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lavoro pubblicato sabato 10 settembre 2016
ultima lettura venerdì 21 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Prototype: Human trials (6)

di SpencerJHarvey. Letto 334 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Fino a che punto siamo disposti a sacrificare qualcun altro, per salvaguardare il bene dell'umanità e il futuro dell'economia che ne verrà? Tra cyborg, ibridi e droni, il futuro non è poi così tanto certo. Una pedina nelle mani del Centro Protezione, r..

CAPITOLO 6

CASTOR

Era notte fonda.

L'eco dei suoi passi risuonava lungo il corridoio vuoto. Amava camminare da solo, non che detestasse la compagnia, ma a volte era meglio così. Una delle doti che Castor ammirava maggiormente era proprio quella: la capacità di restare soli. C'era qualcosa nella solitudine che lo attirava, così temuta, incompresa, nasconde chissà quali irraggiungibili segreti. Chi sceglie di inoltrarsi nei meandri, a volte, non è così fortunato da fare ritorno.

Bisogna affrontare i propri demoni ma Castor pareva amare caderci tra le braccia. La sua esigenza di evadere dalla realtà, si era trasformata in una dipendenza. Nessuno lo sapeva, certi segreti bisognava tenerseli ben stretti. Aveva provato a smettere, ma la voglia era troppo grande, il desiderio di scappare era forte, più potente di qualsiasi conseguenza. Si fidava di Tory, e Alisea era come una sorella per lui, ma ci sono alcune cose che devono essere sigillate nel profondo della nostra coscienza, dove solo noi possediamo la chiave, diventandone i padroni. Tutti hanno dei segreti, anche se dicono di non averne. Spetta a noi capire quando tirarli fuori e condividerli. Siamo avidi di segreti, perché in qualche modo, entriamo in possesso di un piccolo spicchio, di una misera parte di vita di un individuo e questo ci offre un immenso potere.

Il centro protezione non faceva pressioni riguardo all'uso di sostanze stupefacenti, anche le guardie spacciavano trip. L'importante era essere in piedi per le sei del mattino, in forma e pronti per l'allenamento, altrimenti si poteva rischiare un giorno in isolamento. Krystal Rose era troppo impegnata a spalmarsi lo smalto sulle unghie per accorgersi di cosa accadeva realmente al C.P., così tutti gliela facevano sotto il naso. Secondo Castor nessuna donna dovrebbe stare al comando.

Erano passati due anni da quando ne aveva provato uno. Il tempo possedeva il lusso di scorrere lento, ma richiamava quella velocità che solo la monotonia sfoggia.

Era sgattaiolato fuori dal dormitorio non appena il suo compagno di stanza aveva iniziato a russare, a volte restava sveglio intere notti per causa sua. Era un ragazzino tranquillo, arrivato da una settimana. Faticava ad ambientarsi e a stare dietro i ritmi del centro, ma a Castor non importava niente. Doveva smettere di fare la femminuccia.

I bagni erano uno dei posti più freddi di tutto il palazzo, ce ne erano due in ogni piano, per separare le ragazze dai ragazzi. Erano abbastanza curati, lucidi e profumati da uno strano aroma che Castor non era capace di riconoscere. C'erano otto postazioni doccia, con la porta vetro oscurabile e quattro cabine gabinetto. Il cadetto entrò nell'ultima cabina, in fondo al bagno. Di solito nascondevano lì i trip, scambiandoli con tessere, buoni per la mensa extra e altre cose su richiesta dello spacciatore. La luce al neon, che investiva la stanza, era più fioca rispetto a quella mattutina, probabilmente per ridurre i costi. L'unico rumore che s'impastava al respiro di Castor era il leggero soffio del condotto d'areazione. Alzò la mattonella dietro il water, ed estrasse una piccola bustina contenente dei francobolli colorati imbevuti della sostanza. Il numero era giusto, proprio quello che David gli aveva promesso. Era la sostanza più forte che si potesse trovare al centro protezione. Era rubata dall'infermeria dalle guardie che poi la passavano ai cadetti, era abbastanza facile illudere i medici. Il Lcs che costituiva i trip, sostituiva la morfina, perciò ne veniva importata una grossa quantità dall'esterno. Nessuno badava a qualche a qualche grammo mancante.

