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lavoro pubblicato venerdì 9 settembre 2016
ultima lettura venerdì 12 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Prototype: Human trials

di SpencerJHarvey. Letto 415 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Fino a che punto siamo disposti a sacrificare qualcun altro, per salvaguardare il bene dell'umanità e il futuro dell'economia che ne verrà? Tra cyborg, ibridi e droni, il futuro non è poi così tanto certo. Una pedina nelle mani del Centro Protezione, r..

CAPITOLO 1

ALISEA

-Io avrei seguito il tuo piano se non ci avessero beccato!- sbottò Alisea buttando giù un altro boccone di carne.

-Il mio piano era di seguire il tuo piano- ribatté Tory

-Io non avevo nessun piano, avrei improvvisato una volta arrivati-

Alisea incrociò gli occhi dell'amica e un brivido le attraverso la spina dorsale. Sapeva di averla messa nei guai e un terribile senso di angoscia le strisciò tra le viscere.

-E poi cosa avresti fatto? Ti saresti messa a minacciare le guardie con un cucchiaino?-

La risata di Tory invase tutta la sala mensa, molti cadetti le lanciarono sguardi carichi di curiosità.

Alisea si sentì ferita da quella squallida battuta, ma alla fine sapeva che l'amica era fatta così.

-Non dirmi che ti sei offesa-

-No, sono solo stanca- mentì la giovane. Ci aveva creduto veramente quella volta, sperava che sarebbero riuscite a ingannare le guardie e svignarsela dal settore otto, ma invece erano state beccate ancor prima che il sole sorgesse.

-Avevi l'allenamento?- Chiese Tory.

-Sì, sessione completa. Non credo di sentire più le gambe-

-E indovina un po'? Tra cinque minuti dobbiamo andare a prepararci per la tua prova e, per aver trasgredito le regole, siamo costrette ai lavori sforzati per tutta la notte. Compimenti ninja- disse emulando la voce del vicedirettore. Questa volta l'amica riuscì a strapparle un sorriso. Era grata per quella piccola e pazza ragazza, forse l'unica cosa buona di quel posto che tutti chiamavano casa.

-Mi ero dimenticata della prova-

-Scherzi vero? Tutti non non parlando d'altro, potresti salire in cima alla classifica-

Alisea smise di ascoltare l'amica, non voleva aggiungere sale su una ferita già aperta.

La sala mensa era una stanza enorme con almeno un centinaio di tavoli dove i cadetti, di ogni età, potevano guastarsi in tranquillità quella mezz'ora di pausa che era abitualmente concessa.

Indossavano tutti la stessa divisa, ma di diverso colore, alcuni restavano a maniche corte, altri in canottiera. Sembravano una macchia d'inchiostro lasciata cadere lì per caso, riuniti insieme per chissà quale scopo. Era questo che tormentava Alisea continuamente. Perché erano lì? Cosa volevano da loro? Venivano allenati come muli, mattina e sera, fino a quando le gambe non reggevano più e le mani non si riempivano di calli. L'idea le martellava la testa continuamente tanto che il suo rendimento era nettamente calato, facendola finire in fondo alla classifica generale.

Non le importava molto. La notte non dormiva e impiegava il tempo studiando piani impossibili per scappare da lì. Nessuno aveva mai realmente funzionato.

Percepì gli occhi marroni di Tory perforarle la pelle, fino alle ossa.

-Che c'è?- sbottò Alisea.

Aveva perso l'appetito e giocherellava con la forchetta, deturpando quelle povere verdure che non avevano fatto nulla di male. Qualcuno doveva pur pagare per la sua frustrazione.

-È da cinque minuti che fissi il vuoto, sputa il rospo prima che te lo tiri fuori con la forza-

La giovane cercò di mantenere la calma, ma la tranquillità dell'amica la infastidiva. Continuò a fissare il vuoto che si presentava così interessante ai suoi occhi, come l'amante guarda l'amore spogliarsi di ogni insicurezza al suo cospetto, anche lei avrebbe voluto perdersi in qualcosa di migliore che però non c'era.

Poi, accompagnata dal brusio generale, decise di parlare.

-Non ti fa innervosire il fatto che tu non sappia quale sia lo scopo di tutto ciò? Cazzo Tory perché siamo qui? Io non posso sopportarlo-

Lo sguardo dell'amica cambiò completamente, dalla dolce preoccupazione passò all'amaro sguardo accusatorio che Alisea tanto odiava.

