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lavoro pubblicato venerdì 9 settembre 2016
ultima lettura venerdì 17 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Le vite e i giorni (capitolo tredicesimo)

di elisabettastorioni. Letto 265 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Tutti e tre i ragazzi rimasero in silenzio a squadrarsi, da una parte Marco fissava la sorella con sospetto, dall'altra Alessandro lanciava occhiate a...

Tutti e tre i ragazzi rimasero in silenzio a squadrarsi, da una parte Marco fissava la sorella con sospetto, dall'altra Alessandro lanciava occhiate allarmate a Rebecca e guardava con biasimo al fratello dell'amica. La ragazza non staccò gli occhi dal suo inquisitore e in pochi secondi venne a capo di una spiegazione non troppo semplice «Io stavo pensando di cambiare scuola, passare allo scientifico» ci fu una pausa in cui l'amico sgranò gli occhi in sua direzione, preso alla sprovvista da ciò che ella aveva appena proferito «Sai, non voglio lasciare i miei compagni di classe e i miei amici». Per loro fortuna Marco, dopo qualche altro istante di quel pesante silenzio, in cui i due temettero il peggio, cominciò a ridere con leggerezza «Tu...vuoi cambiare indirizzo, addirittura?» disse alternando le parole alla risata «E come mai? Di punto in bianco?». Rebecca non rifletté molto e rispose il più in fretta possibile, per destare meno sospetto «Ho pensato che forse lo scientifico mi preparerebbe di più per l'università» sputò tutto d'un fiato, stringendo le dita intorno alla mano di Alessandro, che ancora teneva salda nella sua. Il fratello abbassò lo sguardo verso le loro mani congiunte e sbuffando e roteando gli occhi, fece per uscire dalla stanza ma subito vi ritornò dentro e con sguardo serio si rivolse al ragazzo «Fai quello che vuoi Rebecca, ma che lui non entri più in casa nostra» lo minacciò indirettamente con le parole, tenendo però lo sguardo fisso su di lui.

Il fratello uscì dalla stanza lasciandoli nuovamente soli, la porta rimaneva aperta e si potevano udire le grida della madre che inveiva contro il marito, la cui voce al contrario quasi non si sentiva per la sua antitetica calma. Alessandro strinse la presa sulla mano per richiamare l'amica all'attenzione, e bisbigliando disse «Non possiamo parlarne qui, dobbiamo uscire»

«Non mi lasceranno mai uscire con te, soprattutto mio fratello»

«Allora uscirò prima io, poi tu cercherai di sgattaiolare fuori» egli sciolse la presa e si diresse all'esterno della stanza; cerò di passare il più vicino possibile alla cucina in modo che Marco lo vedesse chiaramente allontanarsi da solo, ed uscì dal portone facendone ben sentire il cigolio. Rebecca attese nella sua stanza, seduta sul letto, che si presentasse l'occasione di fuggire dall'appartamento ma nessuno dei familiari le lasciava un attimo di tregua: il fratello le intimava di lasciare la porta della stanza aperta perché potesse tenerla d'occhio, la madre protraeva il litigio per le varie stanze della casa, rendendo ogni angolo fedelmente sorvegliato. Ella aspettava con nervosismo, battendo il piede al suolo freneticamente e portandosi le dita alla bocca, ragionava su quale potesse essere il miglior modo per non essere vista ma l'unica soluzione che le venne in mente, fu quella di saltare dalla finestra: anche se l'abitazione si trovava al primo piano, non era pronta a rischiare di fratturare qualche osso o causarsi un trauma cranico. Decise dunque di fingere di dover andare in bagno, rassicurando il fratello che non aveva altre intenzioni e non appena quello si fu voltato per tornare nella propria camera, con uno scatto Rebecca si lanciò nel corridoio ed uscì in tutta fretta dal portone. Impegnò le scale velocemente e corse fuori dalla palazzina verso il parco, senza voltarsi indietro. Quando fu vicino alla vecchia altalena, vide Alessandro lì ad aspettarla e sentì delle grida provenire dall'atrio dell'edificio. Non ragionò oltre e facendo segno all'amico, lo invitò ad avvicinarsi all'angolo di mattoni «Il portale! È qui!» buttandosi addosso al muro ed attraversando il portale per prima. Pochi centesimi di secondo e si ritrovò dall'altra parte, cadendo pesantemente con la schiena. Qualche istante e anche Alessandro lo attraversò, minacciando di finire sopra il corpo di Rebecca, che prontamente rotolò sul fianco per evitarlo.

