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lavoro pubblicato domenica 11 settembre 2016
ultima lettura sabato 21 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Prototype: Human trials (7)

di SpencerJHarvey. Letto 449 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Fino a che punto siamo disposti a sacrificare qualcun altro, per salvaguardare il bene dell'umanità e il futuro dell'economia che ne verrà? Tra cyborg, ibridi e droni, il futuro non è poi così tanto certo. Una pedina nelle mani del Centro Protezione, r..

CAPITOLO 7
TORY

Si risvegliò in una cella del centro protezione non conoscendo le sue colpe. L'accaduto la colpì in pieno petto, non lasciandole digerire ciò che era successo. Non ricordava come ci fosse finita o cosa le avessero fatto. Forse era lì da pochi secondi, ma parevano anni allo scorrere del tempo. La cella era grande come il suo dormitorio. Ricoperta da mattonelle grigie, veniva spezzata, al centro, da un lungo e rettangolare chiusino che si estendeva fino alla porta sigillata. Due letti erano incassati alla parete frontale, uno sopra l'altro. Tory restava coricata su quello inferiore, mentre si lasciava divorare dalla stanchezza. Le uniche luci presenti nella stanza erano quelle poste alla testata dei letti. Questi erano formati da una semplice lastra di metallo, sulla quale era stato fissato un tappetino gommoso e morbido.

Restò sola per un periodo che nemmeno lei riuscì a quantificare. Quando vide le porte aprirsi, scattò in piedi. Un ragazzo venne spintonato dentro con una tale violenza da farlo cadere. Si rialzò poco dopo e si diresse verso il divincolo. Era una dispositivo strano, simile ad una bocca rettangolare di ferro. L'aveva imparato a lezione, con Mr. Temor. Veniva utilizzato per prevenire eventuali attacchi, da parte dei prigionieri, nel momento in cui venivano liberati e scortati nella cella corrispondente. Il nuovo cadetto avvicinò le mani, bloccate dalle manette, e le inserì nell'unica apertura della macchina. Il meccanismo scattò subito, sprigionando un rumore simile a un piccolo scoppio. Tory squadrò il ragazzo, che delicatamente, si massaggiava i polsi ormai liberi. Andò a sedersi sullo sgabello vicino alla porta, accavallò le gambe ed estrasse un fiammifero dalla tasca. Si infilò una mano dentro i pantaloni e quando trovò la sigaretta, sorrise malizioso. Accese il fiammifero sfregandolo contro i due incisivi, poi lasciò che il fuoco alimentasse l'animo torbido della sigaretta. Il fumo invase la stanza come una nube grigiastra pronta a portare pioggia. Tory si sentiva smarrita e per quanto le desse fastidio, decise di stare zitta.

-Tu non parli molto, vero?- blaterò il ragazzo, sputando fumo. Aveva capelli mori che ricadevano sulle sue larghe spalle, impregnati da chissà quale sostanza, apparivano unti e sporchi. Era alto e possedeva una mascella pronunciata, forte. Le orecchie erano grandi e spuntavano fuori dai capelli fini del ragazzo.

Quando alzò lo sguardo, Tory ricambiò, facendo aumentare l'attesa e il silenzio che li separava. La ragazza avrebbe voluto piangere, fino a sentire gli occhi sciogliersi sotto quella marea di angosce. Eppure quando ci provava, quando si sforzava di buttare giù qualche lacrima, non usciva niente.

-Io sono T7, ma puoi chiamarmi Tee- La sua voce era calma, come un' onda che ti culla fino a riva. Continuò a fissare Tory, poi alzò le spalle e tornò a squadrare il soffitto.

-Tory- disse.

-Cosa?-

-Mi chiamo Tory-

Tee si alzò dallo sgabello, trascinandolo vicino alla branda più bassa. Si sedette davanti alla giovane, nella stessa posizione in cui si trovava pochi secondi prima.

-Allora, Tory, come mai sei finita in questo posto squallido?-

Non aveva voglia di condividere il suo passato con un estraneo, ma doveva farsi piacere quel ragazzo, visto che avrebbe vissuto con lui per diversi giorni.

-E' complicato- rispose la cadetta. Tra tutte le frasi scontate, aveva scelto quella più banale. Sperò che il nuovo arrivato non facesse altre domande, ma quando vide formarsi le parole sulle sue labbra, sospirò rassegnata.

-Come vedi, il tempo non ci manca- disse gettando la sigaretta a terra.

"Mi hanno già beccata, che senso ha continuare a nasconderlo?" cercò di rassicurare se stessa. Gli occhi del ragazzo andavano da una parte all'altra della stanza, la guardava come se aspettasse solo qualche parola a cui aggrapparsi. Aveva occhi azzurri, che racchiudevano ombre cobalto, quasi come se il cielo all'improvviso si fosse gettato nel mare, voglioso di scoprire un colore diverso dal suo.