-Non ricominciare, ti prego- quasi le supplicò l'amica.

-Sei stata tu a chiedermelo-

Alisea fece due respiri profondi e fissò il piatto che aveva davanti. Pensò a come tutto quel cibo non dovesse preoccuparsi di niente, tranne essere mangiato, certo, ma almeno quegli spinaci conoscevano il loro destino. Si ritrovò ad odiare della misera verdura che non avrebbe più avuto lo stesso sapore.

Sentì la mano dell'amica sulla sua, così alzò lo sguardo.

Quegli occhi così marroni, ma che dentro nascondevano chissà quel inesplorato tramonto, rivolgevano l'attenzione solo a lei, analizzando ogni suo centimetro. Alisea si sentì sprofondare in un oblio ancora più profondo. A volte sarebbe voluta tornare indietro nel tempo per poter cambiare tutto, compresa l'amicizia con Tory, anche se, il passato neanche lo ricordava. Odiava quanto l'amica le volesse bene e come invece, Lei, riuscisse costantemente a metterla nei guai. Nonostante cercasse di tenerla fuori dai suoi strampalati piani, per un motivo o per un altro, ci finiva dentro comunque.

-Scusa Al, ma adesso dobbiamo andare-

Alisea trattenne le parole che cercavano invano di uscirle dalla bocca e si limitò a fare un cenno con la testa. Il frastuono generale pareva annebbiarle la ragione.

Tory gettò nel cestino il cibo che rimaneva, schivando gomitate e cadetti che le intralciavano la via. La capo cuoca strillava per far scorrere la fila al bancone, mentre le guardie se ne stavano fermi dalle porte a fissare le ragazzine. Le venne la pelle d'oca quando posarono gli occhi su di lei. Distolse subito lo sguardo e si concentrò sulla sagoma dell'amica che si faceva sempre più vicina. La vide fermarsi per raccogliere una forchetta che un altro aveva gettato a terra. Poi raggiunsero il corridoio insieme.

Tutto era così dannatamente uguale per Alisea, che, a volte, le veniva addirittura la nausea. Quelle pareti bianche rendevano il corridoio un posto quasi senza fine.

Alisea pensò a cosa avrebbe dovuto affrontare nel giro di pochi minuti e le gambe iniziarono a vacillare sotto il peso di quella consapevolezza.

-Vado un attimo in infermeria a farmi dare degli antidolorifici, ci vediamo direttamente in palestra-

Fu Tory a rompere il silenzio.

-Okay-

-Ah dimenticavo! Buona fortuna. Stai attenta alla faccia, non voglio che il tuo bel visino si rovini-

-Mi amerai comunque, giusto?- scherzò Alisea.

Tory sollevò il sopracciglio e il suo viso si contrasse nel solito ghigno divertito.

-Non credo, penso di poter trovare di meglio-

Alisea colpì l'amica sul braccio scoperto, nel punto esatto in cui un grosso livido violaceo contrastava la sua candida pelle. Tory si lasciò sfuggire un piccolo gemito di dolore.

-Carogna! Questo si chiama giocare sporco. Brava la mia ragazza-

Entrambe risero di gusto, invadendo tutto il lungo corridoio. Oltre a loro, c'erano solo due addetti alle pulizie che canticchiavano motivetti irritanti.

-Ci vediamo tra poco-

-Puoi contarci, porta con te anche Castor- rispose Alisea mordicchiandosi il labbro.

Poi le amiche si salutarono e ognuna prese la sua strada.

Alisea scese le scale che l'avrebbero portata nel settore due, zona zero, forse uno dei più tranquilli del Centro Protezione.

Il ticchettio metallico che scandiva i suoi passi le riempì le orecchie con tale foga, che anche quando ci fu silenzio continuò a sentire quel rumore. Spesso camminava a testa bassa, permettendo al tempo di scorrerle davanti.

Superate le tre rampe di scale, intravide altri cadetti che aspettavano nel corridoio.

Non conosceva nessuno di loro, o meglio, ricordava i loro visi, ma nulla più. In quel centro era quasi un fantasma, solo in pochi conoscevano il suo nome, ma tutti sapevano il suo codice identificativo, d'altronde bastava guardarle la targhetta. Il più grosso, Crabb, o almeno così lo chiamavano tutti, la fissò non appena i suoi occhi notarono la piccola sagoma della giovane. Era un uomo robusto, dalle braccia possenti e un taglio corto militare che appesantiva i suoi lineamenti duri.

