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lavoro pubblicato domenica 11 settembre 2016
ultima lettura lunedì 16 settembre 2019

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Sinceramente

di nenen. Letto 442 volte. Dallo scaffale Pensieri

Prima o poi, tutti finiamo per conoscere il decadimento. Ci troviamo tutto d'un tratto ad avere davanti agli occhi solo fragilità; quello è il momento in cui mutiamo nella fragilità stessa. È spirito di sopravvivenza, ci ada.....

Prima o poi, tutti finiamo per conoscere il decadimento. Ci troviamo tutto d'un tratto ad avere davanti agli occhi solo fragilità; quello è il momento in cui mutiamo nella fragilità stessa. È spirito di sopravvivenza, ci adattiamo alla realtà che ci circonda e se non stiamo attenti lo facciamo dando via tutto ciò che abbiamo, anche le cose più preziose; e consegnamo noi stessi, obbedienti, rinunciamo alla nostra individualità e all'immensità di cui siamo composti. Portiamo a termine questa operazione deleteria e non ce ne lamentiamo. Semplicemente abbassiamo il capo, e lasciamo che quel vuoto insensato cresca dentro di noi. In fondo, lo conosciamo tutti. Lo sentii la prima volta a pochi anni di età. Luci spente, occhi che tentavano di focalizzarsi sul concreto e bocca secca. A questa bambina la morte viene a presentarsi conferendole la consapevolezza:"Esisto".
A distanza di molti, molti autunni, percepisco ancora la spropositata grandezza contenuta in quella semplice considerazione. Realizzai d'essere fatta di cenere, di essere finita, limitata da confini materiali che mai avevo vissuto come ostacoli e che ora si frapponevano tra me e l'eternità, nel modo più naturale possibile, materialmente. Nacque, piccolo, timido e inesperto quel buco dentro la pancia che ora sento distintamente – all'epoca non si manifestò con la violenza che avrei conosciuto succesivamente. Era la piccola smagliatura di una trapunta perfetta, ed era invisibile. Ci sarebbe voluto tempo perché si allargasse e assumesse queste dimensioni... tuttavia so che finirà per mangiarmi, in un modo o nell'altro. Per questo devo scrivere. Devo farlo prima che sia troppo tardi.

È chiaro che queste mie parole siano intrise di tristezza, e me ne dispiaccio fortemente. Purtroppo non tutti sono in grado di scrivere la gioia. Io, per esempio, scrivo sempre per bisogno. Non sprecherei la mia felicità in rimuginante solitudine. In quei momenti vorrei essere il Sole, e splendere su tutti, per tutti, e danzare e sprigionare i miei raggi con generosità, carezzare ogni siepe, baciare ogni chioma e illuminare gli occhi di coloro che non sanno proprio usarle, queste parole, così che non ne abbiano bisogno. Questo è il mio modo. Auguro a ognuno di trovare il suo, perché probabilmente alla fine il senso è solo qui. A volte sono incuriosita dalla morte. Vorrei quasi abbandonarmi a lei, lasciarmi stringere, per comprendere infine cosa sia, che comporti. È interessante come capiti di avere stormi di lettere nelle mani. Così trovo l'accettazione di me stessa. Ultimamente la vita ha cambiato tonalità. La mia memoria non sa distinguere a dovere ciò che è vicino da ciò che è lontano e, furba, per non sbagliare mi fa percepire tutto immensamente vicino e tremendamente lontano, non importa dove si collochi su un'ipotetica linea temporale; rivivo sentimenti passati da tempo, essi diventano presenti e a un tratto lo sono, tutt'altro che dimenticati, al contrario rievocati di giorno in giorno, al punto che di rado un ricordo giunge nuovo alla mia mente che si crogiola nel sapore inevitabilmente agrodolce, lo assaggia, lo assapora e mi fa l'occhiolino, perché mi suggerisce questi esatti pensieri e sa di essere crudele. Lei ed io non siamo mai state alleate e ne sono consapevole, ma non me ne rattristo. So che questa battaglia è necessaria, affinché io possa vincerla. Mi impegno ad odiare il mio avversario nel modo più indifferente possibile; lei, invece, non ne ha bisogno e so che spesso la intenerisco addirittura. Tuttavia questo è il suo compito e lo assolve precisa, anche se significa distruggerci entrambe – e sappiamo che è decisamente ciò che significa. È veramente curioso come l'anima e il pensiero possano essere distinti. Ciò che più mi infastidisce è che si debbano congiungere ad essere me, una cosa sola, condannandomi ad un'ovvia contraddizione che mi rende fragile e dolente. Credo saprei sopportare il dolore lineare e semplice, puro, calmo. Ma questo privilegio non mi appartiene mai. Il mio dolore mi somiglia, ed è carico di elettricità: per questo si nutre di rabbia, ansia, panico. È cinetico, il mio dolore, rimane gassoso e impazza per la stanza. Esiste davvero, poi, una sofferenza chiara e definita? Una sofferenza che si possa conoscere, che in fondo ti sia quasi amica? E se così non è, perché è capitato che quasi mi tentasse? Oh, comunque sia, tutto ciò appartiene al passato. Il buio può attirare, può farlo a lungo, offrendo di insediarsi tra un pensiero e l'altro, di arrivare a toccare ogni centimetro con le sue dita sottili. Ma giunge senz'altro il momento in cui ci si accorge che non è particolare, non è artistico, non è misterioso. È quasi folgorante e non è facile da accettare, perché non è poesia, non è impossibile spettacolo, grandezza umana, disperazione irresistibile, amore folle e spericolato. Il male non è altro che bruttezza, semplice, stupida e perfettamente compresa; scontato e banale, di nessun interesse, è bruttezza, e in quanto tale è completamente, irrimediabilmente e assolutamente fine a se stesso.



Commenti

pubblicato il domenica 11 settembre 2016
Carbonio, ha scritto: Consapevolezza dell'introspezione, Consapevolezza della realtà.

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