-Ricordo il mio passato-

Vide una scintilla negli occhi di Tee. Sputò quelle parole come se fossero una palla di fuoco, forse facevano anche più male. La verità la raggiunse veloce, divorandola da dentro. Si sentì male e iniziò a provare una forte nausea. Avrebbe voluto correre via, ma l'unica cosa che la tormentava era anche l'unica dalla quale non poteva scappare. Jacob Hollers l'aveva sbattuta in cella e chissà quale amara sorte le sarebbe toccata. I volti di tutte le persone che amava, cominciarono a scorrere veloci davanti agli occhi. Tutto iniziò a sfocarsi, lentamente, si disintegrò sotto i suoi stessi occhi. Ebbe caldo e un forte mal di testa le spezzò il respiro. Quando sentì le mani calde del padre cingerle le spalle, l'assalì il desiderio di urlargli di andare via e non tornare mai più. Il problema era nella sua testa.

-Ti senti bene?- Fu la voce di Tee a riportarla alla realtà.

-Sto bene- sussurrò la giovane.

-Sto bene- Questa volta lo disse a se stessa, ma neanche lei ci credeva veramente.

-Tu perché sei qui?- disse cercando di portare l'attenzione su qualcos'altro. Voleva lasciarsi tutto alle spalle, dimenticando ciò che aveva tenuto nascosto così avidamente. Forse lasciare andare una parte di lei, era sbagliato, ma cosa non lo è? Ogni cosa è imperfetta nella sua onestà, così com' è perfetta nella sua inadeguatezza. Il suo passato, ciò che più aveva amato, l'aveva portata a desiderare di poterlo dimenticare. Avrebbe voluto cancellare dalla faccia della terra quei ricordi, ma erano stati scritti troppo in profondità per poterli sfregare via senza fare danni. Forse avrebbe dovuto semplicemente lasciar scorrere, sarebbe stato il tempo a scegliere per il suo futuro.

-Probabilmente ti aspetti qualche marachella da stupido adolescente, ma questa volta non ho fatto proprio nulla-ripose. Tenne la testa bassa per un po', fino a quando non riprese a guardarla negli occhi. Si sentì in soggezione. Una velo di amarezza, però, avvolgeva quelle parole apparentemente apatiche.

-Devi pur aver combinato qualcosa-

-Ne ho fatte tante di cose, ma giuro su Dio che mi hanno preso e sbattuto qui senza un cazzo di motivo- Il tono della sua voce aumentò all'improvviso. Tee si alzò di scatto, scaraventando lo sgabello alla parete. Accadde velocemente, senza preavviso. Il ragazzo iniziò a massaggiarsi le tempie cercando, in qualche modo, di porre fine a quei pensieri che tanto lo tormentavano. Tory si avvicino al cadetto, lentamente, come se la sua presenza potesse fargli male.

-Sai che fine fanno quelli che arrivano qui?-

-Vengono spediti fuori e non tornano più- continuò senza neanche lasciarla parlare.

Quelle parole furono talmente pesanti da toglierle il fiato. Guardò Tee in cerca di conforto, ma trovò solo paura nei suoi occhi.

-Cosa significa?-

-Che moriremo- Lo disse con una tale tranquillità, da far rabbrividire Tory. Un minuto prima stava urlando, l'altro pareva perso in una trance, in un sonno troppo lontano da raggiungere. La giovane si gettò sul letto, abbandonandosi a quella vita che, evidentemente, aveva di meglio da fare. Non c'era nessun cuscino, perciò ficcò la testa tra le braccia e lasciò cadere le lacrime. Arrivarono dopo giorni, ma finalmente erano lì a farle compagnia. Sentì il calore di quelle piccole gocce scorrere lungo il viso, salate e colme di terrore. Chissà se prima di morire avrebbero avuto lo stesso sapore. Odiava la sua vita, ma nessuno avrebbe dovuto portargliela via. Sarebbe morta. Pensò ad Alisea, a Castor, forse gli unici che tenessero veramente a lei. Non si sarebbe mai innamorata, non avrebbe mai sentito il calore di altre labbra sulle sue, il nulla l'aspettava. Avrebbe perso quella carezza sul viso che ti dice "Ti amo", la vita sarebbe andata avanti senza di lei.

"Non voglio morire. Non voglio morire. Non voglio morire."

"Non voglio morire. Non voglio morire. Non voglio morire."

"Non voglio morire. Non voglio morire. Non voglio morire."

Continuò a ripeterlo per non dimenticarlo.