Castor tirò fuori due sigarette dai pantaloni e le gettò dentro il buco che lasciava la mattonella mancante, poi la rimise al suo posto, assicurandosi che fosse messa correttamente. Odiava farsi di trip, ma era l'unico modo per aumentare le sue prestazioni e per staccarsi dalla sua vita per un po'. Corse su per le scale, quando sentì l'allarme suonare. Infilò la bustina dentro le mutande, il posto più sicuro che gli passò per la testa.

"Mi hanno beccato" pensò tra se e se il giovane. Si gettò sul pavimento con le mani dietro il capo e la faccia a terra, era la procedura. Cercò di tranquillizzarsi, un respiro, due respiri, tre respiri. La tabella dei codici non l'aveva mai imparata, alle lezioni teoriche stava sempre per conto suo, a sognare chissà quali mondi fantastici. L'allarme continuava a suonare, con intervalli regolari, interrotti da due scariche più forti. In quel momento non si ricordava nulla, neanche il suo nome. Sarebbe dovuto restare su quelle scale fino a quando una guardia non avrebbe verificato la sua identità. Si alzò assicurandosi che nessuno lo stesse guardando, voleva trovare un posto più comodo di scale in metallo che gli foravano le budella ogni volta che respirava. Arrivò al piano successivo, fino a quando non sentì i passi delle guardie farsi sempre più vicini.

Si sporse leggermente verso l'entrata del settore F. Intravide i soldati dirigersi verso i dormitori di quella zona.

-Hei tu- sentì gridare. Tutto il suo corpo s'irrigidì a tal punto che non percepì più le gambe, forse stavano veramente cercando lui. Una strasa sensazione prese possesso del suo corpo, come se fluttuasse nell'aria. Si rese conto che le mani tremavano e non poteva fare nulla per fermarle, le doveva lasciar danzare sotto tutte le sue insicurezze, sotto la melodia della sua frustrazione.

-Identificati- sentì la voce farsi più vicino. La guardia era di fronte a lui, ma Castor non riusciva a metterne a fuoco il volto. L'uomo lo punzecchiò con la canna della mitraglietta, fino a quando il cadetto non ne riconobbe il volto. Era il caporale maggiore, faceva parte della guardia personale della direttrice: Maxwell Richard Loras. Tutti lo chiamavano Bruto, per via delle sue maniere poco cortesi. Sfoderò una piccola pistola e la puntò sulla targhetta con il codice.

-Senti ragazzino, fila nel tuo dormitorio o ti ci mando a calci- disse spingendolo via.

Castor non capì più niente e in un batter d'occhio si ritrovò sul suo letto, nel suo dormitorio, avvolto da una nausea angosciante. Se il caporale Loras si era allontanato dalla sua amata direttrice Krystal, qualcosa di brutto doveva essere accaduto. Anche l'allarme confermava la sua teoria. Jim continuava a fissarlo senza dire niente e questo non faceva altro che irritarlo ancora di più. Quei suoi occhialoni rotondi contribuivano a renderlo goffo, il viso paffutello nascondeva gli occhietti marrone che seguivano Castor per tutta la stanza. Era più piccolo del giovane, minuto.

-Tu sai qualcosa?- sputò secco il cadetto.

-Cosa?- balbettò Jim sorpreso. Forse l'aveva colto impreparato la domanda del ragazzo.

-Perché è partito l'allarme?-continuò Castor.

-Io non, non lo so- rispose spostandosi un ricciolo arancione dal viso.

-Senti lascia perdere, torna a dormire-

Non aveva tempo di stare dietro a quel bamboccio, così decise di coricarsi sulla sua branda. Non aveva nulla contro quel ragazzino, ma non aveva mai condiviso la stanza con qualcuno e questo lo infastidiva. Non voleva dividere il suo ambiente con nessuno perché era l'unico posto dove poteva stare realmente solo ad ammirare fuori dalla finestra. Avrebbe dovuto cambiare tutto: le sue abitudini, le sue esigenze, una parte di se.