I due si ritrovarono nella piccola radura, distesi sull'erba umida in pieno giorno. Il respiro pesante per la corsa bloccò momentaneamente entrambi in quella posizione, ma non passò molto tempo che l'amico cominciasse a presentare gli stessi sintomi che Rebecca aveva affrontato nella sua prima volta: Alessandro si rannicchiò su se stesso, stretto dalla morsa del dolore al ventre che sembrò colpirlo ancora più duramente di quanto avesse fatto con la ragazza. Ella dal canto suo si erse a sedere immediatamente e cercò di prestargli soccorso, tuttavia lui rifiutò scansandola malamente «Non mi toccare, non mi toccare». Non sapendo cosa fare, si ricordò del fatto che, quando s'era trovata nella medesima situazione, Monshëu era accorso in suo aiuto e perciò cominciò a chiamarlo a gran voce. Non vi fu alcuna risposta da parte dell'uomo ed invece fu la donna a presentarsi, allarmata dalla vista del ragazzo dolorante «(Un altro? Ma quanti sono i Nêhkawa dall'altra parte?)» lamentò mentre s'inginocchiava a debita distanza da entrambi. Alessandro iniziò a biascicare qualche cosa, ancora preda del dolore «(Siamo solo noi due...non vi preoccupate)» la donna si meravigliò di come quello, al contrario della ragazza, sapesse parlare la loro lingua «(Ma voi parlate il Monëshõ?)» chiese, tra un misto di incredulità e preoccupazione per lo stato in cui egli si trovava. Rebecca non sapeva come comunicare con la donna e cominciò a gesticolare indicando il proprio ventre e poi l'amico, dunque facendo il nome di Monshëu; quella sembrò intuire a cosa si stesse riferendo la ragazza, ma non fu tempestiva nel comprendere cosa dovesse fare. Tuttavia non ve ne fu bisogno, giacché l'uomo spuntò dalla depressione della collinetta con in mano una sorta di lungo bastone, e con grandi falcate si avvicinò al gruppetto. La donna si allontanò immediatamente alzandosi in piedi, anche Rebecca fece lo stesso per riflesso ed attese che quello adempisse al suo dovere: Monshëu piantò con forza il bastone nel terreno, fece sdraiare supino Alessandro e con movimenti bruschi e veloci, gli impresse la mano sinistra sul ventre scostandogli i vestiti. Per qualche istante il ragazzo sgranò gli occhi e si irrigidì per tutto il corpo, dunque si abbandonò a respiri profondi e calcolati. L'uomo si rialzò, estrasse il bastone facendolo roteare e con gesti veloci lo puntò alla gola di Alessandro. «(Che cosa state facendo?)» domandò alterata la donna, quello senza distogliere lo sguardo dal ragazzo steso a terra, le rispose con una strana tensione «(Questo individuo, non ho idea di chi sia)» e prima che l'altra potesse protestare, quello minacciato da un'affilata punta al collo, parlò facendo attenzione di non muoversi «(Potrei farvi la stessa domanda. Voi non siete un Deifœbkraht, giusto? Da quel che ricordo, i Deifœbkraht non conoscono quel genere di tecniche...con la mano)» mentre parlava, notò che via via l'uomo allontanava di pochi millimetri la punta del bastone, non sembrando intenzionato a ferirlo, perciò egli iniziò ad alzarsi a sedere lentamente e poi in piedi; quando fu eretto, Monshëu gli puntò nuovamente l'arma alla gola, recuperando la distanza perduta. «(Chi siete?)» lo interrogò l'uomo, il braccio tenuto rigido ed il corpo ben piantato «(Thaendë, Ingegnere edile, Centro-Nord)» scandì lentamente Alessandro, lanciando occhiate di sfida al suo interlocutore «(Perché vi trovavate dall'altra parte del portale?)» continuò l'uomo, senza battere ciglio «(A questa domanda potreste rispondere voi)» stuzzicò quello, inducendo una strana reazione in Monshëu «(Non sono chi pensate che io sia)»

«(Avete paura di dirlo ad alta voce?)» il ragazzo sogghignò «(Non siete un Alkekichë, dunque?)»

