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lavoro pubblicato venerdì 9 settembre 2016
ultima lettura sabato 18 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Prototype :Human trials (2)

di SpencerJHarvey. Letto 336 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Fino a che punto siamo disposti a sacrificare qualcun altro, per salvaguardare il bene dell'umanità e il futuro dell'economia che ne verrà? Tra cyborg, ibridi e droni, il futuro non è poi così tanto certo. Una pedina nelle mani del Centro Protezione, r..

CAPITOLO 2
TORY

L'infermiera ci stava mettendo troppo tempo per prendere degli stupidi antidolorifici. Erano passati pochi minuti, ma la pazienza di Tory si stava esaurendo.

Alisea probabilmente se le stava facendo dare di santa ragione e non essere lì la faceva impazzire. Non capiva perché l'amica avesse questo focoso desiderio di autodistruggersi, proprio non lo sopportava.

Forse c'era dell'altro, ma aveva imparato che con Alisea era meglio non fare domande. L'orologio elettronico, posto sopra il tavolo della Reception, segnava le tre del pomeriggio. La prova doveva essere già iniziata, non era obbligatorio partecipare, ma Tory voleva essere lì per sostenere l'amica. Chissà come avrebbe reagito. Sperò ci fosse Castor con lei. Quei due erano molto legati e, a volte, Tory si sentiva fuori luogo.

Detestava quando i, due amici, la ignoravano come se non fosse con loro. Aveva provato più e più volte a chiedere ad Alisea se ci fosse qualcosa di più di una semplice amicizia, ma l'amica l'aveva snobbata con un semplice -No, che schifo! Ma che ti salta in mente?- La risposta l'aveva un po' rincuorata. Tory non ricordava come avesse conosciuto Alisea. A volte le cose migliori arrivano all'improvviso, lasciandoti con l'amaro in bocca quando cerchi di rammentarle. Forse certi ricordi vanno lasciati in fondo al pozzo della memoria.

-Ecco i tuoi antidolorifici- La voce dell'infermiera la fece sobbalzare, il cuore iniziò a tamburellare nel petto, come se stesse bussando per poter uscire. Strappò la confezione dalle mani della donna e uscì velocemente. Non aveva tempo da dedicarle. Haily era sempre stata gentile con la cadetta e, il ricordo di ciò, la fece sentire tremendamente in colpa. Gli occhi color caffè della donna parevano una voragine sconfinata, ricca di tesori inviolati e certezze che ti facevano sentire al sicuro. Quella volta, però, c'era qualcosa di diverso, ma forse era solo una stupida sensazione. Si diresse lungo il suo dormitorio, superando il centro informazioni. Incontrò pochi cadetti lungo i corridoi, alcuni la salutarono e altri la ignorarono semplicemente. Era impossibile conoscersi tutti. Tory passò davanti a due guardie, provò ad accennare un sorriso, ma non la notarono. Se ne stavano sempre a testa alta, come se uno spillo invisibile li pungesse ogni volta che abbassavano la guardia, o forse volevano solo mostrarsi più forti e autoritari di quanto fossero realmente.

Entrò nella sua stanza ignorando gli sguardi dei suoi compagni che stavano lì fuori a chiacchierare. Non tutti amavano assistere alle prove e Alisea non era molto amata, essendo una delle più brave. Molti l'ammiravano e altri l'avrebbero presa volentieri a pugni. Tory avrebbe voluto fare entrambe le cose. Vicino all'entrata della sua stanza c'erano due ragazzi intenti a baciarsi appassionatamente, si scambiavano carezze e effusioni un po' troppo spinte. –Trovatevi una camera o al massimo uno sgabuzzino- Rimproverò la cadetta.

Sentì sollevarsi un borbottio contrariato che svanì non appena le porte si chiusero. Rimase sola nel suo dormitorio. La sua coinquilina non c'era, probabilmente stava assistendo alla prova di Alisea, visto che pareva essersi presa una bella cotta per lei. A Tory la cosa divertiva terribilmente. La stanza era insonorizzata e l'unico rumore che si percepiva era il getto dell'aria condizionata che fuoriusciva lento. Si coricò sul letto e scartò il pacchetto di antidolorifici come se fosse Natale. Ingerì due pillole senza sprecarsi a raggiungere il distributore dell'acqua. Provò a rilassarsi, lasciando che il dolore sparisse lontano, dove non l'avrebbe più potuto vedere. L'avrebbe salutato e abbandonato chissà dove, in attesa di rivederlo sulla soglia della mattina seguente. La monotonia si aggirava come una nube tossica al centro protezione, ma pensandoci su, a Tory, non dispiaceva affatto. Tutto ciò che aveva era sicuro, la monotonia era garantita, perché rischiare verso l'ignoto?

Tory ebbe un tuffo al cuore.