Prese la confezione di sonniferi dal comodino e ingerì due pillole, erano abbastanza piccole perciò riuscì a deglutirle in fretta. Estrasse la bustina dai pantaloni e prese un francobollo. Lo mise sulla punta della lingua, non aveva alcun gusto ma Castor sapeva che avrebbe fatto effetto quasi subito. Sarebbe entrato in una specie di trance, simile al sonno, grazie ai sonniferi. Sperò di non prendere un bad trip, l'ultima volta che lo aveva vissuto in prima persona era stato tremendo. Per sicurezza, si legò il polso alla testata del letto, con la cinghia dell'uniforme.

Il sonno arrivò veloce, quasi all'improvviso, portandosi dietro tutta la stanchezza accumulata. La sentì scivolare via, fino a quando la luce fioca della stanza non fu inghiottita da un buio pesto. Poi il nero lasciò posto a strani colori che danzavano armoniosamente, volteggiando velocemente. Non riusciva a muoversi. Ebbe la strana sensazione che il cervello avesse iniziato a scalciare nella sua mente, come se volesse uscire da lì. Percepì un ronzio che minacciò di spaccargli il cranio in due. Il dolore trasformò i colori accessi in colori spenti, privi di quella tonalità allegra che lo facevano sentire euforico. Poi si svegliò di colpo, tutto sudato e con il cuore in gola squadrò la stanza. Tutto pareva sfocato, come se i suoi occhi fossero ricoperti di una patina trasparente. Castor si alzò dal letto, mentre una nebbia nera avvolgeva la stanza. Aveva le mani sporche di sangue e qualcuno dietro di lui rideva. Il cuore batteva forte, parve scoppiare sotto il peso di tutta quella paura. Si ritrovò circondato da persone che lo punzecchiavano con le loro sudice mani, volevano ucciderlo e il cadetto lo sapeva. Dovevano morire tutti. Si tappò le orecchie e cacciò un grido, sperando che bastasse per far allontanare quei mostri. Lo afferrarono e lo presero a calci fino a quando non sentì il sangue scorrergli lungo il collo. Nessuno l'avrebbe aiutato, perciò si alzò caricando in avanti. Colpì la sagoma che aveva davanti. Non possedeva un volto, era solo una figura nera. Quando quella ancora lo derise, Castor strinse le sue mani intorno alla gola di quell'individuo. Cercò di divincolarsi, ma la presa del cadetto era troppo forte. Il giovane strinse fino a sentire le braccia in fiamme. L'adrenalina lo faceva sentire vivo, potente, invincibile.

Poi la creatura smise di muoversi e si accasciò a terra. Cambiò forma e il corpo steso senza vita sul pavimento, era quello di Jim. Castor si sentì svenire, le gambe cedettero e cadde in ginocchio. Sentì lo scricchiolio delle ossa e il sapore della disperazione. Le lacrime iniziarono a scorrergli lungo il viso, baciavano la sua pelle rosea, macchiandola di quel peccato così meschino. Urlò.

Si risvegliò con il fiatone, annaspando in cerca d'aria. La gola gli faceva male, come se avesse ingoiato una manciata di chiodi. Aveva la fronte imperlata di sudore. Il polso era ancora legato al letto, perciò non aveva avuto la possibilità di muoversi. Era tornato alla realtà e il trip era stato uno dei più brutti che avesse mai preso.

Jim era vivo e lo fissava sconvolto. Si stava già preparando per la prima sessione, la mattina era arrivata presto, anche prima del previsto. Castor sistemò il lenzuolo caduto e slegò la corda che lo teneva incollato al letto. Si tolse gli indumenti sudati restando in intimo. Frugò nell'armadio in cerca della divisa corta. Percepì lo sguardo del compagno di stanza perforargli la pelle, la sentì bruciare sotto gli occhietti del ragazzo.

-Che hai da guardare?- chiese scontroso a Jim.

-Io non, io ehm...niente... c'è io stavo solo- borbottò imbarazzato.

Sul viso di Castor si formò un ghigno divertito.



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