore che le squarciava i muscoli. Davanti a lei non c'era più lo stesso avversario possente e muscoloso, ma un bambino. Teneva in mano un ordigno esplosivo, ed era pronto ad usarlo. Alisea sentì uno strano peso aggravarle sulla mano, e quando abbassò lo sguardo, vide una pistola. La guardò per pochi secondi e si sentì rabbrividire.

-Non fare stupidaggini, dammi l'esplosivo- provò a convincerlo, ma non rispose.

-Non farmelo fare- sussurrò.

Impugnò saldamente la pistola, cercando di non tremare. Si sentì avvolta da un velo di oscurità, simile a quello che portano gli incubi durante la notte. "E' solo una prova, lui non esiste". Guardò negli occhi del bambino, non vide niente e prima che potesse azionare il dispositivo, gli sparò un proiettile in testa. Si abbassarono le luci, mentre sentì la porta aprirsi. La pistola si disintegrò nelle sue stesse mani e l'ologramma scomparve come se non fosse mai esistito. Uscì dalla cabina, sentendo ancora una forte morsa che le stritolava lo stomaco. Le faceva male tutto, ogni osso del suo corpo pareva implorare pietà, quasi come se fosse sul punto di collassare.

-Hai superato il livello, complimenti cadetto- Non badò al trainer, non ne aveva le forze. La canottiera le restava appiccicata alla pelle, facendo aumentare la nausea. Si avvicinò a passo svelto, verso il distributore d'acqua. Lasciò riempire il bicchiere fino all'orlo e poi se la gettò addosso. Fu come una boccata d'aria fresca, come una carezza dopo una bugia. Provò sollievo, permettendo all'acqua ghiacciata di scivolarle lungo la pelle. Il sudore si impastò al liquido chiaro, mentre alcune gocce, che aveva lasciato cadere, sparivano sotto la grata ai suoi piedi.

Fece la fila per un'altra sessione. Gli allenamenti finivano a mezzogiorno, ma con Jacob Hollers al comando del centro, si erano prolungati fino alle due del pomeriggio. Alisea non capiva come Krystal avesse potuto cedere il potere nella mani dell'uomo, visto che per legittimità, spettava a Ruspus Gollin. Sapeva che la donna era intelligente, ma così di certo non lo dimostrava. Entrambe conoscevano la natura malvagia dell'uomo, eppure questo non parve importare a nessuno. Gli unici che ci rimettevano erano i cadetti. Il vice direttore era stato al comando solo pochi giorni, e già si notava la differenza. Tutti avevano paura di incrociarlo per i corridoi, perché sapevano che li avrebbe umiliati e derisi.

I cadetti si aggredivano tra di loro, aumentando l'astio generale. Gli allenamenti duravano due ore in più e il cibo faceva più schifo di prima.

Alisea provò a pensare ad altro, era stanca di tutto quel peso che le opprimeva il petto. Un costante macigno che non le lasciava un attimo di tregua. Quei giorni erano infernali e l'unica cosa che desiderava era gettarsi nel letto e dormire. Castor si stava comportando diversamente. Le occhiaie erano evidenti, ed ogni volta che provava a parargli, grugniva come se fosse un cinghiale pronto a saltarle alla gola. Alisea attribuì la cosa al nuovo allenamento e lasciò correre. Era rimasta sola ancor prima di poter capire cosa stesse succedendo. Chiuse gli occhi e quando gli riaprì si impose di smettere di pensare. Avrebbe voluto strapparsi il cervello a mani nude.

-Mettetevi in fila, di fronte a me- strillò la trainer, per sovrastare le altre voci. Indossava una divisa biancastra, tendente al grigio, con un capello a visiera che le copriva metà viso. I capelli biondi erano legati, lasciando intravedere le sue orecchie a punta. La fila si spostò dietro il materassino, rivolgendosi all'allenatrice che continuava a parlare.