«(Affatto)»

«(E allora perché interessarsi tanto a questa ragazzina?)» lo provocò nuovamente, facendo un cenno in direzione di Rebecca, dietro di lui «(Potrei farvi la stessa domanda)» gli ripropose la medesima frase pronunciata in precedenza dall'altro, serrando le mascelle. La donna, percependo una certa tensione, decise di intervenire a discapito dell'espressione contrariata che assunse Monshëu quando la sentì parlare «(Siete un cittadino del Governo Generale, come siete finito qui?)» anche Alessandro sembrò infastidito quando ella si rivolse a lui, tuttavia le rispose «(Come forse già sospetterete, non per mia scelta: non mi sarei mai intenzionalmente recluso nell'altro mondo, qualcuno ha fatto in modo che così fosse...e non solo per me)» concluse voltandosi verso l'amica. Rebecca rimaneva ad osservare i tre coinvolti nei loro discorsi senza comprenderne una parola e, pure quando sembrava essere coinvolta dall'amico, non riusciva a far altro che socchiudere la bocca come per parlare, ma finendo per tacere. «(Mettete giù la Kroika: possiamo risolvere tutto senza armi)» intimò la donna a Monshëu che obbedì controvoglia abbassando la punta del bastone verso terra. Alessandro tirò un sospiro di sollievo non essendo più minacciato fisicamente, intenzionato ora a primeggiare sull'uomo con l'eloquenza: «(Non credete che risulti alquanto sospetto trovare un esiliato in territorio Deifœbkraht, vederlo invischiato con delle vittime della Nehmee e a conoscenza dell'esistenza dei portali? Voi vi siete messo in una posizione alquanto scomoda)» aveva iniziato con tono calmo e posato per poi finire avvolto dal nervosismo e l'aggressività. Bloccò sul nascere la risposta dell'interlocutore e lo attaccò nuovamente «(Avrete pure rimbambito la ragazzina, ma non avrete lo stesso potere su di me: io ricordo benissimo cosa accadde...)» terrorizzato da cosa stesse per confessare, Monshëu intervenne «(Ve lo ripeto: posso comprendere che la situazione risulti equivoca ma non avete alcuna prova che io sia un Alkekichë)»

«(Allora perché non mi dite qual è la vostra professione? Un metodo semplice e diretto per fermare il fraintendimento sul nascere, eppure sembra che vi sia difficile dare una risposta)»

«(Sono un informatore, lavoro per la città di Skicinçy, dove sono nato)» spillò con un'inusuale irrequietezza per il suo carattere, fissando Alessandro in modo da poter verificare immediatamente che la risposta l'avesse soddisfatto; ne osservò la reazione, i movimenti degli occhi e gli parve avesse avuto effetto. Il giovane poco dopo assottigliò gli occhi e ritrasse il volto in una smorfia «(Credete che una risposta del genere, strappata a seguito di tentativi inquisitori, possa avere un qualche fondo di verità? Se non aveste nulla da nascondere, non avreste faticato così tanto a parlare)» la donna cercò di interrompere la discussione che stava nascendo fra i due e che non dava segni di doversi concludere a breve: «(Dovete smetterla entrambi: nessuno dei due si trova nella posizione di poter giudicare chi risulti meno sospetto, specialmente in questo contesto. Inoltre, non vorrei dovervi ricordare che state parlando all'esterno e questo mi pone in grande pericolo, sia dal punto di vista professionale che...Insomma, credo che tutti sappiamo su cosa verta questo discorso. Ora moderate i toni e rechiamoci all'interno)» dichiarò con decisione ella, mettendo a tacere entrambi. I tre si scambiarono degli sguardi intensi prima di prendere, chi con più chi con meno convinzione, la decisione di ascoltare la donna. La ragazza ancora in disparte, sentiva d'essere stata esclusa e non seppe come agire quando gli altri si avviarono verso la collinetta; fortunatamente Alessandro provvide a spiegarle che si stavano dirigendo all'abitazione.