Tee se ne stava seduto in un angolo, a volte le chiedeva l'ora e Tory rispondeva cercando di suonare gentile–Non ho l'orologio- diceva. Poi tutto si ripeteva. Pensò di essere caduta in un limbo di monotonia, dove tutto girava allo stesso modo e gridava le stesse parole. Era la terza volta che facevano scivolare il cibo dalla fessura automatica della porta. Non erano gli scarti della mensa, ma poltiglie gelatinose puzzolenti. Il suo compagno di stanza aveva spalmato il suo pranzo per terra, facendo sollevare un odore disgustoso che le diede la nausea. Un giorno doveva essere già passato, o forse anche di più. Tory usò solo una volta la tazza presente nella cella. Era scoperta e non si sarebbe mai più tirata giù i pantaloni davanti a quel maniaco.

-Ce la caveremo. Ne usciremo insieme- disse per rassicurarla. La ragazza accennò un sorriso e ritornò a fissare la porta. Non si era aperta nemmeno una volta da quando era arrivata.

-Non fare l'eroe. Nella vita reale, chi ci prova muore-

-Non lo so fare l'eroe- rispose ridendo.

Ricadde il silenzio, portando con se quella giovinezza che le sarebbe stata strappata via di lì a poco. Pensò di potersela cavare, ma la consapevolezza che non sarebbe mai successo, nutrì un'angoscia che, freneticamente, le strisciava nelle viscere come un parassita.

-Cadetti in posizione-

Qualcuno aveva parlato. Forse la voce proveniva da fuori, ma era troppo nitida e distinta. Tory si guardò intorno e notò due altoparlanti incamerati alla parete superiore. Le porte si aprirono di scatto, facendo entrare due guardie armate. Indossavano delle tute antisommossa verdi militare imbottite e caschi, muniti di visiera, che li copriva gli occhi. Lo stemma del centro protezione, era cucito sulla divisa, in ricami d'oro. Tee si precipitò davanti a lei, cercando di tenere le guardie lontano. Il soldato più grosso lo scaraventò di lato e colpì la giovane con il taser. La scossa fu talmente forte da farle tremare le gambe. Perse l'equilibrio e finì a terra. Il dolore percorse tutta la spina dorsale, lasciando una scia di sofferenza. Trattenne un lamento, mentre sentì strillare il suo compagno di cella. La guardia che l'aveva atterrata, le sollevo il viso bruscamente. Estrasse uno strano aggeggio dalla cintura e lo puntò dritto verso i suoi occhi. Ricordava l' involucro di una penna, ma era più limato e rivestito di metallo. Premette il pulsante sul dorso, lasciando sprigionare una luce viola. Dopo pochi secondi, la vista iniziò ad offuscarsi, fino a sparire. Il buio avvolse gli occhi di Tory, il niente si concesse a lei.

Non ci vedeva più.

Portò le mani in avanti per tastare l'aria, ma qualcuno le afferrò. Sentì la pressione delle manette comprimerle la pelle, si strinsero intorno ai suoi polsi di colpo, causandole un bruciore simile a quello lasciato da uno schiaffo. La sollevarono duramente, trascinandola via per un braccio. La stavano portando via. Provò a concentrarsi per capire cosa stessero dicendo le guardie, ma i suoni parvero solo un miscuglio di parole e respiri incomprensibili.

-Trasferimento cadetti- esordì qualcuno.

-Portateli alle navicelle-

Tory iniziò a scalciare come un cavallo imbizzarrito, cercando di liberarsi. La presa delle guardia si stringeva sempre di più intorno al suo bicipite.

-Lasciatemi andare- Non l'avrebbero portata via, non l'avrebbero gettata in pasto alla morte.

Si sentì impotente di fronte ad un nemico, che purtroppo, era più forte di lei. L'avevano privata della vista, delle mani, cos' altro le restava? Smise di scalciare e rimase in silenzio. Ascoltò i passi del soldato che la stava scortando fuori, quando fu sicura, caricò tutta la forza su una gamba e colpì l'anca dell'uomo. Capì d'aver avuto successo, quando sentì il gemito della guardia farsi strada nelle sue orecchie. La vittoria non durò a lungo, perché un'altra scossa, più potente, la colpì alla spalla. Provò un dolore che le paralizzò il respiro. Passò dal piacere all'umiliazione. Sentì scendere le lacrime e fece di tutto pur di scacciarle via.