-La prova che state per affrontare, è molto utile per migliorare la vostra capacità di resistere al dolore-

- Questo non è un semplice taser, come quelli usati dalle guardie, ma è cinque volte più potente e tre volte più doloroso di un colpo d'arma da fuoco- continuò estraendo dal fodero l'arma. Simile ad una pistola, era leggermente più statica a compatta lungo il carrello, mentre la volata, era squadrata e formata da due piccoli fori. Fece avvicinare le due guardie semplici che sorvegliavano l'entrata. Erano abbastanza robusti, da poter sollevare Alisea con un braccio. Se ne stavano imbronciati senza dire una parola, era chiaro che avrebbero voluto essere da un'altra parte. L'uniforme che indossavano, era di un indaco opaco, quasi spento, dove il simbolo del centro protezione era ricamato in fili chiari. Vicino a questo, c'era la targhetta con il loro nome e la spilla che ne indicava il ruolo e grado. Al centro protezione c'erano diversi ruoli e specializzazioni, che i cadetti potevano ottenere nel corso della loro preparazione. Alisea era stata assegnata al reparto combattimento, dove sarebbe potuta diventare soldato, bombardiere o civetta.

-Quando vi indicherò, andrete a posizionarvi davanti a me, sul materassino. Le due guardie vi terranno fermi, mentre prendo la mira per il colpo. Quando premerò il grilletto, due dardi verranno sparati, andando a conficcarsi nella vostra carne. Solo in quel momento sentirete la scossa. Cercate di mantenere la calma-

Vicino ad Alisea, due ragazzi non la smettevano di parlare.

-Ho sentito dire che l'hanno sparata-

-Spero che muoia-

-Ma sei fuori di testa! Il vicedirettore è pazzo, io preferisco Krystal, almeno lei ha un bel culo-

-Anche quello di Jacob non è male- Il secondo ragazzo trattenne una risata mentre si gustava l'espressione confusa dell'amico. Alisea cercò di mantenere la calma, non voleva attirare l'attenzione dell'allenatore su di lei, ma doveva sapere.

-Come fai a sapere che le hanno sparato?- sussurrò, cercando di non farsi beccare dalla trainer. Il cadetto vicino parve sorpreso di ricevere le sue attenzioni. La guardò per un attimo per poi ricevere il consenso dell'amico, quasi come se avesse paura di parlare.

-L'ho sentito dire nei bagni, ormai si è sparsa la voce-

-Chi le ha sparato?- chiese la giovane. Il suo tono di voce era fermo, non voleva sembrare troppo interessata all'argomento.

-Non lo so- La delusione strisciò tra le sue viscere, come se si divertisse a farle male. Krystal probabilmente era morta, oppure in gravi condizioni e il suo piano era fallito ancora prima di iniziare. Doveva trovare un altro modo per poter uscire. Ci avrebbe pensato in mensa, dove finalmente sarebbe stata tranquilla. Mancavano solo due ore.

-Uno di voi due venga qui- disse l'allenatrice indicando Alisea e il cadetto con cui aveva parlato poco prima. La ragazza si rivolse al compagno, cercando un po' di conforto. Si sentì sprofondare. "Non voglio iniziare per prima" pensò. Ormai, però, si era fatta beccare e doveva pagarne le conseguenze.

Iniziò ad avere di nuovo caldo, era una sensazione diversa da quella provata nel box, era più leggera ma allo stesso tempo fatale, quell'afa che ti uccide lentamente, senza darti l'occasione di capire che stai effettivamente morendo. Il ragazzo fece un passo avanti e chiese:-Farà male?-

-No, farà malissimo- Alisea giurò d'aver visto un sorriso sul viso della donna. Il cadetto indietreggiò. La giovane fece un respiro profondo, sotto gli sguardi degli altri ragazzi in fila. Aspettavano che qualcuno si offrisse in pasto al trainer, per smorzare la loro stessa paura. Non voleva fare la cavia, ma non aveva altra scelta. Rassegnata, si diresse verso il centro del materassino, dopo aver lanciato un'occhiataccia al ragazzo.

-Fifone- bisbigliò.

-Allora, cadetto 021, sei pronta?- chiese sbirciando la sua targhetta. Alisea si sentì tremare le mani, mentre l'allenatrice si metteva in posizione. Le due guardie le cinsero le braccia, tenendola ferma. Erano lì per farle mantenere l'equilibrio dopo il colpo. Una presa forte, salda, che la teneva in piedi, facendola sentire sicura. Si aggrappò con tutto il coraggio possibile. La donna si posizionò di fronte a lei, stringendo l'impugnatura del taser. Allargò leggermente le gambe, e puntò l'arnese verso la cadetta. Un piccolo pallino rosso, comparve sulla sua gamba.