Rebecca non comprendeva nulla, nemmeno la minima parola, il che la pose in una situazione di fronte alla quale non s'era mai trovata: ascoltare un film o una trasmissione televisiva in una lingua a lei sconosciuta non era alienante quanto ciò a cui era sottoposta in quel momento. Priva di qualsiasi nozione sulla lingua che quei tre parlavano con disinvoltura, seppure la donna mostrava di avere uno strano e marcato accento, si sentiva chiusa in una botte al cui interno i suoni giungono confusi ed ovattati. Alessandro d'altro canto, pareva trovarsi completamente a suo agio nel discorrere utilizzando suoni gutturali ed articolati, pronunciati velocemente e con intonazione inusuale. La naturalezza con la quale gestiva i suoi discorsi erano quelli di un madre-lingua: non v'era dubbio che egli fosse stato parte di quel mondo e che non avesse dimenticato nulla a riguardo. Era completamente inserito nello scenario con l'unico particolare di non possedere degli abiti consoni, ma Monshëu gli faceva compagnia indossando l'usuale completo di giacca in pelle e pantaloni scialbi. Alessandro, troppo concentrato nei suoi ragionamenti, ignorava completamente i sentimenti dell'amica. Egli pensava piuttosto a sfamare i suoi dubbi nei confronti dell'uomo che tanto gli inducevano sospetto. Non poteva non essere intimorito dalla sua presenza in quel luogo che sapeva bene non appartenergli, e trovava quasi scomodo il fatto di doversi occupare anche della ragazza: lui era cresciuto ed aveva vissuto in quel mondo ma aveva anche saputo di che natura fosse quello dall'altra parte del portale, perciò si rendeva perfettamente conto che molti dei suoi immediati collegamenti logici, potevano risultare del tutto estranei all'amica. La situazione in cui veniva a trovarsi necessitava di un'azione di pensiero veloce e mirata, cosa che sarebbe divenuta vittima di un più lungo processo se egli avesse dovuto spiegare ogni minimo passo a Rebecca.

All'ingresso dell'abitazione, la donna si occupò come aveva fatto per l'amica, di permettere ad Alessandro di entrare, armeggiando opportunamente con il sistema di sicurezza. Un'altra volta il ragazzo aveva dimostrato di non essere nuovo alle circostanze che si presentavano: non appena era giunto prima della sbarra luminosa, s'era fermato ed aveva atteso che la luce mutasse di colore, sapendo già come essa funzionasse. Quando i quattro furono tutti all'interno, egli cominciò subito a tastare per terra ma vedendo che non accadeva nulla, lasciò che la donna tastasse a terra per lui e la ragazza, innescando il meccanismo dello sgabello, cosa che Rebecca aveva visto fare a Monshëu precedentemente. «(Mi ravvedo della mia dimenticanza: oramai non possiedo più un Preit)» disse Alessandro alla donna, in tono amichevole ed ella rispose con un sorriso e toccandosi con le punte delle dita la fronte, segno di conferma. Nel frattempo l'uomo aveva preso posto su di un altro sgabello poco più in là, rivolto verso il giovane, il quale cercò di riprendere il discorso non appena si fu sistemato «(E così siete un informatore...Dunque, perché mai occuparsi della ragazzina? Non sapevo gli Informatori fossero anche istruiti in medicina ed educazione, devono essere cambiate molte cose da quando sono deceduto)»

«(Voi mi accusate ancora di essere sospetto, ma non potete nemmeno impedire che la stessa accusa ricada su di voi)»

«(Pochi preamboli: non ho nessuna intenzione di intrattenermi a lungo in questo luogo, perciò procuratemi un Preit ed andrò per la mia strada, senza fare nomi)» parlò concisamente Alessandro, abbandonando la retorica con cui aveva iniziato a parlare. Non ricevette una risposta immediata ed anzi, Monshëu sembrò non volergliela concedere preferendo invece scrutare la stanza ed il pavimento. Il ragazzo non si fece prendere dall'impazienza, attendendo che l'uomo terminasse i suoi ragionamenti, ma quando vide il suo sguardo fissarsi nel vuoto, intuì che la sua richiesta non sarebbe stata soddisfatta. «(Che cosa vi preme così tanto da non potermi procurare neanche dei semplici documenti?)» chiese allora Alessandro, in tono irritato «(Risultate morto: come potrei farvi resuscitare di punto in bianco? Questa è una cosa che non posso fare)»