-A volte bisogna lasciarsi andare. Perdere può essere di per sé una vittoria, se sai come affrontare la sconfitta- diceva sempre Alisea. Una morsa di pesante amarezza, le cinse lo stomaco fino a farlo a pezzi. Ascoltò la voce dell'amica che le parlava e non fece più nulla per fermare ciò che stava accadendo. Si lasciò andare al destino, a ciò che sarebbe accaduto. Il suo nome sarebbe sparito sotto macerie di altri cadaveri, nessuno avrebbe pianto la sua scomparsa. Fu consapevole che, forse, quelli sarebbero stati i suoi ultimi respiri, perciò assaporò l'aria come se avesse un sapore tutto suo. Si riempì i polmoni fino a farli bruciare. Le gambe iniziarono a tremare, come se anche loro avessero paura. Tory non temeva il sonno eterno, ma non voleva rinunciare alla sua vita. Forse la morte è anche più complicata della vita, non ti lascia neanche il tempo di fare due calcoli, che subito ti porta via.

-Sali e stai attenta a dove metti i piedi- esordì la guardia. La spinse dentro una capsula angusta, facendola sdraiare supina sul panello vellutato. Sentì le mani della guardia, mentre stringeva la cintura di sicurezza intorno al suo corpo. Avendo i polsi ammanettati, le braccia iniziarono a formicolare sotto il peso del suo corpo. Fitte lancinanti iniziarono a cospargersi lungo la schiena.

-Fai buon viaggio-

Poi il portellone si chiuse. Si chiese se Tee stesse bene, se fosse riuscito a mantenere la calma. Avvertì il suo stesso respiro rimbalzarle addosso, lo sportello era a pochi centimetri dal suo viso. Il suo calore le sciolse quella paura che, poco prima, le aveva attanagliato le viscere. Quella lieve patina che le bloccava la vista, iniziò a schiarirsi, lasciando intravedere immagini confuse. Provò a mettere a fuoco ciò che aveva davanti, ma gli occhi iniziarono a bruciare, come se il sole si fosse avvicinato per ammirarla. La cintura era troppo stretta e le dava l'impressione di poter soffocare da un momento all'altro. La navicella schizzò via, come un treno. La pressione premette sul petto di Tory, che non riuscì a respirare. Sentì la testa girare, come se si fosse staccata dal corpo e avesse iniziato a fluttuare nello spazio. Percepì una forza tirarla vero il basso, forse era la morte che chiamava la sua anima, ma il tutto sembrava ancora troppo vivo per essere la fine. Chiuse gli occhi trattenendo il fiato e quando pensò di svenire, si fermò. Frenò di colpo, facendole caricare tutto il peso sulle gambe. Ebbe l'impressione di muoversi ancora, quando il portellone si spalancò di lato. La vista era tornata e il bruciore svanito. Si sfregò gli occhi mentre cercava di slacciare la cintura. Premette il pulsante centrale e questa si ritirò automaticamente. Provò a tirarsi su, caricando tutto il peso sugli arti inferiori. Faticò a tenere l'equilibrio, ma alla fine riuscì ad uscire dalla navicella.

Si guardò intorno in cerca di qualcosa che le ricordasse casa. Un lungo tubo, dove ogni navicella viaggiava ad alta velocità, conteneva diverse postazioni e fu sorpresa nel vedere altri cadetti uscire dalla loro capsula, tanto spaesati quanto lo era lei. Intravide Tee zoppicare fuori da quell'involucro e sorrise, pensando che, tutto sommato, la morte non sarebbe stata così tanto brutta. C'erano uomini e donne che aspettavano fermi, davanti a ciascuna cabina numerata. Un uomo le andò incontro con un sorriso stampato in viso. Teneva in mano uno screen note, che consisteva in un semplice schermo trasparente sul quale prendere appunti.

-Come è stato il viaggio?- chiese. Aveva una barba folta, che copriva i lineamenti del suo viso. Tory non sapeva se fidarsi di lui, ma valeva la pena tentare.

-Pensavo di morire-

-Ti capisco, è sempre così la prima volta- Sorrise. Indossava una casacca grigia, spezzata da un lunga fascia porpora, che partiva dal colletto e giungeva al basso ventre, i pantaloni erano abbinati. Indossava una spilla con le iniziali del centro protezione. L'argento dei ricami contrastava con la sua pelle scura, che luccicava sotto la luce abbagliante di quel tunnel sotterraneo.

-Io sono Dorian, il tuo tutore- disse portando avanti la mano. Si accorse solo dopo, che, i polsi della giovane erano ancora ammanettati. La fece girare, mentre Tory cercava di sbirciare cosa stesse cercando di fare. Lo vide posare l'indice sul sensore delle manette, che si dilatarono poco dopo. Rimase sorpresa, ma non fece domande.

-Seguimi-

Non sapeva la destinazione, non sapeva dove quel treno l'avrebbe portata. Insieme salirono sulla terza cabina e Tory diede un ultimo sguardo fuori. Le porte si chiusero dietro di lei, lasciandola, ancora una volta, in balia del destino.




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