-Conto fino a tre-

-Faccia in fretta, devo andare in bagno- sbottò Alisea. Una delle guardie nascose un piccolo sorriso.

-Spero tu non te la faccia nei pantaloni-

-Taser, taser, taser- Poi ci fu uno schiocco ed il colpo partì. Alisea sentì prima il dolore causato dai dardi, che si conficcavano nella sua pelle e poi percepì la scossa. I muscoli si contrassero, facendola irrigidire. Strinse le braccia delle guardie, sperando di riuscire a stare in piedi. Le ginocchia parvero cedere, ma fu solo un'illusione. Digrignò i denti, sperando di riuscire ad alleviare il dolore. Serrò la mascella, mentre si sentiva scoppiare i polmoni d'aria. Il suo corpo era in balia di impulsi elettrici, tutto si fece confuso. Ogni muscolo, tessuto, bruciava. La gamba destra pareva aver preso fuoco, mentre il collo sembrava aver subito l'attacco di qualche bestia famelica. Si sentì come se qualcuno le avesse strappato la pelle di dosso, divorandole la carotide. Poi si rilassò.

Pensò che fosse l'inferno e che, forse, non poteva più uscirne.

-Hai resistito trenta secondi, buono!-

Alisea era stesa sul pavimento, non aveva intenzione di muoversi. Ogni volta che respirava, l'aria sembrava più grave. Il dolore scomparve, ma provò ancora un po' di fastidio sotto la mascella. Si sentì come se non dormisse da anni, come se ogni cosa dentro di lei avesse preso fuoco, lasciando solo cenere a colmare il vuoto. La guardia che aveva sorriso alla sua battuta si avvicinò, posandole una mano sul collo. Con un movimento veloce, le estrasse il dardo.

Sembrava un piccolo arpione, munito di un'affilata punta argentata. Era grande quanto una mosca. Vide l'uomo controllarle anche la gamba, quindi pensò si trovasse lì l'altro dardo. L'aiutò ad alzarsi, spostandola dal materasso per far passare un altro cadetto.

-Non te la sei fatta addosso vero?- disse porgendole un bicchiere d'acqua. Alisea bevve avidamente, trangugiando anche le misere goccioline rimaste.

-No, non credo- rispose tastando la stoffa dei pantaloni. Le parole parvero impastarsi alla saliva, rendendole quasi impossibili da pronunciare. Ebbe la sensazione di essersi ingoiata anche la lingua. La guardia sorrise. Alisea fu sorpresa. Era la prima volta che un soldato interagiva così gentilmente con lei. Era un uomo robusto, senza un filo di grasso. I muscoli si intravedevano anche da sotto l'uniforme un po' troppo stretta. Aveva i capelli di un castano chiaro, con sfumature bionde, che andavano a diramarsi verso la cute. I suoi occhi erano grandi e smorti, incutevano una strana sensazione, come quando sei convinto di essere osservato.

-Sono Quinn Wacas-

-Alisea-

-Riga dritto, mi raccomando- Poi andò via.

Quando si diresse in mensa, la testa la faceva male. La sala era stracolma di cadetti che aspettavano il loro turno. Alisea si era seduta in un angolo, in un tavolo isolato. Voleva stare da sola. La mensa era l'unico punto in comune di tutto il centro protezione , dove ogni cadetto convergeva all'ora di pranzo e cena. Un brusio si sollevava distruggendo la serenità di chi voleva stare rilassato. Il rumore era anche più forte quel pomeriggio. L'orologio segnava le due e mezza, aveva ancora tre ore libere. Alisea assaggiò il cibo che aveva sul vassoio, ma qualsiasi cosa, in quel momento, era indigeribile. Lasciò perdere il pasto e guardò il tabellone grafico, che lasciava scorrere i dati e le novità del centro, sullo schermo appeso sopra di loro. Le notizie fluivano veloci, ma provò comunque a intravedere qualche comunicato riguardo la direttrice. La cadetta si convinse a lasciar perdere, doveva escogitare un nuovo piano. Doveva trovare un complice.

-Accidenti- sbottò quando si versò il latte sulla divisa.

-Ti serve una mano?- chiese qualcuno alle sue spalle. Spuntò una ragazza, la stesa che l'aveva aiutata nella prova.