«(E come progettate di risolvere questo problema? Avete portato qui la ragazzina, avrete pur pensato ad un modo per procurarle i documenti, cosa che mi fa dedurre un vostro rifiuto a replicare tale servizio nei miei confronti...)» incalzò il giovane, incline ad un certo fastidio. Alessandro era ben consapevole di possedere il coltello dalla parte del manico, in quanto aveva colto entrambi, l'uomo e la donna, in azioni per così dire illegali e se solo lo avesse desiderato, avrebbe potuto mettere in serio pericolo Monshëu in particolare. Tuttavia, non poteva dire di non correre rischi egli stesso: le circostanze che lo avevano portato dall'altra parte del portale, non erano certo più immuni alla giustizia di quanto non lo fossero i due, e se avesse desiderato tornare alla propria vita, non poteva di certo prescindere dall'utilizzare metodi poco consoni. Quei documenti per lui erano vitali e l'unico modo per averli era tramite Monshëu, l'uomo su cui continuava a covare profondi sospetti, ma se avesse deciso di non indagare e lasciare che altri si occupassero della faccenda, probabilmente li avrebbe guadagnati senza troppa fatica. L'unico inghippo risultava Rebecca: ella mancava della flessibilità necessaria per adattarsi a quel mondo, per lei completamente nuovo e sconosciuto. Per recuperare il proprio ruolo sociale, Alessandro avrebbe dovuto abbandonarla alle cure dell'uomo, le cui intenzioni erano oscure e che, per farle attraversare il portale, aveva con molta probabilità approfittato della sua ingenuità derivata dall'ignoranza. Finché l'amica non fosse stata capace di difendersi da sola e destreggiarsi in quel mondo, doveva starle vicino ed indicarle la retta via lui stesso. «(Non c'è alcuna possibilità di procurarvi i documenti che avevate, con il vostro nome ed i vostri dati, ve lo ripeto: voi siete morto per la vostra città. Per Rhenn non dovete preoccuparvi, ora è mio compito prendermi cura della sua persona)» sentenziò Monshëu, sottintendendo la volontà di terminare la discussione. Data la tensione che si era ricreata anche all'interno dell'edificio, la donna tentò di intromettersi introducendo un nuovo argomento «(Thaendë, nonostante questa sia la prima volta che ci incontriamo, vorrei presentarmi: sono Kahën, di professione Deifœbkraht come potrete ben immaginare, e sono cresciuta a Skicinçy)» disse, riuscendo parzialmente a calmare gli animi. Alessandro, o Thaendë, provvide subito a tradurre approssimativamente tali informazioni per Rebecca «Questa è Kahën e...beh questo posto è suo» indicò con un veloce gesto i dintorni. L'amica venne così riportata all'attenzione e chiamata in causa, fece un inchino col capo in direzione della donna ritenendo di mostrare rispetto, ma fu subito fermata dall'amico, che le afferrò saldamente la spalla e le sussurrò «Non farlo, è un brutto segno» dunque, cercò di scusarsi con Kahën «(Capirete che la ragazzina non è abituata alle usanze dei Nêhkawa. Con quel gesto intendeva confermare di aver ricevuto le informazioni che avete riferito)». La donna in un primo momento rimase perplessa, tuttavia con un sospiro profondo sembrò scacciare la sua preoccupazione «(Credo di potermi fidare del vostro giudizio, ma non posso astenermi dal dire che quell'inchino mi ha alquanto spaventata)» ammise infine, prendendo posto nel divanetto incavato. Thaendë prese l'occasione di spiegare a Rebecca il disguido, in modo da evitare che vi fosse un altro episodio e rivolgendosi a lei con il busto, abbassò il tono quasi a bisbigliare «Senti: quell'inchino con la testa che hai fatto, non lo devi fare più perché non è affatto un buon segno» la ragazza pensò di approfittare della sua attenzione per capire che cosa stesse accadendo «Va bene ma di che cosa stavate parlando tu e Monshu?»

«Monshëu, mi raccomando stai attenta a come pronunci le parole: hai appena detto "andiamo a farci un bagno"» fece in tono serio, causando tuttavia una risatina trattenuta all'amica «Non sarebbe una cattiva idea, però» l'amico sbuffò indispettito «In ogni caso ti ho detto di non abbassare più la testa a quel modo, è come un segno di ostilità» ignorando completamente l'improvvisa allegria di Rebecca. Nel frattempo l'uomo osservava gli scambi furtivi di parole fra i due, allargava leggermente le narici nel notare la loro familiarità e stringeva impercettibilmente le dita tra le mani, affondando le unghie tra le nocche

Il rapporto che vi era tra i due rappresentava un ostacolo, oltre che essere un inconveniente del tutto imprevisto; guardava la donna e si chiedeva se anche lei, dopo tutto, avrebbe potuto risultare un ostacolo, ma concluse che forse il suo atteggiamento così amichevole poteva al contrario tornargli utile.