Pareva un adulto, ma in verità era più piccolo di Alisea. Frequentavano lo stesso corso di combattimento corpo a corpo e di simulazione alle prove. Nella mente della cadetta era ancora viva l'immagine di Crabb che spezza le dita al coordinatore d.s, colpevole solo di aver contestato una delle sue mosse.

Il ragazzo incrociò le braccia aspettando che Alisea passasse, squadrandola dalla testa ai piedi.

Sperò non fosse lui il suo avversario. Vicino a Crabb c'era una donna altrettanto robusta, che bofonchiò qualcosa non appena la giovane le passò davanti. Aveva una tigre tatuata sul viso. La sentì ridere alle sue spalle, ma decise di lasciar perdere. Attraversò il corridoio, arrivando davanti alla porta del suo dormitorio. Passò il bracciale metallico, che teneva al polso, davanti alla serratura elettronica. La porta scattò di lato permettendo alla ragazza di passare. Alisea entrò nella stanza, lasciandosi cadere nel piccolo letto posto all'angolo della stanza. Sentì la stanchezza depositarsi in ogni centimetro del suo corpo.

Girò leggermente la testa e una strana sensazione di smarrimento le invase l'animo. La finestra offriva sempre la stessa visuale: la città.

C'erano mille colori che danzavano armoniosamente, il sole scompariva dietro i grattacieli che parevano solleticare le nuvole e, queste, ridevano vagando nel cielo scarlatto. Le strade erano piccole e le auto si spostavano lungo le strade di quella città senza nome. Le stagioni cambiavano e Alisea aspettava l'inverno, dove la neve candida avrebbe sfiorato la finestra. Lasciò che i polpastrelli toccassero il vetro, cercando di ricordare come fosse il tocco gelido della neve, o la pioggia sul viso. A volte riusciva a vedere piccoli pallini indistinti che si muovevano frenetici e si immaginava al posto loro, al posto di quelle persone che mai guardavano dalla sua parte. Avrebbe voluto urlare fino a sentire la gola perire sotto quel canto coì disperato, tutti le passavano davanti ignari che lei fosse lì. Guardava le loro vite mentre si lasciava scivolare dalle mani la sua.

Non voleva prepararsi per la prova, non ne aveva alcuna intenzione. Eppure era vincolata ad affrontare questo genere di cose, perciò decise, tra se e se, che avrebbe perso di proposito. Non le importava del suo avversario, non le importava della commissione o della classifica, loro non volevano collaborare e allora Alisea si sarebbe presa da sola le risposte che cercava.

La divisa che avrebbe dovuto indossare era già appesa all'anta dell'armadio. La guardò sperando si disintegrasse all'istante.

Era di un nero opaco, quasi sporco, rigida nel colletto e lungo le spalle. Dei bottoni grigi squarciavano la divisa, dal colletto fino al basso ventre.

Era leggermente più elegante delle solite divise sportive.

Si alzò a fatica, ripentendo mentalmente tutte le persone che facevano parte della commissione.

"Gregor Tapman, Juls Robb, Polly Roger e Will Storm"

Continuò fino a quando i nomi non si ingarbugliarono nella sua mente.

Si sfilò i pantaloni con delicatezza, cercando di non sfiorare i lividi, svestirsi era diventata un'impresa. Durante gli allenamenti venivano provati fisicamente dalle sessioni, dove, a volte, erano costretti a battersi anche tra di loro per simulare le prove. I coordinatori non potevano toccarli in alcun modo. Se dovevano punirli, utilizzavano un taser simile ad una pistola. Alisea ormai si era abituata alla scossa elettrica.

Si avvicinò al lungo specchio presente nella stanza.

Squadrò il suo riflesso, quasi come se stesse ammirando un'estranea.

I lineamenti duri e marcati di Alisea erano spezzati da un livido rossastro all'altezza della mascella. Le labbra erano di un rosso intenso, vermiglio, come fuoco, mentre il nero dei capelli contrastava quel colore così acceso. Si guardò con attenzione.

"Questo colletto è veramente stretto" pensò tra se e se cercando di allargarlo un po' di più.

Fece due respiri profondi, cercando di buttare fuori tutta l'aria possibile insieme alle preoccupazioni che si portava dietro.

Lei non era nessuno e il Centro Protezione le dava uno scopo che non conosceva. Percepì le tempie andare a fuoco.

Il mal di testa l'avrebbe aiutata a perdere.