Si era dimenticata che la notte l'avrebbe passata pulendo i pavimenti. "Tutta colpa di Alisea e dei suoi stupidi piani" farfugliò tra se e se. A volte l'autocommiserazione dell'amica la innervosiva. Pensava di essere l'unica a sentirsi inappropriata, quasi una marionetta nelle mani della C.P.? Certo che no, ma perché osare così tanto, la cadetta, proprio non lo capiva. Respirò profondamente, liberandosi di tutta quell'aria sudicia che le opprimeva il petto. Gli antidolorifici non facevano effetto e Tory si sentì ancora peggio. Il braccio le faceva male ad ogni minimo movimento, anche allacciarsi le scarpe risultava difficile.

Stare sola non le piaceva e come colui che ci resta per troppo tempo, stanco e sconfortato, iniziò ad avere paura. La cadetta aveva la sensazione di essere chiusa in una piccola bolla di vetro pronta a rompersi al più misero soffio del vento. Fece scorrere i ricordi nella sua mente come fotografie ormai sbiadite. Forse era l'unica a ricordare ciò che era prima, la sua famiglia, i suoi amici, sua sorella. Vedeva dei volti che andavano a sfocarsi sempre di più, giorno dopo giorno. Aveva paura che qualcuno le portasse via quel dono speciale. Neanche Alisea sapeva. Tutti il quel luogo nascondevano qualcosa, tutti si domandavano chi fossero realmente, ma solo in pochi avevano il coraggio di chiedere. Tory sapeva di essere diversa, lei ricordava la sua vita passata, la vita prima del Centro Protezione. Ogni notte sognava la sua famiglia. Vedeva gli occhi verdi della madre che le sussurravano verità lontane, sentiva le dita del padre sfiorarle il viso, delicatamente, e ogni volta che provava a raggiungere la sua mano, non ci riusciva mai. Udiva una risata senza volto, pianti senza lacrime, ricordava il sole, il cielo, i castelli di nuvole.

Passava intere notti a piangere, a chiedersi perché fosse successo a lei. Non voleva avere quei ricordi, ma allo stesso tempo, erano l'unica cosa che la rendeva più di un semplice codice. Perciò li custodiva in un piccolo angolino della sua coscienza, sperando che nessuno li notasse. Iniziò a sentire le mani intorpidite, così decise di mettersi in piedi. Fece due flessioni, ma il braccio le impedì di andare oltre. Era insopportabile.

L'aveva colpita quella spocchiosa di Wendy due sere prima, durante l'allenamento a corpo libero. L'avrebbe pagata prima o poi.

Qualcuno bussò alla porta. Si avvicinò a passo svelto verso l'interfono, premette il pulsante e avvicinò la bocca al ricevitore sulla parete.

-Chi è?- chiese.

-Ufficio Sicurezza-

Il tempo parve fermarsi. Tutto intorno a lei iniziò a vacillare, disintegrandosi in uno spazio vuoto e nero. Restò sola nel nulla.

-Gradirei poter entrare- continuò quella voce graffiata dai filtri dell'interfono. Tory non aveva staccato il dito dal tasto d'accensione, fece due respiri profondi e cercò di restare il più lucida possibile. Le gambe iniziarono a tremare, ma il pavimento era fermo. Dovevano aver ricevuto i risultati del controllo settimanale e probabilmente avevano capito che c'era qualcosa di sbagliato in lei. Avrebbero fatto qualsiasi cosa pur di strapparle via quei ricordi e la consapevolezza di tutto ciò, non fece altro che aumentare l'angoscia che la opprimeva dalla mattina. Si schiarì la voce.

-Posso sapere perché?- azzardò Tory.

-Nulla di cui preoccuparsi, vorrei scambiare due chiacchiere riguardo la tua punizione-

La cadetta non ci pensò due volte, passò il braccialetto verso il sensore della porta che scattò di lato. Si ritrovò davanti tre uomini. Ne riconobbe solo uno, Jacob Hollers, il coordinatore dell'ufficio sicurezza del C.P. La sua fama lo precedeva, un successo non dovuto alle sue capacità intellettive abbastanza alte, ma per le sue malate perversioni. Tory non aveva mai voluto sapere cosa facesse ai cadetti che lo visitavano ogni tanto. Tornavano con le facce spente, vuote, come se non fosse rimasto più niente di loro.

Si sentì in trappola non appena l'uomo fece un passo avanti. Indossava un completo grigio, dal colletto rigido, una cravatta nera che rispecchiava l'iride dei suoi occhi. Parevano un tornado di malizie e tormenti, un mare di catrame in cui è facile annegare. Le due guardie che lo accompagnavano indossavano dei larghi pantaloni blu, mentre il petto era protetto da una giacca antiproiettile morbida lungo le maniche. Un brivido le percorse la schiena e un mucchio di domande iniziarono ad annebbiarle la mente.