-No grazie, faccio da sola- rispose scontrosa. Notò come l'espressione di quella cadetta cambio e si sentì subito in colpa. "Devo iniziare a mordermi la lingua ogni volta che cerco di dire qualcosa di stupido" pensò.

-Scusa, ma ho avuto una pessima giornata-

-Non fa niente, capisco- rispose con un filo di voce. Era strana.

-Se vuoi puoi sederti qui- disse impacciata, Alisea. Notò un velo di imbarazzo posarsi sul viso della ragazza.

-Ti ho portato la giacca, l'hai lasciata al box-

-Grazie, Nara- Neanche se lo ricordava di aver dimenticato la giacca, ne aveva talmente tante, che non sarebbe stato un problema rimpiazzarla. Il gesto dell'amica di Tory, fu notevole.

-Non sapevo ricordassi il mio nome- arrossì la ragazza. Alisea la guardò negli occhi, e si perse un secondo dentro quell' oblio di colori. Aveva un occhio azzurro che danzava con l'armonia dello smeraldo, mentre l'altro era color cioccolato. La prima volta che la incontrò, rimase sorpresa, un improvviso stupore che le strappò le parole dalla bocca.

-Perché non dovrei ricordarmelo?-

-Non lo so, è solo che tu sei così....-

-Cinica?- rispose Alisea.

-Enigmatica- finì Nara. La cadetta si lasciò sfuggire un piccolo sorriso. Si sentì meglio, forse aveva sbagliato a voler stare da sola. Quando un tonfo sordo, invase la mensa, Alisea distolse lo sguardo. Per la seconda volta le era finito del latte addosso. Dietro di lei, c'era un ragazzo mingherlino dai capelli rossi, che reggeva un vassoio ormai vuoto. Tutto il cibo era finito sul pavimento o nei capelli di Nara. Intravide l'amica di Crabb sogghignare, dal tavolo affianco, mentre batteva il cinque al cadetto vicino. Alisea soffocò l'istinto di vendicarsi. "Non ne vale la pena"

-Mi dispiace- mormorò il ragazzo.

-Non fa niente, siediti con noi- disse Nara, sfilandosi un pisello da una ciocca di capelli. La cadetta la fulminò con lo sguardo. Non voleva altre persone al suo tavolo, si era già sforzata di invitare lei. Il rumore parve schiacciarle i timpani, facendole girare la testa.

-Chi ti ha fatto quello?- chiese l'amica, indicando il viso del giovane. Dietro le spesse lenti degli occhiali, c'era un grosso livido violaceo.

-Il suo amico- rispose Jim, fissando il pavimento. Alisea si sentì sprofondare. Castor non aveva mai alzato le mani ad una mosca e, all'improvviso, aveva iniziato a picchiare ragazzini. La giovane provò vergogna, dispiacere, quasi come se fosse stata lei a colpire quel cadetto. L'umiliazione le spazzo via le parole.

-Scusa, è un coglione- rispose così per giustificare il suo amico, non le venne in mente altro. Jim annuì e continuò guardare altrove, evitando i loro sguardi. Alisea intravide Crabb avvicinarsi ed ebbe un brutto presentimento. Provò a fingere di non averlo visto, privandolo di quell'importanza che desiderava tanto. La paura iniziò a farsi viva, quando pochi passi la separavano dal gigante. Sollevo la testa, per ammirare l'imponente figura dell'uomo. La sua ombra parve inghiottirla-

-Ti sei trovata il ragazzo vedo-

-O dovrei dire ragazza?- continuò osservando Nara.

-Cosa vuoi?- L'ultima cosa che avrebbe voluto fare, era combattere ancora. Il pomeriggio sarebbe stato lungo e non aveva alcuna intenzione di sprecare le sue forze così.

-Voglio la rivincita, stasera a mezzanotte, non provare a mancare- Non poteva dire sul serio, era una follia. Con il coordinatore al comando, scontrarsi a quell'ora, avrebbe comportato chissà quali guai.

Calò il silenzio. Dalla porta d'ingresso, entrò il sostituto direttore, accompagnato dalla scorta di Krystal.

"Jacob Hollers mi ha salvata" pensò mentre vide Crabb allontanarsi.

-Ho un annuncio da fare, accomodatevi ai banchi-

Alisea guardò Nara e poi Jim. Doveva sbrigarsi ad escogitare un nuovo piano, ma forse i complici li aveva trovati.




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