Le dispiaceva rinunciare ad anni di allenamenti e sudore finendo in fondo alla classifica di ogni specialità. Era una delle migliori, era.

Il passato non le importava, voleva tagliare qualsiasi legame, qualsiasi cosa la tenesse vincolata al C.P. Decise che era ora di andare nel luogo dove era stato allestito il palco per la prova. Ripercorse lo stesso tragitto, salì le scale e svoltò al secondo angolo a destra.

-Devo dire che questa divisa ti fa il culo più grosso-

Un enorme sorriso si stampò sul viso di Alisea.

-Ma quanto sei gentile Castor- disse sarcastica.

-Il mio era un complimento- ribatté l'amico più grande.

-Comunque mi sei mancata- aggiunse cingendole il fianco con il braccio.

-Tu no, se devo essere sincera-

Entrambi risero mentre si avviavano verso la sala della prova, che questa volta, era stata allestita nel settore tre.

-Allora, sei agitata?- continuò Castor.

Nei suoi occhi azzurri c'era davvero preoccupazione. Alisea si perse per un attimo tra le sue lentiggini che ne punteggiavano il viso.

"Lo rendono ancora più adorabile" pensò.

Castor e Alisea si conoscevano da tanto, forse anche da più tempo di quanto ricordassero. Si erano incontrati durante la prova di Tiro con l'arco, dove per poco, lui, rischiò di trafiggere con una freccia l'allenatore. Dopo l'incidente era diventato uno dei migliori, non si alleavano insieme perché appartenevano a piani diversi, ma aveva assistito alle sue ultime prove e poteva vedere i risultati nella classifica generale. L'amico se la cavava piuttosto bene.

I capelli verdi di Castor riportarono Alisea alla realtà.

-Solo un po'- mentì di nuovo.

Era la seconda volta che nascondeva la verità ai suoi due migliori amici. Si sentì ancora peggio. L'ansia la stava divorando. Per un istante credette di aver sentito le sue budella urlare dalla disperazione. Nonostante avesse scelto di perdere, questo la turbava ancora di più. Avrebbe fatto una brutta figura davanti alla commissione, agli allenatori, ai supervisori, a tutti i cadetti della C.P e si sarebbe trovata lividi in più da sopportare la notte.

-Immagina tutti in mutande- esordì Castor.

-Oppure immaginali nudi, non fa differenza-

Alisea avrebbe voluto tirargli un pugno sulla spalla, ma trattenne l'istinto. Immaginare tutti nudi di certo non l'avrebbe aiutata.

-Castor, posso farti una domanda?-

-Certo- canticchiò sorridente.

-Ma tu non stai mai zitto?-

Questa volta fu Alisea a ridere, compiaciuta di aver fatto arricciare le labbra al ragazzo.

Castor si passò una mano tra i verdi capelli, trattenendo un sorriso. Arrivarono davanti all'entrata del settore. Nella parete ara disegnato un grosso tre che indicava l'inizio della zona. Le luci illuminavano l'atrio, riflettendo il pavimento blu. Raggiunsero l'entrata dove, a farvi la guardia, c'erano due soldati di sezione o, comunemente chiamati, Avamposti.

Il settore iniziò a riempirsi di cadetti che facevano sempre più rumore.

Alisea provò a chiudersi nella sua piccola bolla di sapone, dove, con un po' d'impegno, sarebbe riuscita a estraniarsi dal resto del mondo.

Si guardò le mani, pensando a cosa spingesse gli altri cadetti ad essere così tranquilli. Anche loro si ponevano le stesse domande? Oppure era solo una sua fissazione quella di sapere, quella di avere uno scopo preciso, quella di dare un senso alle proprie azioni?

Forse era lei quella strana.

-Identificatevi- disse l'Avamposto più magro.

-021 e Z14- dissero in coro Alisea e Castor.

In quel posto i loro nomi poco importavano, venivano chiamati con un codice, in base alla zona in cui vivevano e al numero di stanza.

Alisea lo odiava.

Le guardie lasciarono libero il passaggio ai due amici, che, ancora più vicini, varcarono la soglia.

La sala era già quasi piena, nonostante fosse gigantesca. C'erano solo pochi posti ancora disponibili, perciò si precipitarono a sedersi. Al centro c'era un tappeto rotondo, dove la ragazza avrebbe dovuto battersi. Presero il posto anche per Tory che ancora non era arrivata.Non appena vide la commissione, l'aria parve bloccarsi nei suoi polmoni. Li sentì bruciare, quasi come se stessero per esplodere. Trattene il fiato.