-Cadetto M17 giusto?-

Un finto sorriso si dipinse nel viso a punta di Jacob, un ghigno forzato che fece accapponare la pelle della giovane. L'uomo restò in silenzio, dondolandosi sulla punta dei piedi. Era tutto troppo strano.

-Si, sono io. Come posso aiutarvi?- chiese.

La sua voce era ferma, decisa, mentre era intenta a non distogliere lo sguardo dal coordinatore.

-Non credo sia il posto giusto per parlare, seguimi nel mio ufficio-

Presero l'ascensore, fino all'ottavo piano, dove risiedevano le autorità massime del centro protezione.

Tory cercò di fare mente locale sulle possibili azioni che avrebbero potuto far allarmare l'ufficio sicurezza, ma non le venne in mente niente, se non i piani strampalati di Alisea. Per un attimo ebbe paura, ma la pena da scontare era già stata assegnata: -Lavori forzati durante la notte, dovrebbe bastare per farvi rigare dritte- aveva strillato Ruspus Gollin, il vicedirettore. Ad ogni passo Tory sentiva i piedi sprofondare nel pavimento. Iniziò a sudare freddo, cercando di evitare gli sguardi dei cadetti in corridoio. Le guardie le stavano dietro. I loro passi componevano una strana melodia che tutti erano curiosi di ascoltare.

Jacob Hollers le aprì la porta, facendole cenno di entrare. Tory sapeva che tutta quella finta cortesia e quella apparente gentilezza, erano solo vincoli e procedure che il coordinatore doveva rispettare. Si muoveva lento, sistemandosi sempre la cravatta. Il suo ufficio aveva un odore pungente, che stuzzicava l'olfatto.

Le venne la nausea. Le guardie restarono fuori e la porta si chiuse lasciandoli soli.

-Accomodati-

La stanza era discreta, né troppo grande né troppo piccola. Le luci sembravano fluttuare nell'aria e il pavimento blu elettrico spezzava la monotonia creata dalle pareti bianche.

Tutto lì dentro aveva una forma geometrica, statica, precisa, persino le piante. Tutto sembrava un grosso sogno e Tory ebbe la sensazione di nuotare nell'aria. Si passò le mani lungo i pantaloni per asciugare il sudore. Jacob prese posto dietro la sua scrivania, incrociando le braccia, aspettò che Tory si sedesse.

-Allora, so che sei molto brava a fabbricare esplosivi-

-Si, così pare- sbottò la cadetta.

Aveva un brutto presentimento.

-Perché mi ha convocata qui?- continuò.

-Per parlare. Sai mi sono giunte notizie molto interessanti, riguardo a ciò che c'è dentro la tua testolina- sorrise lui. Le aveva mentito e lei era finita dritta in bocca al lupo. "Sei un'idiota" si rimproverò. Iniziò a non distinguere gli oggetti nella sala e faticò a mettere a fuoco Jacob che rideva sotto i baffi. Non riuscì più a parlare, come se ogni singola sillaba si fosse sgretolata nell'aria fredda della stanza. Era seduta, ma sembrava fluttuare insieme a quelle piccole luci nella stanza. Strizzò gli occhi cercando di stare sveglia.

-La scorsa settimana, al monitoraggio, ho scoperto cose interessanti su ciò che i tuoi impulsi celebrali vogliono comunicare, sul tuo passato, anche se quello lo consoci già, o sbaglio?-

Tory non rispose, non poteva essere vero, non potevano averla scoperta così, dopo ben diciassette anni aveva iniziato a ricordare.

Era l'unica cosa che la teneva aggrappata a ciò che era, senza quei frammenti di ricordi non ci sarebbe stata più nessuna Tory, o almeno non la Tory che avrebbe voluto essere.

-Come ben sai, non possiamo lasciar correre, mi dispiace- disse canticchiando.

-Cosa volete farmi?-

-Per adesso niente, hai già fatto tutto da sola- Tory scattò in piedi, ma la testa le girò così tanto, che andò a sbattere sul mobile vicino. Arrancò verso la porta, mentre le gambe dondolavano perse nel vuoto. L'ingresso era stato bloccato dall'esterno, così la giovane iniziò a chiedere aiuto. Le sue parole non avrebbero lasciato la stanza, sarebbero rimaste con lei, a tormentarla durante i silenzi più inquieti. La risata di Jacob invase le orecchie della cadetta, allontanandosi sempre di più. Le orecchie si ovattarono e cadde in ginocchio.

-La cara e dolce infermiera Haily, ha gentilmente scambiato i tuoi antidolorifici con potenti sonniferi. Che donna!- Continuò il coordinatore.

Tory colpì la porta fino a quando non sentì le nocche bruciare. Jacob si avvicinò. Le spostò una ciocca di capelli dal viso, la guardò negli occhi e sorrise.

-Sogni d'oro- le sussurrò.

Vide la sua sagoma scomparire e la paura fu lontana.




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