D'un tratto quell'atmosfera così disomogenea, divenne quasi eguale tra i presenti: «(Se non siete in grado di portarmi i miei documenti, allora non posso perdere altro tempo in questo luogo)» affermò in un momento Thaendë, rivolgendosi direttamente a Monshëu, il quale si alzò di scatto, rimanendo immobile per qualche secondo «(E dove vorreste andare senza un Preit?)» chiese, nonostante in cuor suo conoscesse ormai la risposta, ed infatti questa non tardò a giungere come l'aveva prevista «(Ovviamente, se me ne devo andare di qui, l'unica direzione a me concessa è l'altra parte del portale)» l'altro sembrò allora trovare speranza nell'uso che il ragazzo aveva fatto dei pronomi «(Ve ne andrete solo voi? Devo dedurre che la ragazzina resti qui)» Thaendë lanciò un breve sguardo a Rebecca e poi tornò al suo interlocutore, fissandolo negli occhi prima di dare un a risposta «(Ella verrà con me)», dunque suggerì all'amica di alzarsi dallo sgabello ed aggiunse calmo «(Capisco che il vostro inesplicabile interesse sia rivolto alla ragazzina e che ben poco vi interessi della mia persona, ma permettetemi di dirvi questo: mi sono preso cura di lei per lungo tempo e le ho concesso l'amicizia che è ad un collega istituzionale, perciò vi assicuro che non ho dimenticato l'importanza di questa, come non la dimenticherò in futuro. Di lei mi prenderò cura io personalmente finché lo riterrò necessario, poi sarà lei a giudicare quale grado di male o di bene ci sia nelle vostre intenzioni)». L'uomo rimase in silenzio, palesando una certa insoddisfazione che non volle tuttavia risolvere per non destare ulteriori sospetti.

Allora rivolgendosi a Kahën mentre entrambi si alzavano, Thaendë disse «(Comprendo il rischio che avete corso ospitandoci nel territorio assegnatovi, ma dovrò chiedervi di accoglierci ancora la prossima volta che attraverseremo il portale)» la donna si alzò di conseguenza ed ignorando una certa tensione che le era sorta nel sentire la prima parte della frase, sorrise ad entrambi e dirigendosi verso l'entrata «(Finché non avrete alcun Preit, potrete aggirarvi per questo territorio quanto lo desidererete)» rispose, finendo con un tono allegro.

I ragazzi vennero scortati dalla donna fin sopra la collinetta, mentre l'uomo, dopo averli seguiti fino all'entrata, aveva preso la strada opposta, dirigendosi verso la vallata e scomparendo dalla visuale di Kahën in pochi istanti. Ella non stette troppo a ragionare sull'atteggiamento scorbutico di Monshëu, preoccupandosi piuttosto di raggiungere quell'albero che le avrebbe permesso di disattivare la barriera. Quando giunse nei pressi del tronco ed attivò i comandi, si rese conto che il tutto era già stato disattivato: provò a controllare con veloci movimenti delle dita se il tutto fosse stato processato attraverso i comandi e scoprì con amara sorpresa che la barriera s'era disattivata autonomamente. Colta dal panico, pensò subito di avvisare i due di non avvicinarsi troppo al portale e cominciò a guardarsi intorno, sospettando vi fosse qualcuno oltre a loro nella radura. Ispezionò con gli occhi i dintorni dei due alberi, sotto gli sguardi incuriositi dei ragazzi. La usuale brezza che attraversava quel luogo s'era arrestata, producendo una inusuale calma tutt'intorno, per cui solo i respiri e il crepitio di qualche foglia secca giungeva alle orecchie. La donna s'immobilizzò per qualche istante, fino a che giunse alla conclusione di lasciare che i ragazzi abbandonassero la radura, per evitare di imbattersi in qualche suo collega «(Andate, forza: non è bene che rimaniate qui)».



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