-Alis, stai bene?- chiese l'amico squadrando la folla.

Alisea non rispose.

Alcuni cadetti la fissavano, tutti sapevano sarebbe stata lei ad affrontare la prova. La ragazza era stata talmente assorta nella pianificazione di un'ipotetica fuga, che neanche si era preoccupata di sapere con chi avrebbe dovuto sfidarsi. Iniziò a squadrare tutti i presenti, sperando che il suo avversario, alla fine, non sarebbe stato poi così tanto grosso o muscoloso. Anche la commissione l'aveva individuata e non le toglieva gli occhi di dosso. Sentì la pelle andare a fuoco. Quando percepì il rumore delle porte che si chiudevano definitivamente, Alisea capì che il momento era arrivato. Le guardie si sistemarono davanti alla porta.

Tory non c'era e la ragazza ebbe un motivo in più per avere paura.

Vide il coordinatore della classifica salire sul piccolo palchetto, dove stava seduta anche la commissione.

Aveva in mano un piccolo microfono, che sventolava da una parte all'altra.

-Oggi si svolgerà un'altra prova, la sesta in due settimane. Sapete tutti che il vincitore otterrà ben tredici punti da aggiungere al suo voto complessivo, favorendo la propria posizione nella classifica. La commissione assegnerà i punti in base all'esecuzione della prova. Adesso presentiamo i due cadetti, sorteggiati due sere fa, che affronteranno la seguente sfida-

L'accento moscio del coordinatore la irritava almeno quanto i suoi baffetti grigi. Si muoveva sicuro, gonfiando il petto e alzando il mento. Scorrazzava facendo discorsi privi di senso cercando di dargliene uno, e grazie allo charme che baciava le sue parole, tutti si bevevano ciò che diceva.

-Soldato 021, fatti avanti-

Alisea sentì le gambe tremare, le percepì allontanarsi dal corpo e strisciare via, ma quando abbassò lo sguardo, erano ancora lì, nella stessa posizione.

Le orecchie si riempirono d'aria e, Alisea, non filtrò nessun'altra parola.

Si alzò con l'aiuto di Castor che la seguì con lo sguardo, vigile ad ogni sua mossa.

Si fece largo tra i presenti, fino ad arrivare al centro del tappeto. Era largo, almeno quanto la sua stanza.

Le panche sulle quali erano seduti i cadetti, circondavano quello spazio che tutto d'un tratto sembrava farsi sempre più piccolo.

Intravide Castor in mezzo alla folla.

-Soldato 014- strillò il coordinatore.

Alisea capì che avrebbe dovuto affrontare un cadetto del suo stesso dormitorio, sezione e zona. Tirò un sospiro di sollievo, ma la sicurezza che l'aveva avvolta svanì non appena vide Crabb. Quell'uomo l'avrebbe letteralmente spezzata in due, indipendentemente da ciò che avrebbe scelto di fare lei. Il pavimento parve tremare sotto il peso di quell'uomo. Indossava la stessa divisa di Alisea, ma era chiaramente stretta per la sua stazza. Fulminò la ragazza con lo sguardo, uno sguardo carico d'odio, d'ira.

-Che la prova inizi- intervenne il coordinatore baffuto.

Crabb era pronto a saltarle alla gola, ma la porta si spalancò lasciando entrare una donna in completo. Portava i capelli biondi, lungi fino a metà schiena e il ticchettio dei suoi tacchi era l'unico rumore che invadeva la sala. Era scortata da due guardie robuste quanto Crabb. Era la donna più elegante che Alisea avesse mai visto. Quando puntò gli occhi su di lei, la ragazza provò una strana sensazione, come se il sangue si fosse gelato nelle vene, come se fosse arrivato l'inverno all'improvviso. Ebbe l'impressione di scorgere un sorriso farsi strada sul viso della donna. Si levò un brusio fastidioso, che invade di colpo la stanza. C'era qualcosa che ti spingeva a guardarla e che non ti faceva smettere più.

La commissione si alzò in piedi, così come il resto dei cadetti. Il coordinatore spalancò la bocca e

allora Alisea capì. Quella era la direttrice della C.P, l'autorità massima, assoluta, a cui, anche l'uomo più grosso, si chinava.

Krystal Rose era proprio davanti a lei e avrebbe assistito alla sua prova.

Tutto ciò che aveva programmato svanì all'istante, Alisea aveva un nuovo piano e, questa volta, avrebbe funzionato.



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